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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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-3-

 

La sera che dovevano andare al teatro, finsero tutti e tre di avere un gran sonno: e come fecero bene la loro parte in commedia!...

«Io non posso più tenere gli occhi aperti», diceva Cesare.

«Io dormo e cammino», diceva Orazio.

«Un sonno come stasera, non l'ho avuto mai», diceva Pierino.

«Se avete sonno», disse la loro mamma, «è una malattia che si guarisce presto! Andate a letto e non se ne parli più.»

I tre ragazzi non se lo fecero ripetere: presero il loro candeliere e si chiusero in camera.

«È meglio che ci vestiamo subito», disse Cesare.

«E poi?»

«E poi s'entra a letto

«E quando viene la mamma a darci il solito bacio di tutte le sere?... Se ci trova vestiti da Rigoletti?...»

«Che discorsi! Prima di chiamar la mamma, si spenge la candela

«E se la mamma entra in camera col suo bravo lume acceso

«Hai ragione. Bisogna ricordarsi di star coperti perbene fino al collo...»

I tre ragazzi, in un batter d'occhio, s'infilarono i loro calzoni e le loro gualdrappe di seta, e si nascosero sotto i lenzuoli, lasciando fuori solamente la testa.

Dopo poco venne la mamma, e dato loro un bacio e la buona notte, accostò la porta di camera.

«Ora», disse Cesare, «bisogna stare in orecchio, per sentire quando la mamma va a letto. Attenti, dunque, e non ci lasciamo prendere dal sonno

«Dal sonno?», disse Orazio. «Io per tua regola, son bono a stare sveglio fino a domani

«O io?», disse Pierino. «Quando devo andare al teatro, non c'è caso che mi addormenti mai.»

Lascio pensare a voi come rimasero la mattina dopo, quando svegliandosi, si trovarono tutti e tre nel letto, mascherati!

«Meno male», disse Cesare, «che domani sera c'è un'altra festa da ballo. Anderemo a quella.»

«E il premio delle cento lire?», domandarono Orazio e Pierino.

«C'è anche il premio

Lesti lesti saltarono il letto, lesti lesti si spogliarono da Rigoletti e si rivestirono da ragazzi, e lesti lesti nascosero tutto il loro bagaglio in fondo a un piccolo armadio a muro.

Arrivati alla sera dipoi, ripeterono la medesima scena della gran sonnolenza e dell'entrare sotto i lenzuoli bell'e vestiti cogli abiti da maschera. Appena, però, si accorsero che la mamma, dopo averli baciati, era rientrata nella sua camera, saltarono dal letto e si posero a girandolare in su e in giù, tanto per non lasciarsi tradire dal sonno.

Aspetta, aspetta, aspetta, finalmente dopo un secolo sonarono le dieci.

«Dunque si va, o non si va? Se vogliamo andare, questa sarebbe l'ora», disse Cesare.

«E la chiave di casa l'hai presa?», domandò Orazio.

«Eccola qui.»

«E tu, Pierino, a che cosa pensi

«Per me, se si deve andare, andiamo: ma il core mi dice che questi sotterfugi ci porteranno disgrazia. Se la mamma, nel tempo che siamo al teatro, la si svegliasse?...»

«E perché si dovrebbe svegliare

«I casi son tanti! E se una volta svegliata, la venisse in camera nostra e non ci trovasse nessuno?...»

«Come sei uggioso! Benedetti i ragazzi e chi ci s'impiccia!», brontolò Cesare sottovoce.

Senza perdersi in altre chiacchiere, aprirono l'uscio di camera e parve loro di sentire qualcuno che si allontanasse in punta di piedi.

«Che sia lo zio Eugenio?», domandò Pierino, rattenendo il fiato.

«Quante paure! Lo Zio, per tua regola, è andato a letto prima di noi.»

E, per esserne più sicuri, nel passare davanti alla camera dello zio, stettero un po' in ascolto, e lo sentirono russare come un contrabasso.

Giunti nella strada, richiusero la porta adagio adagio e senza far colpo.

La serata era freddissima, ma bella: uno stellato, che faceva innamorare a guardarlo!

I tre fratelli, tenendosi per la mano come tre buoni ragazzi che andassero a scuola, camminavano sul marciapiede: quand'ecco che sentirono dietro a loro una vocina di galletto che faceva: Chiù-chiù-chiù!

Si voltarono e videro una figura magra e tutta nera, con un paio di corna in testa, che saltava e faceva mille sgambetti.

«Che sia il diavolo?», domandò Pierino, cominciando a tremare.

«Ma che ti vai diavolando?», dissero i suoi fratelli. «Non vedi che è una maschera? Fermiamoci e lasciamola passare avanti.»

E si fermarono: ma il diavolo si fermò anche lui.

Allora i tre ragazzi, per non compromettersi, traversarono la strada e andarono dall'altra parte.

E il diavolo, anche lui, andò dall'altra parte.

«Che cosa vuole da noi?» gli domandò Cesare ingrossando la voce e facendo finta di non aver paura.

«Chiù-chiùrispose il diavolo facendo uno sgambetto.

«Noi andiamo per la nostra strada, e non si noia a nessuno.»

«Chiù-chiù

«Si levi di torno, sor impertinente, se no lo dico alle guardie

«E io lo dico alla mamma», urlò Pierino piangendo dalla paura.

«Chiù-chiù! Chiù-chiù! Chiù-chiù!...»

E il diavolo cominciò a urlare e a saltare in un modo spiritato.

I tre ragazzi impauriti si dettero a correre: e corri, corri, corri, arrivarono finalmente alla porta del teatro.

Entrati in platea, fra mezzo alla folla, credevano di essersi liberati da quel diavolaccio che li perseguitava: ma invece, dopo due minuti, sentirono intronarsi gli orecchi da un Chiù-chiù che parve una fucilata a bruciapelo.

Che cosa dovevano fare?... A furia di spinte e di spintoni, e passando magari fra le gambe della gente, arrivarono a mettersi in fila davanti al palco della Commissione, che doveva giudicare le mascherate più belle.

Poveri figliuoli! Non l'avessero mai fatto!...

Appena arrivati , furono salutati da un fischio acutissimo e da una vociona che strillò:

«Chiù-chiù!... Fuori i ragazzi! Via i ragazzi! A letto i ragazzi

A questo grido sonoro e ripetuto, tutto il pubblico dei palchi e della platea si voltò: e vedendo quelle tre mascherucce, che pretendevano al premio, cominciò a sbellicarsi dalle risa e a ripetere in coro:

«Fuori i ragazzi

«Via i ragazzi

«A letto i ragazzi

Figuratevi il chiasso, il baccano e lo scompiglio, che nacque da un momento all'altro. In mezzo a quel pigia-pigia si sentì una voce di donna, che gridò:

«Mi hanno rubato il vezzo

Corsero subito le guardie: le quali, in tanto tramestìo, non sapendo su chi mettere le mani addosso, arrestarono le tre mascherucce che scappavano spaventate verso la porta del teatro.

«Ma perché ci arrestano?... Noi siamo innocenti!...» gridavano piangendo quei poveri ragazzi.

«Fra poco ne riparleremo», risposero le guardie, incamminandosi verso la Questura.

«Lo creda... noi non siamo ladri», diceva Cesare.

«Di chi siete figlioli

«Del nostro babbo e della nostra mamma

«Che mestiere fanno i vostri genitori

«Il babbo gli è fori di Firenze a far l'ingegnere e la mamma l'è a letto, che dorme...»

«E che cosa siete venuti a fare al teatro

«A vincere il premio

«Il premio ve lo daremo noi. Come mai siete scappati di casa?...»

«L'è una storia lunga...»

«I ragazzi, che scappano di casa, non possono esser nulla di bono...»

«Su questo l'ha ragione lei... non c'è nulla da dire... Ma la creda che siamo ragazzi perbene... e incapaci...»

«Lo vedremo fra poco.»

Nel dir così, le guardie spinsero i tre ragazzi dentro la porta di Questura: e un po' con le buone e un po' con le cattive, li fecero entrare nella stanza del Delegato.

Il Delegato per l'appunto dormiva.

Quando lo svegliarono, domandò:

«Che c'è di nuovo

«Tre ragazzi arrestati al veglione...»

«Ragazzi?», ripeté il Delegato, sbadigliando. «Metteteli in prigione. Domani ne riparleremo

Que' poveri figliuoli piansero, pregarono, si raccomandarono... Ma inutilmente. La guardia aprì una porticina e tutti e tre furono cacciati in gattabuia.

Trovandosi soli e al buio, si presero l'uno con l'altro per la mano, stringendosi forte forte, per farsi fra loro un po' di coraggio. E intanto che Cesarino e Orazio si sfogavano a piangere dirottamente, Pierino balbettò singhiozzando:

«Io te lo dissi, Cesarino... ma tu non mi volesti dar retta....»

«Icché tu mi dicesti?...»

«Quel che diceva la nostra povera nonna... che i sotterfugi portano sempre disgrazia

«Allora vuol dire che tutta la colpa è tua», gridò Cesare, arrabbiandosi.

«Sissignore, tutta la colpa è tua!», ripeté Orazio stizzito.

«Ma perché la colpa è mia?...»

«Perché dovevi raccontare il fissato della mascherata alla mamma, che ci avrebbe sgridato ben bene... e così ora, invece di trovarci qui in prigione, si sarebbe a casa a dormire ne' nostri lettini

«E se dopo mi davi di spia?...»

«Che spia e non spia? Se tu avessi raccontato ogni cosa alla mamma... ci avresti risparmiato un monte di dispiaceri. La colpa è tutta tua.»

«Sissignore, tutta tua, tutta tua!», ripeté Orazio.

«Bella forza! Ve la pigliate con me, perché sono il più piccino!...»

E chi sa mai questo dialogo quanto sarebbe durato, se la porticina della prigione non si fosse aperta, e una vociona di fuori non avesse gridato.

«Su, su, ragazzi! Potete andarvene a casa vostra. Sveltezza nelle gambe e via

Come mai questo cambiamento di scena all'improvviso?... Si fa presto a capirlo: essendo stato scoperto e arrestato il ladro del vezzo, i tre ragazzi, riconosciuti innocenti, venivano lasciati in libertà.

Figuratevi la loro contentezza, quando si trovarono in mezzo alla strada, padronissimi di tornarsene a casa! Non sapendo che cosa dire, piangevano, ridevano e si abbracciavano.

E strada facendo, borbottavano fra loro:

«Ora, appena arrivati a casa, si sale le scale in punta di piedi.... E poi s'entra in camera...  E adagino adagino ci spogliamo...  E nascondiamo questi panni sotto il letto

«E domani si fa vista di aver dormito tutta la notte, e ci leviamo...»

«E poi di nascosto si riportano questi cenci nella cassapanca dello zio...»

«E poi si fa colazione come tutte le altre mattine...»

«E poi si va a scuola...»

«E i libri?...»

«Si dice alla mamma che li abbiamo perduti...»

«E così di questa brutta nottata, che c'è toccato a passare...»

«Nessuno ne saprà nulla...»

«Nemmeno la mamma

Con questi e con altri discorsi, si trovarono quasi senza avvedersene davanti alla porta di casa.

Ma sugli scalini della porta c'era seduto... indovinate chi?...

C'era seduto il diavolo, quel diavolo, loro accanito persecutore.

«Chiù-chiù! Dove andate?», domandò l'omo nero.

«Si vorrebbe andare in casa

«Di qui non si passa

«Scusi, sor diavolo», disse Pierino, «ma queste non sono azioni da persone di garbo

«Se volete passare, pagate il dazio

«Ma che dazio! La si figuri che in tutti e tre, non abbiamo un centesimo

«Chiù-chiù! Mi contenterò di questo spillone d'oro

E nel dir così, il diavolo prese un bello spillone che Pierino teneva appuntato sul petto.

«La mi renda lo spillone», gridò il ragazzo. «Lo spillone non è mio, e lo voglio rendere alla mamma...»

«Lascia correre, Pierino, se no ci rovini tutti!», dissero i suoi fratelli.

Il diavolo si tirò da parte, e i ragazzi entrarono in casa, richiudendo subito la porta.

La mattina dopo, lo zio Eugenio, prima di uscir di camera, chiamò Pierino e gli disse ridendo:

«Questa notte il diavolo è venuto a trovarmi e mi ha lasciato questo spillone d'oro per te.»

«Come?... quel diavolo?...»

«Io non posso dirti altro, perché non so altro.»

Il povero Pierino rimase di stucco. Raccontò subito il fatto ai fratelli: e tutti insieme, a furia di ragionarci sopra, finirono per persuadersi che il loro diavolo persecutore doveva essere stato lo zio Eugenio.

 

FINE

 




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