Carlo Goldoni
La gelosia di Lindoro

ATTO TERZO

Scena Prima. Don Roberto e Lindoro

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ATTO TERZO

 

Scena Prima. Don Roberto e Lindoro

 

LIN. Come sperate, signor padrone, di poter scoprire la verità in mezzo a tante menzogne, a tante cabale, a tanti artifizj?

ROB. Fin'ora non abbiamo pensato alla cosa più necessaria, e dalla quale si doveva principiare. Non abbiamo pensato a sentire, ad interrogare, a costituire mio figlio.

LIN. Non dirà niente, o mentirà come gli altri.

ROB. Vi è una maniera assai facile per iscoprire, o dubitare almeno della segreta sua inclinazione. S'ei ricusa di maritarsi, si può temere; s'egli sposa la vedova, non v'è niente che dire.

LIN. Un uomo ch'ama una femmina maritata, può ben anche maritarsi e conservare la sua passione.

ROB. Oh! questo è troppo. Il vostro sospetto, la vostra malizia eccede i limiti dell'onestà. Se siete capace di pensarmale degli altri, fate sospettare di voi stesso.

LIN. Orsù, signore, voglio arrendermi ancora per questa volta, ed attendere questa nuova scoperta. Come pensate voi di condurvi col signor Don Flaminio?

ROB. Gli ho scritto una lettera, l'ho consegnata al contadino ch'ha portato il cesto di peri... A proposito, guardate se la gelosia vi accieca, se la passion vi trasporta! Mio figlio manda i peri per la famiglia, e voi lo prendete per un presente particolare a Zelinda, insultate quell'uomo, perdete il rispetto a me, alla mia casa, ed io ho ancora tanto amore per voi?

LIN. È vero, avete ragione, sono acciecato, son fuori di me stesso. Vi domando perdono... E così, signore, che cosa gli dite nella vostra lettera?

ROB. Gli ordino di ritornare immediatamente in città.

LIN. Ma! se la lettera scritta in francese è scritta dal signor Don Flaminio, oggi sarà segretamente in Pavia, e il contadino non lo ritroverà più.

ROB. Ecco quello che mi fa credere maggiormente che quella lettera non è sua. Mingone m'assicura che l'ha lasciato al castello, e che l'aspetta innanzi sera con un abito e della biancheria che ha mandato a prendere.

LIN. Bisognerebbe mandarlo subito.

ROB. Subito. In due ore di tempo sarà arrivato.

LIN. Oh, ce ne vorranno ben quattro.

ROB. No, perché è qui colla sedia.

LIN. Colla sedia? Un contadino avea bisogno di venir in sedia?

ROB. Ne ha bisogno per portar l'abito e la biancheria.

LIN. (da sé) (Scommetto che, colla stessa sedia, è venuto alla città Don Flaminio).

ROB. Vado a spedirlo immediatamente.

LIN. Signore, vi vorrei pregar d'una grazia.

ROB. Dite, dite; ma fate presto.

LIN. Permettetemi che vada anch'io colla sedia...

ROB. No, no, non vorrei che faceste peggio. Il vostro caldo... I vostri sospetti...

LIN. Vi giuro sull'onor mio che non parlerò.

ROB. Ma che premura avete d'andar voi stesso?

LIN. Vi dirò... La premura è giustissima. Voi gli scrivete ch'ei venga, ma egli potrebbe aver delle ragioni per non venire. Se vado io in persona per ordine vostro, crederà che la cosa sia molto più premurosa, e non mancherà di venire.

ROB. Se potessi compromettermi della vostra prudenza...

LIN. Non dubitate. Vi do la mia parola d'onore.

ROB. Quand'è così, andate. Vi mando qui il contadino, partirete con lui.

LIN. Sì, signore, e partiremo immediatamente.

ROB. Andate, che il cielo vi benedica... Ma non volete prima veder vostra moglie?

LIN. Sì, signore, la vedrò, le dirò addio.

ROB. Poverina! è serrata nella sua camera. Piange, si dispera, si lamenta di voi, la chiamerò, e la farò venire. Consolatela, poverina! Amatela... Sì, lo spero, vedrete ch'ella lo merita. (da sé) (L'amo come s'ella fosse del sangue mio. Quest'è effetto della bontà, del merito, e della virtù.) (parte)

 

 


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