Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Le amanti
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SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE. A Roberto Bracco.

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SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.

 

A Roberto Bracco.

 

Massimo era solo. L'amico d'infanzia, non veduto da anni e poi incontrato improvvisamente per la via, dopo il lieto riconoscimento era venuto, alle sette, a pranzare in casa di Massimo. E costui che trascinava pesantemente il fardello di un'estate cittadina, mentre tutti gli altri anni era partito nel mese di giugno, si riprometteva una buona serata di ricordi, in compagnia dell'amico ritrovato. Avevano, infatti, passato due ore insieme fra il pranzo, la sigaretta e i liquori, chiacchierando dei tempi antichi, cominciando tutti i loro discorsi con un ti ricordi, sorridendo vagamente alle care memorie che si affollavano alla mente, interrompendosi talvolta, dando in qualche esclamazione di rimpianto, di nostalgico desiderio. Ma nella amichevole giocondità che aveva dilatato i loro cuori, si era presto infiltrato un senso di malinconia; avevano fatte vie diverse ed erano diventati assai diversi, in tutto; partiti dal medesimo punto, avendo fatto gli stessi studii, l'amico era adesso un illustre avvocato di provincia, con moglie e figli, con idee pratiche e semplici, un po' appesantito di fibre e di spirito; e Massimo se ne era andato per dieci o quindici anni all'estero, di legazione in legazione, diplomatico senza passione, indolente, non facendo carriera per la sua pigrizia, contento o non malcontento del suo posto di segretario, bello come un meridionale bello, ma già appassito, coi capelli che si facevano radi sulla fronte e gli occhi smorti, non ricchissimo, ma abbastanza ricco, e adesso inchiodato da un anno a Napoli, in licenza - in penitenza, dicevano gli amici. Massimo era fine, originale, ma già consumato dalla sua esistenza, e segretamente oppresso da altre cure: l'amico era pieno di talento, ma forte e tranquillo, rimasto un po' grossolano, chiuso nel buon senso provinciale che chiama follia l'originalità, e che si mortifica nel presente, per godere in un troppo tardo avvenire. Così, mentre l'uno raccontava all'altro la propria vita, colui che ascoltava, apprezzava, giudicava, freddamente giudicava, senza dire il suo giudizio in forma cruda, mitigando, è vero, per riguardo all'amicizia d'infanzia, ma facendo intendere come si trovassero lontani: e a un certo punto si guardarono in viso, perchè pensarono di essere, oramai, due estranei; ma non lo dissero. E forse, in fondo, Massimo invidiava all'illustre avvocato di provincia la sua limitata ambizione e il suo assiduo lavoro, e la famiglia grassa, pacifica, al sicuro delle tempeste, e la casa messa alla buona, ma la casa degli avi, la casa dei figliuoli, e quel senso di praticismo, di serietà, di equilibrio, tutte le cose, infine, che gli mancavano; mentre l'avvocato invidiava a Massimo la vita vagabonda ma aristocratica nelle Corti straniere, e l'avvenire che potea essere splendido, e la libertà di scapolo, e tutte le avventure di quella esistenza fantastica, e quella casa di giovanotto elegante e squisito, visioni che avrebbero oramai turbato i suoi sonni di provincia. A un certo momento, sospirarono ambedue. La serata era calda: dal balcone aperto del salotto dove fumavano, non spirava un soffio di aria: solo un acuto profumo di gelsomini veniva di fuori. Si accorsero di essere diventati malinconici. Troppe cose del passato avevano ricordate, troppe pietre sepolcrali di persone care perdute, di amori morti avevano rimosse: tutto questo non si fa senza un triste piacere, e il piacere poi fugge, e la tristezza resta. Fumavano in silenzio, con la testa rovesciata sulla spalliera della poltroncina; poi l'avvocato aveva guardato l'orologio. Per cortesia, disse a Massimo:

- Vieni via con me?

Ma non si eran forse detto tutto? E non avevan forse fatto male, a dirsi tutto? Massimo rispose vagamente che doveva scrivere alcune lettere urgenti; che si sarebbero veduti più tardi, alla Villa, verso le undici, senz'altro. Freddamente, l'avvocato promise di esserci, e si divisero, convinti che non si sarebbero riveduti quella sera, e forse mai più. Per dolce che sia il passato, esso è morto; e fantasmi, anche soavissimi, turbano l'animo dei più coraggiosi. Quando fu solo, Massimo si pentì di essersi condotto a casa quell'amico: tante chiuse cicatrici avevano stillato sangue, in quelle due ore! Mentre egli seguitava a fumare, nel salotto, udiva il suo servitore che riordinava la piccola stanza da pranzo; e poco dopo, il giovanotto gli venne a chiedere se avesse bisogno di lui, in quella sera, chè avrebbe voluto andarsene a trovare certi amici, per fare una passeggiata, con quel caldo così grande. Massimo, con una parola, lo licenziò: la porta si richiuse; egli era perfettamente solo. Ma la sua serata era perduta, postochè aveva voluto risalire imprudentemente il fiume del passato, in compagnia di una persona che aveva amata: il viaggio lo aveva scoraggiato, facendogli perdere quell'ultimo resto di morale pazienza, che lo aiutava a tirare innanzi quella solitària e fastidiosa estate napoletana. In queste ore di ribellione, sdraiato, abbandonato a una mortale spossatezza esteriore, mentre dentro gli si sollevava il cuore, egli fumava assai certe stupefacienti sigarette egiziane, che per lo più finivano per stordirlo: ma in quella sera di estate le sigarette gli si sfacevano fra le labbra strette ed egli le buttava via, semispente, a pezzetti. Andò al balcone: era al terzo piano di un gran palazzo di via Gennaro Serra, ed essendo più basse le case innanzi alla sua, pel livello della via, vedeva un po' di mare e un grande arco di cielo stellato.

La notte era bellissima, con un gran palpito luminoso della Via Lattea; ma la brezza non veniva e l'aria opprimeva. Sentendosi avvampare la testa, solo, stanco e pure non potendo restar fermo, prese la penna e volle scrivere: ma improvvisamente, innanzi alla carta bianca, si fece in volto più bianco della carta stessa, quasi che avesse veduto apparire non so quale visione, fra le penembre della stanza. Dalla via Gennaro Serra, un continuo rumore di carrozze si udiva: tutti uscivano dalle loro case, tutti se ne andavano per le strade, a respirar meglio, a guardare le stelle, a godere la notte napoletana bella, fresca nelle ore alte. Egli si fece di nuovo al balcone, soffocando: ritornò alla scrivania, si rimise a scrivere, ma non vi riuscì. E perchè avrebbe dunque scritto? A che servono le negre parole scritte sulla candida carta, nella effervescenza della solitudine, quando il parente, o l'amico, o l'amante che le riceve, le legge forse dinanzi a estranei, freddamente, ridendone? Troppo tempo e troppe cose passano fra il momento che si scrive e quello che si legge, fra chi scrive e chi legge, perchè una lettera serva a qualche cosa. Un organetto si fermò in piazza Monte di Dio, a suonare, con un metro largo, con un tempo largo, una canzonetta assai allegra, la quale così diventava bizzarramente triste; Massimo s'impazientì contro quel sentimentale o stanco suonatore di organino, che mutava una tarantella in marcia funebre. Forse il suonatore era vecchio; forse aveva fatto una magra giornata; forse era un infelice, perciò usciva dalla sua mano quella nenia così stravagante. Massimo si abbassò sulla ringhiera del balcone, e da quell'altezza buttò a caso una moneta da due lire al suonatore. La musica, dopo un poco, tacque: e Massimo se ne dolse; ora si sentiva più solitario, più annoiato, più insofferente che mai della sua dimora in Napoli. Che fare, dove andare, dove portare il suo corpo e il suo spirito, con quali sciocchi? con quali indifferenti, con quali esseri detestabili andare? Come passare quella notte di estate? Non avrebbe avuto riposo, lo sentiva: e sentiva che non vi era rimedio alla sua agitazione. Andava e veniva dalla scrivania al balcone, macchinalmente, quando un, sottile canto vicino lo colpì. Si fermò, ascoltando. Il canto veniva da un balcone poco discosto dal suo, anch'esso al terzo piano: aguzzò gli occhi, vide un'ombra bianca, era una donna che cantava una vecchia romanza del Tosti, poco nota, che è piuttosto un recitativo e che comincia così:

/* Il gallo canta; e i sogni lieti o tristi Fuggon nel grande oblìo. Torna al mondo dei sogni, onde venisti, Larva dell'amor mio........ */

 La voce era tenue e un po' tremula, ma le parole si udivano distintamente. Massimo tese l'orecchio, guardò acutamente, e si accorse che la donna si dondolava sopra una sedia, cantando, come se si cullasse; aspettò che ella avesse finito, poi, piegandosi sulla ringhiera, chiamò:

- Luisa, Luisa?

- Che volete? - rispose una fresca e lieta voce femminile.

- Buona sera: vi sto ascoltando, ma la vostra canzone è troppo triste. Perchè non ridete un poco?

- Così, per ordine vostro?

- Ve ne prego: ridete.

- A che servirebbe?

- Per rallegrare la mia infinita malinconia.

- Voi, malinconico? - e diede in uno scroscio di risa fresco e limpido.

- Brava, brava! - egli esclamò, applaudendo.

Lei, per parlare con lui, si era alzata dalla sedia, si era messa all'angolo del balcone, curvandosi per veder meglio, e non li divideva che lo spazio di una stanza; le due case erano vicine.

- Vi basta? - chiese Luisa ridendo ancora.

- Mai abbastanza. Sono un uomo morto, Luisa. Ma quando sarò da quattro giorni nella tomba come Lazzaro, veniteci voi e ridete; io risusciterò, ve lo prometto.

- Ci vedremo allora, non mancherò - diss'ella ridendo.

Poi tacque improvvisamente. Massimo, per ringraziarla, si mise a cogliere dei gelsomini bianchi, odorosissimi, li raccolse in pugno, tentò due volte di buttarglieli sul balcone: ma erano così leggieri che caddero in istrada, candidi, roteanti.

- Peccato, peccato! - gridò lei, che aveva indovinato il grazioso pensiero.

E restò a guardare, giù, come se potesse ancora scorgere quella pioggerella di gelsomini odorosi. A un tratto, ella diede un piccolo grido:

- Che è?

- Ne ho trovato uno, per terra. Grazie! Sul balcone di Luisa un'ala di ventaglio si agitava ed egli ne vedeva luccicare le stelline:

- Siete voi, che avete quel ventaglio?

- Sì; perchè?

- Perchè pare un pezzo di firmamento.

- Non mi burlate - disse lei un po' seria.

Parlavano così tranquillamente, come se stessero in un salotto di conversazione: ma le notti estive sono così belle a Napoli, ed è così naturale stare al balcone, o sulla terrazza o nelle vie, è così naturale la chiacchiera all'aria aperta! Certo l'elegante addetto non avrebbe fatto così a Bruxelles, o a Copenaghen, dove le notti sono gelide, e i balconi hanno triplici imposte: con le dame della società sua, si sarebbe permesso una simile famigliarità. Appunto per questo egli trovava gusto in questa conversazioncella borghese con una semplice ragazza, da un balcone all'altro, dimenticando la profonda noia e il disgusto che lo avevano assalito mezz'ora prima. Adesso, sorgendo da quel poco di mare che si vedeva dai balconi, un globo rossastro si levava nel cielo, e ascendendo, impallidiva, diventava roseo....

-.... ecco la luna, signor Massimo - mormorò lei, piano.

Eppure egli udì.

- È una bellissima luna, Luisa - le rispose, con convinzione.

- Fra poco si nasconderà dietro quelle case, e non la vedrò più - disse la fanciulla, sempre piano.

Egli udiva benissimo. A un tratto, chiamò:

- Luisa?

- Che volete?

- Volete uscire, a veder la luna?

- Sola?

- Con me.

-.... nossignore - disse lei, dopo aver esitato.

- Perchè nossignore?

- Per questo - replicò Luisa, enigmaticamente.

- Venite, via. Torniamo presto.

- No, non posso.

- Siete cattiva, sapete.

Luisa non rispose.

- Se non vi decidete, vado via solo. La notte sarà magnifica e voi non la vedrete. Peggio per voi! Sono abbastanza vecchio, per non compromettervi. Volete venire?

-.... non posso.

- Buona sera.

- Buona sera - mormorò ella, lentamente.

In verità, rientrando nella sua stanza, per prendere il cappello e i guanti, Massimo era indispettito. Aveva trovato un diversivo alle tristezze supreme di quella serata; la compagnia di Luisa come quella di un buon camerata, di un buon amico, lo avrebbe distratto. Ed ecco che quella sciocchina faceva la ritrosa, mentre era libera, indipendente, mentre egli non si era mai sognato di farle una linea di corte, da un anno che si conoscevano. Nervoso, abituato a superare facilmente tutte le difficoltà, il più piccolo inciampo lo inquietava: non andò di nuovo al balcone, spense tutti i lumi, e battè fortemente la porta, uscendo sul pianerottolo; anche Luisa era una sciocca! Ma passando innanzi a un'altra porta che dava sullo stesso pianerottolo, la vide schiudersi un poco e il profilo bruno di Luisa apparve:

- Signor Massimo? - fece ella, guardandolo coi neri e dolci occhi, chiedendogli scusa col tono della voce, con lo sguardo.

- Andate , che non capite niente! - esclamò lui, nascondendo un sorriso, fingendo di essere ancora in collera.

- Io.... capisco - disse lei, schiudendo addirittura la porta.

Ora si vedeva tutta la sua snella e alta figura, rivestita di un abito bianco di semplice mussola, con un nastro di velluto nero alla cintura: si vedeva il delicato volto ovale e bruno, dove la piccola bocca rosea si schiudeva come un fior di granato; e le sottili sopracciglia nere e arcuate davano agli occhi neri, per buoni e soavi, un'aria d'infantile meraviglia.

- Perchè avete detto di no, Luisa? Avete così poco spirito? Vi ho forse mai fatto la corte, io, perche dobbiate temere la mia compagnia?

- È vero, non me l'avete mai fatta - rispose Luisa, senza sorridere, abbassando gli occhi.

- O dunque? Andiamo, prendete un cappello e una mantellina, fate una collezione di risate, e venite con me. Sarà un'opera di misericordia spirituale: sono così infelice!

- Sì? Tanto? - interrogò lei, ansiosa.

- Infelicissimo - confermò lui, fra il tragico e il burlesco.

- Per amore, eh? - chiese ella, arrossendo della domanda.

- Nossignora, ragazza curiosa. Naturalmente, nessuna donna mi ama e io, naturalmente, non ne amo nessuna. Andate a vestirvi e fuggiamo....

Ella voltò le spalle, ubbidendo. Massimo restò appoggiato allo stipite della porta aperta, col cappello in mano, rigirando il suo bastoncino di ebano fra le dita, tranquillo adesso, abbandonandosi al minuto che passava, senza pensare ad altro. Dopo un poco, brevi passi discreti si riudirono e Luisa apparve, infilando i morbidi guanti lunghi di camoscio: aveva messo una mantellina di merletto nero a perline nere sul suo vestito bianco e un gran cappello di velo nero, una di quelle scuffie ampie e caratteristiche che stanno divinamente solo a un volto giovanile. Sorrideva, con le labbra, con gli occhi, guardando Massimo, così fresca, così luminosa di gioventù e di spirito, che egli espresse immediatamente la sua opinione.

- Siete una creatura incantevole - disse, con un tono fra la galanteria e la verità, tanto che ella non seppe adontarsene, rallegrarsene.

Per nascondere il proprio imbarazzo, Luisa si voltò a chiudere la porta di casa sua, mettendosene la chiave in tasca. Si avviarono, accanto, per le scale, senza che Massimo le offrisse il braccio: ella aveva un modo di camminare leggiero e spedito che le veniva dalla estrema giovinezza.

- Sentite - le diceva lui, scendendo - ognuno di noi si secca....

- Io non mi secco mai.

-.... non mi contraddite, voi vi seccate, come me, della solitudine. Quando state sola, che fate?

- Penso....

- E non vi viene voglia di uccidervi?

- Neppur per sogno. I miei pensieri sono dolci.

- A che pensate?

Ella fu per rispondere, con sincerità: ma fortunatamente si rattenne.

- Che v'importa? - mormorò invece, con una certa malinconia.

- Ma insomma, se deviate sempre il discorso, non lo finirò mai. E vi assicuro che è grazioso, che vale la pena di udirlo, Dunque, che voi vi possiate seccare o no nella solitudine, questo non preme, ma nella solitudine mi secco io, e voi siete allegra, voi cantate, voi suonate l'arpa, voi ridete così bene. Uniamoci insieme, fraternamente, così io non mi seccherò più, e voi, credo, vi divertirete meglio. È deciso, eh? Come fratello e sorella, naturalmente. Un giorno o l'altro, poi, vi mariterei a un amico che amassi molto. È deciso?

Ella rideva, rideva, sommessamente, mentre attraversavano l'ampio portone. Una risata, però, che aveva qualche soverchio trillo nervoso.

- Non volete saperne? - disse lui, seriamente, fermandosi, sul marciapiede. - Non è mica una cattiva offerta. Sono vecchio, io, ma sono sempre un buon figliuolo: ho viaggiato, vi posso raccontare delle storielle interessanti.... pensateci bene....

- Sì.... sì.... combineremo, un giorno o l'altro - e la fanciulla voltò la faccia in , per non farsi scorgere.

Massimo e Luisa scendevano per via Gennaro Serra incontrando una quantità di gente che saliva e scendeva, ondeggiando, a coppie, a gruppi, a crocchi, a file, con la mollezza estiva della folla napoletana. Malgrado che fossero le dieci, molte botteghe erano ancora aperte e illuminate: non vi si lavorava; delle donne in giacchettina bianca prendevano il fresco sulla porta, chiacchierando, e dall'Egiziaca veniva un suono di chitarre e di mandolini. La birreria Dreher, sotto i marmorei portici di San Francesco di Paola, aveva messo fuori tutti i suoi tavolini di marmo, e le tazze di birra, dalla cima schiumosa e nevosa, apparivano alte sui vassoi, portati dai camerieri, mentre i pesanti piattini di cristallo si accumulavano innanzi agli avventori. Adesso, sorgendo pallida e mancante sul lato sinistro, elevandosi sopra l'arsenale di marina, la luna illuminava tutta piazza Plebiscito. La facciata della Prefettura, tutta chiara sotto il raggio lunare, aveva delle persone che si muovevano sui suoi grandi veroni: il Gran Caffè e i suoi tavolini, allargantisi sulla via, e i molti avventori erano avvolti in un chiarore fantastico, e le donne recavano con lentezza il cucchiaino del sorbetto alle labbra, o agitavano il ventaglio pian piano, con gli occhi sgranati, quasi sognassero. Nella piazza Plebiscito, andando lentamente nella morbida luce lunare, la gente passeggiava, sulla striscia di pietra bianca, innanzi alla fontana: e il grande getto d'acqua, alto, sottile, pareva una piuma bianca, immobile, tutta penetrata dalla luminosità della luna.

- Che bella notte! - susurrò Luisa, affrettando il passo.

- Vi è troppa gente - disse lui, buttando la sigaretta, diventato a un tratto pallido e pensoso.

Luisa se ne accorse. Affettuosamente gli toccò la mano con la sua mano guantata, interrogandolo con lo sguardo; egli non rispose, ma le fece un cenno che non chiedesse, che non voleva parlare. Per temperare questo silenzio, graziosamente le prese la manina guantata e se la passo sotto il braccio, e camminarono più presto, andando verso Santa Lucia. Qualcuno si voltava a guardare la fanciulla biancovestita, i cui occhi brillavano soavemente sotto la nera e trasparente aureola del cappello; ma ella non vedeva nulla, si piegava ogni tanto a guardare il suo compagno, per osservare se l'umor torvo si fosse allontanato.

- Ma che avete? - chiese, alla fine, agitata.

- Vorrei.... vorrei non essere qui - proruppe lui, esprimendole tutta la sua nostalgia inguaribile.

- Ah! - -disse ella, senz'altro, chiudendo gli occhi, mentre le labbra le tremavano.

E Massimo non seppe, o gli mancò la forza di spiegare, di modificare la sua scortesia. Alta già sopra Capri, la luna imbiancava tutta la via marina di Santa Lucia, dove mille lumicini si agitavano, dove i trams, carichi di gente che andava verso Posillipo, passavano, ogni cinque minuti a suono di cornetta, dove le venditrici ambulanti di acqua sulfurea davano il loro richiamo, dove i pescatori accovacciati nelle nasse, fumavano la pipetta corta che aveva lo stesso colore della loro pelle. Appoggiati al largo parapetto che sulla via inferiore di Santa Lucia e sul mare, uomini e donne godevano la prima brezza notturna che si era messa al sorgere della luna; si udiva suonare il pianoforte nel salone all'Hotel de Rome, il salone che sul mare; laggiù, laggiù, verso il Wermouth di Torino, dei cantori ambulanti cantavano. Negli equipaggi signorili, passavano le donne in abiti chiari, coi diamanti che scintillavano alle orecchie; Dovunque gente, dovunque suoni e canti, dovunque la vitalità di un popolo che lentamente sorbisce la felicità di una notte estiva lunare.

Senza dirle nulla, invece di andare verso il Chiatamone, portandosi la fanciulla a braccetto, egli le fece discendere la scala che porta alla via inferiore di Santa Lucia, donde si va ai bagni la mattina; dove i vaporini approdano, dove approdano i barcaiuoli, con le barchette, dove sono le sorgenti dell'acqua sulfurea: ivi, su quella lingua di terra, brulica una folla di marinai, di pescatori, di donnette popolane, e una trattoria ha le sue tavole, quasi quasi sino all'acqua nera della riva; i bevitori di acqua sulfurea vi mettono le loro sedie di paglia, e i bimbi vi vendono le ciambellette brusche. Pure, in quella notte, quel brulichio bruno si rallentava, quasi che il placido lume della luna quietasse tutti i movimenti, rammutolisse tutte le voci, e desse tutta la sua dolcezza alla vivace scena. Quando furono sull'ultimo scalino dell'ampia gradinata, Massimo e Luisa si arrestarono un minuto.

- Andiamo a cena? - domandò lui, distratto.

- Oh no!

- È vero, sono una bestia. Eppure dobbiamo far qualche cosa.... andiamo per mare, allora?

- Sì - rispose lei, pensosa - andiamo.

- Ma vi piace di andarvi? non lo dite per compiacenza? Io vi annoio terribilmente, lo so.... Ma, non è colpa mia. E poi, voi siete buona e perdonate. Se non volete andare in barchetta, rinunziamoci.

- Andiamoci subito.

Ed egli intese, in quelle parole, una preghiera così spontanea, che chiamò subito un barcaiuolo. Entrò prima Massimo e invece di dar la mano a Luisa, per farla discendere, mentre ella esitava, vedendo quel baratro nero, le stese le braccia, la sollevò leggermente e la depositò sul cuscino di cotonina, accanto a . Il barcaiuolo che aveva avuto ordine di andare verso Mergellina, vogava tacitamente. Massimo fumava: ma ogni tanto, dando uno sguardo a Luisa, la vedeva così tranquilla, così serena, così intimamente felice; ella era così bella in quell'abito bianco, sotto la trasparente ala del suo cappello, con le mani abbandonate in grembo, che egli non osava dire una parola, non volendo turbare quel soave spettacolo. La barchetta si allontanava in linea retta, per poi girare intorno al forte Ovo: e le case di Santa Lucia, e la collina di Pizzofalcone parea che crescessero verso il cielo, verso la luna, come attirate da quel morbido chiarore. Massimo e Luisa non scambiavano una parola, solo egli la guardava con insistenza; tutto il delicato volto e la persona candidamente vestita, avevano in quell'ora e in quel paesaggio un effluvio di poesia che avrebbe inebriato il cuore più freddo. Ella gli sorrideva, così, naturalmente, quasi che il suo destino, nella vita, fosse di sorridergli sempre; e l'ingenuo, giovanile fascino del sorriso rammentava a lui altri tempi, altre cose, vagamente, dandogli un infinito e indefinito sentimento di tenerezza. Allora, sottovoce, egli provò il bisogno di chiamarla:

- Luisa.

- Che dite? - rispose ella, piegandosi per udir meglio.

- Niente.

Ma ancora, più tardi, mentre si allontanavano sempre più verso l'alto mare, nel candore immacolato della luna, verso l'orizzonte; che si era fatto chiarissimo, egli la chiamò per nome, assai piano, come se pronunciasse quel nome per stesso, evocandolo, invocandolo, emblema di dolcezza nelle sue sillabe, nelle sue lettere, nel musical suono, in quello che era, in quello che rappresentava. Quando quel lieve soffio l'animava, come una carezza, Luisa s'inchinava, attratta, vincolata dalla voce e dalla musica; e Massimo vedea che il viso le si tramutava, onde di sangue le fiottavano alle guancie, onde di pallore le salivano alla fronte. E non so quale acuta, spirituale voluttà lo teneva, di vedere scolorare, al suono della sua voce, quel purissimo volto giovanile: e tutta la tenerezza ch'egli poneva nella parola Luisa, si facea più profonda, sgorgava più larga, per circondare, avvolgere, abbracciare quella persona di donna. Ma fu un punto, e la emozione di Luisa era così intensa, egli vide tale smarrimento negli occhi della fanciulla, che si fermò, e riaccendendo una sigaretta:

- Perchè non cantate? - le disse. - Voi dovete cantare, me lo avete promesso.

Scherzava con quella ironia cortese che serviva a nascondere il proprio pensiero. Luisa crollò il capo, tristemente: l'incanto si dileguava; ella udiva un'altra volta, mentre Massimo parlava, quella velatura di sogghigno che guastava quante affettuose cose egli dicesse. Tentò di riafferrare un minuto di dolcezza:

- Chiamatemi ancora - gli disse pregandolo.

- Oh Luisa, Luisa, Luisella, piccola fanciulla cara, se non cantate, io vi riporto a terra.

A lei gli occhi si riempirono di lacrime; il sangue ascese impetuosamente dal cuore agli occhi; nonostante schiuse la bocca e con la sottile voce tremula, diede alle fragranti aure marine una vecchia canzone. Con le mani congiunte in grembo, con la testa un po' levata, guardando il gran cielo intorno, ella cantava; la fine bocca rosea si schiudeva ad arco, mostrando i denti bianchi, scintillanti, e ogni tanto i soavi occhi seguivano quasi il movimento molle della musica, aprendosi più grandi sul paesaggio. Massimo si era voltato verso lei, appoggiando il braccio sul bordo della barchetta, seguendo il ritmo della canzone che pareva si cullasse nel ritmo del mare. A un tratto, la voce le si velò; ella tacque.

- Che avete?

- Nulla, nulla.

- Perchè siete così triste, Luisa?

- V'ingannate, non sono triste.... sono anzi così contenta di esser qui.... credetelo....

Una emozione era in tutto quello che diceva, così sincera!

- Vi credo, Luisa. Dite un'altra canzone....

- Sono tutte cose vecchie!

- Non importa....

- E non tutte sono liete.

- Non importa.... Mi basta che le cantiate voi.

- Non volevate che io ridessi? - insistè lei. - Raccontatemi una delle vostre storielle interessanti e riderò!

- Se vi racconto una storiella, io, vi faccio piangere - e buttò la sigaretta in mare.

- Allora tacete. È così dolce questa notte.

Mentre il barcaiuolo vogava verso Mergellina, con un cenno largo Luisa indicò a Massimo le carezzose linee delle colline che vanno da San Martino al capo di Posillipo, tutte bagnate dalla luce lunare, con le loro case chiarissime dalle mille finestre aperte e illuminate, coi lumi che cingono l'arco della marina napoletana come una linea di fuoco, con uno scintillio dovunque, per le vie e sulle colline. Essi attraversavano, tagliandola, la grande striscia fredda, lucente come metallo, che la luna alta metteva sul mare, dall'orizzonte alla riva, lunghissima, occhieggiante, come mille specchietti moventisi nel raggio lunare. Massimo guardò intorno, ma i suoi occhi tornavano al purissimo viso di Luisa, come se da esso partisse quel fascio di dolcezza. Ella sostenne un minuto lo sguardo di Massimo, poi le palpebre le batterono, ammaliate, non reggenti a quel fascino:

- Siete voi che siete dolce - le disse lui, all'orecchio.

Adesso avevano voltato l'angolo di Mergellina, costeggiavano, lungo la via di Posillipo, tutta piena di ville, di osterie, di trams che passano continuamente, in tutte le ore della sera, specialmente in estate. Talvolta, tendendo l'orecchio, si udivano dei canti venire dalla terra, affievoliti; e le ville, piene di gente sulle terrazze, sembravano quei castelletti di carta, dai cento bucherelli, che i bambini illuminano con un solo cerino interno, giocattoli frastagliati o trasparenti dai personaggi minuscoli. Passando rasente una di esse dal giardino pensile tutto fiorito arrivarono delle risate, degli allegri strilli femminili.

- Abbiamo un pubblico cortese - disse Massimo - ci prendono, per due amanti.

- Ah! - rispose lei, niente altro.

Il palazzo di Donn'Anna si delineava, nero, avanzandosi sul mare: sul suo lato destro e sul sinistro, delle trattorie popolari erano piene di banchettatori e di bevitori, ma la facciata che sul mare serbava il suo carattere di rovina disabitata, col mare che entrava chetamente nei suoi portoni, ormai trasformati in grotte, come quelle di Sorrento e di Capri. La luna batteva sulla facciata del palazzo, che la ricchezza e la superbia di donn'Anna di Medina Coeli non aveva potuto finire, prima di ritornare alla Spagna natìa: e i finestroni e le finestre prendevano il chiaror lunare, fantasticamente; la rovina pareva meno aspra, meno tetra, sotto il placido raggio.

Il barcaiuolo che remava più lentamente, per riposarsi, chiese a Massimo se voleva entrare in una di quelle grotte, con la barca.

- Avete forse paura? - chiese lui a Luisa, prendendone distrattamente la mano appoggiata al bordo della barchetta.

- No, non ho paura - ella rispose: eppure la voce era velata di emozione.

L'apertura della grotta era tutta bianca e l'acqua vi fiottava sordamente, gorgogliando: ma quando la barca s'internò in quel chiuso laghetto di acqua marina, la oscurità si fece profonda. La barca stava immobile, in un gorgoglio fresco di onda che batte alle pareti di pietra, in una gran tenebra. La mano di Luisa era restata in quella di Massimo: egli la sentiva molle, abbandonata, nella sua, quasi che non vi fosse miglior sorte, miglior destino per essa. Involontariamente, egli la strinse, e intese che la mano rispondeva alla sua stretta, fiaccamente, ma dicendo sempre: sì. Allora egli si piegò; in quell'ombra, per distinguere la faccia di Luisa; il barcaiuolo remava, per uscire dalla grotta e quando furono di nuovo sull'aperto mare, al lume della luna, egli vide due lunghe lacrime scendere da quei belli occhi e disfarsi sulle guancie. Ah! egli non poteva veder piangere un bimbo, una donna, foss'anche di gioia: e fu più turbato di lei.

- Che avete? Avete avuto paura, avete freddo? - chiese precipitosamente, tenendole le mani, che erano gelide, invero, nei guanti.

- No, no....

- Sì, sì, sbarchiamo, questo viaggio in mare, alla luna, vi ha gelato. Sbarchiamo, cammineremo a piedi, per riscaldarci.

Presso il palazzo Donn'Anna vi è spiaggia. Sbarcarono, in fretta, egli pagò il barcaiuolo e lo licenziò: quello gli disse delle parole di augurio; anche lui li prendeva per due amanti. Per salire alla strada dovettero passare presso una di quelle trattorie, fra le tavolate dei mangiatori e dei bevitori, senza guardare a dritta a sinistra, egli sempre un po' agitato, ella che lo seguiva senza badare a nulla, quasi che il suo fato fosse quello di seguirlo sempre, dovunque, senza sapere dove si andasse. I bevitori e i mangiatori ridevano e gridavano: la bianca figura di donna non ne fece voltare nessuno, tutti erano ebbri del vino, della notte, o delle chiacchiere dette, con la tanto bella e felice esaltazione meridionale. Massimo e Luisa scesero per la stretta scaletta, uno presso l'altro, e quando si trovarono sulla via di Posillipo stettero, esitanti.

- È forse tardi per voi? Volete rientrare?

- Non so.... Voi rientrate?

- Vi accompagnerei, sì, ma senza rientrare. Non dormirò, io, stanotte.... - e voltò la faccia in .

- Allora.... allora rimarrò ancora un poco - disse fievolmente lei.

- Grazie, siete buona - e le strinse la mano.

Così, camminarono, senza darsi braccio, verso Posillipo, sul piccolo marciapiede rasentato dai trams che vanno e vengono: imbattendosi in gente che tornava a piedi, in piccole comitive schiamazzanti, in coppie solitarie appoggiate al parapetto, guardanti il mare. Massimo e Luisa, avanzando lentamente, non parlavano, divisi sempre da coloro che transitavano. Le ville a mezza costa, e quelle giù, al mare, avevano innanzi ai portoni delle carrozze che aspettavano: i balconi lasciavano udire la musica che vi si faceva, il sottile e immemore concerto delle notti estive napoletane: degli equipaggi, di ritorno, passavano; le donne erano avvolte in lievi scialli bianchi. Senz'accorgersi della via, Massimo e Luisa andavano innanzi, innanzi: la linea dei trams finì; si fecero rare, poi sparvero, le osterie; la gente s'era diradata, a poco a poco, e quando ebbero voltato l'angolo della villa Dini, la solitudine fu perfetta. Solitudine bianca, senza terrori di ombre, senza la tetraggine che ispirano la campagna e il mare, di notte. Solo un alto, lontanissimo cielo; solitudine mite, piena di giardini in fiore tutti candidamente frastagliati dalla luce lunare, piena di parchi dai grandi alberi immersi nel chiarore, piena di vigne folte che l'autunno aspettava, per la vendemmia, piena di orti dove ancora, come un po' dappertutto, si udiva l'odore del gelsomino notturno. La via era deserta, l'ora era tarda, ormai: e solo, ogni tanto, qualche rara carrozza ritornava da villa Postiglione: tutto Posillipo, con le sue campagne, col suo mare, coi suoi rotondi piccoli golfi che sembrano, in fondo alla riva, un grande occhio azzurro divino, coi suoi profumi, pareva che appartenesse a Massimo e Luisa, Egli camminando con la testa bassa, con gli occhi bassi, giuocava con la mazzettina di ebano, urtando le pietruzze della via; Luisa andava accanto a lui, fissando gli occhi sul mare: ma i suoi occhi avevano un velo innanzi, il suo sguardo aveva la fissità di chi non vede. Ogni tanto levava una mano alla fronte, per respingere da parte una ciocca dei suoi neri capelli che ricadeva sempre: e quel movimento aveva qualche cosa di assai leggiadro. Quanto tempo camminarono, così, senza scambiare un detto? Nessuno di loro avrebbe potuto dirlo: presi dal loro mondo interiore, presi dall'ambiente che li aveva vinti, mancava oramai a loro la nozione del tempo e dello spazio, erano in quell'oblìo quieto, addormentatore, che vince tutti i cuori, dopo le emoziani che il sentimento, o che danno le cose. Massimo si riscosse pel primo:

- Che cattivo compagno son io! - esclamò. - Saranno due ore che non vi dico una parola.

-.... Forse non avevate nulla da dirmi - azzardò lei, con un timido sorriso.

- V'ingannate: se vi dicessi tutto quello che dovrei dirvi, sarebbe un opera in-folio, in ventiquattro volumi!

- Dite, allora....

- Ci vorrebbero alquanti anni della vostra vita, per udirmi, cara: e.... credo che sia meglio non farne niente.

- Ditene qualcuna, di queste cose.... - insistè lei, con un tremito nella voce.

- No, no - replicò Massimo, recisamente.

Ella lo guardò, così triste, che egli non potette celare un moto di dispetto.

- Ma Luisa! Ma che siete una sensitiva? State ridendo, il che è una cosa graziosa per tutti, graziosissima per me, e basta guardarvi perchè la risata vi si spenga sulle labbra! Sorridete, e basta che vi si dica una parola perchè sparisca il vostro sorriso! Figliuola mia! Vi avverto che di questo passo, ci vuol poco a essere la donna più infelice di questa terra.

- Non importa, la felicità - ella rispose, con un sorriso estatico.

- Bugia, bugia! Bisogna esser felici, bisogna avere il cuore di bronzo! Di bronzo, cara mìa bella!

- Non importa, meglio averlo aperto a ogni tenerezza - replicò con la forza del suo innocente animo.

- Vi preparate un brutto avvenire, Luisa, - disse lui, glacialmente.

- Non importa - ella ribattè, per la terza volta, con il supremo coraggio dei cuori buoni.

Ed era così bella della sua gioventù, del suo candore, della sua abnegazione, così bella per , e per quello che confusamente ma fortemente sentiva, tanto nobile abbandono, tanto alto sacrificio da lei traspariva, che egli si arrestò, un po' smarrito, ammirando quella creatura semplice e sana, che si gittava nel precipizio a occhi chiusi, sorridendo.

 

 

 


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