Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Castigo
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II

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II

 

L’elegante coupé, entrando con un rumor sordo nell’ampio cortile di quell’antico palazzo di via Tribunali, ne fece il giro e si venne a fermare innanzi allo scalone di marmo. Cesare Dias ne discese, subito, chiudendo vivamente lo sportello: e si mise per le scale, senza aver nulla domandato al guardaportone, che si pavoneggiava nella piccola livrea di casa Caracciolo, e che suppose quel gentiluomo tutto vestito di nero, con un lutto alto al cappello e molto pallido, esser un amico della contessa o del giovane conte, una persona che avesse con loro un appuntamento. Cesare Dias si fermò sul largo pianerottolo del primo piano nobile, innanzi a un’alta porta di quercia scolpita, non chiusa, ma solamente coperta da una portiera di broccato rosso scuro, che portava nel mezzo la fiera arma dei Caracciolo Rossi e il fiero motto. Entrò. Un servitore in livrea si levò da una cassapanca dell’anticamera vastissima e un po’ fredda:

— Il conte Luigi Caracciolo? — chiese Dias, con voce breve, ma tranquilla.

— Non vi è, Eccellenza.

— È uscito, tornerà presto? — ribatté Dias, con un moto represso di impazienza.

— Non saprei, Eccellenza...

— Ho bisogno urgente di parlargli, io — insistette Dias, con quel tono che si faceva sempre più imperioso.

— Allora domanderò al cameriere del conte.

Il servo si allontanò, penetrando negli appartamenti che parean deserti, tanto eran silenziosi, che davano un fastidioso senso di freddo, tanto dovevano essere vasti. Cesare, tenendo stretto fra le mani il cappello velato dal crespo nero e la sottile mazzetta di ebano, correttissimo, non si potette trattenere dal passeggiare su e giù, nella grande anticamera, da un finestrone all’altro, fermandosi dietro i cristalli a guardare il bigio cortile, tutto fatto di austeri piperni. Il servo tornò:

— Il cameriere dice che il conte Luigi non è rientrato, ieri sera.

— Ah!... — fece Dias, sconcertato.

— Però se vostra Eccellenza conosce la contessa e vuole parlarle, essa è in casa.

— No, debbo parlare a lui, non alla contessa. Consegnerete questa carta al conte, quando rientra.

Piegò il biglietto di visita ed esitò un minuto prima di consegnarlo, pensando di scrivervi una parola: ma il nome, pensò, soltanto queste due parole, Cesare Dias, sarebbero bastate per dire tutto a Caracciolo. E se ne andò. Un po’ incerto, di nuovo, innanzi alla predella del coupé, tenendo lo sportello aperto, incerto sull’indirizzo da dare al cocchiere: ma d’un tratto, buttandosi sui cuscini della carrozza, gli disse:

— Al Chiatamone: villino Rey.

La carrozza rumoreggiò per uscire, ridestando gli echi assopiti di quell’antichissimo palazzo Caracciolo e sparve. Era un bel pomeriggio d’inverno, freddo, ma tutto chiaro di sole, una di quelle belle giornate vivaci, che traggono i napoletani dalle loro case. Infatti una quantità di gente era per le vie: e malgrado che Cesare Dias si tenesse assai indietro, nel coupé, aveva già ricevuto tre o quattro saluti. E non aveva forse letto, sui visi di coloro che lo avevano incontrato e riconosciuto, una espressione di stupore e di mondana condoglianza, e qualche altra cosa che soltanto i suoi acuti occhi potevano discernere? Dovea trovare Luigi Caracciolo, senz’altro! Andava al villino Rey, alla sua casetta da scapolo, che tutti i suoi amici conoscevano e dove era assai più facile trovare il bel giovane, che non nel gelido palazzo dei Caracciolo, a via Tribunali, presso sua madre, una gentildonna che passava la sua vita in orazioni, quando suo figlio non le era accanto, dividendo il suo tempo fra Dio e il suo Luigi. Al villino Rey! Se non era colà, Caracciolo, Dias lo avrebbe cercato al circolo, dovunque fosse, non curando che in quel giorno egli, tutto solo, avesse accompagnato sua moglie al camposanto, assistendo a tutta la funzione, solo, a occhi bassi, taciturno, correttissimo, non avendo fatto né una partecipazione, né un invito, avendo persino rifiutato la presenza della zia Sibilia, l’unica parente delle sorelle Acquaviva, avendo respinto duramente la compagnia della plorante e silenziosa Stella Martini, la damigella di compagnia delle due sorelle, avendo soltanto voluto la più grande ricchezza di corone, di candele accese, di sacerdoti oranti. Ma tutti sapevano questa stranezza, logica del resto, di essere solo, in quel funerale: poiché, infine, si seppelliva il corpo di una donna che si era uccisa e il suicidio è un peccato mortale, innanzi alla religione, e le più bizzarre leggende correvano la curiosa città, su questa morte. Egli sapeva bene che il suo passaggio per le vie, malgrado che egli avesse il glaciale e corretto aspetto di un gentiluomo cui è morta, dopo una lunga infermità, una persona cara e che esce per la prima volta, dopo una settimana di clausura, avrebbe aumentato l’infinito coro delle singolari voci: e che questo smorto vedovo, scorazzante per le strade più popolose di Napoli, di ritorno dal cimitero dove sua moglie era stata chiusa sotto la lapide di marmo bianco, sarebbe sembrato a chi lo incontrava un pazzo o un cinico.

Che importava! Non si tirava neppure più indietro nel coupé, rispondendo seriamente, senza un sorriso ai saluti di quella un po’ vera, un po’ finta malinconia dei suoi amici, che passavano in carrozza o a piedi. Lo vedessero pure. Tanto, nulla era peggio di quel che era accaduto: e le leggende, forse, erano minori della verità. Egli andava a cercare Luigi Caracciolo per questo! Perché le leggende si completassero, o, meglio, perché si spezzassero d’un tratto solo. Non aveva mangiato, non aveva dormito, da trenta ore: ma non sentiva né gli stimoli della fame, né ombra di stanchezza. Soltanto, si era rivestito, dopo aver preso un bagno con quell’istinto di correttezza, di ricercatezza che prendeva il predominio esterno su tutte le sue azioni. Pallidissimo era rimasto, ma nella persona, negli occhi, in tutti i suoi movimenti vi era il senso di una volontà unica, attraversante gli ostacoli, tesa a un solo scopo. Non aveva tempomodo di piangere, di desolarsi, di bestemmiare, di maledire: voleva trovar Caracciolo, per liberarsi, di un tratto, da tutto ciò.

La carrozza si fermò. Era giunto. Conosceva questo villino Rey, quando apparteneva al suo primo proprietario: non vi era mai entrato, dacché Luigi Caracciolo ne aveva fatta la sua casa d’amore. Qual mano mistica lo rigettò indietro, mentre scendeva dalla vettura, quasi volendo impedirgli di mettere il piede dove sua moglie era venuta a tradirlo e a uccidersi? Non era forse quello uno di quei segreti avvertimenti dello spirito, che se ne fa colpire, e poi non li ascolta? Né egli ascoltò: forse, lassù, egli avrebbe trovato la prova certa, luminosa, infallibile di ciò che era in lui il più fiero sospetto, quasi la certezza. Ma, cercando Luigi Caracciolo, trovandolo, ogni cosa si risolveva. Scese dal coupé e bussò un colpo, col martello di bronzo, sulla bizzarra porta, lunga e stretta, di bronzo, della strana casa. Il colpo risuonò nel vuoto delle scale, con un lungo rumore; ma nessuno venne ad aprire. Pazientemente, ora che si supponeva quasi giunto al suo scopo, Cesare bussò più forte, due volte, guardando le finestre dell’assai singolare palazzina, a due piani, finestre chiuse e che avevano, sui cristalli lucidi, delle portierine di seta gialla, increspata, in modo da nascondere assolutamente l’interno. Nessuno venne ad aprire; e alla terza bussata, forte, vibrata, di chi voleva assolutamente entrare, a questi colpi vividi e imperiosi, uno dei battenti di bronzo si schiuse dando largo a Cesare, richiudendosi alle sue spalle, senza che niuna mano si vedesse, che avesse aperto e chiuso. Mettendo il piede su quella leggiadra scaletta di marmo rosa, Cesare Dias sentì un’altra volta quel gran calore allo stomaco, in cui pareva si liquefacesse tutto il suo essere, e dovette tenersi al molle cordone di seta rosa, perduto fra gli anelli di argento, che serviva di appoggio a chi saliva. Non forse per queste scale era salita viva, andando forse al tradimento, certo alla morte, Anna Dias, e sul cordone aveva messo la manina guantata di nero?

Sopra, nell’anticamera adornata di arazzi medioevali, di armi antiche e moderne e di certi vasi grandissimi di porcellana di Delft, donde sorgeva il verde fusto delle Muse paradisiache e le ampie foglie nobilissime dalla riga sanguigna si allargavano, in una penombra delicata, Cesare Dias trovò colui che gli aveva aperto. Non era un servo, perché non aveva la livrea di casa Caracciolo, ma alla faccia scialba e rasa dove era impressa la domesticità, al vestito nero, alla cravatta bianca, si vedeva un uomo che stava fra il confidente e il maestro di casa; la faccia, del resto, impenetrabile di questi esseri, che più hanno perfetta la maschera dell’impassibilità e migliori servigi rendono ai loro padroni.

— Vi è il conte Luigi? — domandò Cesare, che non arrivava a vincere l’emozione venutagli dall’ambiente.

— No, non vi è — disse l’altro, recisamente, ma senza scortesia.

— E quando posso trovarlo?

— Non ve lo saprei dire, signore.

— Non viene, qui?

— Talvolta ci viene e talvolta no.

Sentite, — e reprimeva la collera che rumoreggiava nel suo spirito — io cerco il conte Luigi Caracciolo per un affare urgentissimo, gravissimo: e ho tanto interesse io a trovarlo, quanto lui a farsi trovare. Non sono né un creditore, né un qualunque amico di club, né un seccatore. Debbo vederlo, senz’altro.

E aveva impresso tanta energia in queste parole che quell’uomo si scosse: guardò ancora Dias come se cercasse riconoscerlo. Poi, si decise:

— Il conte è partitodisse, a bassa voce.

Partito! Non è possibile!... Non poteva partire...

— Eppure, niente è più vero. Il conte è partito, stamane all’alba.

— Ma al palazzo Caracciolo non sapevano nulla! — gridò Cesare esasperato.

— Nulla, è vero: credo che non abbia neppure scritto alla contessa.

— E dove è andato?

— Non lo so, signore.

Via, ditelo, vi ripeto che ho un grande interesse, di vita o di morte, capite?

— Ho capitomormorò l’altro, crollando il capo. — Ma io non so dove è andato.

— Non ve lo ha detto?

— No.

— Non lo avete accompagnato alla stazione?

— No, non ha voluto.

— Avrà avuto delle valigie, dei bagagli, qualcuno li avrà dovuti portare...

— È andato via così, senza valigie, portando solo del denaro, credo: ha voluto esser solo.

— Né.. vi disse altro?

— Mi disse... di venire qui, oggi.

— A far che?

— A riordinare.. certe carte...

E Cesare Dias, intese, adesso, che quell’uomo, più di un domestico era un confidente; comprese che gli aveva detto quanto potea dirgli, niente altro. Non avrebbe mai saputo, da costui, dove era Luigi Caracciolo: ma da costui, certo, Caracciolo avrebbe saputo della sua visita.

Scriverò al contedisse, brevemente.

Il maestro di casa s’inchinò.

Datemi da scriverecontinuò, con lo stesso tono.

Quello non si mosse.

Andrò di concluse Cesare, imperiosamente.

Era quel che voleva, da un quarto d’ora, fremendo di quella fermata in anticamera, interrogando con lo sguardo il mistero delle altre stanze, ardendo di desiderio di penetrare in quella penombra dove la catastrofe si era svolta, principiando, forse, dal tradimento e finendo alla morte. Il maestro di casa ebbe uno sguardo di opposizione vaga.

— Non mi avete riconosciuto, forse? Io sono Cesare Dias: io posso entrare di .

Quello, immediatamente, si ritrasse, come se avesse aspettato soltanto questa parola. Lo aveva bene riconosciuto, poiché una sola persona poteva venire in quella casa, in quel giorno, e parlare così concitatamente e chiedere così imperiosamente di penetrare nel piccolo appartamento dell’amore e della morte. Quietamente, lo seguì. Cesare attraversò una seconda stanza, dove il lusso dell’anticamera si facea più forte, più intenso nella bellezza delle stoffe, nella eleganza delle linee, passò per un leggiadro salottino da fumare, assai leggiadramente mobiliato di quei leggeri, rustici, idilliaci legni della Svizzera, scolpiti di frutta, di fiori, di felci, con una mano lievissima, fragile, fugace e poetica arte di oscuri artefici della montagna; e infine si trovò nel grande salotto. Era solo. Scomparso l’uomo che lo aveva accompagnato; perché Cesare Dias intendesse che quella era la fine del breve viaggio. Ah, lui lo aveva bene inteso, vedendo quella stanza fatta per il più misterioso amore, dove la penombra quasi diventava ombra e ogni suono moriva! Questo salotto era tutto coperto, sulle pareti e sulla soffitta, da quei meravigliosi tappeti di Kharaman che la Persia invia alla ricca e raffinata fantasia degli europei: meravigliosi tappeti di un rosso cupo, tetro e vivido insieme, orlati da fasce stranamente intessute di esotici colori, tappeti rialzati con grossi cordoni a forma di cupola, a forma di tenda, sostenuti e giù ricadenti con la mollezza e con la grazia carezzevole delle stoffe orientali. I lunghi divani bassi su cui si ammucchiavano i morbidissimi cuscini di raso giallo, di raso rosso, così stranamente ricamati, parlavano di amore: tendevano quasi le braccia, le ampie poltrone accanto alle quali, sulle mensole, sui tavolinetti, sugli scaffaletti, era un apparire di vasi da fiori, cristallini, alti e sottili, di conchette squisite di Sèvres piene di confetti, di libri preziosi, preziosamente avvolti nei portalibri di cuoio antico, di stoffe lamate d’oro e d’argento; era un sorridere di bianche statuette di Capodimonte, era il frivoletto e carino amore dei gruppi di Sassonia, era l’oro fuso di un piatto arabo-ispano, carico di sigarette delicate, quelle che la squisitissima nordica Russia manda ai meridionali di Europa. Per l’amore, fatto, quel nido! In piedi, nel mezzo di quella stanza, Cesare sentiva tutti i particolari di quella visione imprimerglisi nella memoria con una precisione tagliente, tagliente e crudele: e guardando, ritornando sugli stessi oggetti, cento volte, con gli occhi cercando di liberarsi dalla sua collera e dal suo dolore, voleva giungere a un’osservazione più profonda, più acuta, che gli dicesse tutto. Nella sua vita di raffinatezza, di corruzione, non forse aveva imparato la scienza di tutto intendere dalla più lieve apparenza? Ed era certo, adesso, che la stanza era restata come nel minuto della catastrofe. Luigi Caracciolo non doveva esserci ritornato, terrorizzato, sconvolto, perseguitato da quel fatto così orribile: nessuno doveva esservi più entrato, dopo che la morta ne era stata trasportata via, ancora calda. Caracciolo era fuggito non curando che sul suo nome, forse, cadesse la reputazione di codardo, fuggito dall’alba, lasciando per sempre la casa dove Anna si era uccisa, innanzi ai suoi occhi, uscendo, forse, dalle sue braccia. La verità, quella che sorge, chiarissima, dall’aspetto immutabile delle cose, era dunque sotto gli occhi di Cesare Dias, non alterata, non vestita, non trasformata. Lo avevan lasciato solo, forse apposta, perché conoscesse tutto. Si era mosso, girando nella stanza, curvandosi ogni tanto, senza urtare nei mobili, a passi leggeri, non volendo cangiare di una linea quella muta testimonianza. Il caminetto era pieno di cenere fredda, e ancora dei tizzi semispenti vi si mescolavano alla cenere: aveva dovuto ardervi un gran fuoco. Non era, Anna, forse, molto freddolosa e sognatrice innamorata del caldo e innamorata della vampa?

Non una sigaretta spenta, in quei portacenere di argento così delicatamente cesellati: non l’ombra della cenere, poiché, certo, l’amante cortese non osa di fumare nella stanza che deve accogliere, che ha accolto l’amata. Non vi era quel persistente e lusinghiero odor della sigaretta già fumata, odore che non viene solo dall’aria, ma dai mobili, dalle stoffe, odore che si affina nei salotti chiusi, quasi facendosi più profondo e più ideale: l’amata donna non doveva trovare le mani dell’amante che occupate a stringere le sue, e le labbra dell’amante non dovevano far altro, fino alla stanchezza, fino alla morte, che baciare quelle dell’amata. Quale è lo scortese o l’indifferente che fuma in tale convegno d’amore? Pure, vi era un profumo nella stanza, e gli acuti sensi di Cesare Dias lo avevano avvertito subito, entrando. Odore di rose morte. Il gran salotto amoroso, ne era stato pieno, un giorno prima: ma l’ora era fuggita, e al calore del caminetto nella penombra, senz’aria, tutte quelle rose bianche si erano avvizzite, fatte flosce, i petali accartocciati, macchiate di punti rugginosi; alcune s’erano sfogliate sui tavolini, e un fascio di rose, tolto dall’acqua, giaceva sopra una larga poltrona, abbandonato dopo essere stato odorato, dimenticato come tutti i doni dell’amore. Una prova così chiara, quei fiori buttati sopra una sedia, poiché vi è un minuto nell’amore, in cui tutte le belle e dolci cose che servirono a rendere più sapientemente inebbriante l’amore, scompariscono e solo esso occupa il tempo e lo spazio e le persone! Innanzi a questa poltrona dove la donna doveva essere stata seduta, vi era uno sgabello arabo, troppo alto perché servisse soltanto ad appoggiarvi il piedino dell’amata, abbastanza basso perché l’amante, seduto innanzi a lei, avesse l’aria di essere inginocchiato, tenendole le mani, volgendo, fissando gli sguardi innamorati di quel divino volto. E Cesare Dias vide questa scena d’amore, tutta, nella sua fantasia, precisa, nitida e tagliente come uno spettacolo reale; e un fiotto di ira fece vacillare il suo cervello di gelosia impotente e straziante. L’amante, Luigi, così bello nella sua gioventù fiorente, con quegli occhi castani così pieni di languore, con quei capelli biondo-castani gittati indietro, sulla fronte bianca, con quella barbetta bionda, tagliata rada sulle guance, che lo faceva rassomigliare a uno di quei floridi giovani gentiluomini di Van Dyck e sovra tutto giovane, giovane, ventottanni, il gran fascino che ha sempre sedotto le donne e le Dee, anticamente, modernamente: e lei, nella poltrona, vestita di nero, stretta nella pelliccia odorosissima di lontra che par fatta per i convegni amorosi, con la veletta che le calava come una lievissima ombra sino alle labbra, e il bruno, ovale, fine volto di creatura appassionata, e i grandi occhi così teneri nella loro torbida tinta bruna, così affascinanti nella tenerezza, e la bocca bella, rossa, schiusa come la polpa di un rosso frutto inebbriante, e intorno la solitudine completa, il segreto assoluto, la libertà inviolabile. Ciò vedeva, come la verità istessa, Cesare Dias, colui che tante volte, nei suoi amori ardenti, misteriosi e brevi, aveva saputo mettere la gran barriera fra sé e il mondo, aveva piegato le ginocchia, così, innanzi a un volto di donna che aveva fatto delirare la sua mobile fantasia. Come non vedere la grande scena, in quella stanza, con quei fiori, con quello sgabello innanzi a quella poltrona, come non rivederla, egli che l’aveva vissuta tante volte, nei suoi fugaci e tetri capricci amorosi compiuti nell’ombra, finiti come erano cominciati, senza stima, senza affetto, senza dedizione? Ah, forse, forse Luigi adorava Anna, ma che importava ciò? quando si è soli, in due, nel nido creato per l’amore, il capriccio più instabile è uguale, nella espressione, alla passione più profonda! Cesare sapeva la scena, e la vedeva, e nella rovente anima, rovente di postuma gelosia, egli non sentiva che un solo bisogno, di trovar Luigi Caracciolo e di ucciderlo.

S’accostò a una piccola scrivania di legno rosa, dove vedeva delle carte; si sedette per scrivere a Luigi. Un libro vi stava schiuso, sopra, bene odorante nella sua guaina di cuoio di Russia, aperto: il volume di Baudelaire, Les fleurs du mal, alla poesia Harmonie du soir che, nella gran lucidità di ricordi, egli aveva udito tante volte, sottovoce, ripetere da sua moglie, in una lenta e bassa cantilena dove i morbidi versi tristi e malaticci prendevano il tono della più languida e della più malinconica musica; ed egli aveva sempre sorriso di scherno, udendola mormorare i versi a lei cari. Li avevano letti insieme, Anna e Luigi in quel giorno! La poesia di Baudelaire era stata copiata con la fine ma tremante scrittura di Luigi sopra un foglietto bianco, e la copia si arrestava al verso più bello:

 

Valse mélancolique et langoureux vertige

 

poi la penna parea che fosse stata buttata via, sulla carta vi era un largo sgorbio, anche il tavolinetto era stato macchiato d’inchiostro, dalla penna rotolata via e nessuno dei due amanti avea pensato più a prendere la carta, a leggere i versi, Luigi aveva lasciato di scrivere, per prenderla nelle sue braccia, forse! Ma che si scrive, forse, quando si ha accanto una donna adorata: ma vi è forse poema che valga quello di stringerla fra le braccia e di baciarla? Così lucidamente vedeva tutto Cesare, il cui occhio era sempre stato così acuto nello scoprire i misteri dell’amore, dovunque andasse, in un salone da ballo o sul campo delle corse, sopra una montagna nell’Engadina o in una deserta e tranquilla alcova! Non aveva, forse, egli scoperto che Lalla d’Aragona amava Marcello Sangiorgio, mentre Marcello istesso non lo sapeva e si consumava in questo amore non corrisposto? Non aveva egli rivelato la passione di Felicetta Althan che amava il suo giovane padrigno e che s’era fatta monaca in espiazione di questo peccato, che era stato commesso solo nel segreto del suo cuore, senza che niuno lo indovinasse; salvo Cesare Dias? E quando la contessa d’Alemagna lo aveva tradito, lui, Cesare Dias, per Giulio Carafa, non le aveva egli letto il tradimento negli occhi, avanti che ella ancora, quasi quasi, vi pensasse? Ma la fatal scienza dei cuori squisitamente corrotti, che non s’ingannano forse mai, pensando subito al male, questa esperienza che era stata sempre il suo vanto spirituale, l’orgoglio dell’uomo che non potrà mai essere ingannato, ora si rivolgeva contro lui, a crocifiggerlo: ma che era il tradimento di una qualunque beffarda e infedele contessa d’Alemagna, beffardamente amata, beffardamente abbandonata, di fronte al tradimento di sua moglie, della sua donna, di Anna Dias, che lo aveva così immensamente amato? Ah, doveva trovare Caracciolo e ucciderlo! Gli scrisse:

«Caro Caracciolo, siete partito e io parto, per cercarvi, dovunque siate. Se vi arriva questa lettera prima che io vi raggiunga, cercatemi a vostra volta. Sapete che dobbiamo ritrovarci oggi, domani, qui, lontano, senz’altro. Cesare Dias».

Si levò per andarsene. Non aveva più nulla da fare colà, e ogni minuto che vi restava, gli ridava il senso crudele di quella visione amorosa. Pure, girò gli occhi, ancora, a imprimersi indelebilmente nella fantasia assetata della umana vendetta, quel teatro della grande infamia. Sullo sgabello arabo, dove Luigi Caracciolo si doveva essere, si era anzi seduto — e qual dubbio vi poteva essere ormai? — innanzi ad Anna, quasi inginocchiato, sui delicati fregi intarsiati della madreperla, brillava qualche cosa. Era un gioiello d’oro: era lo spillone di bionda tartaruga, coronato di una fascia d’oro, con cui Anna fermava le sue trecce nere. Lo aveva perso, le era caduto. Non forse, nei caldi colloqui d’amore, subito, prima ancora che il cuore tremi e che il volto impallidisca, i capelli dell’amata si disciolgono? Non forse Cesare sapeva ciò, poiché a un’alta temperatura la voluttà senza amore è simile alla più intensa passione? E trafitto ancora una volta, come se lo spillone gli si fosse confitto nel cuore, si chinò a raccoglierlo, per portarlo via, come un documento. E fu chinandosi, per prendere la prova dell’infamia, che egli vide sul tappeto la grande macchia di sangue, dallo sgabello sino al tavolinetto, come doveva essere caduta Anna, scivolando dalla poltrona, abbandonando i fiori, perdendo lo spillone, dando dalla ferita del cuore tutto il suo giovane sangue, lasciando in quel salotto la traccia indelebile della catastrofe.

Nella vivida e tormentatrice visione della scena amorosa, Cesare, inebbriato di tutte le sconfinate e torve amarezze della gelosia, coi nervi vibranti di collera, di desiderio, di disprezzo, Cesare aveva dimenticato l’orribile risoluzione che aveva chiusa l’ora trascorsa da Anna in quella stanza. Per un quarto d’ora, ardente come un uomo ingannato, che si vede rapito il cuore e il possesso della sua donna, l’idea della catastrofe gli era sfuggita, ed egli aveva avuto fremiti di castigo, di vendetta, contro Luigi, contro Anna. Tutto quel sangue di cui era inzuppato il morbido tappeto gli aveva rammentato, d’un tratto, che la complice, che la traditrice, che l’amante di Caracciolo, la sua donna infedele, si era uccisa. E perché allora uccidersi? Se ella voleva bene a Luigi, perché tirarsi un colpo di rivoltella al cuore, sciogliendosi appena dalle sue braccia? Perché spezzare il proprio sogno d’amore, alto, avvampante, una festa dell’anima e una festa delle fibre, perché preferire di morire, a ventitré anni, quando sono così dolci e così inebbrianti i baci e soltanto, soltanto i baci sono inebbrianti e dolci? Perché si era uccisa, Anna, quando già ella si era vendicata del tradimento di Laura e di Cesare, quando con una ormai facile transazione ella avrebbe potuto chiedere a Luigi le ebbrezze della passione che il marito le aveva negato, avaro del suo tempo, avaro di se stesso, sdegnoso della sua bellezza e della sua gioventù? Uccidersi quando la disperazione della propria esistenza ha trovato un conforto, uccidersi quando si ha una ragione di vivere, uccidersi quando si ha nel cuore non una divina speranza, ma una divina realtà, perché, perché? Il sangue era : il salotto amoroso era stato spettatore di una tragedia oscura: innocente, colpevole, senza una parola che rivelasse il mistero della sua decisione, colpevole, innocente, Anna aveva risoluto tragicamente il problema, forse punendo soltanto Cesare e Laura, forse, forse punendo la propria infamia insieme a quella di Laura e di Cesare. E adombrata, adesso, nei veli dell’incertezza, la straziante visione della scena amorosa che eccitava alla rivolta tutti i suoi sensi di marito offeso, diventata, la scena amorosa, come una pallida ombra dileguantesi nel lontano nubiloso orizzonte, il gran dubbio lo assalse ed egli pensò che, forse, Anna era morta innocente.

Innocente, forse. Quando ella era venuta a bussare con convulsa mano, al battente di bronzo della casa d’amore di Luigi Caracciolo, la teneva già più forte, più delirante, quella disperata follia che Cesare avea visto nei suoi occhi nell’ultima scena: e forse, Luigi Caracciolo, accogliendo Anna, invece di ricevere la desiata, la invocata visita della donna amata, si era trovato di fronte a una creatura agonizzante data già, nella volontà, nel cuore, alla Morte. Forse innocente! Chi lo sa se ella si era accostata a quel caminetto dove bruciavano i tronchi odorosi, allegramente, poiché veramente, ella non era una persona da sentire più la puntura del freddo e la dolcezza del caldo, in un salotto d’amore, poiché, così vicina al suicidio. Anna non poteva che struggersi dalla febbre che fa tumultuare il sangue e che consuma! Chi lo sa, se Anna si era veramente seduta in quella poltrona ampia, dove egli aveva trovato i fiori buttati: e chi lo sa se quello sgabello arabo, colà accostato, non vi era stato messo dalla mano di un servo, spinto a un passaggio, urtato da un piede; tutta questa scienza dell’osservazione è poi così dubbia, così fallace!

La scena amorosa si allontanava sempre più, la figura di Luigi inginocchiato innanzi ad Anna, di Anna che si chinava a guardarlo, a offrirgli le labbra, era diventata così lieve, così glacialmente sperduta nelle nebbie della dimenticanza, che la fantasia di Cesare Dias non vedeva che l’altra scena, quella tragica, quella puramente, innocentemente tragica. Ella non aveva potuto resistere alla vista dei fiori, la creatura su cui era imminente la morte, e li aveva gittati via, fremendo di uno di quegli ultimi terribili fremiti che ancora prendono i moribondi al cospetto delle cose umane che, per quanto tenui e fragili, sopravviveranno loro. E chi sa quale folle capriccio di anima smarrita le aveva ispirato di chiedere a Luigi Caracciolo quella poesia di Baudelaire, che ella conosceva così bene da ripeterla sempre sottovoce: forse un pretesto per allontanarlo da sé, due o tre minuti, per poter mettere la mano sulla rivoltella, puntarsela al cuore e far partire il colpo; non era forse la poesia copiata soltanto a metà, la penna non era stata lanciata via e aveva deturpato la carta e il tavolinetto d’inchiostro, mentre Caracciolo vedeva, udiva la catastrofe? Lo spillone era forse caduto dalle trecce nere, mentre il corpo si abbatteva sul tappeto e non lo aveva fatto obliare, sullo sgabello, l’amore, ma la morte. Tutto era stato raccolto: il cappellino nero, il fazzoletto bagnato di sangue, l’arme gentile e preziosa, ombrata dal colpo partito, e lo spillone non era stato visto, nell’immensa confusione. Ah se quel gioiello era un ricordo di un’ora appassionata, Luigi Caracciolo lo avrebbe portato via con sé, nel suo ignoto viaggio; se quei fiori fossero stati baciati insieme, egli li avrebbe uniti, avvizziti, morti, al gioiello rilucente; se quella poesia triste e morbida, tutta lusinghe voluttuosamente malinconiche, fosse stata detta insieme dagli amanti, baciandosi ancora nella mestizia languida che è il principio, il fondo, il fine di tutti i colloqui d’amore, Luigi Caracciolo certamente non l’avrebbe lasciata , sul tavolinetto, abbandonata come i fiori, come tutte le testimonianze d’una scena d’amore. Se Anna fosse stata l’amante di Luigi, da un anno, da un mese, da un’ora, Luigi non avrebbe potuto, malgrado lo scandalo, abbandonare quel cadavere: avrebbe sfidato il destino, gli uomini e l’avvenire, accompagnando la sua cara donna sino alla tomba: non avrebbe potuto, malgrado lo scandalo, abbandonare la morta senza volerla rivedere, folle di dolore e di orrore: non sarebbe fuggito, Luigi Caracciolo, che non era un codardo, innanzi a Cesare Dias, se egli era l’amante della moglie. Se Anna si era uccisa uscendo dalle braccia di Luigi Caracciolo, ebbene l’amante, che non era un vile, che la adorava, avrebbe dovuto raccogliere la rivoltella e uccidersi. La visione amorosa era sparita dall’immaginazione di Cesare Dias, totalmente. Non fremeva più di sdegno: non ardeva più, nella esaltazione della sua gelosia inutile. impotente. Anna era innocente. Restava solo il fatto, l’innegabile fatto con cui Laura aveva insultato il suo dolore e la sua pietà, il fatto che Anna non si era uccisa a casa sua, subito, dopo la partenza di suo marito: non si era uccisa alla Villa, dove qualcuno l’aveva incontrata, anche quel giorno, camminando col suo passo ritmico e con i bruni torbidi occhi che parea nulla vedessero. Era andata , in quella casa. Come ne conosceva Anna l’indirizzo, ripetuto sottovoce solo dagli amici intimi di Luigi, quando non vi erano signore presenti, risaputo solo da qualche bizzarra etèra cui il sentimentale e bel Luigi si era degnato di voler bene, così per un capriccio strano e per pochi giorni? Come ella sapeva che Luigi era in casa, in quell’ora, il bel Luigi volubile e malinconico nella sua volubilità, ostinato nel suo ultimo amore? Vi era andata direttamente, quasi che perfettamente le fosse consueta la strada e l’ora, andata , innegabilmente, in un mistero di cui niuno poteva diradare la tenebra, poiché ella era morta e Luigi non poteva, non doveva dire la verità? Come, come la follia del suicidio, meditata nell’ardore della fantasia e nella freddezza invincibile della volontà, si era complicata con questa follia di quella tale casa, di quel tale ambiente, di quella tale persona, quella e non un’altra? Perché Anna, giacché era decisa di morire, era andata a morire nel salotto d’amore di Luigi? Tutto si poteva spiegare in quella segreta ora che solo Dio aveva visto, che una morta non poteva più rivelare, che il vivo non avrebbe giammai rivelato: tutti i particolari dell’ambiente, delle cose, delle mute testimonianze potevano essere della più alta innocenza, insieme alla più alta tragedia: dai fiori alla poesia trascritta, dalla fiamma consolatrice del caminetto allo sgabello accostato, allo spillone smarrito — ma la morte, colà, no, non si spiegava.

Morta in casa di Luigi! È vero, nel passato ella aveva rifiutato di sposarlo, mentre Luigi l’amava ed era bello e giovane e ricco: maritata, Anna aveva sempre respinta la corte di Luigi con cortesia, ma con inflessibilità, e per Napoli non si discorreva, fra le altre varie leggende amorose, che dell’amore non corrisposto di Luigi per Anna e della cieca passione di Anna per suo marito; onde molto segreto orgoglio ne era venuto a Cesare, abituato a soggiogare e intollerante di rivalità — e intanto, intanto, la moglie ciecamente fedele, l’anima passionale e assorbita, la donna che moriva di amore disprezzato e nel più ignobile tradimento, era andata per morire nella casa del fidanzato respinto, dello sposo respinto, dell’amante respinto, dell’uomo che aveva sempre rifiutato in tutta la sua vita, e che ella accettava solo in punto di morte — lo accettava, come, perché? Morire dentro; perché colà fosse trovato il cadavere; perché il marito lo dovesse avere dalle mani di Luigi; perché tutta la città, tutta l’Italia sapesse questa bizzarra e tragica avventura, perché il gran dubbio se Anna fosse innocente o colpevole sorgesse anche nell’animo degli estranei, interessati al commovente e misterioso fatto, perché le congetture più strane si potessero fare, su questa morte. Ah Cesare voleva, avrebbe voluto distruggere tutti gli indizii ambigui, tutte le prove che potevano essere contro e potevano essere in favore, tutte le testimonianze dal duplice aspetto! E, nell’ardente desiderio della gelosia che domanda al destino che quello non sia, egli distruggeva tutto il fragile edificio della prova contro, egli arrivava ad annullare ogni traccia di peccato. Ma solo, lo sentiva, non avrebbe giammai annullata né nel tempo, né in se stesso, né negli altri, la sola prova, l’unica prova, la morte in casa di Luigi. Sentì, Cesare, che questo fatto limpido, innegabile, crudele, gli si era messo nell’anima, dal momento in cui era uscito dalle perverse labbra di Laura: e che giammai, giammai, né la sua coscienza né quella altrui avrebbero potuto assolverne Anna. Innocente, forse, forse; forse colpevole.

E novellamente, come un suono di musica fragorosa e straziante, che si è andata perdendo nella lontananza, che ha lasciato tranquillizzare il cervello di chi ne è stato altamente tormentato, e che ritorna indietro più impetuosa, più alta, più insistente alla tortura dei timpani e dei nervi, la visione amorosa riapparve innanzi alla fantasia di Cesare Dias, riavvicinandosi, riavvicinandosi, con tale evidenza, con tale beffarda ostinazione, con uno scherno così grande dell’inutile e pazza gelosia, Luigi inginocchiato innanzi ad Anna, tenendole le sottili mani, baciandone le dita leggiadre o il polso dalla pelle fine e dolce, e tendendo le braccia per cingerne la persona, e levando il volto per raggiungere le labbra dell’amata: così insopportabile visione per un uomo come Dias, che egli si levò bestemmiando d’orrore e non volendo altro che vedere il petto di Luigi alla punta della sua spada.

Soffocava, in quella stanza. Mentre, vegliando al letto di morte, la notte prima, non era sorta, nelle lunghe ore gelide presso il cadavere, che la immensa pietà dove si era franta l’annosa durezza del cuore di Cesare, mentre allora, avrebbe voluto prolungare quella veglia solitaria, perché più profonda fosse la sua dedizione di dolore, d’inconsolabile rammarico alla moglie che si era uccisa, ora, dopo le fatali parole di Laura, fatali quanto la fatalità del fatto istesso, Cesare aveva vinto quell’abbandono suo così sconfinato nella tenera compassione, nel rimorso insanabile, e sentiva nel sangue e nei nervi un bisogno virile di muoversi, di agire, di andar via, di trovarsi innanzi a Luigi Caracciolo, senza domande, senza parole, spada contro spada, per ucciderlo... per farsi uccidere, forse, ma per essere liberato infine da quella folle gelosia, per non vedere, nitidamente, la scena d’amore. Agire, agire, non pensare, non rammaricarsi, non abbandonarsi ai sentimenti teneri che flettono la volontà. Se restava ancora cinque minuti in quell’ambiente d’amore, dove il sentimento intimo e l’alta passione delle fibre si dovean fondere e vincere il cuore e i sensi, sentiva che avrebbe commesso qualche atto di follia, infrangendo i mobili, distruggendo le tracce di quell’ultima scena, piangendo d’ira impotente e di postumo desiderio. Era un uomo: non mai una donna che egli aveva amato lo aveva tradito, senza che egli non avesse punito la donna e il nuovo innamorato: era un uomo: sua moglie era morta dopo aver commesso, forse, il tradimento; non poteva che esecrarne la memoria, dimentico dell’atroce sua fine, non poteva che cercare Luigi ed avere la virile voluttà di passargli il cuore con un colpo della sua spada.

Si levò, senza voltarsi indietro, portando con sé la poesia trascritta dalla mano tremante di Luigi, portando lo spillone che era caduto dai neri e magnifici capelli di Anna, senza guardare più il gran salotto amoroso, tanto intendeva che ne avrebbe portato con sé l’incubo, sempre, sino alla liberazione: uscì di col volto duro e serrato di un uomo che ha messo tutta la sua forza in una sola espressione della sua volontà. Attraversò nuovamente le altre due stanze e ritrovò nell’anticamera il maestro di casa, in piedi, che aspettava pazientemente.

Manderete questo biglietto al conte Caracciolo —- disse, recisamente, a occhi bassi.

— Le ho detto che non so dov’è...

— Forse darà notizie di sé... ne avrete voi, forse prima di me.

Debbo allora venirla a cercare? — disse l’altro premuroso.

— Non serve, non servedisse Cesare, rodendo il freno, facendo per andarsene.

Ma quel servo, che era anche un intimo confidente, si vedeva bene, ora, trattenne ancora Dias: e parve un po’ timido a parlare. Infine si risolvette:

— Lei... lei vorrebbe ritornare, forse, qui?

— No! — esclamò Cesare lampeggiando di sdegno dagli occhi. — Non tornerò più. Ho visto tutto quello che dovevo vedere. Addio.

Rapidissimamente discese la breve scala, avendo fatto un imperioso sforzo su se stesso, per non dare degli schiaffi al confidente di Luigi. Uscito all’aria aperta dette in un sospiro di sollievo, tanto l’aria tiepida e bizzarramente odorosa di quel salotto e la penombra che vi regnava lo avevano fisicamente oppresso; la sua muta collera si condensò nei penetrali dell’anima ed egli la portò, chiusa, forte, dura, implacabile come il segreto di ogni sua azione. Diede al coupé l’indirizzo dell’Hotel Bristol, non avendo nessuna intenzione di ritornare alla casa di piazza Vittoria, dove Laura, dopo il trasporto di Anna, era rimasta sola, con la plorante compagnia di Stella Martini. La carrozza vi passò, innanzi alla tetra casa dove Anna aveva sofferto e dove Cesare aveva trascorso nella suprema emozione la veglia funebre; ma egli non aveva neppur dato uno sguardo al portone che aveva un battente chiuso in segno di lutto, né alle finestre che erano tutte sbarrate. Passò la bella via Calabritto, passò la stretta via della Cavallerizza, dove Cesare incontrò ancora della gente di conoscenza; il coupé filò attraverso tutto il poetico idilliaco rione Amedeo, pieno di villini, di giardinetti, di piccoli squares, dove passano delle eleganti signore che scendono a Chiaia o ritornano dal fare delle visite, dove è un continuo andare e venire di bambinaie che conducono per mano delle meravigliose creaturine bionde o brune. Un pallido volto di uomo, certo, si vedeva dietro il cristallo terso dello sportello: ma la gran calma delle volontà precise e ostinate era su quei tratti che il lutto faceva apparire più fini, più consunti e anche più nobili. L’albergo Bristol è sul corso Vittorio Emanuele, a mezza costa fra la collina del Vomero e il mare; albergo assolutamente di inglesi e di americani, che vogliono godere delle bellezze napoletane, ma non vogliono essere infastiditi dal gran chiasso del Chiatamone, della Riviera. Cesare lo conosceva bene; e sapeva che vi poteva stare in pace, una notte; voleva partire alle sei del mattino seguente per Roma.

Lasciò il coupé alla porta; ed entrato nella segreteria dell’albergo, scrisse un corto biglietto al suo cameriere, in piazza Vittoria, per dirgli di quali cose aveva bisogno nella serata, al Bristol, fra abiti, biancheria e carte. Era roba che poteva servire anche per un lungo viaggio. Non una parola a Laura. Fatto questo, chiese una stanza, una grande stanza, sul davanti, che vedesse il mare. Era oppresso, ogni tanto.

— Il signore pranzerà a tavola rotonda? — chiese il cameriere che lo aveva accompagnato.

Si rammentò. Non aveva mangiato da un giorno e mezzo. Ma l’idea di quella fila di rossastre anglosassoni, con le cuffie bianche e le mani brutte, lungo la tavola, lo sgomentò. Era un uomo che viveva, oramai, solo nel suo nascosto ed aspro desiderio di vendetta; e ogni creatura umana gli faceva rabbia o ribrezzo.

Pranzerò solo, in camera mia.

— Subito?

— Anche subito.

E quando il pranzo, silenziosamente, fu servito nell’ampia stanza dalle tende di stoffa gialla, egli si gettò sul cibo con una voracità che hanno solo quelli che escono, fisicamente, da una gravissima crisi morale.

Mentre Cesare divorava, silenziosamente, quel pranzo inglese, fatto tutto di pesci bolliti e di carni arrosto condite dalle roventi salse, dalle demoniache mostarde inglesi, il cameriere aveva portato una seconda lampada, perché la prima non bastava a illuminare l’ampia stanza, e aveva acceso il caminetto. La sera d’inverno era serena e freddissima: attraverso i cristalli del balcone si vedevano scintillare le stelle nell’alto firmamento che si curvava verso il mare. La vampa fiammeggiò subito; e nella stanza già tutta chiara delle due lampade, si diffuse anche la confortante gaiezza delle buone legna che ardevano. Quando ebbe sparecchiato, il cameriere, visto che Cesare non gli diceva altro, gli lasciò innanzi la tazza del caffè, la bottiglia del gin e la scatola dei fiammiferi e sparve. Nella tranquillità fisica della digestione, col pensiero oramai fermo, senza più discutere con se stesso, senza neanche più dire nulla a se stesso, immobilizzato nella quiete, attendendo che il tempo passasse, Cesare Dias fumava con la stessa voluttà con cui aveva mangiato, privo da quarant’ore della sigaretta, guardando il fumo che se ne andava in aria, con l’occhio ebete di coloro che sciuparono le loro forze morali in una suprema esaltazione e che attraversano un periodo di abbattimento e di bisogni assolutamente materiali. Sul piattino della cenere caddero quattro o cinque code di sigarette fumate sino all’estremo, con la raffinatezza del fumatore accanito; e due bicchieri del bianco gin, limpido come l’acqua e ardente come una sottil fiamma, confortarono il fumatore che taciturnamente riparava tutte le sue forze. Poi, Cesare ebbe come un senso di freddo; si levò dal tavolino, trasportando gli oggetti per fumare, il bianco liquore e il bicchiere sul piano di marmo del caminetto e si sdraiò in una poltrona, vicino al fuoco.

Subito sonnecchiò: ma si scosse immediatamente, non voleva dormire. Aspettava i suoi bagagli dalla casa di piazza della Vittoria e volea verificare se vi fosse quanto aveva ordinato. Non sarebbe ritornato, per ora, a Napoli; chi sa, se vi sarebbe ritornato mai! D’altronde, temeva di addormentarsi troppo presto, non avesse, poi, nella notte, a soffrire l’insonnia. Si era sempre messo a letto, da anni, alle quattro del mattino, stanco, disfatto, con quella lassezza mortale che la vita mondana, ai circoli, al club, al giuoco, alle cene; ed era sempre piombato in quel malsano e pure intenso riposo, sino alle ore tarde, verso il mezzogiorno. Ma cercò di stare sveglio, non erano che le otto, sebbene dovesse svegliarsi all’alba; quelle cinque o sei ore di sonno di cui disponeva la sua fibra, non le voleva sciupare prima. Ma la stanza era calda; egli aveva molto bene mangiato, i vapori del gin gli avvolgevano mollemente il cervello in nuvole nordiche; egli non potette impedire al suo corpo di cadere in un bizzarro dormiveglia. Aperti gli occhi, l’anima sonnecchiava. Era un pensiero che ricominciava o un lieve sogno quello che gli ripresentava, così, ad intervalli, un ricordo vago delle due giornate passate e dell’ultima notte? Ogni tanto si passava la mano sulla fronte, a diradare quei veli biancastri dove si disegnava, talvolta, una figura, e svaniva; dove si allungava, stranamente, la fiammella di un cereo che si consumava; dove un profumo di legni orientali e di rose morte assumeva una insistenza di odori che colpiva il cervello come se fosse una immagine. Non era, veramente, un sogno, non ne aveva né il bizzarro svolgersi, né la intensità, né il nesso strano: ma era, forse, il principio di un sogno, quelle allucinazioni che sono l’inizio del sogno e che sgomentano la persona sana che teme queste visioni, sentendo di non dormire ancora. L’anima sonnecchiava; e cominciava in questa sonnolenza ad avere un penoso senso come il ritorno vago di tutto quello che aveva sofferto e che ricominciava a soffrire, vagamente.

— Ho l’incubopensò Dias, soffrendo.

Si svegliò del tutto, inquieto, già nervoso, con una sottile, indistinta paura. Accese un’altra sigaretta, si rimise a fumare; ma la sigaretta gli cadde di mano, a metà, e si spense sul tappeto; egli era stato ripreso da quel torpore. Adesso, sognava. Brandelli di scene gli riapparivano innanzi; il cavallo che era andato a vedere, nella scuderia di Giulio Carafa, quel cavallo che scalpitava, nel suo box; egli udiva lo scalpitìo, distintamente nel suo cervello; poi quel rumore si aumentava; era un battere di muratori e di becchini, sopra una lapide di marmo, in una cappella; udiva quei colpi, nella testa, e capiva che muravano sua moglie, nella tomba. Come si trovava, poi, nel suo sogno, nel gran salotto di Luigi Caracciolo, entrandovi, trovandovi sua moglie viva, seduta nella poltrona, tenendo sulle ginocchia, fra le manine guantate di nero, delle rose bianche, e ascoltando Luigi che le diceva, sottovoce, assai vicino a lei, i versi di Charles Baudelaire? Gli pareva, nel sogno, che egli Cesare Dias, fosse entrato in quella stanza e che intanto quei due non lo vedessero, mentre lui faceva, nel sogno, degli sforzi disperati per parlare, per gridar loro che erano infami, per fare un passo, per buttarsi su loro. Intanto gli amanti, come se fossero sempre soli, si tendevano le mani, le braccia si stringevano, le labbra si avvicinavano e mentre egli ruggiva in petto, nel sogno, di dolore, di sdegno, di gelosia, non poteva emettere suono, impedire quel fatto atroce. È vero, gli pareva, nel sogno, che la faccia di Anna fosse sconvolta da una infinita disperazione, mentre Luigi la baciava, gli pareva quasi quasi, nel sogno, che ella lo avesse veduto, lo avesse riconosciuto e gli rivolgesse uno sguardo di disperato rimprovero, di disperato addio, mentre Luigi ne andava baciando le rosse labbra. Cesare fece uno sforzo su se stesso e si destò. Soffriva acutamente. Capì che nella catastrofe egli aveva perduto anche il riposo.

Bussarono. Due facchini dell’albergo entrarono, con due bauli, delle valigie, dei sacchi, dei portamantelli, l’elegantissima roba da viaggio, in pelle nera, tutta cerchiata di acciaio, col monogramma di Cesare Dias. Egli, così pallido e con le palme delle mani che bruciavano per quel tormentoso sogno, ebbe un momento di soddisfazione pensando che finalmente sarebbe potuto partire in cerca di Luigi. La sua salute morale era in quel duello. Il colpo di spada che avrebbe ucciso Luigi o per cui lui, Cesare, sarebbe morto, avrebbe anche ucciso tutti i tormenti della gelosia, tutto il postumo desiderio, ogni rimorso, ogni rimpianto, ogni dubbio. I facchini posarono quegli oggetti: egli li passò in rassegna, li contò, nulla mancava: quante volte era partito così, per l’Inghilterra, per la Russia, o semplicemente per Saint-Moritz, nell’Alta Engadina! Ma, usciti i facchini, il cameriere disse a Cesare:

— Nel coupé, giù, vi è una signora.

Egli ebbe una violenta contrazione nervosa, ma la represse.

Dite che non posso scendere... che ho gente... che dormo.

— Vuole salire lei, la signora.

Dite che andrò io... più tardi... a casa.

Ma dalla porta socchiusa la signora entrò: origliava, forse, aveva tutto udito.

— Non importa — ella disse — sono venuta io.

Ed ella richiuse la porta, dietro al cameriere. Laura era vestita di uno strettissimo lutto; sul suo vestito di lana nera portava, come il rigoroso lutto lo consente, o come essa aveva voluto fare, una giacchettina di pelliccia di lontra attillata alla snella persona, chiusa con un alto goletto. Sui biondi capelli raccolti, stretti, vi era un berretto di lontra coperto da una veletta di crespo nero che scendeva sino alle labbra. Le mani guantate di nero si nascondevano in un piccolo manicotto di lontra. Non si vedeva la bionda aureola, ravviata, composta sotto il tocchetto e il velo nero; si vedean poco i chiari, limpidi occhi azzurri, sotto il crespo nero; soltanto si scopriva il purissimo arco chiuso della bocca. Pareva più alta: e pareva che il gran pallore si fosse messo per sempre sul suo viso.

Buona sera, Cesare — ella disse, accostandosi, stendendogli la piccola mano.

Buona sera, Laura — egli rispose, toccando a pena la punta di quelle dita.

Non le disse di sedere. Si guardava attorno, lei, mentre egli aspettava che Laura parlasse.

— È una bella stanzadisse Laura.

Bella.

— Ci resti molto?

— Non so.

— Ah! — ella fece.

E poiché egli, tranquillamente, pazientemente, si avviava al caminetto, ella lo seguì e si sedette dirimpetto.

— Fa freddo, questa sera — ella disse.

— Fa freddo.

— Che è quel liquore? disse Laura.

Gin. Ne vuoi?

— No.

— Vuoi una sigaretta, allora?

Sai che non fumo.

— Mi permetterai di fumare...

— Fa pure.

Ella si sedette meglio sulla poltroncina ed allungò i piccoli piedi verso la fiamma del caminetto, senza sbottonare la sua giacchetta di lontra di cui non aveva neanche abbassato il bavero, senza sollevare il suo velo di crespo, tenendo le mani ficcate nel manicotto; e l’atto che aveva fatto, accomodandosi meglio, con gli occhi rivolti alla vampa, dicea che non se ne voleva andare subito, paziente, decisa a dire quel che voleva, decisa a restare sin che lo avesse detto o sin che volesse. Egli, in silenzio, fumava, distratto, ma paziente anch’esso, deciso oramai ad affrontare questo colloquio, per finirla. Non gli dava semplicemente fastidio, quella presenza: gli dava più, gli dava un senso acuto e complesso di sofferenza: ma come si sarebbe liberato di Laura, dopo quel duello di parole che urgeva?

— È andato tutto bene, lassù? — chiese ella, senza rivolgersi a lui, come se facesse la domanda alle fiamme del caminetto.

Dove?

— Al camposanto.

Bene? La parola è teneradisse lui, ironicamente.

— Perché dovrei esser tenera? Non sono come te, io, che mi voglio lasciar morire, perché mia sorella è morta...

— Se sei venuta per dire questo, vattene — egli disse, subitamente preso dallo sdegno.

— Non me ne vado, io.

— Non abbiamo nulla da dirci.

— T’inganni.

Laura, tu non muterai il destino.

— Lo muterò.

— Esso è immutabile, Laura.

— L’ho già mutato il destino, una volta.

Non forse egli vide brillare i chiari occhi azzurri, attraverso il velo, o forse vi si rifletteva la lieta vampa della legna? Ella aveva un tono di trionfo: ed egli era tanto tornato indietro, sovra ogni orgoglio umano, era così conscio delle disfatte morali, che Laura gli ispirò compassione, in quel minuto.

— E sia — egli disse, con una certa malinconia tutta nova nella voce. — L’hai mutato: ma non hai fatto nulla di buono né per te, né per gli altri. Che ti serve, Laura, se Anna è sparita, macchiata forse di una colpa indelebile? Che ti serve se la mia esistenza, così tutta quanta felice, è ora in preda a tutte le agitazioni, dal rimorso al sospetto, dal dolore al desiderio di vendetta? Che ne sai tu? Meglio sarebbe stato, Laura, che tu avessi sposato Guido Arezzo e te ne fossi andata a Palermo. La crudeltà ti fa gloriosa, è vero? Sono stato, nella mia mediocrità, uno degli uomini più crudeli e ho invidiato, tante volte, Nerone e Tiberio, perché almeno potevano essere grandi, nella crudeltà. Ma Nerone era un debole fanciullo, e Tiberio è stato infelicissimo, ed io, meschino, gretto uomo moderno, ho anche pagato questa povera, volgare crudeltà mia. Dopo essere stati tanto fieri di essere freddi e feroci, dopo aver avuto tanto orgoglio di essere glaciali e perversi, viene un giorno in cui una morte, una catastrofe vi dicono che, forse, valeva meglio essere buoni...

— Sicché, tu perdonerai ad Anna?

— Ella è morta: è troppo tardi per esser buonodiss’egli, diventando aspro, di nuovo.

Laura pensava: poi, a un tratto, risolvendosi, disse:

— Vieni via: vieni a casa.

Laura, taci.

— Ti sono venuta a prendere, andiamo.

Finisci, Laura, non intendi nulla, non sai nulla...

— Che fai qui? Vieni con me, ho la carrozza, ti porto via.

— No, non vengo.

— Sì, sì, vieni via.

Parlava, ella, con voce frettolosa e inquieta, con un tremito di desiderio, con una impazienza muliebre amorosa.

— Non posso.

— E perché?

— Così, non domandare.

Allora, udendo quelle risposte così recise, Laura si levò e prima quasi che egli se ne accorgesse, gli scivolò ai piedi, gli appoggiò le mani sulle spalle e la testa sul petto: e così acutamente odorava ed esoticamente, la pelliccia di lontra!

Cesare, andiamo, andiamo...

Egli non abbracciò quel corpo svelto e giovanile che si accostava al suo, non baciò quelle mani guantate, non vide quelle labbra tese: guardò negli occhi Laura, a traverso il velo.

— Non verrò — disse recisamente.

Le manine inguantate si avvicinarono, s’intrecciarono dietro il suo collo, ella si strinse a lui, più vicina, lo chiamò.

Cesare mio, amore, amore, andiamo... amore caro.

Diceva questo nel volto a lui, alitandogli le parole, quasi volesse dargli tutto il fremito di passione che, per due giorni repressa, scoppiava tumultuosamente.

— Non verrò — diss’egli, voltando il viso in .

Pian piano le due manine guantate si sciolsero dall’abbraccio, le braccia scoraggiate ricaddero lungo la persona, ella si levò lentamente, si allontanò di qualche passo.

— Perché non vuoi ritornare a casa?

Debbo partire.

— Quando?

Domattina.

— Per dove?

— Non lo so.

— Non vuoi dirmelo?

— Non lo so.

— Che vai a fare?

— Un viaggio, l’ho detto.

— Lungo?

Lunghissimo: non ritorno più, forse.

— Che vai a fare? — gridò ella. — Così mi lasci?

— Che ti preme di me?

— Ti voglio bene, non puoi lasciarmi.

— Non è vero, è stato un sogno, un sogno di peccato...

— Ah un sogno, un sogno, dici così, ora, un sogno, dici, quando io mi sono perduta?

— Non ti sei perduta.

— Tutta Napoli sa che ti voglio bene, sa il mio peccato, non puoi lasciarmi; tutta Napoli sa che la catastrofe è avvenuta per questo amore, devi restare...

— Tutta Napoli sa che Anna è morta in casa di Luigi; e io debbo partire.

— Ti voglio bene.

— Non m’importa.

— Ti adoro, Cesare, non mi abbandonare...

— Non m’importa.

Muoio di questo amore, Cesare, se te ne vai...

— Non m’importa.

— Come Anna, come Anna...

— No, no! — egli esclamò, furioso — tu non muori come Anna; era una donna di cuore, quella...

— E perciò ti ha tradito.

— E perciò parto, per andar a uccidere Luigi Caracciolo o per farmi uccidere da lui — egli terminò.

— Oh Dio! — gridò ella.

— Ecco quello che hai fatto, tu, Laura. Oh te ne puoi gloriare! Hai fatto benone a mutare il destino. Lo hai mutato così felicemente che il sangue sparso sul tappeto di Luigi, al Chiatamone, ne chiama dell’altro, e che sarà il mio, forse, il che, se mi vuoi bene, non ti dovrebbe divertire.

— Oh Dio, oh Dio! — gridava ella.

Probabilmente, vale meglio esser buoni, a questo mondo egli concluse, riaccendendo la sigaretta.

— Forse — ella soggiunse, cupamente.

Era caduta sopra un divano, con le braccia prosciolte e la testa abbandonata sulla spalliera, nel tetro abbattimento di tutti i suoi sogni svaniti, nella miseria di tutte le sue superbie disfatte, sentendo che l’opera sua, lenta e pure ardente, ostinata e feroce, si era rivolta contro lei. Inutilmente, dunque, aveva commesso il peccato orribile per una cristiana, per una fanciulla, di amare suo cognato, quasi suo fratello? Inutilmente, accanto ad una creatura appassionata e schietta come sua sorella, ella aveva vissuto silenziosa, misteriosa, alimentando una fiamma impura, seguitando uno scopo perverso, con perversi mezzi? Inutilmente era morta sua sorella? Tutto era finito, dunque, salvo la solitudine, il pianto, il rimorso? Questa sua parte di vita, a cui aveva diritto, ma a cui aveva camminato calpestando il diritto altrui, schiacciando la felicità altrui, per raggiungere la propria, le era dunque tolta per sempre? Che avrebbe fatto senza l’amore che era stato l’ascoso, cupido, alto desiderio del suo silenzio? Senza Cesare, che avrebbe fatto? Balzò dal divano, sentendo che ciò era insopportabile:

Cesare, sentidisse, riavvicinandosi a lui, prendendogli le mani, teneramentesenti, tu forse hai ragione; ha forse ragione questa oscura legge di Dio e degli uomini che castiga i colpevoli giustamente nella loro colpa. Forse, ho detto! Che so, io? Sono sotto il peso di una fatalità ignota, ecco; tutto quello che mi spettava per la mia gioventù, per la mia bellezza, per il tesoro celato di amore che ho in me, l’ho dovuto strappare al peccato, all’infamia: per poter godere l’ora bella, l’ora grande, ho dovuto infelicitare l’esistenza di mia sorella; per poter vivere io nell’amore, ne ho cagionato la morte nella disperazione... Una fatalità ostinata, atroce, vuole che io seguiti come ho cominciato...

— La fatalità è un’assai comoda parola: l’adoperano gli infami e i debolidisse Cesare, guardandola freddamente, mentre le mani di Laura stringevano invano le sue.

— E sia! Sono stata perversa, hai ragione, hai ragione, chi lo nega? Nessuno può assolvermi, né il Signore, né gli uomini, lo so. Tu solo, Cesare, non puoi condannarmi; tu solo non puoi rimproverarmi; tu solo non hai il diritto di esser spietato, Cesare. Abbiamo peccato insieme, come puoi avvilirmi così, senz’avvilirti?

Egli non rispose nulla, ma tentò di sciogliere le sue mani da quelle di Laura.

Rammentati, rammentati! Ti ho sempre amato, io, dal primo giorno in cui mi hai guardata, coi tuoi freddi e sarcastici occhi, col tuo sorriso schernitore di uomo mondano e corrotto che disprezza l’inettezza delle fanciulle. Ma l’hai inteso tu? Ti ho detto nulla? Sii leale, avviliscimi, ma non mentire. Ti ho detto nulla?

— Non mi hai detto nulla — rispose lui, con voce vaga, immerso già nei tetri e roventi ricordi del passato.

— Sarei morta prima di dirti nulla! Ricordati, Cesare, se all’annunzio del tuo matrimonio con mia sorella ho impallidito, ho tremato. Nulla hai visto: eppure mi guardavi bene senza sorridere, come preso dal mio silenzio e dalla mia serenità: e da quel giorno un po’ sdegnato, un po’ sorpreso, e infine diventato galante, mi hai chiamato la savia Minerva. Chi sa, mi amavi già, forse!

— Chi sa! — egli rispose, come a se stesso. — Non si sa mai quando si ama e quando non si ama.

— La sera del matrimonio... — e un profondo sospiro di amore le sollevò il petto, rammentando — fu quella sera. Partivate... e durante tutta la benedizione, durante i complimenti, gli auguri, i saluti, tu mi hai guardata, tre o quattro volte, e a lungo, senza sorridere, come se mi domandassi... Ah io non seppi, allora, che cosa mi chiedevi: seppi che il mio sangue bruciò le mie mani e la mia fronte, che le mie ginocchia vacillarono. Cesare, Cesare, te ne ricordi? Ti ho stesa la mano, quando te ne andavi, l’hai portata alle tue labbra, baciandone le dita piegate, con una dolcezza tale che mi sentii morire... Non è forse da quel bacio, dillo, che il sogno torbido di peccato, fra noi, è cominciato?

— Sì, da quel bacio — egli confessò.

Dio mio, che lungo sogno di peccato è stato! — ella mormorò pianissimo, non reggendo alla intensità dei ricordi, piegando la testa sulle mani di Cesare.

— Non posso dimenticare nulla, Cesare — ella riprese, levando la testa, parlando sottovoce, con quel velo di languore che ammolliva le tinte aspre di quell’amore — né come mi hai guardata, nelle notti di Sorrento, quando tornavamo dalle feste e io mi stringevo al tuo braccio: né quando, una sera, per ischerzo, sulla terrazza, mi accarezzasti la guancia con un fiore di geranio e dove era passata la carezza del fiore si posarono le tue labbra. Ti ricordi? Qui, in questo posto, mi hai baciata per la prima volta: e il bacio non fu breve...

Aveva sollevato il velo di crespo nero, in un impulso d’amore. Ora si vedeva il pallore del volto che qualche ombra rosea principiava a striare, sulle guance, e gli occhi azzurri chiarissimi carichi di una languidezza che avean solo nei colloqui d’amore e la bianca fronte, senza i riccioli biondi, aveva un candore nitido e lucido di avorio.

— Tanto tempo è passato, prima che tu mi baciassi sulle labbra, Cesare, Cesaredisse ella, abbandonata sui flutti dell’amore, naufragata nella gran burrasca del suo peccato — poiché, spesso, io vedevo una espressione di intenso desiderio in te, ma tu eri così forte! Mi trattavi con durezza, allora: te ne andavi, schernendomi, schernendo l’amore, mordendo la tua sigaretta. Ma, quella sera, sono due mesi e quattordici giorni, me ne ricordo, ora per ora, minuto per minuto, quella sera in cui dovevi accompagnarmi al bal blanc in casa Althan, l’ultimo in cui apparve la povera Felicetta, quella sera io venni a farmi vedere, nella tua stanza... leggevi un giornale, mentre noi ci vestivamo... quando entrai, la tua stanza era in penombra... vi era un grande paralume giallo, sulla lampada... Mi udisti entrare, non levasti il capo... poi dicesti: buona sera, Anna e tendesti la mano, distrattamente... ti detti la mia... mi attirasti a te, accorgendoti, sì, subito, che avevi sbagliato... Ma baciandomi, sulle labbra... non una volta... una, due, tre, quattro volte, quattro...

Cesare taceva.

— Quella sera, mi hanno trovato bella, in casa Althan, i miei occhi scintillavano di orgoglio amoroso, io sorridevo ai tuoi baci, sognandoli sempre, portandone la sensazione acuta e profonda in me stessa, non avendo che a raccogliermi un minuto, pensando, per sentirli ancora... Sono venuta a te, nella tua stanza, per qualche istante, sempre che potevo giuocare di astuzia o di audacia, con Anna... e ogni volta, il tumulto interiore di questo amore mi sconvolgeva così che dimenticavo l’ora e il pericolo estremo, pur di restare vicina a te, amore mio... mentre, ti rammenti, ti rammenti, a un tratto, tu diventavi triste, duro, mi mandavi via, mi scacciavi… avevi paura, è vero?

— Sì, avevo paura — egli mormorò, con la voce velata, stranamente.

— Non io, mai! Non ho avuto orrore del peccatopaura del castigo — ella esclamò. — Mi avessero uccisa, nelle tue braccia, sarei morta credendo compiuto il più felice destino di donna. Ricordati… quando mi dicevi di andarmene, io soffrivo uno spasimo indicibile, tornavo indietro, ti abbracciavo ancora… e vedevo lo stesso spasimo sul tuo volto... mi amavi, è vero?

— Ti amavo — egli rispose, più a se stesso che a lei.

— E allora, perché te ne vai domani? — e gli gettò le braccia al collo, si abbandonò con la testa sulla sua spalla. — Se tutto quello che mi hai detto non è stato una menzogna, se tu non sei un miserabile corrotto, se io non ho gittato il mio cuore per un vile capriccio, non puoi andartene, non devi lasciarmi! Ero l’amor tuo, il tuo unico ed ultimo amore, Cesare, così dicevi: non puoi abbandonarmi...

E gli si stringeva al collo, convulsa, con certi singhiozzi che le rompevano il petto, ma senza versare una sola lacrima.

Anna è mortarispose egli, soltanto, trasalendo a ogni singhiozzo che infrangeva la svelta e giovanile persona di Laura.

— Vuol dire che siamo complici, oltre di essere amanti, i complici non si possono dividere, Cesare...

Anna è morta! È una cosa terribile, la morte, prima del natural tempo, a ventitré anni, per suicidio! Laura, sono vecchio e ho vissuto, sono stato crudele e sono stato amato, ero io che dovevo morire, prima di lei, era lei che doveva chiudermi gli occhi, vedova pietosa e inconsolabile, era lei che doveva pregarmi la pace eterna, al letto di morte, dovevo io essere nella tomba di casa Dias, mentre oggi l’ho vista sotterrare e ho udito cadere la lapide di marmo sulla tomba, su lei!

— Ma nella morte si riposa, almeno, ma ella ha dato le spalle a tutti i tormenti dell’amore, della gelosia, ma ella è in pace, Cesare, ed è la vita che è una cosa terribile! Sono più giovane io, di Anna; e non avevo che una sola speranza, perversa, atroce, tutto quello che vuoi, ma questa soltanto, il mio amore corrisposto, libero, felice: non posso rinunciarvi, mentre son viva: essa vi ha rinunziato, morendo! Sono bella anche io, sono piaciuta dove apparivo, sono piaciuta a Guido Arezzo, sono piaciuta a te, guardami, non distogliere i tuoi occhi, non ti voltare in , non mi sfuggire: deve dunque perdersi la mia beltà e la mia giovinezza? Felice lei, che è morta, felice che ebbe questo disperato coraggio, felice perché ha chiesto l’eterno riposo, felice perché, forse, in merito del suo grande sacrificio, il Signore le avrà perdonato il suo peccato! Ma portare nella vita una beltà inutile, una gioventù che è uno scherno, un amore tormentoso, e, insieme a questo, non l’amaro e pur inebbriante premio della passione, che è la passione stessa, ma il rimorso di un peccato mortale, ma il peso insopportabile di un disonore che nessun pentimento, che non un fiume di lagrime varrebbe a cancellare! Ma che farò, senza te, senza il tuo amore, Cesare, deserta di ogni speranza, corrotte tutte le sorgenti della virtù, empia nella fantasia e nella volontà, col ribrezzo del peccato commesso, col ricordo torturante della sorella uccisa? Meglio, meglio, se questo doveva accadere, che io fossi morta, così, portando meco l’intiero amor tuo e i tuoi baci e la mia passione! Meglio per me sarebbe stato morire, poiché tu rinneghi l’amor nostro, meglio per me morire, poiché tu non hai pietà che di Anna, poiché tu non mi parli che di lei, tu non rimpiangi che lei...

— È morta, è morta — egli disse ostinatamente.

— E tu le vuoi bene. ora, è vero? Le vuoi bene, perché ti ha dato questa prova suprema di amore, uccidendosi per te? Le vuoi bene perché è morta, è vero?

Egli non rispose. Ella gli prese la testa fra le mani, l’obbligò a guardarla negli occhi:

Rispondimi, vuoi bene a lei? È possibile che tu voglia bene a quella violetta maschera di morta, su quel letto? È possibile che tu la preferisca a me, che ero il tuo amore e che son viva? Ami quella morta che non avevi amata mai?

Cesare taceva: ed era così sconvolto, così smarrito che ella intese di aver rivelato a lui stesso l’oscurissimo mistero che gli si agitava in fondo all’anima.

— Dunque, è vero — ella mormorò, lasciandolo, allontanandosi da lui, andando sino ai cristalli del balcone, dove appoggiò la sua fronte, guardando l’orizzonte bruno e stellato. Poi ritornò presso Cesare: egli si era seduto accanto alla tavola, senza fumare, senza parlare, con gli occhi bassi. Anch’ella sedette.

— Eppure Anna non ti amava più quando si è uccisa — ella riprese, con l’implacabilità della sua volontà amorosa.

— Già — egli assentì, tetramente.

— Aveva preso Caracciolo.

— Sì, Caracciolo.

— E tu non la maledici, tu non la dimentichi?

— Faccio meglio, io. Vado da Caracciolo.

— Oh Cesare, Cesare, scorda tutto questo, dimentica tutto quello che è stato, non chiedere, non indagare, cancella ogni cosa: rifà la tua vita; questo è un malo sogno; questa è una malattia, guarisci, guarisci, resta con l’amor tuo...

— Non posso. Debbo andare da Caracciolo.

— Ma che t’importa, infine, se quella si è punita da sé, se Luigi è partito per non ritornare mai più, se tutta questa è una tragedia compiuta?... Cesare, ma non sei più tu... come puoi degnarti tanto… per una colpevole… per una creatura che non amavi...

Era mia moglie e se mi ha tradito, non posso lasciar vivo Caracciolo.

— Ma non sai nulla... non sei certo... io l’ho detto nel furore di vedermi abbandonata... Chi ti assicura, Cesare... non correr dietro alle fole...

— Nessuno mi assicura, ma dillo tu, dillo, non è morta colà?

— Sì, sì... — mormorò ella, perdendo terreno.

Era o non era con lui?

Era... sì, credo... era con lui... ma può non aver peccato...

— Può non aver peccato, ma io non lo so. Era mia moglie, può aver tradito, debbo battermi con Caracciolo.

— Ma Cesare, se tu muori?

— Tanto meglio per te... e anche per me.

— E se uccidi Caracciolo?

Guarirò, forse, allora — egli soggiunse cupamente.

— Ma forse sono innocenti!

— Che importa? L’apparenza della colpa vale la colpa. L’onore è offeso egualmente.

— Ma questo non è onore, che tu vendichi...

— Non parlare di onore, Laura: voi, donne, non ve ne intendete.

— È il furore della gelosia, tu vuoi bene ad Anna...

Credi quel che vuoi, Laura — egli concluse evasivamente.

Un silenzio si prolungò nella stanza.

Resta ancora un poco a Napoli, con me, non mi lasciare così, in questi primi giornisingultò Laura.

— No, no.

— Un mese solo, trenta giorni, che ti fanno? Poi, vai a raggiungere Luigi, ti prometto che ti lascio andare...

— No, Laura, finisci...

— Una settimana, con me, non ti domando che una settimana, il tempo del lutto strettissimo: non si esce, non si viaggia, nella prima settimana...

— No, no.

Domani, soltanto?

— Niente: parto domattina.

— Se te ne vai, Cesare, vengo anch’io.

— Non farai questo.

— Lo farò senz’altro.

— Ma perché? Che vuoi da me? Perché mi perseguiti? Perché non mi lasci in pace? Perché mi tormenti con le tue ingiurie, con le tue tenerezze, coi ricordi dell’errore, coi tuoi singhiozzi, coi tuoi fremiti? Ma non vedi quanto soffro? Non mi guardi, non capisci?

— Ti amo, che vuoi, ti amo — ella rispose, con un cenno disperato.

— Non è ora d’amore, questa — rispose Cesare, sottovoce, senza guardarla.

— Per me, è sempre l’ora, Cesare. Cesare, ho invocato questa libertà, questa solitudine, fra me e te, attraverso tutti gli ostacoli, fra i pianti, fra i denti stretti nell’ombra, nella gelosia atroce che avevo di mia sorella, attraverso le cupe visioni della mia schiavitù, ho visto questa luce, ho sperato nel tuo amore quando mia sorella era viva; come vuoi che io ci rinunzi, ora che è morta? Cesare, ti amo.

— Non dire più questo... — e la voce si era affievolita.

— Ti amo; se resti in Napoli, io debbo vivere con te, se tu mi scacci, io verrò a dormire alla tua porta, come un cane, se tu parti, ti seguo. Ti amo!

— Oh Anna, Anna! — egli gridò come per vincere quella suggestione.

— Ma infine, infine, Anna è sparitadiss’ella con voce di pianto infantile, tenerissima — ha voluto morire, non vi è più, l’hanno portata via, tu lo sai bene che essa non ritornerà più, compagna dei tuoi giorni e delle tue notti...

Povera Anna...

— È vero, hai ragione, poveretta, anche io ne ho pietà, ne ho sempre avuta, ma ti amava tanto… povera Anna... piangiamola insieme… io farò dire messe... pregherò la mattina e la sera, per lei… per questa cara morta… per il nostro peccato... pregherò... non dubitare... lascia che preghi io...

Cara Annacara...

— Non la nominare più, ella è morta, Cesare: si è data pace. Io sono viva, io che ti parlo, che ti abbraccio, che palpito sul tuo cuore… non mi senti? Oh amor mio, che dolore, che dolore: una volta mi sentivi che morivo fra le tue braccia! Non è una morta, Cesare, sono io, Laura, la tua Laura...

Laura... — egli ripetette, perduto da quella alta follia.

Chiamami così — mormorò ella, con infinita dolcezzadimmi Laura, Laura, come ai tempi in cui mi amavi, e in cui solo la tua voce mi faceva tremare, mentre tu pronunziavi il mio nome.

Gli parlava tenerissimamente, sul collo, con un abbandono così grande, con una dedizione così completa, che egli sentiva cadere l’ultima sua forza, innanzi a tale fiamma. Ed ella era così bella, anche coi chiarissimi occhi azzurri corruscanti come metallo, con le guance pallide che ardevano, con le labbra rosse e convulse, con gli improvvisi mutamenti di espressione, con quella giovane, fresca, svelta persona che balzava di spasimo, tutta nera nel vestito ed esoticamente odorosa nella pelliccia di lontra. Soli, la stanza era tiepida; intorno, il silenzio era profondo. Egli fece un atto di coraggio e si sciolse da quelle vincolatrici braccia.

Laura, lasciamoci, è tempo.

— No, Cesare, non me ne vado.

— A che serve? Non vi è uomo o donna che mi possa trattenere.

— Per carità, non te ne andare, amor mio.

Laura, lasciami, tu non sai quel che fai.

— Non so niente, non m’importa, non ti voglio lasciare.

— Io andrò via a qualunque costo.

— Non ripetere, per amor di Dio, non posso sopportare ciò.

— Eppure, andrò.

— Oh, Cesare, per l’amor nostro, desisti...

— Non posso.

Cesare, per tutto il passato, per tutto l’avvenire, desisti.

— È inutile, Laura.

— Per pietà di me, per pietà, te ne prego...

Tre volte ella aveva tentato di abbracciarlo, tre volte egli l’aveva respinta, duramente, con la fisionomia tutta chiusa delle sue ore cattive. Egli si allontanava, per la stanza, per isfuggirla, ed ella lo seguiva: finché, giunta presso a lui, gli cadde in ginocchio, avanti, stendendogli le braccia.

Cesare, vedi come ti prego, ai tuoi piedi, io, Laura, la tua Laura, la superba fanciulla, la saggia Minerva...

Levatidiss’egli, tentando di rialzarla.

— No, no, resterò qui, sino a che mi avrai concessa la grazia... t’imploro, Cesare, non mi lasciare.

Alzati, Laura...

Debbo piangere qui... debbo morire qui — ed abbracciò le ginocchia di lui, singhiozzando.

Con un moto, egli la respinse ancora una volta, si allontanò da lei, andò a buttarsi, desolatamente, sopra un divano, con la testa buttata sulle braccia. Ella era caduta lunga distesa, per terra, sul tappeto, che non arrivava a soffocarne gli scoppi dei singulti. Piangeva, per terra, adesso, ella che non aveva versato una lacrima quando aveva visto sua sorella rientrare a casa, trasportata, uccisa da un colpo di rivoltella al cuore, che non aveva pianto al suo letto di morte; piangeva ella che non aveva mai versato una lacrima in presenza di nessuno e forse neanche in solitudine; piangeva disperatamente, in una di quelle estreme, altissime ore di pianto, in cui sembra tutto l’essere si disfaccia in pianto. Era un lamento profondo che, ogni tanto, le sollevava il petto; era un grido lungo, continuo, monotono che pareva squarciasse le fibre, era un acchetarsi, talvolta, del pianto, come per lassezza, e una ripresa improvvisa di dolore, come se una piaga sanguinasse, riaperta: era tutto l’essere umano che sfogava la sua inconsolabile miseria, che sopraffatto dal destino, traeva dalle latebre più ascose il singulto che sconquassava quel corpo. L’ombra nera giaceva distesa, lugubre a vedersi, con la faccia sul tappeto, con le braccia abbandonate oltre la testa, lugubre a udirsi, in quello sconfinato pianto, dove ella versava tutte le lacrime che erano sigillate nel chiuso cuore. Crollava la orgogliosa creatura, da tutta la sua altezza, abbattuta in un dolore di tutta l’anima, in un male di tutte le fibre, ella piangeva su tutto quello che era morto, su tutto quello che era irreparabile, e che era opera del suo orgoglio, e che era il suo castigo.

Poi, passato quel clamore di pianto, dal petto di quella creatura perduta, , per terra, uscì solo il lamento basso, sordo, monotono, che non finisce mai. Pareva che giammai più ella si dovesse levare di terra, pareva che ella dovesse esalare tutto lo spirito, nei sospiri, nei lamenti; pareva che solo la morte ella aspettasse colà, per terra. Cesare si alzò dal divano, si avvicinò a quell’ombra lugubremente luminosa, s’inchinò, le prese una mano. La mano ricadde per terra, inanimata: allora egli cinse quel corpo femminile, lo sollevò, abbracciandolo, lo sorresse, tenendole la testa sul petto, arrovesciata. Quelle rosse labbra, mute, ancora convulse per il lunghissimo pianto, si distesero tacitamente a lui e gli dettero un bacio.

Così l’ora di cupa e opprimente voluttà si abbassò sulle loro teste, vinte dalla oscura e imperiosa reazione dell’istinto; i tetri e tragici veli avvolsero quell’ora torbida, sorta dal peccato delle anime e dallo strazio dei cuori, camminante nelle ebbrezze invincibili dove le umane creature toccano le vette vertiginose, dove il piacere diventa tormento e il tormento è la squisitezza consumatrice di ogni sentimento e di ogni forza. Cupa, opprimente, tetra, tragica ora: e pure ora d’amore.

 

 


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