VII
Verso le dieci e mezzo del mattino, un cameriere dell’albergo bussò due volte
alla porta di Cesare Dias: costui dormiva profondamente e non si svegliò.
Questo cameriere restò un poco in forse, innanzi alla porta; poi, ridiscese
nell’atrio, dove disse ai due signori che avevano fatto chiamare Dias che il
signore non rispondeva. Proprio, aveva picchiato due volte, forte? Sì due
volte, non un solo rumore nella stanza chiusa. Quei due si guardarono
curiosamente.
— Che si siano ammazzati stanotte, per fare più presto? — disse Carafa,
pentendosi di nuovo di aver lasciato Luigi e Cesare.
— Senza noi? Non si è mai visto — rispose Palliano.
— Sarebbe un grazioso disbrigo, ad ogni modo — osservò Giulio,
filosoficamente. — Ma è rientrato, Dias? — disse, rivolgendosi al cameriere.
— Sì, è rientrato molto tardi.
— Avrà passata la notte a consolar Laura — mormorò Palliano, che era
oppresso da Roma, dal triste autunno, da quello strano duello, dalla lontananza
di Lillina e che avrebbe voluto esilararsi un poco.
— Sarebbe un errore di metodo, alla vigilia di un duello — e Carafa pregò il
cameriere di risalire, di picchiare ancora.
Questa volta Cesare udì. Fra la veglia e il sonno torbido che ancora gli
legava l’anima, i due nomi gittatigli dal cameriere, a traverso la porta, non
gli dissero nulla: poi, in un minuto secondo, acquistò la lucidità di coloro
che si svegliano a una grande giornata. Aveva dormito poche ore, ma con tanta
intensità che vi avea lasciato ogni stanchezza fisica. Si vestì
rapidissimamente. Prese del denaro da una valigia, che richiuse, come aveva
chiuso ogni altro suo bagaglio: solo il nécessaire da toeletta era
aperto sulla mensola. Guardò un minuto la sua stanza, pensando se dimenticasse
qualche cosa necessaria: niente: avea fazzoletto, guanti, bastone e un
soprabito più greve, perché gli parea che la giornata fosse molto fredda.
Richiuse la porta della sua stanza, pianamente. Nel salotto vi erano ancora le
lampade che aveano arso tutta la notte, e i mozziconi delle candele consumate,
che avevano chiarito le ombre, intorno a Laura, ma che non aveano vinto la sua
paura: la porta di Laura era serrata. Pure si udiva un mormorìo, là dentro.
Cesare tese l’orecchio a udire le parole di quel mormorìo: ma esso continuava
monotono e confuso. Si curvò al buco della serratura e capì. Laura non si era
spogliata, si vedeva il letto intatto: e lei, inginocchiata innanzi a una
sedia, con la faccia fra le mani, che pregava. Le preci uscivano dalle sue
labbra, come un gemito basso. Cesare se ne andò, in punta di piedi. Che avrebbe
potuto dirle? Ella pregava: le anime straziate si confortano, parlando a Dio,
anche se Dio non vuole ascoltarle, anche se Dio non può esaudirle. Pensava,
scendendo le scale, che la religione è un’assai buona cosa, per gl’innocenti
come per i peccatori e che, se non l’avessero inventata, valeva la pena
d’inventarla.
— Perdio, hai un buon sonno, Cesare! — disse Carafa, vedendolo apparire e
indagando, senz’averne l’aria, tutte le linee di questa fisonomia.
— Avete aspettato molto?
— Venti minuti: e io ho una fame diabolica. Fra gli altri guai, non so
perché, ma in questa Roma io ho sempre fame — si lagnò Palliano.
— Marco, se cominci la narrazione delle tue sventure, scriverai un nuovo
libro di Giobbe disse Carafa, mentre si avviavano.
— Del resto, far colazione alle undici, significa proprio essere famelici.
— Andiamo a colazione adesso ? — domandò Cesare, fermandosi nella via.
— Lo credo! — esclamò Palliano.
— Ma... a che ora?
— È per le due — disse Carafa, diventato a un tratto grave.
— Altre tre ore? È una eternità. Tu la sapevi, Giulio, l’ora stanotte?
Perché non me l’hai detta?
— Non la sapevo: Tornabuoni e Firidolfi me l’hanno comunicata con un
telegramma, stamattina, alle otto.
— E... dove?
— Alla Valle d’inferno, come tu hai detto. Stefanello Colonna ha trovato il
posto.
— Questo va bene. Ma alle due, così tardi! Era meglio che dormissi un altro
poco.
— Grazie del complimento — mormorò Palliano, che voleva assolutamente dare
un’intonazione più lieta alla conversazione.
— Sei nervoso? — chiese Giulio, scrutando ancora il volto di Cesare.
— Adesso no. Ho passato la mala notte: ma, dopo, ho dormito.
— Come i grandi capitani, Dias.
— Come Cesare — egli disse, con un sorriso amaro.
— Hai forse tirato di scherma, ieri? — domandò Marco, mentre entravano da
Morteo.
— No, niente.
— Nulla vi è di peggiore che tirare il giorno prima di un duello.
— Lo so: del resto, avevo altro da fare, ieri.
— Un’avventura, eh? — disse Palliano, scherzando.
— Sì, un’avventura — rispose gravemente Cesare.
— Galante o d’amore?
— D’amore.
— Sei un bel tipo — mormorò Giulio che sentiva crescere il mistero di quella
posizione.
— Ero.
— Mi pare che continui: matrimonio, amore, duello, via, significa essere nel
movimento.
— Chimere, chimere, Giulio — disse Cesare, tristissimamente — Dias fu.
— Come Otello — soggiunse Palliano, non accorgendosi dell’errore che
commetteva.
Per fortuna, avean trovato un tavolino vuoto, per far colazione, e
l’osservazione cadde, mentre si sedevano e chiamavano il cameriere.
— Hai fame, Cesare? — domandò paternamente Carafa.
— Sì.
— Molta? Non bisogna mangiar molto, lo sai.
— Tu mi sembri un precettore, o un medico curante — osservò Cesare, con un
pallido sorriso. — Fammi portare una bistecca, o tutore mio.
— Ma io la voglio alla milanese, la mia costoletta, grande, immensa, con molte
patate; io sono testimone, io posso mangiare, tu permetti, Giulio? Tanto, il
testimone, salvo eccezione, è un burattino qualunque.
— Le eccezioni sono rarissime — soggiunse Giulio, sorridendo.
Così, con un’alternativa di tranquillità pensierosa e di allegria un po’
fittizia, i tre amici fecero colazione. Ogni tanto, mentre si discorreva di
cose frivole, Cesare faceva una domanda relativa al duello; a che distanza era
il terreno, in quanto tempo ci si arrivava: se avevano trovato il medico; dove
li aspettava la carrozza; chi portava le spade. Ci voleva poco, sino a quella
fornace dei Borghese, fuori Porta Angelica, a Valle d’Inferno, una mezz’ora di
buon passo: il medico era trovato, sarebbe venuto col suo assistente, sul
terreno, era il celebre Montechiaro, celebre perché non faceva altro che
assistere duellanti, era una vocazione, per lui, egli era sempre alla caccia di
tutte le questioni. Le spade erano in carrozza, ne portavano due per ciascuno,
sul terreno si sarebbe scelto: la carrozza veniva all’una, innanzi a Morteo.
— Tutto va bene, dunque — ripeteva ogni volta Cesare, monotonamente.
Si era versato due o tre bicchieri di Barolo, ma al terzo Giulio Carafa
stese la mano e gli disse:
— Basta.
— Ho sete, Giulio.
— Metti dell’acqua nel vino.
— Ah io sono felice di non battermi: Giulio mi farebbe ricorrere al suicidio
— scoppiò a dire Palliano.
— Io sono felicissimo di battermi — disse Cesare.
E tutta la soddisfazione vivida rifulse sul suo volto; una soddisfazione di
un’anima che, in qualunque modo, ha risoluto il problema.
— Sii meno felice e più tranquillo — osservò Carafa.
— Tranquillo e felice, Giulio: lasciami stare. Ah sarà un bel pomeriggio,
questo, per me!
— Speriamo per tutti — disse Palliano, diventato serio anche lui.
— Ognuno di noi desidera la liberazione — disse, piano, Cesare Dias.
— Tu, come Luigi: Luigi, come te? — domandò Carafa, ansioso.
— Sì: egualmente.
E i due padrini intesero che quella convinzione era il risultato del
colloquio della notte. Non chiesero altro. Né, dopo quella dolorosa
confessione, nessuno osò più scherzare, tutti pensosi, Carafa, nervoso un poco,
che guardava troppo spesso l’orologio. Presero del cognac; anzi, Carafa
se ne fece dare una bottiglia, di quelle da viaggio, dal cameriere.
— È una giornata fredda — spiegò.
Fumavano, tacendo. Poi, a un tratto, Giulio Carafa si ricordò:
— E Laura? — domandò, rivolto a Cesare.
— Ma! ... — fece l’altro, con un atto evasivo, scuotendo la cenere della sua
sigaretta.
— Continua a sospettare di nulla?
— Anzi, continua a sospettare...
— E non dice nulla? Non fa nulla?
— Ha promesso che non farebbe nulla, che non direbbe nulla. È una donna che
mantiene le sue promesse.
— Poi, ieri sera, l’hai portata a teatro... per distrarla.
— Già, a teatro — mormorò Cesare.
— Divertente, eh?
— Non credo che Laura si sia divertita.
— E neppure tu, mi sembra.
— Neppure io. È per oggi il mio grande divertimento.
— Cesare, Cesare...
— …Temi le Idi di marzo: ma siamo in ottobre. Non temere, Giulio, per la
correttezza di questo duello. Ti giuro che sarò correttissimo sul terreno. Non
mostrerò per nulla la mia felicità. Non sarò né felice, né infelice, né triste,
né lieto, niente sarò: sarò un tranquillo e silenzioso uomo che si batte, che
bada alla sua spada e a quella del suo avversario. Va bene?
— Va bene. Purché Laura non sappia qualche cosa! — disse Carafa, che vedeva
le tenebre sempre più addensarsi su quell’affare. — Dove l’hai lasciata?
— All’albergo. Sola?
— Solissima.
— Non ti ha visto uscire?
— No... abbiamo due stanze separate; io sono uscito pianissimo.
— Che faceva ella? Dormiva?
— Non è un grande capitano, è una donna: faceva quel che fanno tutte le
donne: pregava.
— Ah!... vedi bene che sa qualche cosa.
— Pregava per suo conto: le donne hanno sempre qualche cosa da dire al
Signore.
— Infine... faremo presto — concluse Carafa, a cui la presenza, magari non
immediata, di una donna, in questo duello, dava una certa pena.
— Oh prestissimo! — disse sorridendo Cesare.
Era l’una meno un quarto. Avevano ancora un quarto d’ora da aspettare la
carrozza, e per Valle d’Inferno non ci vuole che mezz’ora, niente altro.
Arrivar tardi, è atroce, in un duello: ma arrivare presto, è ridicolo; questo
pensavano tutti tre, malgrado l’impazienza repressa di Cesare, malgrado la
nervosità di Giulio, malgrado il malumore ormai stizzoso di Palliano. Anche il
convegno d’amore ha queste bizzarre condizioni: arrivar tardi, è orribile, è
inutile arrivare più; mentre arrivar presto è da collegiali. Bisogna misurare
così matematicamente l’entusiasmo della pugna o il desiderio dell’amore, che
queste passioni siano guidate dall’orologio più inflessibile. I tre
gentiluomini restarono seduti al loro tavolino, che il cameriere aveva
sparecchiato, innanzi ai loro tre bicchierini di cognac, sentendo quella
pena sempre più acuta della lentezza del tempo, non parlandosi più, in preda a
quella segreta emozione che tutti nascondono gelosamente e che trapela, ogni
tanto, aumentando la nota generale di emozione. Pure, Cesare Dias voleva domandare
qualche altra cosa:
— Avete parlato di verbale, con Tornabuoni e Firidolfi?
— Così, sulle generali... — rispose, imbarazzato, Giulio Carafa.
— Ne avete parlato? — insistette Dias.
— Ho detto sì.
— E che avete stabilito?
— Nulla. Mi dirai tu.
— Evitare assolutamente la causa — disse, presto, Cesare.
— Naturalmente, Cesare. Ma non bastano le parole ragioni personali,
per spiegare un duello che ha tanta importanza.
— Non si deve dire nulla.
— Noi faremo la figura di cannibali, Dias, te lo avverto.
— Tanto la gente lo sa, perché ci battiamo — disse lui, amaramente. — Nel
popolo si dànno delle coltellate, per questo, e i giudici assolvono.
— Bisognerebbe trovare una formola... — suggerì Palliano.
— Non cercate nulla. Fate un verbale arido e secco. La gente sa, la gente
non ha bisogno di formole.
Era l’una. Scambiata un’occhiata si levarono, dopo aver pagato Giulio Carafa
lo scotto. La carrozza a due cavalli, chiusa, li aspettava innanzi alla porta
di Morteo, in piazza in Lucina: una carrozzaccia nera, con cavalli neri, da
battesimo, da sposalizio o da morte.
— Il veicolo non è allegro — mormorò Cesare, entrandovi.
Giulio Carafa sedette accanto a lui, Marco Palliano gli sedette dirimpetto:
quando Dias andò a stendere i piedi, sentì un corpo duro. Si curvò, a tastare:
erano le spade avvolte in un panno verde. Le raccolse, se le posò sulle
ginocchia. Anzi, voleva svolgerle dal panno, per vederle: ma con un gesto
Giulio Carafa glielo impedì. Sguainare, no, esiziali e pure fedeli, in cui
dalla mano passa nell’acciaio la volontà aspra e tenace di chi si batte. Non si
guarda il corruscare livido della lama, prima di essere sul terreno di fronte
al proprio avversario: può essere una spavalderia o un atto di debolezza: e,
forse, un malaugurio. Questo disse Giulio Carafa a Cesare Dias; egli aveva
avuto il suo smorto sorriso, alle parole di Giulio: niente altro.
Faceva freddo. Carafa, sempre previdente, aveva portato un plaid da
carrozza e lo aveva allargato sulle gambe di tutti, volendo che il suo primo
non perdesse il calore e la elasticità. Ma Dias, invece di aver freddo, parea
soffocasse in quel carrozzone nero e chiuso di cui non aveva voluto neppure che
si levassero i cristalli: ogni tanto si piegava allo sportello e teneva la
testa fuori, per respirare.
— Che hai, hai caldo? — gli domandò Carafa.
— Respiro male, qui dentro. Non si potrebbe aprire la carrozza?
— È impossibile, in tre, in carrozza, con questa giornata, per queste vie,
avremmo proprio l’aria della situazione — notò Giulio.
— Hai ragione, ma mi sembra di essere in un sarcofago, con qualche ora di
anticipazione.
— Non scherzare così — disse Palliano, che era annoiatissimo di quanto gli
accadeva. L’emozione in lui prendeva forme di noia.
— Non scherzo. A questo quarto posto vuoto, ci manca il confessore, mio
caro, mentre il medico è sul terreno.
— Che ne vorresti fare del confessore. Dias?
— Nulla: non avrei nulla da dirgli.
— Sei senza peccati?
— Pieno di peccati: ma anche strabocchevolmente pieno di penitenza.
— Molte volte il peccato istesso è la penitenza — filosofò Marco Palliano,
non sapendo di dire tanto giusto.
Cesare guardava dallo sportello le vie che egli aveva fatto il giorno prima,
seguendo Hermione che andava innanzi a lui, come uno spettro affascinante. Era
l’itinerario di via dell’Orso, di via Tordinona, tutta botteghe e botteghelle
di antiquarii, di rigattieri, di agenzie di pegni; l’itinerario del ponte
Sant’Angelo, sopra quel fiume triste che in quel punto pare così giallo e
sudicio, di via Borgo dai suoi negozi di immagini sacre e di rosari, dove
pallide e belle donne, dai neri e torbidi occhi, dalle mani bianche e
grassocce, vestite elegantemente di nero, vi vendono tutta questa pietosa
chincaglieria, parlando nobilmente il bel linguaggio romano; l’itinerario di
Borgo, di piazza Rusticucci, di piazza San Pietro, del viale di Porta Angelica.
Lo aveva fatto il giorno prima, quasi alla stessa ora, preso da quello stupore
che non mancava di attrazione, da quello spasimo che aveva il suo intimissimo
senso di piacere. Ora non ricordava più nulla di ciò: tutta la bizzarra
avventura del dì innanzi era sparita, naufragata nel gran problema già risoluto
dal destino e di cui egli avrebbe avuto la parola fra un’ora. Quando furono nel
viale di Porta Angelica, invece di piegare verso la via grande che sta fra la
campagna e il Tevere, presero una via traversa, fra due alte siepi di spine. La
carrozza andava piano, perché la via che conduce alle fornaci era malagevole e
con solchi profondi scavativi dai carri che andavano a prendere i mattoni cotti
alle fornaci. Adesso, nella carrozza nessuno parlava più. L’ora incombeva: e
incombeva il malinconico ambiente deserto della campagna romana, dove non
appare villico affaticato tornante alla povera casipola, dove non si ode né
canto di uccelli, né mugghiare di animali, né stormire di fronde.
— Non ha nulla di attraente, il paesaggio — osservò Cesare.
— Nulla; sarebbe meglio battersi ai Bagnoli, convieni — disse Marco
Palliano, che decisamente odiava Roma.
— Il golfo di Napoli è fatto per la nostra vita e per la nostra morte —
concluse Dias.
Ogni tanto, sovra la siepe di sinistra compariva un’alta proda erbosa, e più
su, oltre la proda, una via che costeggiava l’alta e sinuosa e talvolta merlata
muraglia bigia: compariva, cioè, la via delle Mura, che abbraccia tutta Roma,
che si congiunge da una porta all’altra, dove stretta, dove larga, dove
saliente, dove scendente, un anello strano che chiude Roma. La muraglia
sovrastava la via e la proda erbosa, e dimostrava la grandezza, la fierezza,
l’asprezza di Roma, serrata nella sua forza assorbente e invincibile. Giulio
Carafa guardò due volte curiosamente lassù.
— Che guardi? — chiese Palliano a Carafa.
— Guardo... che di lassù ci potrebbero vedere.
— Speriamo di no. Non siamo giunti ancora: forse la fornace è nascosta dal
gomito che fa la via.
— D’altronde... è lontano, non giungerebbero a impedirci. Vuoi del cognac,
Cesare?
— Sì: vorrei anche essere arrivato.
Bevve il cognac, un grande sorso. La carrozza si fermò
improvvisamente.
— Ci siamo — disse Carafa.
Da cinque o sei minuti, dopo l’alta siepe verde che per l’ottobre già
mostrava gli spini neri, la carrozza aveva costeggiato, sulla sinistra, un muro
greggio di pietre, appena legate fra loro da un po’ di calce: poi si era
fermata innanzi a un cancello spalancato, donde si vedeva solo un terreno
gialliccio, in discesa, senza un filo d’erba.
— La carrozza non può entrare? — chiese Giulio dallo sportello al cocchiere.
— Gnornò, non ce li posso mette, i cavalli miei.
— Scendiamo, scendiamo — disse Cesare, frettolosamente.
Scesero tutti e tre, innanzi al cancello: il cocchiere indicò a Carafa un
posto poco lontano dove egli andava ad aspettare con la sua carrozza. Bastava
un fischio, per chiamarlo: già sarebbe stato raggiunto dall’altra carrozza, che
doveva anche aspettare. I tre si immisero per il cancello, in un ampio terreno
giallo e rado, che discendeva verso una spianata, dove sorgevano i rustici
forni che nella notte mandano quell’incandescente chiarore per la campagna e
dove, nel giorno, si raffreddano, in bizzarre pile i mattoni, senza che nessuno
vi badi, almeno in apparenza. Nulla è più deserto, nella notte come nel giorno,
di una fornace di mattoni: l’opera dell’uomo vi è così segreta che la fornace
nella sua forma rudimentale e muta, nel colore bigio di argilla dei suoi forni,
simile all’argilla bigia dei mattoni, ha la tristezza delle cose abbandonate.
Il vasto piano dove non appariva traccia di coltivazione, dove non era ombra
d’uomo, dove la sola traccia umana pareva consistesse nei solchi secchi e aridi
delle ruote che i carri vi avevano scavati, chi sa quanto tempo prima, si
abbassava, scendendo dalla proda delle mura alla pianura che finisce Monte
Mario: e dalla destra apparivano alte, lontane, le mura sovrastanti e la
stretta via che corre lungo esse, come un nastro: dall’altro lato, sulla
sinistra, i cipressi di Monte Mario, assai più alti, sovrastavano. Un
perfettissimo silenzio era nell’aria, nelle cose: e qual rumore di vita animale
o vegetale poteva nascere, dove non vi era né albergo, né pianta, né cespuglio,
né casa o capanna? Sul recinto, dall’alta proda delle mura sino alle pianure
che vanno verso la via Trionfale, si abbassava un cielo perfettamente nuvoloso
e glaciale dell’autunno romano che ha una rigorosa tristezza: e la seconda
giornata era simile alla vigilia, più fredda, più rigorosa, più triste.
Cesare Dias, Giulio Carafa, Marco Palliano che portava le spade, si
avanzarono verso le fornaci, istintivamente: mancavano solo dieci minuti alle
due, eppure non si vedeva anima viva. Carafa domandò a Palliano se Stefanello
Colonna gli avesse dato una precisa indicazione. Sì, sì, era proprio colà, ci
si batteva sempre colà, a Roma, o in qualche villa, ora che la tradizionale
spianata ombrosa dell’Acqua Acetosa era stata sottratta ai belligeranti romani.
D’altronde non era aperto il cancello? Qualcheduno lo doveva aver aperto: si
doveva cercare questo qualcuno. E girarono intorno alle fornaci. Alle spalle di
essi trovarono un uomo, che si avanzò verso loro, salutandoli. Era il dottore,
il famoso dottore Montechiaro, famoso solamente perché non faceva altro che
assistere a duelli: un uomo giovane ancora, biondo, più rossastro che biondo,
tarchiato, quasi grasso, con certe mani forti e grasse coperte di peli
biondo-rossastri, con certi occhi bigi che diventavano brillantissimi nella
loro torbida tinta, appena vedeva un fioretto o una spada. E stringendo la mano
a tutti, vigorosamente, egli fece loro gli onori del terreno: vi era venuto
tante volte, un terreno ottimo, secco, con una luce giusta, comunque si
collocassero gli avversari. Sopra un mucchio di rottami egli aveva deposto la
valigia nera, proprio una valigetta, con tutti i ferri chirurgici e le
medicature alla Lister: la indicò, con l’occhio, con un vago sorriso di
beatitudine, decantando il metodo moderno delle disinfezioni, che salvano per
il novantacinque per cento la vita dei feriti gravi; e si disinfettano anche le
sciabole e le spade ora, o con l’acido fenico, o col sublimato. E tutto rosso
nel viso, contento, pieno di salute e di forza, col soprabito aperto, egli si
lasciava andare alla sua passione del duello. Correttamente taciturni, riuniti
in gruppo, con la immobilità che precede queste partite e che è come un riposo
per i nervi e per i muscoli di chi si deve battere, come per i nervi vibranti
dei padrini, Dias, Carafa e Palliano ascoltavano. Erano le due. Quattro uomini
scendevano verso di loro, camminando né presto né piano, sapendo di arrivare
all’ora precisa. Luigi Caracciolo andava innanzi, accompagnato da Pietro
Tornabuoni: dietro veniva il bel Giovanni Firidolfi, insieme col medico, un
medico sconosciuto. Luigi, a un tratto si fermò: lasciò che verso Carafa e
Palliano si avvicinassero i suoi padrini mentre i due medici si stringevano la
mano, mentre Cesare Dias diventato calmissimo di nuovo, vinto quel tremolìo di
impazienza si era allontanato anche lui, verso la sua parte, guardando Monte
Mario onde tanta mestizia viene al paesaggio dai cipressi, alberi della morte.
I padrini avevano formato un gruppo, un gruppo stretto: ma parlavano a bassa
voce, tranquillamente, senza che nulla si potesse vedere sulle loro fisonomie.
Poi, si allargò il gruppo, in un momento: una moneta volò in aria, ricadde a
terra, e tutti quattro si piegarono sul suolo. Il comando del terreno era
spettato, dalla sorte, a Giulio Carafa. Egli ebbe solo un fugacissimo
aggrottamento di sopracciglia, niente altro. Soli, presso il loro mucchio di
rottami, curvi, i due medici si occupavano intorno ai loro arnesi: però
nascondendone, col corpo, la vista ai due avversari. Distratto, assorbito, con
un’aria di stanchezza e di malattia sulla faccia, Luigi Caracciolo pareva che
non pensasse a nulla di quel duello, pareva che avesse dimenticato dove si
trovava, guardando, così, senza veder niente, verso le mura onde Roma è chiusa in
un anello: mentre Cesare, dalla sua parte, calmissimo, freddissimo, non nella
apparenza soltanto, ma nello spirito, si teneva in un contegno giusto: e la
mano guantata scacciava con la mazzetta di ebano le pietruzze del giallo
terreno. Infine, tutto era pronto: Giulio Carafa si accostò a Cesare e gli
comunicò che a lui, Giulio, era spettato il comando del terreno. Quello
ascoltò, indifferente, mentre cominciava a smettere il soprabito, l’abito, il
panciotto: né il freddo della giornata parve gli facesse impressione.
— Vuoi del cognac? — chiese Giulio, a bassa voce.
— No: grazie.
Dall’altra parte, Pietro Tornabuoni si era accostato a Luigi Caracciolo:
costui si era scosso, come smemorato. Nel loro angolo, presso le fornaci, i medici,
adesso, con una spugnetta imbibita nella soluzione di sublimato, strisciavano
sulle lame delle quattro spade, con lentezza e con precisione; le punte
acuminate, luccicanti in quella luce triste, furono tenute immerse, un minuto,
nella soluzione. Poi le quattro spade, riunite in un fascio, confusamente,
furono consegnate a Marco Palliano; egli doveva offrirle ai duellanti, così,
confusamente, perché scegliessero: erano della stessa misura. Si avanzarono, i
due gruppi, verso il campo del duello. Era innanzi alle fornaci, in un posto
spianato, perfettamente, dove la luce, venendo ampia e uguale, non dava nessun
vantaggio a nessuno dei due avversari. Stavano in tal modo situati che avevano,
come più piccolo orizzonte, il pezzo di muro che chiudeva il recinto della
fornace e che si perdeva, sinuosamente, verso la campagna: mentre Cesare poteva
vedere, levando gli occhi, tutta la via delle Mura e Caracciolo la triste
verdezza nera di Monte Mario. Lentamente, si vennero a collocare uno di fronte
all’altro, senza guardarsi: un po’ pallido, Marco Palliano si accostò, offrendo
le spade. Cesare la prese, dopo aver guardato: Luigi senza guardare.
— Buona fortuna a Cesare — disse Marco, allontanandosi, per riunirsi a
Firidolfi, mentre Carafa e Tornabuoni prendevano anche loro una spada.
I due avversari erano di fronte, con gli occhi chini, con la punta della
spada abbassata verso terra, in quell’ultimo minuto di aspettazione. Giulio,
avvicinandosi a Cesare, nulla gli disse: era andata, adesso, niuna parola
serviva più. Con una precisione meccanica di movimenti, Giulio prese le punte
delle due spade, le unì, poi le lasciò andare, comandando:
— In guardia!
Andata, adesso. Erano in guardia, immobili, ferme le spade. Si guardavano.
Negli occhi di Cesare una glacialità velata d’indifferenza: in quelli di Luigi,
una tristezza velata di distrazione.
— A voi! — comandò Giulio, più forte.
Immediatamente, la superiorità di Cesare predominò quel duello. Luigi
Caracciolo aveva ventotto anni, era naturalmente robusto e svelto, era un forte
tiratore di spada: nelle sale d’armi, nei tornei di scherma, il suo gioco così
fine e audace insieme, era sempre ammirato dagli iniziati alla nobilissima arte
della scherma e ammirato dai profani. Ma quel giorno la sua mano teneva la
spada quasi senza dirigerla, facendo solo qualche lento e distratto moto di
difesa. Il suo avversario, invece, era già un uomo che aveva passato i
quarant’anni e di cui gli ultimi otto mesi di vita avevano sconvolto la fibra:
egli non era che un tiratore buono, di quelli che si esercitano senza troppa
passione, solo per amore di uno sport quotidiano, solo per passare
un’ora della giornata. In quel primo assalto, poi, Cesare Dias, conoscendo bene
il valore alla spada del suo avversario, aveva usato una riserva di mosse simile
alla glacialità del suo contegno, simile alla glacialità del suo sguardo.
Eppure, subito si vide, da tutti, che Dias aveva il disopra: Luigi non si
difendeva che fiaccamente, assorbito, ogni tanto, preso forse da qualche altra
più forte preoccupazione. Carafa e Tornabuoni si scambiarono un’occhiata:
— Alt! — comandò Giulio.
Le spade si abbassarono. Tornabuoni si avvicinò a Luigi, gli parlò
pianissimo, concitatamente:
— Se sei venuto per suicidarti era inutile chiamarci!
— Pietro, tu sai tutto... lasciami stare...
— Luigi, se tu non ti difendi, ti giuro che dico a tutti che sei malato nel
cervello e che non si può continuare il duello, hai inteso?
Dall’altra parte, Giulio non aveva detto a Cesare che questo:
— Hai freddo?
— È troppo stretto il nastro della spada?
— No, va bene.
Tornabuoni guardò Giulio e con la istessa voce forte, un po’ ansiosa, Carafa
comandò agli avversari di porsi in guardia e diede l’a voi! Stavolta il
giuoco di Cesare, quasi che egli avesse inteso la gran debolezza spirituale del
suo nemico, fu più preciso, più serrato, cercando con quel movimento, piccolo,
breve e pur continuo della spada che non ha nessuna bellezza estetica, ma che
colpisce per la tragica e implacabile ricerca del petto dell’avversario, di
dare il colpo sicuramente esiziale. Quasi istintivamente, come se l’antica
consuetudine del tiratore rinascesse in lui e si sovrapponesse alla sua triste
distrazione, Luigi si difese meglio, più attentamente, con un occhio più
interessato alle due lame delle spade, alle due punte che si aggiravano nello
strettissimo giuoco. Però, si difendeva soltanto, incapace di una iniziativa,
obbedendo solo all’istinto cavalleresco: e il giuoco del secondo assalto durò
qualche minuto, così, senza nessun risultato.
— Alt! — comandò Carafa, sempre più nervoso.
Certo, una emozione nervosa aveva vinto tutti. Pian piano i due medici si
erano avvicinati al campo del duello, sentendo che il minuto della risoluzione
si appressava: Marco Palliano e Giovanni Firidolfi che avevan tentato di
scambiare qualche parola fra loro, nella loro parte immobile di testimoni, ora
tacevano, oppressi da quell’aspettazione. Pure, tutto questo era interiore, non
si vedeva nulla: tutto procedeva con la massima freddezza e con la massima
correttezza. Tornabuoni, irritato, aveva detto a Luigi, di nuovo:
— Ma che fai? attacca, perdio!
— A che serve?
— Non vedi che gli fai un pìacere?
— In guardia! — comandò Carafa.
Allora, tutta l’anima dei due avversari fu data al giro breve, stretto,
rapidissimo delle loro spade. Cesare conservava la sua glacialità superba e
conservava sempre la sua superiorità: ma uno spasimo d’impazienza gli stirava
il labbro. Ma Luigi si batteva meglio, con un interesse crescente, come se a
poco a poco avesse preso il sopravvento l’istinto della vita: le due spade
guizzavano, nell’attacco e nella difesa, mentre i due corpi si mantenevano
quasi immobili, mentre tutta la forza della vita era negli occhi, mentre tutta
questa forza della vita era trasmessa al solo braccio, anzi al solo polso che
manovrava la spada; Cesare, impercettibilmente perdeva terreno, sentendo il
nuovo ardore dell’avversario, avendo egli sciupato le proprie forze: e Carafa,
attentissimo, si mordeva il mustacchio, cosa che gli succedeva di rado.
Così, come se la debolezza che era nell’anima di Luigi fosse andata in
quella del suo avversario, Cesare cominciò a difendersi con fiacchezza,
disattento, stanco quasi. Carafa pensò che era impossibile chiamare l’alt:
questo terzo assalto, disastroso pel suo primo, non durava che da poco. E
continuando, vi fu un momento che Cesare parve perduto a tutti, e che la spada
di Luigi non avesse che a scegliere il posto più sicuro, dove ferirlo
mortalmente. Fu in quel momento che accadde un fatto curioso. Quasi attratto da
una misteriosa voce interna, lasciando di guardare la spada e quella
dell’avversario, lasciando la sua vita alla mercede di Luigi, Cesare Dias aveva
levato gli occhi in alto, lassù, dove, oltre la proda erbosa, si svolgeva,
lungo le mura la stretta via che abbraccia Roma. Lassù, nel momento in cui la
sua esistenza era nella mani di Luigi, era apparsa una donna e si era fermata
sull’orlo della via, guardando i duellanti: e gli occhi di Cesare, malgrado la
distanza, avevano riconosciuto il pallido volto bruno della duchessa di
Cleveland.
E mentre, con un nuovo ardore la spada di Luigi cercava il cuore di Cesare,
con un accanimento che si vedeva solo nel guizzo più rapido, vipereo,
dell’acciaio, Luigi vide che il volto del suo avversario si era tramutato, vide
che Cesare guardava altrove, con una strana unione di dolore e di terrore negli
occhi: e scosso, seguì quello sguardo, ed egli stesso, lassù, lontano, verso il
cìelo bigio, verso le bigie mura di Roma, ritta sull’orlo della via, vide
Hermione, dal bruno e pallido volto, vestita di colore oscuro, che li guardava.
Tutto l’ardore di Luigi si dileguò in un minuto:la sua spada parve nelle sue
mani diventata un inutile bastoncello, una spada di bambagia che appena,
appena, a stento, arrivava a difendere la vita di chi la maneggiava. La signora
oscuramente vestita — poco lontano era la sua carrozza, un coupé —
guardava ancora, così intensamente che i due avversari si volsero, a lei
insieme, per la ispirazione e per la forza. Nell’abbassarsi degli occhi di
Luigi e di Cesare, nell’incontrarsi delle due armi, spada di Cesare attraversò
la spalla di Caracciolo, da parte a parte. Egli restò un minuto in piedi,
sorridendo vagamente: poi roteò e cadde. Montechiaro, che era accorso, non lo
lasciò cadere a terra, lo sostenne a mezz’aria, tenendogli la testa sul petto.
Tutti erano attorno al ferito, ora. Cesare, freddo, con la spada abbassata
guardava un filo di sangue che vi era rimasto. Poi, Giulio, venne a lui, molto
pallido:
— Grave, non gravissimo — disse, sottovoce.
Cesare, senza rispondere, pensò una cosa. Aveva pensato:
— Da ricominciare.
Lassù, la signora era sparita.
. . . .
. . . . .
. . . . .
.
Se ne andava il giorno, quando Cesare Dias rientrò all’Hôtel de Rome:
il nubiloso e freddo pomeriggio di autunno cedeva a una gelida e triste sera.
Cesare, per un riguardo cavalleresco, aveva aspettato che sul terreno fosse
compita la prima medicatura di Luigi, standosene lontano, ricevendo in silenzio
le notizie che gli venivano a portare Palliano e Carafa, ogni tanto. Caracciolo
perdeva molto sangue e i due dottori erano in forse, se ricoverarlo in qualche
casa vicina, temendo che il moto della carrozza aumentasse l’emorragia. Pure,
dopo un lungo consulto fra loro, decisero di trasportarlo lentissimamente,
disteso orizzontalmente sui cuscini riuniti della carrozza. Egli, il ferito,
ascoltava tutto questo, vedeva tutto questo andirivieni, immobile, con certi
occhi distratti e dolenti, con un volto smorto, dove già cominciava a salire il
calore della febbre: non apriva bocca, non volgea lo sguardo intorno, con quel
disinteresse a ogni cosa umana, che è nelle persone gravemente inferme. Così si
era lasciato trasportare, distendere nella carrozza, senza un lagno, senza un
sospiro. Cesare lo aveva visto passare, innanzi a sé, in un assai melanconico
corteo e aveva abbassato gli occhi: forse, in quel minuto, si sentiva senza
odio, ma il suo spirito rimaneva inquieto, insoddisfatto, non risoluto il
problema della sua vita. Giovanni Firidolfi aveva dovuto cedere il suo posto
nella carrozza di Luigi a Montechiaro, il dottore: due medici e Tornabuoni
vegliavano il ferito. Carafa offrì a Firidolfi un posto nella loro carrozza,
non lo potean lasciar solo, in quella fornace di mattoni. E dietro alla vettura
di Luigi, che andava al passo con i cristalli abbassati per dare aria al
ferito, la vettura che portava Cesare Dias, Palliano, Carafa e Firidolfi si
avviò al passo, fra il mutismo generale. A quel modo ci volevan tre ore per
rientrare in Roma. Dalla sua vettura Tornabuoni mandò un biglietto a Carafa:
passassero pure innanzi, non vi era obbligo di seguirli così a convoglio
funebre: ed era anche pericoloso. Carafa, senza neppur chiedere a Dias, diede
ordine al proprio cocchiere di passare innanzi: passando, si piegarono agli
sportelli, salutarono quella triste carrozza, dove, nel fondo, biancheggiava la
pallida e febbricitante faccia del ferito. Anzi, dopo aver lasciato molto
distante la vettura di Luigi, il cocchiere di Cesare prese una scorciatoia
molto allegramente, poiché era pieno di amor proprio quel cocchiere ed era
fiero della vittoria del suo cliente. Ma una oppressione era nella carrozza di
Dias, la presenza di un testimone di Caracciolo rendeva la conversazione quasi
impossibile: d’altronde, Dias era pensoso, come se nulla avesse fatto contro le
sue preoccupazioni quel colpo di spada: tanto Carafa quanto Palliano, a
malgrado il naturale desiderio che tutto finisse bene, per il loro primo, erano
un po’ seccati di quello che era accaduto a Luigi, che era un giovanotto buono
e simpatico, caro a tutti. Non parlava nessuno nella carrozza, mentre tornavano
verso Roma e il giorno languiva in un freddissimo crepuscolo. Dias aveva
conosciuto Giovanni Firidolfi il bellissimo, superbo e povero gentiluomo
toscano, quel giorno soltanto; pure, per rompere quell’oppressione, gli
indirizzò con perfetta indifferenza due o tre domande sulla società fiorentina
a cui Giovanni, mettendosi sullo stesso tono, rispose con una indifferenza
perfettissima. Donna Barbara de’ Neri era in Ungheria, poiché il suo lord
inglese, sconoscente e brutale, l’aveva piantata per andarsene a caccia; donna
Caterina Lorini non cantava adesso che musica di chiesa; la grande etera
Gwendoline Harris che vantava tanto la sua origine americana, si era scoperto
fosse francese, assolutamente francese, niente altro; da Wilkinson si giuocava
sempre, ma Tornabuoni non toccava più una carta. Dopo una pausa di silenzio a
questi pettegolezzi mondani fiorentini, Cesare domandò:
— Hanno avuto una duchessa di Cleveland, in questo inverno a Firenze?
— Nella primavera. Molto alla moda.
— Bella?
— Assolutamente meridionale. Non bella, forse: seducentissima.
— Aveva molti corteggiatori?
— Molti, sul principio: flirtava assai. Del resto glaciale.
— Ah! — disse soltanto Cesare. — Esiste un duca di Cleveland? — soggiunse
poi.
— Autentico. Vivono lontani, non divisi. Suppongo che lady Hermione non ami
che lui.
— È alla moda, ora, di amare il marito, fra le donne — osservò Palliano, con
un rimpianto nella voce.
— Le donne sono capaci di tutto — disse Carafa.
— Mi dicono che lady Hermione sia qui — aggiunse Firidolfi, sempre con
quella perfettissima indifferenza. — Andrò a portarle le mie carte.
— Lei è dei suoi intimi?
— Una conoscenza semplice, con qualche tinta di amicizia. Essa posa
un po’ troppo, ma la credo buona.
— Posa?
— Sì: un non so che di sepolcrale. Ho sempre supposto che dormisse in una
bara, o che si ritirasse al camposanto, la notte.
— Lei scherza... — mormorò Cesare.
Cadde il discorso, subito. Dopo qualche minuto di silenzio, Cesare e Giulio
parlarono fra loro, con la massima delicatezza di frasi, a proposito del
duello. Carafa dichiarava che lui e Palliano sarebbero restati ancora uno o due
giorni a Roma, per sentire della salute di Luigi Caracciolo. Cesare non sapeva
bene quel che avrebbe fatto, non aveva nulla di deciso: aveva Laura
all’albergo, chi sa in quale stato, era impossibile, a malgrado della sua forza
d’animo, che ella non fosse inquietatissima.
— È stata ammirabile, in questa occasione — disse Carafa.
— Ammirabile, certo ripetette Dias, macchinalmente.
— La sua signora? — chiese Firidolfi.
— Sì: è a Roma.
— Credevo che ella fosse vedovo... — e intese di aver commesso un errore.
— Mi sono rimaritato; ho sposato mia cognata — rispose presto Dias.
Un glaciale silenzio. Non forse tutti sapevano la causa del duello di
Cesare? E non forse, egli stesso li sapeva consci di tutto? Si avvicinavano a
Roma. Cesare disse che avrebbe mandato a prendere notizie di Luigi, ma che se Carafa
vi andava, gliene venisse a dare, personalmente. Il correttissimo Carafa,
annuì, col |