|
GIUOCO DI PAZIENZA.
La giovane donna si chiamava Tecla, nome duro e
schioccante. Era bassa, senza nessuna nobiltà di statura, malgrado portasse la
testa ritta e le spalle cadessero benissimo. Era pienotta senza esagerazione di
rotondità, e pareva molto svelta nel suo busto strettissimo. Forse con l'abitudine
aveva presa quell'aria di sveltezza che sembrava naturale. Si moveva con
facilità, con certe mossettine carezzose che stavano bene al suo corpo di
bambina felice. Aveva naturalmente un bel braccio, un po' corto, ma
graziosamente rotondo, con un'attaccatura molto fine che indicava quanto
fossero delicate le ossa sotto quella carne soda e fragrante di salute. La mano
sembrava un cuscinetto di raso, una mano troppo morbida che non si osava
stringere per timore di guastarcela. Il piede era delizioso, piccolo, sottile,
inarcato, con una caviglia elegantissima: per contemplarlo, qualche volta, si
dimenticava la testa. La quale aveva un singolare carattere di forza e di
energia sopra quel corpo piacevolmente grassotto; era un'anomalia, una
sovrapposizione bizzarra. Una testa forte su cui si ammassava una ricchezza
cupa e pesante di capelli neri, intrecciati, stretti, raccolti, ma che finivano
per piegare le forcinelle e per accumularsi sul collo, sfatti, a sprie
semi-ritorte. Sulla fronte nè piccola frangia tagliata, nè ricciolini, nè
nulla; si vedeva la nascita dei capelli gettati indietro, folta, possente,
tracciando una riga nera sul bianco della pelle. Gli occhi erano nerissimi,
brillanti come il jais, ma senza languori di sentimento, e senza
profondità di pensiero. Il difetto grave era nelle sopracciglia, troppo nere,
troppo folte, quasi riunite in mezzo, che davano una cattiva espressione al
volto. Il naso aquilino piombava un poco sulle labbra sottili, un po' tirate in
dentro, molto rosse. Tutto il volto era pallido, di un pallore opaco ma non
malaticcio, leggermente rosso, un'ombra appena alle guancie. Segno particolare,
delicatissimo, colorito teneramente, come quello di un bambino, l'orecchio.
Altro segno particolare: un neo castano, vezzoso, sulla metà del mento. Vestiva
una veste da camera di raso tessuto, a piccole righe, una riga rossa, una riga
gialla, una riga nera: ampia, lunghissima, tenuta ferma intorno alla vita da un
cordoncino d'oro. Al collo un riccio di trina antica, molto gialla.
*
* *
La scimmia si dondolava sopra un cerchio di
legno, dandosi il piacere dell'altalena. Era una scimmietta ancora adolescente,
tutta magra, con le membra esili; forse non sarebbe cresciuta più. Sarebbe
rimasta piccola, elegante e vivacissima, come si leggeva nel furbo e mobile
occhio nero. Non faceva orrore, nè schifo: faceva meraviglia, tanto le sue pose
aristocratiche rassomigliavano a quelle di una damina. Anzi, per capriccio, le
avevano fatti due buchi alle orecchie e portava due stelline di perle come
orecchini; il che la rendeva contenta, crollando la testa come una donnina
soddisfatta. Aveva anche un abituccio di velluto rosso, come quello di una
bambola, fatto per lei; ma quella mattina non aveva voluto metterlo. Se ne
stava tranquilla ed illanguidita nell'angolo del salotto che le era consacrato
durante la giornata: alla notte Eva andava a dormire nella serra coperta di
cristalli, poichè i lumi del salotto le avrebbero dato fastidio ed impedito il
sonno. Lei faceva l'altalena lentamente portando ogni tanto la zampina al
collo, dove portava un filo d'oro, impercettibile, ma che era il segno della
schiavitù: la catenina d'oro, di maglia veneziana, che vi era attaccata, era
sottilissima, ma forte. Precauzione inutile, poichè la signorina Eva era perfettamente
ben educata, e non tentava scapparsene - essendo provvista di molta filosofia.
Quando venivano visite, fingeva sonnecchiare, dormendo con un occhio solo.
Quando le portavano le noci, le nocciuole, le mandorle brusche, allora il suo
istinto bestiale si rivelava, frettoloso, vorace, gittando attorno occhiate
diffidenti, come se qualcuno volesse rapirle la preda. Finite le nocciuole,
faceva un grande atto di disprezzo e si richiudeva nell'apatia di una donna
malcontenta di tutto. Il più strano, però, era osservarla quando, tutta sola,
faceva la donnina: prima civettuola, tutta vezzi, tutta occhiate, tutta
galanterie, provocante e seducente - poi di un tratto malinconica, triste,
desolata, parlando, piangendo verso un essere immaginario - e dopo immediatamente
sola, tranquilla, fingendo di dar il rosso alle guance impallidite dalle
lagrime.
*
* *
Il manicotto della signora giaceva sopra una
poltroncina, gittato là per noncuranza. Era un manicotto di volpe russa,
foderato di raso nero, tutto profumato come un sacchettino di odori. Pareva
piccolo piccolo, capace di nascondere solo quelle manine morbide: ma egli
stesso era morbido e cedeva e v'entrava dentro un piccolo mondo di cose
disparate. Vi stava prima un fazzolettino bianco, di battista, tenue come una
nuvoletta, come un fiocchetto di neve: il fazzolettino portava, in un angolo,
una microscopica, quasi impercettibile lettera A: e la signora si
chiamava Tecla ed il suo cognome cominciava con la lettera M. Ma era
impossibile che il pubblico ignaro potesse scoprire quella cifra. Questo
fazzolettino era a sua volta profumato di chypre, un profumo lento e
voluttuoso che finisce per addormentare i nervi: un angoluccio era piegato e
annodato come i fazzoletti delle serve che vi mettono i denari. Vi era una carta
infatti: una immagine della Madonna dei Sette Dolori. Oltre il fazzolettino vi
era una piccola boccettina di cristallo smerigliato e chiusa ermeticamente col
tappo d'oro; dentro vi era una sostanza bianca che poteva essere sale inglese,
bicarbonato o arsenico. Non si distingueva bene. Accanto alla boccettina un
minuscolo libriccino di note, legato in pelle grigia, con una violetta del
pensiero, secca, attaccata sulla pelle. Dentro, nelle paginette bianche dal taglio d'oro, vi erano
semplicemente certe date, ed accanto un no, un sì. Nell'ultima
pagina scritta vi erano tre date e tre no.
*
* *
La lettera era sulla scrivania, sotto gli occhi
della signora. La busta aperta metodicamente, vale a dire col taglio della
stecca che aveva tagliato nettamente una delle piegature, come colui che non ha
fretta di aprire. La busta era forte, poichè la lettera dentro era molto
pesante. Il francobollo straniero: veniva da Montecarlo. L'indirizzo: alla
signora Giovanna Jannaccone, ferma in posta, Napoli, un nome volgarissimo,
era scritto con un carattere calligrafico, rotondo, tutto a ghirigori ed a
fioriture di penna: il carattere di uno scrivano, di un segretario, di un
indifferente. Dentro, la lettera era composta di varii foglietti: il primo era
di elegante carta inglese, dal cui angolo a sinistra era stato strappato un
pezzetto su cui vi era forse una cifra, forse uno stemma. Il secondo era un
foglio di carta di albergo, con l'intestazione lacerata a metà, così: Hôtel
de.... Il terzo era un menu di pranzo, dietro cui era stato scritto
fittamente ed in traverso. Poi veniva di nuovo un mezzo foglietto di carta
inglese, poi un pezzo di carta qualunque, comune. Tutto questo era coperto di
una scrittura minuta, affrettata, maschile, ma variabilissima, ora tremante e tutta
sprizzature di penna, ora ferma e netta - sempre rapida. Qui le linee pendevano
verso il fondo, come prese da una mollezza; più innanzi si rialzavano, diritte,
uguali, quasi piene di rettitudine. Certe parole scomparivano sotto la
cancellatura, alcune supplite da altre, alcune che non avevano trovato
l'equivalente. Abbondavano i punti sospensivi, come se lo scrittore si fosse
fermato spesso a pensare. Qui e là l'inchiostro cambiava di colore o
impallidiva. In due punti era stemperato, divenuto acquoso. Ogni foglietto era
firmato con la lettera A. Il penultimo era scritto disordinatamente, le
parole una a ridosso dell'altra, quasi impazzite. Sull'ultimo solo una parola.
Con questi pezzi il paziente lettore
ricostruisca il dramma funesto che essi formano.
|