|
IL MARE
Voi
errate lontano di qua, anima settentrionale e vagabonda, e le brume in cui si
affissa il vostro malinconico occhio, vi mettono intorno quell’ambiente
monotono e triste in cui si acqueta ogni agitazione. Ma nelle tranquille
divagazioni dove il vostro spirito amareggiato si disacerba, nella sorridente
mestizia che aleggia in quello che scrivete, io veggo ogni tanto una
divagazione vivace. Voi non avete dimenticato il nostro mare, il nostro bel
mare di Napoli. Ancora vi appare e scompare rapidissima innanzi agli occhi una
visione azzurra; ancora un molle suono, quasi indistinto e fuggente, vi lusinga
l’orecchio; un profumo sottile come un ricordo lontanissimo vi fa dilatare le
nari. Il mio bel golfo voi non lo avete dimenticato. Io leggo quello che
scrivete, ma indovino quello che pensate. Dovete soffrire di una segreta
nostalgia che non osate confessare, voi, esiliato volontario. E come l’eco
dolorosa si ripercuote sul mio fedele e forte cuore d’amica, così io risponderò
a quello che nascondete invece che a quello che palesate, e vi narrerò non la
storia, ma la leggenda del mio poetico golfo.
Ognuno
sa che Iddio, generoso, misericordioso e magnifico Signore, ha guardato sempre
con occhio di predilezione la città di Napoli. Per lei ha avuto tutte le
carezze di un padre, di un innamorato, le ha prodigato i doni più ricchi, più
splendidi che si possano immaginare. Le ha dato il cielo ridente ed aperto,
raramente turbato da quei funesti pensieri scioglientisi in lagrime che sono le
nubi; l’aria leggera, benefica e vivificante che mai non diventa troppo rude,
troppo tagliente; le colline verdi, macchiate di case bianche e gialle, divise
dai giardini sempre fioriti; il vulcano fiammeggiante ed appassionato, gli
uomini belli, buoni, indolenti, artisti e innamorati; le dame piacenti, brune,
amabili e virtuose; i fanciulli ricciuti, dai grandi occhi neri ed
intelligenti. Poi, per suggellare tanta grazia, le ha dato il mare, ha saputo
quel che si faceva. Quello che sarebbero i napoletani, quello che vorrebbero,
egli conosceva bene e nel dar loro la felicità del mare, ha pensato alla
felicità di ognuno. Questo immenso dono è saggio, è profondo, è caratteristico.
Ogni bisogno, ogni pensiero, ogni corpo, ogni fantasia, trova il suo cantuccio
dove s’appaga, il suo piccolo mare nel grande mare.
Del
passato, dell’antichissimo passato è il mare del Carmine. Poco distante dalla
spiaggia è l’antica porta di mare che introduce alla piazza; sulla
piazza storicamente famosa si eleva il bruno campanile, coi suoi quattro ordini
a finestruole che lo fanno rassomigliare stranamente al giocattolo grazioso di
un bimbo gigante; le casupole attorno sono basse, meschine, dalle finestre
piccole, abitate da gente minuta. Il mare del Carmine è scuro, sempre agitato,
continuamente tormentato. Sulla spiaggia semideserta non vi è l’ombra di un
pescatore. Vi si profila qua e là la linea curva di una chiglia; la barca è
arrovesciata, forse si asciuga al sole. Dinanzi alla garitta passeggia un
doganiere che ha rialzato il cappuccio per ripararsi dal vento che vi soffia
impetuoso. Presso la riva una barcaccia nera stenta a mantenersi in equilibrio;
dal ponte per mezzo di tavole è stabilita una comunicazione con la terra; vi
vanno e vengono facchini, curvi sotto i mattoni rossi che scaricano a riva. Ma
non si canta né si grida. Il mare del Carmine non scherza. In un temporale
d’estate portò via un piccolo stabilimento di bagni; in un temporale di inverno
allagò la Villa del Popolo, giardino infelice, dove crescono male fiori pallidi
e alberetti rachitici.
Qualche
cosa di solenne, di maestoso vi spira. Il mare del Carmine era l’antico porto
di Parthenope dove approdavano le galee fenicie, greche e romane, ma era porto
malsicuro; esso ha visto avvenimenti sanguinosi e feste popolari. È un mare
storico e cupo. Sulla piazza che quasi esso lambiva, dieci, venti volte sono
state decise le sorti del popolo napoletano. Le onde sue melanconiche hanno
dovuto mormorare per molto tempo: Corradino, Corradino. Le onde sue tempestose
hanno dovuto ruggire per molto tempo: Masaniello, Masaniello. È il mare
grandioso e triste degli antichi che sgomenta le coscienze piccine dei moderni.
La sola voce del flutto rompe il silenzio che vi regna e qualche coraggioso,
solitario e meditabondo spirito, vi passeggia, curvando il capo sotto il peso
dei ricordi, fissando l’occhio sulla vita di quelli che furono.
Ma
ferve la gente e ferve la vita sul mare del Molo. Non è spiaggia, è porto queto
e profondo. L’acqua non ha onde o appena s’increspa; è nera, a fondo di
carbone, un nero uniforme e smorto, dove nulla si riflette. Sulla superficie
galleggiano pezzi di legno, brandelli di gomene, ciabatte sformate e sorci
morti. Nel porto mercantile si stringono l’una contro l’altra le barcacce, gli schooners,
i brigantini carichi di grano, di farina, di carbone, d’indaco, non vi è che
una piccola linea di acqua sporca tra essi. Sul marciapiede una grua eleva
nell’aria il suo unico braccio di ferro, che s’alza e s’abbassa con uno
stridore di lima. Uomini neri dal sole, di fatica e di fumo, vanno, vengono,
salgono e scendono. Un puzzo di catrame è nell’aria. Sulla banchina nuova, nel
terrapieno, sono infissi pennoni a cui s’attorcigliano intorno grossissime
gomene che danno una sicurezza maggiore ai vapori postali ancorati in rada. A
destra c’è il porto militare, medesimo mare smorto e sporco, dove rimangono
immobili le corazzate.
Dappertutto
barchette che sfilano, zattere lente, imbarcazioni pesanti; le voci si
chiamano, si rispondono, si incrociano. Il sole rischiara tutto questo, facendo
brulicare nel suo raggio polvere di carbone, atomi di catene, limature di
ferro; la sera l’occhio del faro sorveglia il Molo. Il mare del Molo è quello
dei grossi negozianti, dei grossi banchieri, degli spedizionieri affaccendati,
dei marinari adusti, degli ufficiali severi che corrono al loro dovere, dei
viaggiatori d’affari che partono senza un rimpianto. È per essi che il Signore
ha fatto il lago nero del Molo.
Del popolo
e pel popolo è il mare di Santa Lucia. È un mare azzurro-cupo, calmo e sicuro.
Una numerosa e brulicante colonia di popolani vive su quella riva. Le donne
vendono lo spassatiempo, l’acqua solfurea, i polpi cotti nell’acqua
marina; gli uomini intrecciano nasse, fanno reti, pescano, fumano la pipa,
guidano le barchette, vendono i frutti di mare, cantano e dormono. È un
paesaggio acceso e vivace. Le linee vi sono dure e salienti, il sole ardente vi
spacca le pietre. Si sente un profumo misto di alga, di zolfo e di spezierie
soffritte. I bimbi seminudi e bruni si rotolano nella via, cascano nell’acqua,
risalgono alla superficie, scuotendo il capo ricciuto e gridando di gioia.
Sulla riva un’osteria lunga lunga mette le sue tavole dalla biancheria candida,
dai cristalli lucidi, dall’argenteria brillante. Di sera vi s’imbandiscono le
cene napoletane. Suonatori ambulanti di violino, di chitarra, di flauto
improvvisano concerti; cantatori affiochiti si lamentano nelle malinconiche
canzonette, il cui metro è per lo più lento e soave e la cui allegria ha
qualche cosa di chiassoso o di sforzato che cela il dolore; accattoni mormorano
senza fine la loro preghiera; le donne strillano la loro merce. Di estate un
vaporetto scalda la sua macchina per andare a Casamicciola, la bella distrutta,
i barcaiuoli offrono con insistenza, a piena voce, in tutte le lingue, ai
viaggiatori il passaggio fino al vaporetto. Dieci o dodici stabilimenti di
bagni a camerini piccoli e variopinti; si asciugano al sole, sbattute dal
ponente, le lenzuola; le bagnine hanno sul capo un fazzoletto rosso e fanno
solecchio con la mano. Una folla borghese e provinciale assedia gli
stabilimenti, scricchiolano le viottole di legno. Salgono nell’aria serena
canti, suoni di chitarra, trilli d’organino, strilli di bimbi, bestemmie di
facchini, rotolio di trams, profumi e cattivi odori; rifuggono i colori
rabbiosi e mordenti; fiammeggiano le albe riflesse sul mare; fiammeggiano
meriggi lenti e voluttuosi, riflessi sul mare; s’incendiano i tramonti
sanguigni riflessi sul mare che pare di sangue. È il mare del popolo, mare
laborioso, fedele e fruttifero, mare amante ed amato, per cui vive e con cui
vive il popolo napoletano.
Eppure,
a breve distanza, tutto cangia d’aspetto. Dalla strada larga e deserta si vede
il mare del Chiatamone. La vista si estende per quel vastissimo piano, si
estende quasi all’infinito, poiché è lontanissima la curva dell’orizzonte. Quel
piano d’acqua è desolato, è grigio. Nulla vi è d’azzurro e la medesima serenità
ha qualche cosa di solitario che rattrista. Le onde si rifrangono contro il
muraglione di piperno con un rumore sordo e cupo; lontano, gli alcioni bianchi
ne lambiscono le creste spumanti. A sinistra s’eleva sulla roccia il castello
aspro, ad angoli scabrosi, a finestrelle ferrate; il castello spaventoso dove
tanti hanno sofferto ed hanno pianto; il castello che cela il Vesuvio. Contro
le sue basi di scoglio le onde s’irritano, si slanciano piene di collera e
ricadono bianche e livide di rabbia impotente. Quando le nuvole s’addensano sul
cielo e il vento tormentoso sibila fra i platani della villetta, allora la
desolazione è completa, è profonda. Di lontano appare una linea nera: è una
nave sconosciuta che fugge verso paesi ignoti. Alla sera passa lentamente
qualche barca misteriosa che porta una fiaccola di luce sanguigna a poppa e che
mette una striscia rossa nel palpito del mare: sono pescatori che stordiscono,
con la fiaccola, il pesce. In quelle acqua un giovanetto nuotatore bello e
gagliardo, vinto dalle onde, invano ha chiamato aiuto ed è morto affogato; in
una notte d’inverno una fanciulla disperata ha pronunciata una breve preghiera
e si è lanciata in mare, donde l’hanno tratta, orribile cadavere sfracellato e
tumefatto. È il mare che Dio – come dice la vecchia leggenda – ha fatto per i
malinconici, per gli ammalati, per i nostalgici, per gl’innamorati
dell’infinito.
Invece
ride il mare di Mergellina; ride nella luce rosea delle giornate stupende; ride
nelle morbide notti di estate, quando il raggio lunare pare diviso in sottilissimo
fili d’argento, ride nelle vele bianche delle sue navicelle che paiono giocondi
pensieri aleggianti nella fantasia. Sulla riva scorre la fontana con un cheto e
allegro mormorio; i fanciulli e le fantesche in abito succinto vengono a
riempirvi le loro brocche. Uno yacht elegante, dall’attrezzeria sottile
come un merletto, dalle velette candide orlate di rosso, si culla mollemente
come una creola indolente, porta il nome a lettere d’oro, il nome dolce di
qualche creatura celestiale e bionda: Flavia. Uno stabilimento di bagni,
piccolo ed aristocratico, si congiunge alla riva per una breve viottola, sulla
viottola passano le belle fanciulle vestite di bianco, coi grandi cappelli di
paglia coperti da una primavera di fiori, cogli ombrellini dai colori splendidi
che si accendono al sole; passano le sposine giovanette, gaie e fresche,
attaccate al braccio dello sposo innamorato; i bimbi graziosi, dai volti
ridenti e arrossati dal caldo. E nel mare, giù, è un ridere, uno scherzare, un
gridio fra il comico spavento e l’allegria dell’acqua fredda, e corpi bianchi
che scivolano fra due onde e braccia rotonde che si sollevano e volti bruni dai
capelli bagnati. È la festa di Mergellina, di Mergellina la sorridente, fatta
per coloro cui allieta la gioventù, cui fiorisce la salute, fatta pei giovani
che sperano e che amano, fatta per coloro cui la vita è una ghirlanda di rose
che si sfogliano e rinascono sempre vive e profumate.
Ma
il mare dove finisce il dolore è il mare di Posillipo, il glauco mare
che prende tutte le tinte, che si adorna di tutte le bellezze.
Quanto
può ideare cervello umano per figurarsi il paradiso, esso lo realizza. È
l’armonia del cielo, delle stelle, della luce, dei colori, l’armonia del
firmamento con la natura, mare e terra. Si sfogliano i fiori sulla sponda,
canta l’acqua penetrando nelle grotte, l’orizzonte è tutto un sorriso.
Posillipo è l’altissimo ideale che sfuma nella indefinita e lontana linea
dell’avvenire; Posillipo è tutta la vita, tutto quello che si può desiderare,
tutto quello che si può volere. Posillipo è l’immagine della felicità piena,
completa, per tutti i sensi, per tutte le facoltà. È la vita vibrante,
fremente, nervosa e lenta, placida e attiva. È il punto massimo di ogni sogno,
di ogni poesia. Il mare di Posillipo è quello che Dio ha fatto per i poeti, per
i sognatori, per gl’innamorati di quell’ideale che informa e trasforma
l’esistenza.
Quando
il Signore ebbe dato a noi il nostro bel golfo, udite quello che la sacrilega
leggenda gli fa dire: uditelo voi, anima glaciale e cuore inerte. Egli disse:
Sii felice per quello che t’ho dato, e se non lo puoi, se l’incurabile dolore
ti traversa l’anima, muori nelle onde glauche del mare.
|