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BARCHETTA-FANTASMA
Li
conosci tu? Li conosci tu questi giorni fangosi e sporchi, quando la Noia
immortale prende il colore bigio, l'odore nauseante, la pesantezza opprimente
della nebbia invernale, quando il cielo è stupidamente anemico, il sole è una
lanterna semispenta e fumicante, i fiori impallidiscono ed appassiscono, le
frutta imputridiscono, le guance delle donne sembrano di cenere, la mano degli
uomini pare di sughero, la città patisce di acquavite e la campagna di siero? È
in questi giorni che la fantasia del mondo, esaltata nella sua febbre, senza
trovare più pascolo, senza avere più refrigerio, si nutre orribilmente di se
stessa, arroventandosi o disseccandosi. In questi giorni la poesia, la delicata
ed esile fanciulla, irrimediabilmente ammalata, s'illanguidisce, declina il
capo e muore senza un gemito, senza un respiro – e l'arte, la robusta
fanciulla, colpita mortalmente, agonizza, torcendosi le braccia, effondendo in
lugubri lamenti la sua disperazione. Invano l'artista cerca immergersi nel suo
sogno prediletto: il sogno è scomparso. Invano egli tenta tutte le corde della
bionda lira: sotto la sua mano tremante le corde si spezzano, con un suono che
si prolunga nell'aria come un triste presagio. O giorni, o giorni scombuiati,
feroci e maledetti.
Ma
perché in questi giorni non amiamo noi, sino a morirne? Perché non chiudiamo
gli occhi, lasciandoci rotolare in un abisso senza fondo dove è cosi dolcemente
doloroso finire la vita? Perché non parliamo noi di amore sino a che la voce si
esaurisca nella gola riarsa e la parola diventi un mormorio indistinto? Vieni
dunque ad ascoltarmi. Narrerò a te d'amore.
A
te, fantasma fuggevole ed inafferrabile, essere divinamente malvagio,
umanamente buono, infinitamente caro, bello come una realtà, orribile come una
illusione, sempre lontano, sempre presente, che vivi nelle regioni sconosciute,
che sei in me: chimera, persona, nebulosa, nome, idea odiosa ed adorabile da
cui parte ed a cui ritorna ogni minuto la mia vita!
L'hai
tu mai vista la barchetta-fantasma? L'hai tu vista, amor mio?
.....
Odimi. Io non so quando avvenne la storia d'amore che ti narro; l'anno, il
giorno e l'ora, non li conosco. Ma che importa? Oggi, ieri, domani, il dramma
dell'amore è multiforme ed unico. Batta il cuore sino a spezzarsi sotto una
toga di lana, una corazza di acciaio o un abito di velluto, il suo palpito
precipitoso non rovinerà meno o diversamente una esistenza; siano le braccia
dell'amata cinte di bende sacre, nude, sotto le fasce dei braccialetti, chiuse
nelle stoffe seriche, o seminascoste nei merletti, esse non abbracceranno con
minore o diversa passione. Che importa una cifra? Tecla era bella. Il suo volto
era di quel candore caldo e vivo che diventa cereo sotto i baci; nei grandi e
voluttuosi occhi di leonessa si accendevano strane scintille d'oro; le labbra
arcuate erano fatte per quel sorriso lungo, profondo e cosciente che poche
donne conoscono; le trecce folte, brune, s'incupivano in un nero azzurro. Si
chiamava Tecla, un nome duro e dolce, che nel fantasioso vocabolario dei nomi
significa cuore colpevole. Hanno la loro fatalità anche i nomi. Fanciulla,
Tecla aveva ignorato l'amore, orgogliosa ed indifferente; sposa a Bruno, Tecla
aveva ignorato l'amore, moglie superba e glaciale. Eppure aveva veduto
struggersi, consumarsi d'amore il forte cuore di Bruno, un ruvido ed aspro
cuore che non aveva mai amato, ma quel soffio ardente di passione non l'aveva
riscaldata, quella voce ansiosa ed appassionata non l'aveva commossa, l'amore
di Bruno era rimasto inutile, inutile. Bruno se lo sapeva, Tecla glielo aveva
detto. Ella non mentiva mai. Era sposa a lui, senza odio, ma senza trasporto.
Bruno non si rassegnava, no. Tecla era il cruccio insoffribile della sua vita,
il chiodo irrugginito, ficcato nel cervello, il tronco di spada spezzato ed
incastrato nel cuore. La ruga della sua fronte, la crudeltà del suo sguardo, il
sogghigno del suo labbro, l'amarezza della sua bocca, il fiele del suo spirito
era Tecla. Avrebbe dovuto morire, ma quando s'ama non se ne ha il coraggio.
Avrebbe potuto uccidere Tecla, ma non vi pensava. Non si uccide una donna
virtuosa: Tecla era virtuosa, di una virtù alta e fiera.
Ma
come ogni altezza ne trova un'altra che la superi e la vinca, fino a che non si
arrivi all'invincibile ed all'incommensurabile, così dinanzi alla virtù di
Tecla giganteggiò, immenso, l'amore. Fu una grande sconfitta; fu un gran
trionfo. D'un tratto la fierezza si annegò nella umiltà, l'orgoglio fu
ingoiato, trovolto. Era singolarmente bello Aldo, un fascino irresistibile
vibrava nella sua voce armoniosa, le sue parole struggevano come fuoco liquido,
il suo sguardo dominava, vinceva, metteva nell'anima uno, sgomento pieno di
tenerezza; ma se tutto questo non fosse stato, per Tecla egli era sempre, unico,
l'amore. Fu una notte in una sala fulgida di lumi che si videro. Nulla seppero
dirsi. Pure fra quei due esseri che si separarono senza un saluto, senza un
sorriso, un legame indissolubile era sorto. Camminavano uno verso l'altro,
dovendo inevitabilmente incontrarsi.
–
Che fai tu alla finestra, Tecla? È un'ora che guardi nel buio, quasi vi
scorgessi qualche cosa.
–
Guardo il mare, Bruno, rispondeva lei con la infinita mestizia di chi comincia
ad amare.
– La
brezza della sera ti fa male, Tecla. Tu sei pallida come un cadavere.
–
Lasciami qui, te ne prego.
– Tu
sei triste, Tecla. A che pensi?
– Io
non penso, Bruno.
–
Dimmi, chi ti rattrista?
–
Nessuno può rattristarmi.
–
Tecla, la tua mano è gelata e le tue labbra sono, ardenti; tu soffri, tu tremi,
tu vacilli...
–
Muoio...
Ma
in una notte cupa e profonda, dopo venti notti che l'insonnia tormentosa si
assideva al suo capezzale bagnato di lagrime, Tecla sentì scuotersi tutta, come
se un appello possente la chiamasse.
–
Eccomi – mormorò.
E
muta, rigida, con l'incesso uniforme e continuo di un automa, col lungo abito
bianco che le si trascinava dietro come un sudario, col passo ritmico che
appena sfiorava il suolo, coi lunghi capelli disciolti sugli omeri, con gli
occhi spalancati nell'oscurità, ella attraversò la casa ed uscì sul terrazzo
che dava sul mare. Aldo era là.
Ella
andò a lui. Stettero a guardarsi, nell'ombra. Non un detto, non un sospiro.
L'amore condensato, potente, sdegnoso di espansione, li soffocava.
O
indimenticabili notti create per l'amore! O eternamente bello golfo di Napoli,
dall'amore e per l'amore creato! Nelle notti di primavera, quando il fermento
della terra conturba i sensi e tenta l'anima, quando nell'aria vi è troppo
profumo di fiori, si può discendere al mare, entrare nella barca, fuggire la
costiera, e sdraiati sui cuscini contemplare l'azzurro cupo del cielo,
l'ondeggiamento voluttuoso del flutto, il palpito vivo delle stelle che pare si
vogliano staccare per precipitare nell'immenso aere. Nelle torbide notti estive
che seguono le giornate violente e tormentose, quando la terra si riposa,
sfiaccolata, da una passione di quattordici ore col sole, felice colui che può
farsi cullare in una barca, come in un'amaca, mentre il forte profumo marino
gli fa sognare il tropico, la sua splendida e mostruosa vegetazione, e le
svelte fanciulle brune che discendono sotto gli archi dei tamarindi.
Nelle
meste e bianche notti autunnali, quando la luna malaticcia si unisce alla
candida malinconia del cielo, al languido pallore delle stelle, alla nebulosità
ideale delle colline, quando tutto il mondo diventa fioccoso di spuma, vi è chi
presceglie il mare per confidente e va a narrargli il disfacimento della sua
vita che inclina a perdersi nel nulla, mentre la morbida curva di Posillipo
pare che si abbassi anche essa desiderosa di scomparire nel mare. Nelle notti
tempestose d'inverno, quando il temporale della città ha tutta la grettezza e
la miseria delle stradicciuole strette e delle grondaie piagnolose, quando
l'anima sente il bisogno imperioso di una mano che l'afferri, che delizioso ed
infinito terrore, che impressione incancellabile trovarsi in alto mare, in un
ambiente nero, dove il pericolo è tanto più grande in quanto è indistinto. Ma
più felice di tutti colui che godette queste notti carezzando i capelli morbidi
di una donna adorata, che stringendola al cuore, potette sognare di rapirla nel
paese sconosciuto desiderato dagli amanti, che potette sperare di morire con
lei, sotto il cielo che s'incurva, nel mare che li vuole. Più di tutti colpevolmente
felici e colpevolmente invidiati Aldo e Tecla.
–
Aldo, il mare è troppo nero.
– Io
t'amo, Tecla.
– Io
t'amo, Aldo. Sostienimi col tuo valido braccio, amore. Perché quel barcaiuolo
tace?
– Il
suo lavoro è duro, forse. Gli daremo del denaro – ..... mi amerai sempre,
sempre, Tecla?
–
Sempre. Aldo, quella fiaccola gitta una luce sanguigna sui nostri volti e sul
mare. Pare che illumini due cadaveri ed una tomba, amore.
–
Che temi tu dalla morte?
– Dividermi
da te.
–
Giammai. Dio deve castigarci egualmente.
Un
silenzio si prolungò. Si guardavano, mentre alla loro passione si univa la nota
dolce di una tenerezza grave come un presentimento. La barca volava sull'acqua;
il barcaiuolo vogava con grande forza, senza volgere il capo a guardare gli
amanti.
–
Non ti sembra, Aldo, che siamo lontani assai dalla sponda?
–
Tanto meglio, dolcezza mia.
–
Perché quel barcaiuolo non parla?
–
C'invidia forse, Tecla. È giovane, amerà senza speranza.
–
Interrogalo, Aldo. Domandagli perché nasconde il suo volto.
D'un
tratto il barcaiuolo si volse. Era Bruno. Era la figura dell'odio. Aldo e Tecla
si baciarono. E la barca si capovolse sul bacio degli amanti, sul grido di
furore di Bruno. Tre volte vennero a galla gli amanti, abbracciati, stretti con
una celestiale beatitudine nel viso, tre volte venne a galla una faccia
contratta dalla collera.
.....
Odimi, amore. In una certa ora della notte, sulla bella riva di Posillipo, su
quella gaia di Mergellina, su quella cupa del Chiatamone, su quella fragorosa
di Santa Lucia, su quella sporca del Molo, su quella tempestosa del Carmine, la
barchetta fantasma appare, corre veloce sull'acqua, gli amanti si baciano
lentamente, la figura dello sposo si erge sdegnata, la barchetta si capovolge.
Ancora tre volte si rivede quell'eterno bacio, quell'eterno odio. Ogni notte la
barchetta-fantasma appare. Ma non tutti la vedono. Dio permette che solamente
chi ama bene, chi ama intensamente possa vederla. Apparisce solamente per gli
innamorati, i quali impallidiscono a quell’aspetto. È la pruova infallibile e
singolare.
L’hai
tu vista? L’hai tu vista, la barchetta-fantasma? O sciagurata me, se fui sola a
vederla!
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