Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Nel paese di Gesù
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NAVIGANDO VERSO SORIA

V. Soria, Soria!

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V.

 

 

Soria, Soria!

 

Senza rimpianto, senza nostalgia, mentre la nave s’inclina un poco, lasciandosi dietro l’infido porto di Alessandria, nello spirito di colui che va in Palestina, l’Egitto tramonta, di un tratto, come il suo rovente sole. Le visioni di un paese, ardente e voluttuoso, dove lo spettacolo della vita ha l’incantesimo della grandezza e della bellezza, nelle sue maggiori forme esteriori, queste visioni festose e squisite, che furono l’ebbrezza degli occhi e della fantasia, mancanti di qualunque intimità sentimentale, spariscono. Torneranno, forse, più tardi, le maestose e fascinatrici parvenze, in cui l’anima sognante, da lungi, rammenterà infine, vagamente e vanamente, un indecifrabile mistero interiore: penserà allora, l’Anima che essa non seppe leggere la parola negli occhi vacui e pure profondi della Sfinge, o le morderà il cuore il desiderio del ritorno, sulla terra di Cleopatra. Non ora! Per una, per due settimane, le pungenti tristezze della partenza, che si calmano, ma non si spengono, la novità di una esistenza tutta diversa fra esseri sconosciuti, fra linguaggi ignoti, la confusione dei sensi, che provano impressioni mai sentite, l’attrazione di cose bizzarramente piacenti, date in pascolo alla curiosità, fecero, quasi, obliare lo scopo vero del viaggio. Colui che va, da un battello a un albergo, da un treno ferroviario a una barca, da un fiume a un caffè, non è, povero organismo misero umano, trasportato, sballottato, perduto, tra la folla, non è, in quei primi giorni, se non una creatura priva di quella coscienza autonoma, vivida, priva di quella volontà, fissamente diretta alla sua via. ma, invero, niun segreto e saldo e lungo desiderio può restare troppo tempo silenzioso nell’anima: esso, a un certo momento, si leva, riafferra tutto lo spirito, senza violenza, con una certa assolutezza di possesso. La nave si apre la via, sicuramente, e il severo, il malinconico ideale di chi andò in viaggio, pellegrino del paese di Gesù, riprende il cuore deviato e distratto: la picciola e pur grande Terra Santa, che conoscemmo ingenuamente nelle letture della infanzia e della puerizia, la regione sacra, dove il Signore si compiacque di parlare agli uomini, nel primissimo evo del mondo, dove egli volle inviare il suo Figliuolo, questa regione che, di lontano, brilla come un purissimo gioiello innanzi agli occhi della mente di ogni cristiano, questa regione riappare al navigante, che va verso Soria, irresistibilmente.

 

 

Niuno qui, a bordo dell’Apolloaugurioso nomeparla di Palestina, che è vocabolo geografico non tanto comune: ma la sonante parola Soria ritorna sempre, fra i dialoghi dei viaggiatori. Soria! Non forse, questo, il nome poetico della costa di Palestina, il nome delle vecchie ballate di cinquanta anni fa, quel nome che udimmo uscire dalle labbra materne, recitanti le poesie della sua giovinezza, e che ci parve una musica deliziosa, quel nome che ritornava nei semplici ritmi? Mi rammento un sol verso, assai umile, di una leggenda in versi: Un mercante lasciando Soria, e poi, niente più; tutto è sparito dalla memoria, salvo colei che lo pronunziava, così cara, così indelebile nella memoria! Soria! E nella fanciullezza, anche noi li abbiamo amati quei personaggi delle ballate, delle leggende; dei poemetti, che si votavano alla Croce e fuggivano un mondo, dove non trovavano posto alla loro sete di vivere, soffrendo e combattendo, questi cavalieri sempre vestiti di ferro, sollevanti lo spadone pesante e roteandolo come un giunco, belli, forti, consumati da una nobile ambizione, torturati dal loro inutile coraggio e dal loro inutile valore: il Santo Sepolcro si prendeva queste vite di guerrieri e di cristiani. Noi li abbiamo amati, i cavalieri di quell’infelicissimo autore della Gerusalemme Liberata, così puri e così sventurati, come il poeta che li cantò; e, più tardi, dinanzi a coloro che ridevano di tutto ciò, beffandosi delle vecchie poesie e di quei crociati, tutti tagliati sopra un sol figurino, figurino passato tanto di moda, a noi, il sorriso è morto sulle labbra; e le simpatie dell’infanzia, intimidite, disperse, mai più han fatto capolino, innanzi al sogghigno dei più modesti ironisti. Chi oserebbe, oramai, più dichiarare il suo entusiasmo per Goffredo di Buglione senza udire un coro sardonico di protesta? Ma i coristi sono lontani, e la nave va dove Goffredo di Buglione mise la vita per la pietra che, domani, forse, le nostre labbra bacieranno!

Soria! La nave austriaca ha, nelle sue tre classi, una popolazione di pellegrini e di mercanti, di touristes e di gente d’affari, di devoti e di indifferenti: una piccola folla, infine, che va nella terra sacra ai più soavi e più mirabili ricordi, per gli interessi del suo cuore o del suo corpo, della sua coscienza o della sua borsa. Tre o quattro avvocati del Cairo, che vanno semplicemente a Gerusalemme, per appianare delle questioni giuridiche e finanziarie, intorno alla novissima ferrovia Gerusalemme-Jaffa; accanto a loro, un pellegrino maltese, vestito non da prete, ma con un abito quasi sacerdotale, recita il suo rosario, lungamente, guardando sempre innanzi a , con quegli occhi di coloro che si assorbono ogni giorno nella preghiera: due signorine di Kaipha, il piccolo porto, donde si parte per Nazareth e per Tiberiade, due signorine turche europeizzate, hanno lo sguardo timido e fuggente, quella tinta trasparente delle donne orientali che, da poco, smisero il velo: una intiera famiglia greca, della grossa borghesia, discorre vivamente di Gerusalemme, dove si reca coi figliuoli, con la serva, col servo, e la bella parola Panagia, il nome della Madonna, ritorna sempre nei loro discorsi. E, nella terza classe persino, piena di mercantini, di venditori ambulanti, di guide, di soldati turchi che raggiungono la Palestina, niuno parla più del lucroso Egitto, dove la stagione dei viaggiatori è finita; tutti parlano di Terra Santa, dove la stagione dei pellegrini o dei touristes continua. Su tutto e su tutti vi è, a bordo, come dovunque, all’estero, un grosso nucleo d’inglesi, provvisti di tutti i biglietti Cooks possibili e immaginabili, che, dopo il bagno, passeggiano a piedi nudi, in coperta, sino alle nove della mattina, e, dopo la seconda colazione, si fanno leggere la Bibbia, in inglese, da un immancabile clergyman, notando tutti i passaggi del Santo Libro che han rapporto al loro viaggio, alle loro prossime escursioni: e, con quelle voci senza tonalità musicali, voi udite i nomi santi, intercalati da interiezioni britanniche:... ooh! Jericho!... ohoh... Holy Land... ohoh... Jordan! Malgrado la suprema indifferenza con cui questi memorabili nomi vengono da loro pronunziati, voi, nella imminente emozione delle ore che scorrono e che vi avvicinano a Jaffa, trasalite. Pianamente, in italiano, in greco, qualcuno interroga il comandante dell’Apollo, uno di quei fini dalmati, uomini di mare, se mai ve ne furono, e gli domanda se, veramente, questo porto di Jaffa, dove noi toccheremo, la prima volta, il paese di Gesù, sia così periglioso e infido. Il comandante annuisce; ma con la sua bella indifferenza marinara, dichiara che ne ha visti altri, lui, di porti cattivi, e che, del resto egli si ferma lontano dal porto, con l’Apollo. Il porto di Jaffa? Un quarto d’ora brutto, da passare, in una barca, che sbalza sulle onde, fra gli scogli paurosi.

Intanto, un tumulto si leva dal mare, presso Porto Said. Tutti si sporgono, dai parapetti del bordo, tutti guardano una grossa nave che passa accanto a noi, così carica di turchi che c’incute meraviglia e sgomento. Vi sono turchi a poppa, a prua, sulla terrazza di comando, persino sulle barche sospese lungo la panciuta e lenta nave: sono vecchi, giovani, donne, bimbi: sono laceri scalzi, sudici: essi pregano, parlano, cantano, gridano, urlano: è un’apparizione così bizzarra e così paurosa, che nessuno parla più. È il pellegrinaggio dei musulmani, che va alla Mecca e si dirige verso Gedda, il porto mussulmano, per cui tutti i fanatici si avviano in processione alla tomba del Profeta. Vanno dove giace, nella stupenda Moschea, sotto i tappeti ricchissimi, che ne coprono la inaccessibile tomba, il loro grande Maometto: sono cinque o seicento, cioè una minimissima frazione dell’immenso pellegrinaggio turco, poveri, ma religiosi sino al fanatismo più cieco, essi accumulano soldo a soldo, cioè piastra a piastra, il denaro per compiere il loro viaggio. Degli armatori avari e avidi li caricano a frotte, come un bestiame umano, sopra vecchi vapori. A bordo, non si loro pranzo: hanno solo una certa razione di acqua ogni giorno. Essi portano le provvigioni e fanno la loro cucina, in ogni angolo: hanno qualche sdrucito tappeto dove si sdraiano e si addormentano. Non vi è prima, seconda, terza classe: è tutto un letamaio. E dei tre o quattrocento mila pellegrini della Mecca, quasi sempre ne muoiono quaranta o cinquantamila di malattie infettive, di colera, di peste: muoiono di stanchezza, d’insolazione, di fame. Ma, per loro, è una felicità morire in quel viaggio pio: il massimo della felicità è morire nel ritorno; dopo aver visto e adorato la tomba del Profeta. Le due navi, quella che porta pellegrini in Terra Santa e quella che porta gli hadgì alla Mecca, si allontanano dopo pochi minuti, l’una dall’altra, mentre i tumultuosi pellegrini turchi seguitano a cantare le loro orazioni.

A bordo si chiacchiera: — Quale parte del mondo invia più gente in Palestina? Le Americhe del Sud mandano più pellegrini di religione; l’Inghilterra manda più viaggiatori di diletto. Ma, in Europa, quale popolo cristiano è più attivamente punto da questa nostalgia del Santo Sepolcro? Il popolo russo? E gli italiani? Quanti italiani vanno, in Palestina? Pochi? Pochissimi. Ma non sono credenti, forse? Sì, sono credenti. Ma non hanno, molti, la fede ardente e operosa, ma, molti altri, non hanno poco, abbastanza denaro da andare: ma mancano di energia fisica, altri, e altri di energia morale: e moltissimi sono ignoranti, non sanno come ci si va, in Palestina! Peccato! Eppure, sapete quale lingua si parla di più, in Soria? L’italiana!

 

 

Domenica mattina. Poco dopo l’alba, il comandante si avvicina a un gruppo di viaggiatori un po’ nervosi, che hanno dormito male, e indica loro, sull’orizzonte una nuvola azzurra viva, nell’azzurro più smorto del cielo crepuscolare. Terra Santa! Tutta la popolazione del battello si riversa alla prua, con un moto precipitoso, con una consecutiva immobilità, acuendo lo sguardo, per indovinare la terra in quella massa informe e imprecisa. Passa il tempo, così, vedendo emergere da quella nuvola viva il contorno più preciso della terra e la collina, infine, la collina, dove Jaffa si eleva fra i suoi orti, fra i suoi giardini di aranci e di limoni, dove ancora il maggio lascia dei fiori fragranti; tutto il suo porto, un vano simulacro di porto, biancheggia di spuma irritata che combatte inanemente contro gli irti scogli: la nave austriaca si arresta, lentamente. Ecco, laggiù, dove noi dobbiamo passare, in una fragile barchetta, la chiglia della nave russa che vi affondò l’anno scorso; e ogni tanto essa, battuta dalle acque sempre furiose, riappare a galla, tetramente arrovesciata. Fermo, l’Apollo. Tendendo l’orecchio, si odono fiocamente i suoni delle campane cristiane di Jaffa, le cui vibrazioni diventano sempre più chiare. I cristiani di Jaffa vanno a messa: e noi, forse, quando arriveremo a terra, potremo entrare in una chiesa, anche noi. I pellegrini sono intenti a guardare, con ansietà, questo primigenio paese di Palestina, questa terra sacra, ma sono anche uomini e donne di civil condizione, un po’ schiavi del rispetto umano, non osano inginocchiarsi lungo le paratie della nave e tendere le braccia alla mèta vicinissima di tanto desiderio; se qualcuno è profondamente commosso, si può vedere dal suo pallore, dai suoi occhi velati di misterioso lacrime. Sì, nello sguardo, se non negli atti e nelle parole, tutti questi pochi che vennero a saziare il loro cuore nel paese di Gesù, tutti hanno l’ansietà suprema di chi vede appressarsi, nella sua realtà, qualche cosa di lungamente atteso e d’inatteso, insieme: una curiosità febbrile e pur repressa come di chi investighi, dietro un sottil velo, la fisonomia, che gli fu caramente nota in una vita anteriore, forse in una visione. Costoro, muti, isolati nella loro contemplazione, incapaci di pregare, incapaci di farsi la croce, quasi irrigiditi, sono travolti dalle divoranti analisi, con cui l’anima umana tenta di paragonare la realtà del suo sogno. Questi pochi che dimenticano di prostrarsi, di battersi il petto, poichè vennero per umiliarsi e per esser perdonati, questi pochi, taciturni, come morti alla vita esterna, tentano, vedendo la Terra Santa, di riconoscerla.

 


 


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