III.
Quella
tomba.
Una
piccola nube di uccellini, tutta vibrante di garriti, svolazza sempre, intorno
alla facciata della antichissima chiesa, ove è il Santo Sepolcro: è un continuo
frusciar di alette su per le due ampie finestre ogivali, su per l’arco ogivale
della larga porta, e i brevi e fini cinguettii, presi e ripresi, interrotti e
ricominciati, sono più giocondi nell’alba, mentre, nel tramonto, il volo degli
uccelli è più stanco, le vocette sono più fioche. Talora, uno di questi
uccellini, più curioso e più impertinente, penetra addirittura nella chiesa o
saltella qua o là, emettendo il suo piccolo grido poi, dopo aver girato un
poco, dopo essersi fermato sulle zampettine in vari posti, levando la piccola
testa dagli occhietti scintillanti, riprende la via della porta, apre le ali e
fugge fuori, riempiendo l’aria libera del suo canto. A chi prega, a chi
contempla, a chi pensa, fra i poderosi pilastri che sostengono la volta del
tempio, fra le cappelle di tutte le religioni cristiane, che brillano della luce
delle lampade votive, persino lassù, dietro l’erta scala che conduce alla
chiesa del Golgotha, nelle ombre sacre al martirio e alla morte del Signore,
questo canto di uccellini giunge velato, ma persistente: e si mescola, nelle
ore dei sacri riti, agli inni mistici che i latini, che i greci, che gli
armeni, che i cofti elevano, senza fine, alla memoria del Redentore: e si
unisce, questo sottil canto di uccelli, alla grave e toccante voce dell’organo,
su cui i padri francescani cantano le laudi della tenera madre di Gesù. Sempre,
si ode il trillo acuto e fresco degli uccellini, giacchè essi sono fedeli alle
vecchissime pietre bigie della austera facciata, avendovi i loro nidi; giacchè
essi vivono nella piccola piazza e intorno alla chiesa come nella più ridente
campagna, salutando il sole che sorge e fa parere di oro il vetusto campanile,
salutando, col garrito più malinconico, il sole che discende pei cieli azzurri
di Palestina e sparisce nella gran regione occidentale, verso il mare. Nella
notte, quando il tempio è serrato, e il silenzio preme sulle vie di
Gerusalemme, i piccoli uccelli dormono, col capo sotto l’ala, sulle
pietre degli sporti e dei cornicioni, come se si riposassero sopra un ramo
fiorito.
L’edicola
del Santo Sepolcro è completamente isolata dal resto della chiesa; è stata
costruita sulla roccia viva che formava le tombe di Giuseppe d’Arimatea in cui
fu seppellito Gesù: il sepolcro è stato rivestito di nobili marmi da colei a
cui più debbono i cristiani di tutti i tempi e di tutti i paesi, da quella
grande Elena, madre di Costantino imperatore, che meritò il nome di Helena
Magna. L’edicola santa misura otto metri e venticinque centimetri di
lunghezza sovra cinque metri e cinquantacinque centimetri di larghezza, mentre
la sua altezza totale è di cinque metri e cinquanta centimetri: si eleva
quaranta centimetri sovra il suolo del tempio, ascondendovisi per quattro
scalini. Essa forma, dunque, una cappella allungata, volta da occidente a
oriente: verso occidente, essa è quadrata, verso oriente è pentagonale.
L’interno di questa cappelletta è fatto di due camerette o cellette, quasi
quadrate, attaccate l’una all’altra, comunicanti fra loro per mezzo di una
apertura bassa e stretta, donde si può passare, piegati in due.
La
prima celletta, entrando, è chiamata stanza dell’Angelo. Voi rammentate la
storia più rifulgente di grazia e di luce, nel più poetico e più eloquente fra
gli Evangelisti, nel libro di quel Giovanni che il Signore tanto amò e tanto
predilesse. Dice l’evangelo di Giovanni che Maria di Magdala, due giorni dalla
morte, venne al sepolcro, ma ne trovò la pietra smossa e la tomba vuota: ella
si mise a piangere, desolatamente, giacchè il corpo del Signore non era più lì
ed ella non sapeva dove lo avessero portato e nascosto. E una figura celestiale,
bianco vestita, alata, le apparve, dicendole: Non lo cercate è risorto:
non è qui. La cameretta dell’Angelo ha visto questa sorprendente scena e ha
udito le parole. Nel centro, collocato sopra un piedestallo e chiuso in una
cornice di marmo, consumato dai baci, vi è un pezzo della pietra tombale che
Maddalena e le pie donne trovarono riversa: era molto grande e pesante questa
pietra, dicono gli evangelisti. Questa celletta che è il vestibolo della Santa
Tomba, è oscura, in una penombra che appena diradano le quindici lampade di
argento, pendenti dalla volta, e, come sempre, appartenenti alle quattro
religioni cristiane. Tutti i sepolcri degli ebrei avevano questo vestibolo, e
quello dove il pietosissimo Giuseppe d’Arimatea, discepolo segreto di Gesù,
volle deporre il cadavere del martire, rassomigliava a tutti gli altri. Esso
era ancora nuovo, questo sepolcro, e il buon Giuseppe l’avea fatto costruire da
capo, in un giardino di sua proprietà, appena fuori di Gerusalemme, presso la
collinetta del Golgotha, per sè e per la sua famiglia. Poco più lungi,
sotterra, in un angolo della chiesa, vi sono altre tombe della famiglia del
benedetto di Arimatea: da queste fu isolato il Santo Sepolcro, da Sant’Elena.
La topografia non potrebbe essere più semplice, più evidente, più precisa.
Il
Santo Sepolcro è nella seconda stanzetta. La porta, ho detto, che v’immette,
non è che un’apertura ad arco, molto bassa, di un metro e trentadue centimetri
di altezza, sovra sessantasei di larghezza: una sola persona, alla volta, vi
può passare ma curvatissima. La apertura ad arco è tagliata nella massiccia
roccia viva. La celletta del Santo Sepolcro è più piccola di quella
dell’Angelo; essa non misura che due metri e sette centimetri di lunghezza,
sovra un metro e novantatre centimetri di larghezza. È stata interamente
rivestita di marmo, giacchè i pellegrini e anche i touristi inglesi
portavano via, continuamente, dei pezzetti di pietra viva e l’avrebbero
lentamente distrutta: ma fra le commessure delle lastre di marmo, si vede la
roccia viva, onde era formata, allora. Il Santo Sepolcro vi è collocato
nel senso della lunghezza, contro la parete: esso è scavato nella pietra, a
forma di arca antica, e misura novantadue centimetri di larghezza, sovra un
metro e ottantanove centimetri di lunghezza. Il Signore vi fu deposto con la
testa verso l’Oriente e i piedi verso l’Occidente. Dicono che, spesso, negli
ultimi giorni della sua vita, e nell’agonia, sulla croce, il Signore si
rivolgesse col viso verso l’Occidente, come se volesse respingere da sè coloro
che lo avevano ingiuriato e crocifisso, come se sperasse e invocasse dai paesi
d’Occidente l’avvento e la gloria della sua fede.
Il
Santo Sepolcro non è molto elevato dal suolo: una persona inginocchiata può
baciarlo, abbracciarlo, adorarlo. Accanto ad esso, vi è sempre un sacerdote,
vegliante la tomba del Redentore. Oltre questo pio custode, non possono capire
nella stanzetta che altre due persone, a stento. La folla staziona nella
chiesa, per ore, aspettando di entrare prima nella stanzetta dell’Angelo e poi
in quella dove giacque Gesù: a mano a mano come una persona ne esce, camminando
all’indietro, per non commettere la irriverenza di rivolgere le spalle, vi
penetra un altro pietoso. Su quella tomba ardono, giorno e notte, quarantatrè
magnifiche lampade di argento, sospese alla volta: le prime tredici centrali
appartengono ai cattolici latini, cioè ai francescani di Terra Santa; tredici
sono dei greci non uniti; tredici dei cristiani armeni; quattro dei cofti. Nel
fondo, alto sulla tomba, vi è un quadro molto bruno, molto indistinto, che
rappresenta appena appena una risurrezione; sui due lati della tomba, in alto,
due piccoli parapetti di marmo, sporgenti dal muro, permettono ai padri
francescani di appoggiarvi un altare portatile su cui, ogni giorno, essi
celebrano la messa del Santo Sepolcro.
La
stanzetta è chiara, giacchè, a principio di questo secolo, i greci hanno
perforata la volta dell’edicola: ma essa è stata molto affumicata dalle
quarantatrè lampade, che, perennemente, vi ardono. Così l’hanno vista tutti i
pellegrini che, venuti ad adorarla, ne descrissero dopo le loro minuziose
impressioni e le memorie dei posti. Tutti parlano della roccia viva rivestita
di marmi, della volta oscurata dal fumo, e della forma speciale di sarcofago
attaccato al muro che aveva, che ha il letto funebre di Gesù. La roccia, di cui
era ed è fatta la tomba, è biancastra, venata di rosso; si chiama in arabo melezì,
cioè pietra santa. Il sarcofago fu ricoperto di marmi, sino oltre il
tredicesimo secolo: le pareti furono ricoperte molto più tardi e il tutto,
dopo, è rimasto intatto. La tomba del Signore non è stata aperta che due volte.
Il reverendissimo padre Mauro, custode dei Luoghi Santi, autorizzato dal papa
Giulio secondo e da Kansou-el-Gauro, sultano d’Egitto, nel 1501 ebbe la fortuna
di poter aprire quella sacra custodia. Egli vi notò, fra altri oggetti, una
tavoletta di marmo che tolse: non toccò gli altri oggetti e fece rinchiudere il
monumento. Quattro anni dopo, padre Bonifacio, Custode dei Luoghi Santi, fece
sollevare la lapide di marmo e vi trovò un pezzetto della vera croce, avvolto
in un panno, ma, al contatto dell’aria e della luce, tutto cadde in polvere,
salvo qualche filo di oro che vi era nel tessuto. Rinvenne anche una pergamena,
con una iscrizione, ma così cancellata dal tempo, che vi si potettero
leggere solo le parole Helena Magna. Poi, nel giorno 27 agosto 1555, a mezzogiorno,
la Tomba fu
rinchiusa e non è stata mai più riaperta.
L’orlo
della tomba è consunto dalle labbra e dalle lagrime dei pellegrini di tutt’i
tempi e di tutto il mondo, ma il marmo resiste ancora. Nella cameretta del
Santo Sepolcro si può entrare dall’alba sino alle undici antimeridiane: poi la
chiesa si chiude sino alle due pomeridiane e, da quest’ora, resta aperta sino
al cader del sole. Le messe latine sulla tomba di Gesù sono tre ogni giorno:
due messe piane e una cantata. Chi vuole, può farsi chiudere una notte intiera
nella chiesa del Santo Sepolcro e vigilare, solo, presso quella tomba. I
francescani, anzi, hanno presso la loro cappella di Santa Maria
Maddalena una stanzettina, dove possa trattenersi l’anima pia che, più tardi,
voglia restar sola, colà, una notte, sola con la sua coscienza, sola col suo
Signore, innanzi alla pietra più augusta del mondo.
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