Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Nel paese di Gesù
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LA VIA DOLOROSA

VI. La valle di Giosafat

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VI.

 

La valle di Giosafat.

 

Se voi uscite dalla città santa, in carrozza, per recarvi in quel grazioso e allegro paese che è Betlemme, voi vedete un grande angolo bruno di questa valle apparire e sparire, nella sua profonda malinconia, innanzi ai vostri occhi; se voi, sempre in carrozza, partite per quel fresco, ombroso e felice villaggio che è san Giovanni nelle Montagne, dove è nato il Battista, un’altra larga linea triste di questa valle di Giosafat vi sorge innanzi, lasciandovi nell’anima un senso d’ineffabile tristezza; se voi, infine, a cavallo, lasciate Gerusalemme per recarvi a quel complicato e avventuroso viaggio di Gerico, del Mar Morto, del Giordano, prima che voi arriviate a Bethania, il villaggio dove il Redentore scendeva sempre, nella casa di Marta e Maria, tutta la valle di Josaphat vi si spiega innanzi, nel suo funebre aspetto d’immobilità, di silenzio, d’immensa tetragine; e per un gran tempo, durante le interminabili ore che vi separano da Gerico e che voi attraversate, dando le prove della più inalterabile e angelica pazienza, questa visione vi resta nella mente.

E ogni volta che voi salite al Monte degli Ulivi, voi la sentite, dietro di voi, questa valle nera e muta, che vi si ricorda, con tutte le suggestioni delle profonde mestizie e se la dimenticate, vi è sempre il vostro dragomanno, uomo preciso se mai ve ne furono, che vi ricorda, ogni volta che vi passate, dappresso o da lontano, che quella è bene la valle di Josaphat e che non vi siete stato ancora. Invano, tutto il lato tranquillo e sereno del vostro spirito protesta contro questa immersione nella incommensurabile tristezza; invano voi tentate di resistere a questo fatale fascino che esercita su voi un aspetto di antica e immutabile desolazione; invano voi volete reagire contro l’influenza ammaliatrice della tristezza, nella sua forma più opprimente e più sconsolata; tutto in voi si avvia a queste intime sensazioni che toccano la corda più e meglio vibrante del cuore umano, che è il dolore: tutto in voi anela a queste impressioni di sconfinato rammarico, di rimpianto che non troverà mai conforto; voi avete la nostalgia tormentosa di un ambiente, dove tutte le antiche e nuove miserie della nostra vita possano veramente formare un ex-voto di lacrime represse, di sospiri soffocati, di singulti trangugiati e nel miglior giorno della vostra pace, voi, a piedi, obbliando l’azzurro del cielo, obbliando il sole, obbliando il sorriso irrefragabile della vita, discendete nella valle di Giosafat, invocando l’ebbrezza di tutte le malinconie, di tutti gli sconforti, di tutte le desolazioni.

 

Credete voi che essa sia vasta, la valle di Giosafat? No. La sua maggior lunghezza è di quattro chilometri, la sua maggior larghezza di duecento metri. Ma che importano, queste meschine misure? Quando si è discesi lentamente, per il piccolo sentiero pietroso e scabro, che mena al centro della valle, quando si è giunti al fondo di essa, pare di aver per sempre abbandonato ogni forma lieta e dilettosa dell’esistenza e di essere entrati nel regno senza confini della Tristezza. La valle di Giosafat non ha alberi; non ha fiori; non ha erbe; ogni vegetazione vi è fluita, da tempo immemorabile, e non vi fu giammai; essa è fatta di terra bruna e sterile; essa è fatta di rocce brune e irte; essa è fatta di pietre oscure e nemiche. Tutto il suo lato occidentale è disseminato di tombe ebree, ed esse vi sono oramai così fitte, così folte, che non vi è più posto, per seppellire quei morti: da tutte le parti del mondo, gli ebrei vengono qui, per farsi seppellire poi, nella valle di Giosafat, altri vi arrivano morenti, agonizzanti, solo per morirvi. Ebbene, non sono queste tombe che emanano tanta profonda mestizia: esse non portano croce, non hanno iscrizione, non hanno corone, non hanno fiori, non sembrano neppure a noi un cimitero, tutte queste pietre bianche, e grigie, e brune, senza un motto, senza un segno. E, talvolta, un cimitero non è una cosa molto malinconica, esso ha qualche cosa di definito, di preciso, di limitato, che impedisce all’anima di vagare nei campi vasti, ove solo regna un lugubre soffio mortuario. Che ci premono, infine, queste tombe ebree, di gente che non conosciamo, di una altra razza, di un’altra fede? Non è qui, non è in questo, la invadente, immanente sconsolazione della valle di Giosafat.

Alto vi regna un silenzio funebre. Le sue prode si elevano nell’aria, come le pareti di un abisso, dove non giunga neppure il pio e confortante lume delle stelle. La luce vi arriva fredda e fioca, come scolorata da un incurabile pallore, il cielo appare così lontano, così bianco, così immoto, così senza palpito, chiuso a ogni desiderio, chiuso a ogni aspirazione, che gli occhi si riabbassano al suolo, fissando la terra di un colore oscuro. Non passa un’anima. Laggiù, molto lontano, verso la fonte di Siloè, qualche contadina si allontana, carica del suo nero otre di acqua: ma pare ombra, agli sguardi incerti che la mirano. La solitudine, qui, si fa eterna, nel tempo e nello spazio. Forse giammai anima viva osò scendere, qui, dove la fantasia cristiana mette il grande giudizio e l’ultima giornata. Pare che un incantesimo di tetraggine e di terrore leghi l’audace che volle sprofondare, in questo pozzo di tutte le funebri apparizioni, alla pietra ove egli sedette, stanco e abbattuto. Non un volo di uccello rade le alte cime della valle: non un ronzio gaio d’insetti indica il muoversi e l’alternarsi felice della vita. Tre grandi monumenti, tre bizzarri sepolcri emergono, fra le pietre: quello di Absalon, l’indegno figliuol di Davide; la tomba di Zaccaria, il figlio di Barachia; la tomba di San Giacomo, il minore. Ognuna, nel suo stile, quella di Absalon sorgente dal fondo della valle, quella di Zaccaria e di San Giacomo appoggiate alla roccia e di essa facenti parte, queste tre tombe attirano lo sguardo, ma non lo tengono. La valle di Josaphat, fredda, muta, di un silenzio che migliaia di anni sembra non abbiano interrotto mai, tetra come giammai paesaggio umano fu tetro, ha in ogni elemento di qualunque più alta e più intima tristezza. Per colui che obbedì al fatal fascino, discendendovi, immergendosi in quell’aria senza tinta, in quella luce smorta, in quell’immobilità senza fine, senza limiti, seduto su quel sasso, pare che oramai non esistano, nel mondo, la gaiezza dei colori che carezzano ed esaltano l’occhio, il profumo dei fiori che fanno vibrare il senso di un piacere squisito, che esista più nessuna delle belle, limpide e lucenti cose, ricchezza umile e pur gloriosa della vita. Colui che sente passar l’ora, nella valle di Giosafat, e neppure avverte più che l’ora passi, non rammenta più le tenere carezze dei figli, il dolce sorriso dei parenti, il lume soave degli occhi amichevoli: poiché egli ha soltanto il senso di una solitudine mai cessante, di un deserto che nulla più verrà ad animare, salvo una tremenda catastrofe finale. Tutte le energie, colà, si spengono sotto quel soffio funebre; tutta la bellezza delle cose, si vela di fitti e sempre più avvolgenti veli bìgi e cupi; tutte le ribellioni dell’anima si chetano in un sonno lugubre, nel gran torpore invincibile che l’aspetto delle cose nude, tetre, finite alla vita. Chi discese nella valle di Giosafat osò molto. Il brivido di terrore, di dolore, che lo coglie, gli il supremo avvertimento. Questa è la valle della Morte.

 

 


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