IV.
Il
Giordano
A
poco a poco spariscono le aride zolle coverte da un’acre e bianca fioritura di
sale, che i torbidi e male odoranti vapori esalati dal Mar Morto lasciano
cadere su quel vasto deserto di Gerico; sparisce quel terreno misto di sabbia
nerastra e di pietre, dove si affaticano e si appesantiscono le zampe dei
cavalli; l’aria sembra liberata da quel velo bigiastro e quasi metallico che
opprime lo sguardo del visitatore, lungo il lago di Asfaltide; e il cielo puro
e fino d’Oriente, un cielo di azzurro pallidissimo, tenerissimo, riappare in
tutta la sua grazia e la sua beltà. Mentre la lenta e tranquilla carovana
cammina, col passo placido dei cavalli, col passo placidissimo delle mule,
mentre il palanchino alto ondeggia uniformemente, alla mite freschezza delle
aure mattinali, qualche ciuffo di erba appare, qua e là, e l’occhio, sorpreso,
quasi v’intravvede delle gocce di rugiada. Poi, un lieve trillo vi giunge
all’orecchio e tutto il gran silenzio dello spazio amplissimo ne è riempito: è
la voce di uno di quei piccoli uccellini orientali, che vivono fra le erbe e
saltellano così gaiamente e ingenuamente, innanzi ai viaggiatori. La
vegetazione aumenta sempre; adesso, fra il verde, appaiono quei fiorellini dei
paesi caldi, per lo più bianchi, gialli, violacei — io non ho quasi mai visto
fiori rossi, laggiù, in quel clima ardente — fiorellini gracili sopra uno stelo
sottile che si piegano all’aria mossa dalla carovana, che va, che va. Le erbe
crescono: oramai il sentiero percorso è fra due siepi dove fiorite e dove
spinose: i cavalli si chinano ogni momento per istrappare qualche fascetto di
delicati fiori, leggeri come un candido o giallo merletto.
Colui
che è assiso nel palanchino, sentendo venire a sè tutti quei sani e confortanti
odori, vedendosi innanzi, vedendo dalla finestrette, tutto un muoversi di
verde, si piega, ansioso, e ricerca avidamente il novello spettacolo: e,
ostacolato dal moto del palanchino, appena giunge a fissare nella mente tutto
il gran piano fiorito, che si muove, che pare si muova come un mare, appena
giunge a vedere che il paesaggio ha qualche cosa di vasto sempre, ma di vivace,
di animato, fra l’ondeggiamento delle alte erbe, fra l’inchinarsi delle corolle
dei fiori, fra i garriti dei mille uccellini che pispigliano, che cantano fra
quelle fervide forme di vita solitaria e libera, sotto il gran cielo
benedicente sotto l’aria pura o carezzosa. Poi, infine, sulle pareti dell’alto
palanchino, si ode un fruscìo, un batter leggero; le erbe, gli arbusti, gli
alberetti sono così alti e folti che bisogna aprirsi un varco fra essi e il
palanchino finisce per sembrare lietamente sommerso nella vegetazione, con una
pioggerella di foglie che cade sovr’esso, con qualche goccia di rugiada che
viene a bagnare il volto. E quella sommersione nel verde, dopo aver percorso un
paese arido, pietroso, soffocante, maledetto, quella freschezza delle cose,
quella carezza dei rami e dei fiori, sul legno, dànno una sensazione deliziosa.
Ecco, dunque, l’oasi di Palestina, ecco i campi amati dal Cielo, ecco il
Giordano.
Poco
lontano dalla riva destra, la carovana si ferma, si disfa; in pochi minuti il
palanchino è per terra, i cavalli, le mule sono lasciati in libertà, gli
scialli, i sacchi, i tappeti, gli ombrelli giacciono sparsi, fra le zolle
fiorite. Ancora basso, il sole bagna di una luce bionda tutta la sponda destra,
mentre la sponda sinistra è ancora immersa nelle penombre dell’alba; e in quel
contrasto caratteristico, il sacro fiume passa, fuggendo, rapidissimo, chiaro,
a piccole onde ancora grigie, ma che si vanno colorando sotto il sole, che già
già lo raggiunge. Gli uomini della carovana, distesi sui tappeti, mangiano
qualche cosa; il beduino di scorta fuma la sua eterna sigaretta; il dragomanno
visita i sacchi di provvisioni, distende i tappeti: onde il viaggiatore è solo,
è tutto solo nella contemplazione del Giordano. La suprema beltà di quest’acqua
limpida, fuggente nel silenzio, fra i grandi cespugli delle sponde, fra i
grandi alberi che si piegano a ombreggiarla, tra i fiori che ne radono le rive,
il fascino di questo fiume taciturno e solingo che attraversa un bel paese
tutto rorido, tutto odoroso, tutto consolato dal canto degli uccelli, dal
fremito degli insetti, è indicibile. Il viaggiatore ne risale la sponda,
incantato, vinto: e nuovi paesaggi gli si presentano innanzi agli occhi,
paesaggi tutti benedetti da quella gran vegetazione libera e dolce, da quei
boschetti dove le tinte del verde si armonizzano, da quei salici delicati che
curvano i loro rami, sino nell’acqua, che li batte e non li abbatte.
La
chiarissima onda fluviale del Giordano si increspa, si forma in mille pieghe,
in mille circoli che si aprono, si sciolgono, si ricompongono, più lontani,
diversi, mentre altri ne sopraggiungono, mentre tutto quell’ampio correre di
acqua pare che frema di vita sacra e gioconda. Ed un senso di piena, di
completa felicità, rifà più vivo il sangue attardato nelle vene stanche del
viaggiatore; tutte le oppressioni invincibili di quel lungo, duro, esauriente
viaggio a traverso il deserto di Gerico, innanzi al Mare Morto, miracolosamente
si dileguano; tutta la profonda malinconia delle complicazioni austere,
ascetiche, paurose, svanisce, come una triste nuvola; una lietezza naturale
accende la fantasia languente e colui che prova tutto questo, si vorrebbe
chinare e abbracciare la terra. Il Giordano passa, con una immensa velocità;
colui che venne di lontano, che è fermo sulla sponda, vorrebbe immergersi nelle
sue fresche acque e riceverne l’abbraccio rapidissimo e vigoroso; vorrebbe,
egli stesso, se potesse, chiudere nelle sue braccia, questo gran fiume che il
Signore amò, che i profeti salutarono, che gli apostoli benedissero, che tutti
i cristiani venerarono e venereranno. Tutto vorrebbe toccare, e stringere, e
abbracciare, colui che è fermo solitariamente sulla sponda, e ha innanzi agli
occhi il divino paesaggio, e sente passare sulla sua anima un’ora divina: le
pianticelle tenere e gentili che si specchiano nella riva, i bei fiori dai
profumi che esaltano, i nodosi tronchi degli alberi dai rami potenti, dove le
gemme esalano i più soavi aromi, la terra che si sfrana nell’acqua, le molli
arene dalle pietruzze bianche o colorate. Da migliaia di anni, il Giordano
attraversa la Palestina,
dandole la sua grande meravigliosa oasi, dandole quel paesaggio paradisiaco,
consolatore delle anime affaticate dagli spettacoli monotoni, tetri, tragici: e
sempre tale sarà il fiume, nel tempo dei tempi.
Ma
l’ora del viaggiatore è così breve! Ma la memoria è così labile! Ma tutto ciò
che è supremamente bello, s’imprime, è vero, con caratteri profondi, senza che,
però, questa impressione possa durare incancellabile! Giacente sulla riva,
quasi abbracciante la terra, colui che è venuto a vedere il più santo fiume del
mondo, lascia bagnare la sua mano nelle fluenti acque quasi gelide, lascia
carezzarsi il volto dalle erbe, sposta coi suoi piedi le piccole pietre bianche
del greto: e da tutta la persona e da tutta l’anima, aspira il magico
incantesimo del Giordano. Lontane, lontane, le dolorose impressioni del paese
del martirio; fuggite le sensazioni crudeli che vi parlano di una storia
cruenta, dove sgorgò il sangue più puro e più eletto che abbia albergato in una
creatura divina, umanizzata; svanite tutte le tristezze mortali
dell’anima, che si sente impura, che si sente macchiata, poichè essa è debole e
misera; tutto dileguato, nelle nebbie dei ricordi! Il Giordano è l’idillio: è
il misticismo fatto di luce, ma senza ombra: è la preghiera serena, senza
singhiozzi e senza lacrime: è la fede, senza paure e senza tormenti. Il cielo
sorride alla terra che gli manda i suoi allegri saluti: la famiglia graziosa e
vigorosa delle erbe, degli arbusti, delle grandi piante, germoglia e fiorisce,
lietamente: un canto continuo, dall’alba al tramonto, fa liete le rive del
fiume: e le grandi acque scorrenti riflettono l’azzurro puro, e hanno la
purezza, che nulla può intorbidare.
Ah,
la immane tragedia per cui milioni e milioni di cristiani, ancora curvano la
testa e piangono amaramente, non più affigge il cuore credente: qui è l’amore e
non è il dolore: qui è la speranza e non è la desolazione; qui è l’entusiasmo e
non la tetraggine: qui è l’affidamento sublime, senza il terrore del dubbio! Le
magiche onde, dunque, ancora rinnovano il miracolo del più nobile loro
battesimo: esse lavano, purificano, vivificano: e una nova primavera,
rifiorisce nel cuore risanato dalle sue incertezze, dalle sue amaritudini,
dalle sue lugubri ferite. Tutto il candore dei bei fiori, tutta la chiarità
delle fuggevoli acque, tutta la serenità del ridente cielo sono passate,
magicamente, nell’anima di chi venne, qui, in pellegrinaggio di fede e di
pietà. Le tremolanti o innocenti albe dell’infanzia si rinnovano, quando tutto,
nella carne umana, è purità, è dolcezza, è verginità: il mistero rigeneratore
del battesimo si ripete, una seconda volta. Giacchè è qui, sotto questo grande
albero, che Gesù, in un giorno di primavera piegò umilmente il biondo capo
sotto il battesimo di Giovanni: questo paesaggio vide la scena di amore, vide
l’idillio supremo. Le pie labbra toccano il tronco rugoso: la pia fronte lo
tocca: e una solinga ebbrezza spirituale esalta il pio cuore.
|