Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Nel paese di Gesù
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SAN FRANCESCO IN PALESTINA

I. L’ospitalità

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SAN FRANCESCO IN PALESTINA

 


 

I.

 

 

L’ospitalità.

 

 

Gerusalemme ha un grande albergo, il New Grand Hôtel, capace largamente di un centinaio di persone e organizzato con la eleganza e la comodità inglese, a cui si mescola un certo carattere orientale che lusinga i viaggiatori fantasiosi: nei suoi quartieri nuovissimi, fuori Bab-el-Khalil, ha altri due alberghi piccoli ma puliti e graziosi, l’Howard e il Feil, tenuti, come si vede dai nomi, da inglesi: più, vi sono delle camere mobiliate, delle pensioni sparse per la città, specialmente nel quartiere dei cattolici latini. Ma l’alloggio religioso, l’alloggio pio, quello che preferiscono i viaggiatori di religione, è il grande, bellissimo ospizio dei francescani, Casa-Nova, dove da San Francesco in poi, da quando il più umile e il primo fra i cristiani, il poverello di Assisi, andò in Palestina, l’ospitalità si esercita con un affetto e una nobiltà d’animo che commuovono.

Non bisogna confondere Casa-Nova, dove è albergato chiunque si presenti, da qualunque parte venga, a qualunque religione di Cristo appartenga, col convento dei francescani, retto dal Custode di Terra Santa e Guardiano del Monte Sion — questi sono i suoi titoli! Nel convento francescano di San Salvatore, non penetrano uomini donne: e i francescani ne vengono fuori per la loro opera di carità, per insegnare nelle scuole, per dirigere le officine, per esercitare l’ospitalità. Casa-Nova è un edificio separato, di fronte a San Salvatore: vi sono adibiti tre o quattro francescani e otto o dieci inservienti, nei momenti in cui il pellegrinaggio è più numeroso. È un vasto caseggiato, a tre piani, uno terreno, e due in elevazione: può contenere trecento pellegrini e ne ha contenuti sino a cinquecento. Naturalmente, ha forma di chiostro: ha quattro lati che girano attorno al cortile, con quattro lunghissimi corridoi, su cui aprono le porte delle innumerevoli camerette, dove sono alloggiati i pellegrini. Queste camerette sono tutte bene aerate, imbiancate a calce, nettissime: hanno un bel letto bianco bianco, avvolto nei veli candidi della sua zanzariera, un tavolino da notte, un tavolino da scrivere, un cassettone, e due o tre sedie: un tappetino, avanti al letto. Tutto ciò è lindo, confortante all’occhio e allo spirito del viaggiatore stanco. Vi sono tre classi di stanze, — beninteso non per il prezzo, perché non si paga nulla, ma per la condizione — una per i grandi personaggi, una per la folla media, una per la folla dei poveri. Costoro giungono spesso malati, affranti, in preda a morbi poco affascinanti: bisogna tenerli separati. Ma vi giuro che vi è poca differenza, fra le tre classi: e che la cameretta di un ricco divoto, di un dignitario della Chiesa, è poco diversa da quella di un poveretto. San Francesco ha fondato gli ospizii di Palestina per gli indigenti.

Casa-Nova, col suo frate ospitaliero, padre Filippo da Castelmadama, un francescano pieno d’ingegno e di cuore, fine e simpatico, accoglie con aperta cordialità chiunque si diriga ad esso, per essere ospitato. Donna o uomo, povero o ricco, cattolico romano, luterano protestante, cofto, armeno, greco, nel nome di Gesù, entra e ha tetto e vitto ogni essere umano. Non vi si chiede se non il vostro nome e la vostra provenienza, per la statistica del pellegrinaggio: e compiuta questa fugace formalità, avete la vostra bianca stanza, il servo vi dice le ore dei pasti e del ritorno, la sera, alla casa ospitale. Vi danno caffè e latte, alla mattina; all’una il pranzo, abbondante, sano e gustoso, con buon vino di Gerusalemme o di Hebron: alla sera, la cena, calda; alle nove di sera, bisogna esser rientrati. I francescani vi lasciano la più assoluta libertà di andare, di venire, di dormire, di scrivere, di fumare: non vi obbligano, direttamente, indirettamente, a fare pratiche religiose: non osservano se andate a messa, o no, e se parlate loro, aspettano che voi mettiate il discorso su cose di religione, essi non lo intraprendono mai. Se volete una guida, vi dànno un francescano; se volete la miglior guida di Palestina, vi danno quella perfetta, in tre volumi, di padre Lavinio da Ham, un dotto frate francescano, una guida incomparabile di praticità, di precisione e di poesia mistica; se volete compire delle escursioni, vi trovano il dragomanno, il beduino di scorta, il cavallo; in tutto vi consigliano saviamente, praticamente; in qualunque vostra necessità vi aiutano; se siete malato, vi assistono; se siete triste, vi confortano; e sanno tutto, si occupano di tutto, vi spianano ogni difficoltà, vi aprono ogni via, senza posa, senza blague, senza farvi pesare la loro compagnia e la loro energia. Felici, se li ricercate: indifferenti, se non volete vederli: cortesi, sempre, e più che cortesi, cordiali, previdenti, tranquilli in ogni trambusto, incapaci di seccarsi, di scoraggiarsi, di abbandonarvi. Parlano tutte le lingue e hanno viaggiato tutto il mondo: sono di tutte le nazionalità, ma in gloria di S. Francesco, che fu il loro capo, che fu un italiano, parlano, tutti l’italiano, e lo insegnano, e lo propagano, e lo difendono, e se l’Italia esiste ancora in Palestina, se il nome italiano ha un valore, una importanza, una grandezza, è dovuto solamente ai francescani, è dovuto alla loro opera patriottica, generosa, caritatevole. E nessuno lo sa: molti fingono di non saperlo: mentre il Santo Sepolcro è ancora conservato alle adorazioni dei fedeli latini, per i francescani: mentre la patria italiana e la fede cattolica debbono ad essi, di non perire colà!

Ma dove più rifulge l’opera ospitaliera, è nei centri molto più piccoli di Palestina, in Samaria, in Galilea, dove non vi sono più strade, alberghi, camere mobiliate, nulla! Dovunque è un posto sacro alla mirabile istoria, di Gesù e di Maria, è sorto un convento francescano e vi è una casa ospitaliera. Betlemme non ha se non una locanduccia — forse, ancora quella che era troppo piena la notte della nascita di Gesù — e ha un bell’ospizio di San Francesco: Nazareth ha un alberguccio, ma a maggio si chiude, e San Francesco, invece, vi un ricovero comodo e fresco, nel suo ospizio, la cui porta è ombreggiata da un gran sicomoro: Tiberiade è una città ebrea, giudea anzi, ma sulle sponde del lago, sorge la casa dei francescani: e dapertutto, nella piccola Naim, nella piccola Cana di Galilea, a Emmaus, a Sichem, dapertutto trovate venti stanze o due stanze, dapertutto avete il tetto sicuro, il letto candido, il vino buono. Che importa l’ora in cui giungete! San Francesco aspetta i pellegrini, a tutte le ore. Arrivate, nelle ore mattinali, talvolta stanco degli scossoni di qualche terribile veicolo, arso dal sole, sudato, assetato: bussate alla porta dell’ospizio, vi aprono, vi accolgono sorridendo, vi danno una stanza all’ombra, vi offrono dell’acqua e sciroppo, del the, quello che volete, persino delle sigarette. Arrivate all’imbrunire, stanco da ore e ore di cavallo, esasperato pel paesaggio monotono e deserto, nervoso sino al delirio dalla fatica, senza più fame, senza più voglia di vivere: vi lasciate cadere dal cavallo, vi fate quasi trasportare nell’ospizio, ma vi è subito un letto, vi è un servo muto che vi quel che chiedete, un francescano che vi porta da cena, nella vostra stanza, che va via subito, lasciandovi dormire. sognare, perdervi in quel senso ineffabile del riposo, che si gusta con tutti i sensi.

Oh mezzogiorno di maggio in cui giunsi a Nazareth con gli occhi abbarbagliati dal sole, con le fauci ardenti, con la grande incertezza dell’ospitalità, giacchè era la mia prima tappa di Galilea! Duo o tre volte avevo temuto di restare sulla via, senza ricovero, senza cibo, e aver trovato Nazareth deserta, calda, per l’ora meridiana mi aveva anche più scoraggiata. Ma, al primo colpo di martello, la porta dell’ospizio si schiuse e nel cortiletto apparve un servo: ma dopo venti scalini, entrai in un salottino e ivi venne frate Giovanni da Rotterdam, il francescano olandese dal cuore tenero e dalla dolce e semplice parola. E in quell’ospizio di Nazareth, solingo, adombrato dagli alberi, fresco, nella mia cameretta battuta dai venti, che deliziano le colline nazarene, ho passato i giorni più quieti, più raccolti, in maggiore diretta comunicazione col pensiero e col sentimento della fede. Oh, tramonto di giugno, quando io giunsi a Tiberiade, innanzi alla immensa coppa di azzurro dai riflessi di acciaio, che meritò il nome di mare di Genesareth, o gran corridoio sonante dell’ospizio francescano, pieno del molle raggio lunare, dove io ho vagabondato, sola, andando da un verone all’altro, riempendomi gli occhi e l’anima della visione divina! Chi potrà mai dimenticare quelle vie, quei conventi, quelle stanze, quelle accoglienze semplici e franche? Chi non ricorderà, sempre, quelle voci che, nel partire, invocarono teneramente le benedizioni, sui miei figli lontani: Que la Sainte Vierge bénisse ton petit Antoine, madame, e les trois petits...?

O cara indimenticabile ospitalità francescana, che tutto e nulla chiede, che offre ogni calma al corpo e allo spirito e non vi domanda neppure l’elemosina per San Francesco! Mi rammento quella mattinata, in cui siamo usciti da Nazareth, per andare al Thabor. Sa Iddio, e io ho tentato di dirvelo, che cosa sia l’ascensione del Thabor, di ripido, di scosceso, di periglioso, di vertiginoso. È un monte che non somiglia a nessun altro, che è alto seicento metri e che mette a rischio la vita, come un ghiacciaio a quattromila metri, che è ugualmente difficile a piedi e a cavallo, che è aspro alla discesa, come alla salita. Ma è il Thabor! Ma è il monte della Trasfigurazione. Vi andai. Come vi giunsi, non lo posso descrivere. Tutte le forme nervose, dall’incubo alla vertigine, io le ho subite, e quando vi arrivai, non capivo più nulla. Ma, alla porticina del convento, venne padre Agostino da Saragozza, un francescano spagnuolo che vive solo, lassù, con due monaci e due servi: egli mi diede una stanza dove io dormii due ore, profondissimamente: egli mi condusse, dopo, al posto della Trasfigurazione dove mi lasciò sola, a meditare, a guardare il paesaggio vasto e nobile, intorno e, infine, mi dette da colazione: anzi, sovra un pezzo di pane di Spagna, il cuoco, converso francescano, aveva messo, per gentilezza un garofano rosso, fresco. Sul Thabor, fra un deserto di cose e di uomini, quel garofano rosso, quel fiorellino offerto così ingenuamente a una viaggiatrice, da un cuoco invisibile, indica che solo San Francesco sa fare dei miracoli, nel paese di Gesù!

 

 


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