XI.
Il
monte delle Beatitudini.
Intorno
al lago di Tiberiade il paesaggio assume aspetti leggiadrissimi. Già questo
lago è così ampio, le sue acque hanno un color grigio azzurro così vivido, la
pesca vi è così abbondante, che, da secoli, la fervida immaginazione orientale
gli ha dato il nome di mare di Genesareth, o mare di Galilea. Quanti e quanti,
nella ingenuità dellta loro fede e nella superficialità delle loro nozioni di
storia religiosa, non credono che, veramente, Gesù si sia aggirato tre anni
sulle sponde dal mare, seguito da una turba di pescatori, fra cui egli scelse i
suoi più ardenti apostoli, e abbia, nei suoi miracoli di Galilea, camminato
sulle onde del mare e chetato, con la parola divina, una bufera del mare,
minacciante d’inghiottire barche e uomini! E che importa, infine, chiarire
questa differenza? Gesù svolse i trentatre anni dalla sua vita in un breve
paese fra la Galilea,
la Samaria e la Giudea, non uscendo dai
confini di queste tre regioni, non grandi, circoscritte, e dove egli seppe
affrontare tutto un mondo d’idee, di costumi, di leggi o donde egli seppe
ricostruire un mondo di sentimenti, d’idee, di costumi, di leggi: nel modesto
perimetro materiale delle sue peregrinazioni, il lago di Tiberiade poteva,
nell’alta poesia della cristianità, apparire un mare. Che importa, infine,
anche al solingo pellegrino la differenza? Nel chiarissimo mattino di estate,
quando tutto è fresco ancora della rugiada notturna, quando tutta l’anima è
fresca dal riposo notturno e dal sereno risveglio, questa immensa coppa di
acque azzurre, su cui non si è levato il sole e il lontano orizzonte, sfumante
fra il bigio delle ultime ombre fuggenti, può sembrare il mare di Galilea,
sulle cui sponde tante volta Egli si fermò, guardando il cielo, invocando suo
Padre: queste piccole barche ammarrate alla riva, aspettanti i pescatori e
queste barche più grandi su cui sono ripiegate la bianche vele, possono esser
le navicelle del mare di Galilea. Perchè precisare? I colli, intorno, digradano
in linea dolcissima, tutti coperti di verde e si specchiano nelle onde chete
che appena appena s’increspano, ma laggiù, nel mio paese lontano, non ho visto
il colle piegarsi sulle acque del mare, all’alba, a riflettervisi dentro? I bei
colli si arrotondano ricchi di erba e di fiori: fra gli alti cespugli odorosi, pispigliano,
garriscono, cantano, nell’alba, quei piccolissimi uccellini di Siria, così
graziosi nella loro piccolezza, ma lungi, verso Capharnhaum, verso il paese di
San Pietro, si estende la pianura e pare mare, ancora, pare una lontananza
grigio azzurra, ove il mare di Genesareth continui. Non insistiamo. Qui, su
questa sponda, ove io sono ferma, sola, fra le canne sorgenti dalle acque, è
stata legata la barca di Gesù. Che altro domandare?
Una
di queste colline, distante un quarto d’ora dalla brutta città di Tiberiade,
piena di pompose vestigia romane, — Tiberiade è data, ora, al giudaismo più
assoluto — una di queste colline, sorgente sulla spiaggia occidentale del mare
di Genesareth, ha la linea più bella e più attraente di tutte, un po’ separata
in due, alla sua cima, con una viuzza bianca fra le erbe fragranti e i
fiorellini gialli, viola, grigi, che ascende placidamente verso la cima e vi ci
conduce, senza fatica, in altri quindici e venti minuti. Io desiderava assai di
salire sovra uno di quei colli, per guardare, dall’alto, tutto lo spettacolo
imponente e grazioso di Genesareth, per chiudere, in uno sguardo, tutto il
paesaggio, ove Gesù ha portato la sua predicazione e ha annunziato l’avvento
del Regno dei Cieli: ma, forse, non avrei scelto questa collinetta, se, prima
di avviarmi, il fedele dragomanno non mi avesse raggiunta, aspettando, a
qualche passo di distanza, nel più profondo silenzio orientale, e nella più
profonda pazienza egualmente orientale, che io facessi o dicessi qualche cosa.
—
Come si chiama quella collina? — gli chiesi.
—
Collina di Hattine, madame — rispose.
Tacqui.
Guardavo. Esitavo. Forse, più in là, avrei potuto trovare qualche più elevato
punto di vista.
—
Ha anche un altro nome — soggiunse Mansur, il preciso dragomanno.
—
E quale?
—
Hattine è il nome arabo. Il nome cristiano è: il monte delle Beatitudini.
Trasalii
e spalancai gli occhi in viso al mio dragomanno. Egli, supponendo che non
comprendessi, mi spiegò meglio:
—
Dove Gesù annunziò le nove beatitudini.
Gli
voltai le spalle, bruscamente, e mi misi in cammino, per il colle di Hattine.
Tranquillo, muto, egli mi seguiva a distanza e quasi io non udiva il suo passo.
La via era facile: qualche sasso, ogni tanto, franava sotto il piede. Io mi
voltava a mirare il mare di Genesareth, su cui il sole era sorto non ancora
ardente, biondo, dai raggi tenui. Le mie gonne frusciavano contro le erbe,
piegavano i fioretti dallo stelo breve. Arrivai a una prima spianata, ove dei
grandi massi di macigno sporgevano, fra il verde: macigno non più grigio, quasi
bianco, quasi simile al marmo: sembravano dei poggiuoli, in circolo. Li contai:
erano dodici. Poi, anelante di orizzonte, ripresi la molle salita e giunsi
all’ultima spianata, fra le due cime del colle di Hattine. Il mare di Galilea sembrava
più largo, più largo, oramai tutto preso dal sole: Tiberiade biancheggiava,
sulla riva, diventata più piccola: e fra i colli più bassi, la Galilea si allungava, nei
suoi campi, nelle sue pianure apriche, verso tutte le direzioni. Limpidissima
la luce, adesso, permetteva di scorgere molto lontano. Laggiù, laggiù, ecco le
rovine di Capharnahum e di Bethsaida; più in là, quelle di Dalmanutha e di
Chorazin, le quattro città dove Gesù fece tanti miracoli e di cui non giunse ad
infiammare la tiepida fede. All’orizzonte, verso occidente, qualche cosa si
distingue, di più oscuro, sulla campagna: è Magdala, è la piccola città di
Maria Maddalena, la città che non è stata distrutta, poichè il Signore volle
così premiare la sua serva. Spettacolo mirabile! Quaggiù, dove i miei occhi si
abbassano, è il posto dove avvenne la moltiplicazione dei pani e dei pesci:
sulla prima spianata, quei dodici massi di granito sono i dodici poggiuoli ove
sedevano gli apostoli, ad ascoltare la parola di Gesù e che egli promise di trasformare
in dodici troni. Mirabile spettacolo e mirabile posto! Qui, per tre anni, ogni
giorno è asceso Gesù.
Ogni
giorno! Egli aveva bisogno di altitudini; egli sentiva il bisogno di riavvicinarsi
al Cielo. donde veniva, per trarne la sorgente di ogni sua forza. Dopo il
battesimo, non era egli restato quaranta giorni sull’arido, scabro, tremendo
monte di Gerico, a digiunare, a pregare, tentato dal Maligno? Egli amava i
colli, i monti; ivi la sua parola acquistava un calore e una dolcezza,
vivissimi. Su questo colle di Hattine, egli saliva volentieri, ogni giorno;
condotta dai suoi fedeli adoratori, dai suoi apostoli, una turba di uomini, di
donne, di bimbi, lo seguiva, incantata affascinata, sapendo che, a un certo
punto, sarebbero uscite dalla sua bocca parole sublimi. Per il colle
disgradante, la folla si spandeva, sedendo sull’erba, sedendo sui sassi,
formando dei gruppi lieti e dei gruppi pensosi, aspettando che il Maestro
dicesse loro qualche cosa che li confortasse e li esaltasse. Egli, talvolta,
restava a mezza costa, in mezzo ai suoi amici, ai suoi discepoli, ai suoi
ferventi, parlando loro pianamente, con quella soavità delle ore belle e
serene, quando tutta la semplicità nella natura germogliante, fiorente, calmava
l’ardore del suo cuore bruciante. E l’ora trascorreva, piena di una gioia
puerile e gioconda, all’aria aperta, al cospetto del cielo, delle acque, delle
campagne, dei villaggi: l’ora trascorreva e quella turba non pensava nè alle
sue case, nè ai suoi negozii, nè alle sue tristezze, dimentica, estatica.
Talvolta, però, venivano le grandi giornate dello ammaestramento e della
profezia: venivano le ore della emozione solenne, per quella voce che scendeva
dall’alto, che si dilungava per le coste del colle di Hattine, per quella voce
che proclamava prossimo il Regno dei Cieli: ore di gioia suprema che faceva
delirare quei semplici, quegli umili, quei poveretti. Sparito il dolore,
sparita la povertà, vinta la morte: ecco la divina promessa. La turba, fra le
prode erbose e fiorite di Hattine, gridava di allegrezza, piangeva di
allegrezza, le madri abbracciavano i figliuoli, sollevandoli verso Gesù, perchè
li benedicesse. Bastava, in quei giorni, la domanda di un discepolo, l’esclamazione
di una donna, la lacrima di un bimbo, perché il Maestro profferisse le verità
fulgide che non saranno mai obbliate. O Hattine, fu qui! In un giorno tiepido
di primavera, quando tutto era fragrante, intorno, e dal lago sei barche erano
rientrate cariche di pescagione, Gesù risalì questo colle e la folla disertò le
case, le capanne, le tende e i villaggi furono vuoti e muti, e le sponde di
Genesareth solinghe. Quel giorno, mentr’egli ascendeva, in alto, la luce era
così fulgida, l’aria era leggera e così carezzevole, i campi avevano tanto
molle ondeggiamento di erbe e di piante, che una ebbrezza naturale scolorava i
volti di tutti, dando loro il senso di qualche grande cosa che si dovesse
compiere, imminente. Per qualche tempo, prostrato Gesù pregò: quando si levò,
la folla ebbe il sussulto profondo delle inobliabili giornate. Di quassù, sotto
il purissimo firmamento, innanzi alla distesa azzurra del mare di Galilea, in
questa campagna fertile e benedetta da Dio, a quella folla di pescatori e di
agricoltori, a quella folla di donne e di fanciulli, a quella gente candida e
povera, egli disse le insuperabili parole che, più tardi, per duemila anni,
commuoveranno l’universo col nome di sermone sulla montagna. Di quassù,
furono proclamate le beatitudini dello spirito, che solo esse dischiudono il
paradiso. E la parola che più sarà la consolazione, la liberazione, la
esaltazione delle anime sofferenti, nel mondo, il conforto, la fiducia, la
fermezza, la speranza estrema incrollabile: Beati coloro che piangono.
Qui, ha detto questo. Baciamo la terra.
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