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Matilde Serao
Il paese di cuccagna

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  • 19 - LA «VIA CRUCIS» DI DON CRESCENZO
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19 - LA «VIA CRUCIS» DI DON CRESCENZO

 

Uscendo dalla stanza dell’Intendente di finanza, nell’anticamera, don Crescenzo ebbe un barbaglio e vacillò:

- Vi sentite male? - chiese premuroso l’usciere che lo conosceva.

- No, niente: sono questi primi caldi di primavera, - balbettò.

E si passò una mano sulla fronte, che era coperta di gelide stille di sudore. Pure, per darsi un’aria disinvolta, cavò un sigaro e lo accese.

- Buoni affari? - domandò l’usciere al tenitore del Banco lotto, mentre costui smorzava accuratamente il fiammifero.

- Eh… così, - disse l’altro, abbozzando un pallido sorriso.

- Bisognerebbe sapere i numeri certi, - mormorò l’usciere, - don Crescenzo… vorremmo scialare, alla faccia di questo infame governo, - soggiunse, assai sottovoce.

- È che nessuno li sa, nessuno! - esclamò l’altro, crollando il capo e andandosene.

Ma quando fu sotto il portone e uscì all’aria aperta, ebbe un altro abbagliamento, sentì ronzarsi il sangue nelle orecchie e fu per cadere. Dovette stare un minuto buono appoggiato allo stipite di pietra di quel portone del palazzo San Giacomo, che su Toledo, vedendo passarsi vagamente innanzi la gran folla solita di quella strada, aumentata dalla prima giornata di primavera, che metteva fuori assai più gente del consueto. Vedeva una folla vaga, senza contorni precisi, niente altro: udiva come un gran clamore, senza distinguere né le parole, né le voci. Solamente, mentre per istinto fumava, vedeva impresso nitidamente nella fantasia, l’angolo di scrittoio, dove l’Intendente gli aveva mostrato il suo volto, oramai freddo di severità: e udiva precisamente nelle orecchie le parole dell’intendente, squillanti con tanta limpidezza. che quasi ferivano il senso dell’udito. L’Intendente era stato durissimo: non poteva più usare nessuna compiacenza verso il tenitore del Banco lotto, troppa ne aveva usata e non voleva parer complice delle sue frodi. Frodi, aveva detto e ripetuto, malgrado che avesse visto il pallore mortale di cui si era coperto il volto di don Crescenzo, udendo le due sillabe crudeli. Con lo Stato non si scherza: lo Stato non fa credito. Ogni settimana, ai versamenti di don Crescenzo, mancavano delle somme, e ogni settimana bisognava invocare la indulgenza, la pazienza del ministero delle finanze, a Roma, perché aspettasse il pagamento del sempre più grande debito, che don Crescenzo veniva contraendo verso lo Stato: ogni settimana! Ma lo Stato non è una banca che può accordare dilazioni: lo Stato fa aspettare, ma non aspetta! E ogni volta che nominava lo Stato, questa parola gli riempiva severamente e sonoramente la bocca, all’Intendente, ed egli aggrottava un poco le sopracciglia. Don Crescenzo ascoltava col capo chino, sussultando quando udiva nominare quell’ente misterioso, a cui tutto si deve dare e che non nulla, che non ha cuore, che non ha visceri e che stende le mani aperte, per prendere, per portar via. Ah l’Intendente era stato anche preciso, nella sua crudeltà! Per mercoledì ci voleva il versamento totale di tutto quello che si sarebbe esatto, come giuocate, e del debito arretrato: se no, la catastrofe era inevitabile: lo Stato incamerava la cauzione e dava querela per appropriazione indebita a don Crescenzo.

Costui aveva dato solo in un lamento, alle ultime parole dell’Intendente.

- Perdete il denaro e andate in carcere, - aveva conchiuso il degno funzionario.

Don Crescenzo si era messo a pregare, allora; aveva moglie e figli, se era stato tanto ingenuo da far credito ai giuocatori, doveva esser rovinato per ciò? Gli dessero tempo, li avrebbe costretti a pagare, avrebbe ridato allo Stato fino all’ultimo centesimo, era un galantuomo, infine, ingannato, assassinato!

- Anche voi giuocate, e a credito, - disse fieramente l’Intendente.

- Per rifarmi, Eccellenza

- Un onesto tenitore non giuoca mai. Il lotto è una immoralità, nei cittadini

- Allora anche lo Stato è immorale?

- Lo Stato non può esser immorale, ricordatevelo. Pensate a pagare, io non posso fare più nulla per voi.

Ancora aveva pregato, singhiozzando, che non lo gittassero alla prigione, infine non si può voler la morte di un uomo, quando si è uomini, quando si è cristiani! Ma già un paio di volte aveva fatto queste scene all’Intendente ed era giunto a ottenerne un mese, quindici giorni di dilazione: questa volta costui lo guardava così glacialmente, che don Crescenzo intese; questa volta era finita davvero, bisognava pagare o andare in carcere. Si licenziò, sentendo sempre quella parola mercoledì, mercoledì, nel cervello.

Era vero, aveva una giovane moglie e due figlioletti, una piccola famiglia, che con la larghezza bonaria del cuore napoletano, egli aveva abituata a vivere grassamente, passando da un lauto pranzo festivo in casa a una lautissima scampagnata, celebrando con la pappatoria tutt’i giorni festivi, scambiando regali di grossi gioielli d’oro, pagandosi delle carrozze da nolo, sempre col sottile desiderio di avere carrozza propria, comperando nuovi orecchini, nuovi anelli, continuamente, alla moglie, regalandole di quelle mantiglie scintillanti di giaietto, che le borghesi nostre adorano. E tutto questo, sempre vivendo del reddito del Banco lotto, magari facendo qualche piccola speculazione sul capitale del Governo, senza mai giuocare, mai, mai! Ah tempo passato, tempo di purezza, tempo d’innocenza! Quando aveva giuocato la prima volta, lui, lui che avrebbe dovuto salvarsi da quella lebbra, viverne solamente senza farsene attaccare, viverne come si vive bevendo il veleno senza morirne, mentre quel veleno sopra una ferita aperta, uccide, - quando aveva giuocato? Non si rammentava più, vedeva una grande confusione, in cui solo la parola mercoledì si disegnava, con tanto vivido calore che pareva di fuoco, che pareva lo dovesse abbruciare.

Tutta una confusione, in cui la malattia mentale dei cabalisti che si affollavano nella sua bottega di giuoco e le cui mani febbrili toccavano le sue comunicandogli la loro febbre, il cui denaro strappato, Dio sa come, Dio sa dove, passando dalle loro mani alle sue, gli dava la emozione di un dramma, quella malattia mentale che ardeva il loro sangue, vecchi e giovani, poveri e ricchi, potenti ed oscuri, si era trasfusa in lui, dalla presenza, dal contatto, dall’ambiente, filtrando per tutte le cose, emanando da tutte le persone, e lentamente, lentamente, gli si era diffusa per le vene, penetrando nella sua vita istessa. Prima, per l’ardore del guadagno aveva fatto credito ai cabalisti, ritenendosi sempre il tanto per cento sulle loro giuocate a credito, mentre chiedeva dilazioni pel suo debito al Governo: poi, come lo spostamento si veniva facendo sempre più grave, come il buco si faceva più profondo, più profondo, fino a diventare un precipizio, aveva cominciato a giuocare anche lui, il disgraziato, tentando la sorte, con la illusione che la sorte lo favorisse, giuocando a credito, con la fatale, con la tremenda illusione che potesse guadagnare una grande, una immensa somma. Ah, il disgraziato lo sapeva bene, lo sapeva, che non se ne pagavano di vincite, che raramente; lo conosceva bene il terribile ingranaggio per cui le vincite sono la rarità quasi introvabile, sono la probabilità infinitesimale, sono proprio come l’incontro di un pianeta con un altro, ogni due o trecento anni, nelle inflessibili leggi siderali. Lo sapeva bene che è il Governo che guadagna sempre, sempre, che prende ogni anno sedici milioni alla città di Napoli, alla sola città di Napoli, e a tutta la patria italiana, sessantacinque milioni: ma che importa? Seguitava a far credito ai cabalisti, compariva nelle loro riunioni, aveva tenuto mano al sequestro di don Pasqualino, così, acciecato anch’esso: e il lusso borghese della sua casa era cresciuto, sua moglie ingrassava, diventava rossa e lucida per aver troppo mangiato, adesso era incinta di nuovo e portava una vestaglia di raso crema, tutta carica di merletti, e le sue mani grassoccie, cariche di anelli, s’incrociavano sulla cintura già arrotondata, con quel movimento di pacifica soddisfazione delle donne tranquille nelle loro sensazioni. Oh che disastro! se mercoledì non portava il denaro all’Intendente, lui, sua moglie, i figliuoletti, quello che doveva nascere, tutti nella miseria e lui in carcere, perduto tutto, tutto perduto, se mercoledì non pagava! Adesso, ogni volta che la parola mercoledì gli tornava in mente, al bel tenitore di Banco Lotto, dalla barba castana ben pettinata e dalle mani bianche, ogni volta, un po’ di sangue caldo gli correva alle guance smorte e sentiva bruciarsi i pomelli, come da due punte di fuoco.

Si era staccato dallo stipite del portone di San Giacomo e andava tra la folla, lasciandosi portare, con un principio di vertigine, che gli veniva dall’assorbimento sempre nella disperante idea. Ah doveva far qualche cosa, lucrare del denaro, cercarne a chi glielo doveva dare, a chi ne aveva, perché il mercoledì non fosse la rovina sua e della sua famiglia! Dove andava ora? Bisognava cercare del denaro, ecco tutto, a ogni costo: lo avrebbe strappato alle viscere dei suoi debitori, non voleva morire per loro, non voleva andare a San Francesco, per quei quattro imbroglioni, che lo avevano trascinato al male. Denaro, denaro, era quello che voleva, era la sua sete, era la sua fame, era la sua anima che solo quello chiedeva, quello che solamente chiedeva il suo corpo. Denaro! o sarebbe morto, ecco!

Adesso, determinato a tutto, si era messo alla ricerca di qualche suo debitore: avevano, a poco a poco, disertato la sua bottega, tutti quanti, non potendo resistere alle sue domande di denaro, portando in qualche altro Banco lotto quei pochi soldi, che a furia di oscuri miracoli di volontà arrivavano a strappare, Dio sa come, Dio sa dove, e nella paura delle sue giuste minaccie, avevano financo tolto a lui l’introito, ingrati oltre ad essere imbroglioni! Però egli sapeva dove abitavano, tutti: e si volea mettere dietro a loro, non li avrebbe lasciati, se non avessero inteso, come una loro disperazione, la sua disperazione: avrebbe aspettato nelle loro case, sotto i loro portoni, per le strade dove essi passavano, avrebbe loro parlato, avrebbe gridato, avrebbe pianto, avrebbe messo loro addosso tale affanno, che il denaro per pagare lo Stato sarebbe uscito fuori, strappato da questo impeto di dolore. Era questione di vita o di morte, non avrebbe gittato all’elemosina sé, i suoi figliuoli e sua moglie, per essere stato troppo buono, troppo debole, troppo fanciullo: bisognava salvarli, bisognava salvarli. La folla lo aveva adesso portato verso la parte alta di Toledo, mentre la sua mente andava cercando di fare un piano pratico, di adoperare la sua ardente volontà di salvarli, in una forma sicura e felice, per ottenere lo scopo. Vediamo: dove sarebbe andato prima, in quel pomeriggio di primavera; dove avrebbe pronunciato la sua prima parola? Non bisognava sbagliare, bisognava cercare di fare un colpo certo, altrimenti… altrimenti, non poteva pensare all’insuccesso, era un’idea alla quale non resisteva! Adesso si era fermato, di nuovo, in piazza della Carità, fissando gli occhi, innanzi ai quali vagava una nebbia torbida, sulla statua di Carlo Poerio.

La gente, passando, lo urtava, da tutte le parti; le grida dei venditori, le voci dei viandanti lo ferivano, come un rumore vago, indistinto. Pensò un momento di andare dal marchese Carlo Cavalcanti, che era un suo forte debitore: ma, fra tutti, il marchese era quello che gli faceva più compassione, nella propria sventura, e fra tutti, era quello che meno poteva aver denaro. Ora, don Crescenzo non voleva cominciare per essere crudele con un infelice, né voleva cominciare con un insuccesso: aveva troppa paura di non riescire, era troppo sfiduciato, sarebbe andato in ultimo dal marchese Cavalcanti.

Dopo, dopo, in ultimo… il più sicuro dei suoi debitori era Ninetto Costa, l’agente di cambio, il più sicuro perché, malgrado la sua decadenza, trovava sempre del denaro in piazza, vi era chi credeva ancora nella sua stella. Ninetto Costa si era indebitato varie volte con lui, ma aveva sempre pagato, sino a che, l’ultima volta, per una somma piuttosto grossa, si era trovato così sprovvisto che da tre settimane non poteva dare un centesimo a don Crescenzo! Che importa! Era un uomo di denaro, Costa. Il tenitore del Banco lotto si avviò verso la Borsa, sapendo che quella era l’ora in cui Ninetto vi si doveva trovare, certamente. Ma fra i capannelli dei banchieri, degli agenti di cambio, dei commercianti, dei marroni che parlottavano, che discutevano, che vociavano, lo cercò invano, per un quarto d’ora: a due o tre persone ne chiese e fu mal ricevuto, chi dette in una spallata, chi abbozzò un sorriso ironico, e tutti si rimisero subito a parlare dei propri affari, lasciando in asso don Crescenzo. Egli, che con la fiducia bizzarra dei disperati era entrato dentro già tranquillizzato, già credente in un risultato buono, si sentì un fuoco alla bocca dello stomaco. Ma dov’era, dunque, Ninetto Costa? Si rammentava di essere andato a cercarlo, una volta, a piazza Carolina, dove l’elegante agente di cambio aveva un quartierino messo col lusso del giovane gaudente, ma, ora, aveva cambiato casa, da tempo, da che era principiata la decadenza: si rammentava, adesso, don Crescenzo, di averlo accompagnato una sera, uscendo dal ritrovo del vicolo Nardones, a Taverna Penta, a una molto mediocre casa di Taverna Penta, dove si era ridotto Ninetto Costa, giusto dirimpetto alla via San Giacomo. Bisognava che lo trovasse, senz’altro, o vivo o morto: Ninetto Costa gli avrebbe dato le mille e cento lire che gli doveva, almeno una parte del debito verso il Governo sarebbe stata pagata, una piccola parte, è vero, ma almeno quella! Risalì verso Taverna Penta e la lurida portinaia, quando egli chiese del signor Ninetto Costa, non fece che guardarlo dicendo:

- Quarto piano.

- Ma vi è?

- Non lo so, - borbottò ella.

Pazientemente, deciso a non lasciarsi ributtare da nulla, egli salì quella stretta ed erta scala, sui cui pianerottoli, dalle cui porte, uscivano voci piagnolose di ragazzi, discussioni di voci femminili e rumori di macchine da cucire, stridenti. Sulla porta di Ninetto Costa, vi era uno sciupato biglietto da visita, tenuto fermo da quattro spilli. Due volte bussò. Nessuno venne, nessun rumore interno si udì. Bussò più forte, la terza volta: niente ancora. Alla quarta dette una forte strappata al campanello e un lievissimo passo si udì: poi il silenzio e l’immobilità, come se la persona che fosse venuta presso la porta, origliasse.

- Don Ninetto, sono io, aprite, tanto so che siete in casa e non me ne vado, - disse a voce alta, il tenitore di Banco lotto.

Ancora una pausa di un paio di minuti. Poi la porta si schiuse pianamente e la mutata faccia dell’agente di cambio apparì. Così mutata! Oramai tutta la giovinezza, prolungata dal vivere di gaudente e dai cosmetici, ne era fuggita: le tempie erano rade rade di capelli, che si facevano radi anche sul mezzo della testa: due floscie borse giallastre sottolineavano gli occhi e mille rughette scendevano in tutte le direzioni, segnando il viso, indelebilmente. La giacchetta che mal lo copriva, aveva il bavero alzato, come se egli avesse freddo, o volesse nascondere la biancheria.

- Siete voi? - disse egli, con un pallido sorriso.

Fece entrare don Crescenzo nel salottino, un meschino salotto di casa mobiliata, dai mobili di teletta rossa, dalle tendine oscurate dal fumo del sigaro; gli si sedette dirimpetto, guardandolo con certi occhi smorti, da cui pareva fuggita qualunque espressione.

- Sono io: vi ho cercato alla Borsa: non ci siete andato? - domandò don Crescenzo, che sentì di nuovo un gran calore allo stomaco.

- E perché?

- Mah!…

- Ci mancate da qualche tempo?

- Da… sì, da tre o quattro giorni..

- E che fate? - chiese angosciosamente don Crescenzo.

- Che fo? Niente, - disse l’altro, con un gesto di una semplicità disperante.

- Avete fatto punto?

Ninetto Costa trasalì e chiuse gli occhi, come se non volesse vedere qualche cosa: poi, disse:

- Sì.

- Rovinato, rovinato! - gridò, levando le braccia al cielo, don Crescenzo.

L’altro si morsicava un mustacchio, convulsamente.

- Almeno, qualche cosa avrete conservato: quelle millecento lire che mi dovete, le dovete aver conservate, eh?

Ninetto Costa lo guardò, trasognato.

- Se non ho queste millecento lire per martedì sera, vado in carcere, - strillò il tenitore di giuoco.

L’altro abbassò il capo.

- Vado in carcere e la mia famiglia non ha pane. Voi dovete darmi le millecento lire, capite? - gridò don Crescenzo, in preda a un gran furore.

- Io non le ho.

- Cercatele.

- Non le troverò: nessuno me le darà.

- Dovete trovarle: io non posso andare in carcere per voi. Trovatele.

- È impossibile, don Crescenzo mio, - disse l’ex agente di cambio, con le lacrime agli occhi.

- Nulla è impossibile, quando si tratta di un debito come questo, quando si tratta di salvare un galantuomo dalla rovina. Per carità, don Ninetto, voi sapete quanto è caro l’onore

- Sì, - disse l’altro, girando in il volto.

- Per carità, non mi abbandonate! Vi ho fatto qualche favore, non mi commettete questa ingratitudine

- Io non ho un soldo e non posso trovarlo

- Ma non avete più un amico, un parente?

- Nessuno, nessuno: ho fatto punto, vi basti.

- E che volete fare?

- Vadovado a Roma, - pronunziò l’agente di cambio dopo una lieve esitazione.

- A far che?

- Chissà! Forse rifarò fortuna

- Ma voi non mi dovete abbandonare, mi dovete dare le millecento lire, prima di partire

- Non le ho: non le posso avere; non mi mettete in croce, don Crescenzo, non ho un soldo.

- Mettetemi una firma sotto una cambiale, alle banche vi conoscono, mi daranno il denaro

- Tutte le mie cambiali sono protestate.

- Impegnatevi i gioielli!

- Li ho venduti.

- L’orologio!

- L’ho venduto.

- Ma vostra madre, vostro zio?

- Mio zio mi farà forse la carità di dar da vivere a mia madre. La madre di un fallitocapite, è sempre poco bene accolta

- Per che somma, fallito?

- Duecentomila.

- Tutto per il lotto, eh?

- Tutto, - disse con un gesto definitivo Ninetto Costa.

- Ma come, mi lasciate, in questa rovina? - rispose, quasi piangendo don Crescenzo. - E che cuore avete?

- Che cuore, che cuore! - disse l’altro, con la voce tremante. - Lascio mia madre, che non ha pane, capite? Vado a Roma. Se fo denari, ve ne mando.

- Quando, andate?

- Domani… sì, domani

- E per martedì mi mandate denaro?

- Non credo, don Crescenzo, non credo, - disse con una dolcezza disperata, Ninetto Costa.

- Mercoledì, capite? Se no, sono perduto.

- Io sono perduto già da tre giorni.

- Oh Madonna mia, Madonna mia, chi mi ha acciecato? - diceva, piangendo, il tenitore di lotto.

- Voi mi volete far morire… prima del tempo, - mormorò Ninetto Costa.

- Che dite?

- Niente. Ma calmatevi. Tutto si potrà man mano aggiustare.

- Mercoledì, mercoledì!…

- Forse il Governo avrà pazienza, trovate un mezzo, scrivete al ministero, scrivete al Re… io ho da partire..

E indicò una piccola valigia, tutta floscia, la indicò, con uno smorto sorriso.

- Ma proprio, non mi potete dare niente?

- Ve le darei, don Crescenzo, ma vi giuro che non ho un soldo. A Roma…poi… vedrò

Deluso, eccitato, don Crescenzo si levò per andarsene, fra la collera e il dolore. Voleva subito correre in cerca dei suoi altri debitori, voleva trovar denaro, uscire da quella triste casa, da quella triste compagnia di un uomo più disperato di lui. Voleva andarsene. Ninetto Costa lo guardava, con certi occhi smorti, serbando quel pallido sorriso sulle labbra smorte, un sorriso distratto di persona già indifferente alle cose umane. Pure, l’altro, ancora una volta, insistette, vagamente, quasi per disimpegno verso sé stesso, parendogli di non aver fatto abbastanza per aver quei denari. Ma l’agente di cambio gli diede un’occhiata così dolorosa, che egli non disse altro.

- Addio, don Crescenzoscusate

- Addio, don Ninetto… non vi dimenticate di me, a Roma

- Non dubitate, - disse l’altro, con una debole e strana voce.

Si toccarono la mano, senza stringersela: due mani fredde e deboli. Macchinalmente Ninetto Costa accompagnò il tenitore di Banco lotto, sino alla porta, in silenzio: si guardarono un minuto, senza parlare. Poi la porta si richiuse con un suono così bizzarro, così definitivo, che il tenitore di Banco lotto, nelle scale, scendendo lentamente, trasalì. Ebbe quasi un impulso di tornare indietro: gli ritornava in mente che Costa gli aveva detto di non avere un soldo e poi quella valigia così floscia, dove non era nulla dentro! Ma il pensiero dei suoi guai lo distrasse dalla pietà e dal sospetto di maggiore sventura.

Adesso, sempre a piedi, per risparmiare anche i denari di una carrozza, si mise a correre per la via di Toledo, come sospinto da un pungolo alle reni, per andare in via San Sebastiano, dove abitava il vecchio avvocato Marzano, un altro suo debitore: anche quello, visto i suoi affari professionali, se non aveva denari da pagar subito, ne poteva trovare in piazza; alla fine doveva ottocento lire a don Crescenzo, gliele avrebbe date, don Crescenzo gli si sarebbe messo appresso, sino alla sera. Conosceva bene la sua casa, una povera casa, invero, poiché l’avvocato Marzano giuocava tutto, tutto quello che guadagnava, mantenendo finanche, per sessanta lire al mese, un ciabattino, un cabalista che scriveva i numeri col carboncino, sulla carta. Don Crescenzo salì gli scalini a quattro a quattro, correndo, perché una voce gli diceva, in cuore, che da Marzano avrebbe trovato il denaro: aveva un buon presentimento. Pure, quando mise la mano all’anello di ferro, che pendeva dalla cordicella unta e bisunta, un improvviso terrore lo colse, la paura di non riescire, l’orribile paura che ne paralizzava le forze, la paura degli sventurati, che arrischiano il mezzo da cui dipende la loro vita o la loro morte. Un passo strascicato si fece udire e una voce stridula, domandò:

- Chi è?

- Amici, amici, - balbettò in fretta il tenitore di Banco lotto.

La porta si schiuse con diffidenza e il viso ignobile del ciabattino si mostrò, tutto macchiato di rossa salsedine: e gli occhi cisposi e rossastri del beone fissarono don Crescenzo.

- Volete l’avvocato? - domandò, asciugandosi le mani bagnate a un lercio grembiule.

- Sissignore.

- Non può dar retta.

- Ha affari?

- È malato.

- Malato?? Cosa da niente?

- Ha avuto nu tocco, in salute vostra.

- Gesù! - gridò don Crescenzo, buttando in terra il suo cappello, disperatamente.

- E stata la bonafficiata… già, si è sempre privato, non faceva una vita buona, mangiava poco, beveva acquacapite

- Oh Dio, oh Dio… - mormorava don Crescenzo, lamentandosi.

- È volontà di Dio… - mormorò il ciabattino, cavando un pezzettino di carta tutto sporco, e prendendone una presa di tabacco giallastro. - Volontà di Dio, che ci volete fare! Non vi disperate, fino all’ultimo vi è speranza.

- Lo so io, perché mi dispero! - gridò don Crescenzo.

- Dovrei piangere io, - soggiunse il beone, - che gli avevo procurato una fortuna, che mi aspettavo da lui la pace per i miei vecchi giorni, e intanto, per bestialità sua, egli è alla morte e mi abbandona nella miseria, capite!

- Ma come è stato, come è stato? - chiese don Crescenzo, mettendosi le mani nei capelli.

- Aspettate un poco, ora vengo.

E andò di . Don Crescenzo si guardò attorno, sbalordito dal dolore. La misera stanza non aveva altri mobili che certi vecchi scaffali d’avvocato, pieni zeppi di carte polverose, un tavolino, con due sedie la cui paglia era tutta macchiata. Sul tavolino vi era un bicchiere, con un paio di dita di vino bluastro, il grosso vino pesante di Sicilia. Per terra non si era spazzato da tempo: le mura eran piene di ragnateli: i vetri delle finestre erano coperti dalla polvere e un puzzo di sporco, di stantio, di muffito, afferrava alla gola.

Ed era questa la casa dell’avvocato, di colui che era stato uno dei più grandi avvocati del suo tempo e che aveva guadagnato migliaia e migliaia di lire, nella sua professione! Don Crescenzo sentì stringersi il cuore in una morsa di sangue e le mani gli si gelarono: veniva qui, in questa dimora di povertà, di onta, di morte, a cercare le sue ottocento lire per salvarsi? Oh che follia, che follia era la sua! Non era forse meglio fuggire, giacché ritrovava dovunque le stesse tracce di disonore e di miseria, dovunque? Ma il ciabattino ritornava:

- Che fa? - chiese sottovoce don Crescenzo.

- Sta assopito.

- Dorme?

- No, è la malattia.

- Che gli hanno dato?

- Gli hanno cavato sangue: poi ha una vescica di ghiaccio sulla testa e un’altra sul petto.

- Parla?

- Non si capisce quello che dice.

- Ha perduto il movimento?

- Solo per il lato destro.

- Che dice il medico?

- Che deve dire? È cosa di morte.

- E torna, il medico?

- Chi lo sa? Non vi è da pagare. Ho trovato sette lire e un orologio di nichel, che non si può impegnare. Ho speso già tre lire di ghiaccio: quando le sette lire saranno finite, ci fermiamo.

- Ma come è stato, come è stato? - chiese ancora, disperatamente, don Crescenzo.

- Mah! Tante cose sono state. Ha avuto certi dispiaceri, sapete, l’uomo sempre uomo e… aveva bisogno di denaro… ha cercato di averne, in tutti i modi

- E che ha fatto? - chiese l’altro, sgomento.

- La mala gente dice che ha falsificato la carta bollata, lavandola, sapete, quella già scritta e mettendola in corso, di nuovo. Ma non deve esser vero! Mi lascia nella pezzenteria, è stato ingrato con me, ma non deve esser vero… non ci potrò credere mai. Pare che la mala gente sia arrivata sino al presidente del Consiglio dell’Ordine, che lo ha chiamatopare che ci sono state brutte paroleinfine, dispiaceri.

- Oh povero, povero! - esclamò a voce bassa don Crescenzo.

- Questa chiamata del presidente è stata per lui una cosa mortale… che vi pare, un galantuomo sentirsi insultare, è cosa insopportabile… voleva partire, l’avvocato Marzano, andarsene in qualche paese, dove vi è più educazione.

- Partire, alla sua età? Con sette lire in tasca?

- Io lo avrei accompagnato, - mormorò modestamente il ciabattino beone. - Per il bene che gli volevo, mi acconciavo ad andarmene: e in quanto ai denari… ecco la vera ragione del tocco!

- Come sarebbe?

- Voi sapete, don Crescenzo, che i miei lavori di matematica, con l’aiuto di Dio, hanno fatto sempre guadagnare denaro all’avvocato.

- Sì, sì, ogni tre o quattro mesi, un ambosoggiunse scetticamente don Crescenzo.

- V’ingannate, si può dire che io l’ho beneficato, e quelle misere sessanta lire che mi dava, al mese, perché io non battessi più sulle suole delle scarpe e facessi la cabala, erano neppure la centesima parte di quello che guadagnava, al mese! Ora mi abbandona, l’ingrato, così!… basta, per dirvi, ieri, io gli avevo dato, simbolicamente, certi numeri che dovevano uscire necessariamente e sono usciti, capite!

- E ha guadagnato?

- Niente: non li ha capiti, ne ha giuocato degli altri, la mente non lo aiutava più. Quando lo ha saputo… gli è venuto l’insulto… in salute vostra.

- Ma gli avete veramente detto quelli che erano i numeri buoni?

- Innanzi a Dio: ma non li ha capiti.

- E perché non li avete giuocati voi?

- Sapete bene che noi non possiamo giuocare

- Ah già, è vero.

Tacquero. Il ciabattino portò alle labbra il bicchiere e bevve un sorso di vino.

- Vorrei vederlo, - chiese don Crescenzo, improvvisamente.

Entrarono nella stanzetta da letto, povera e sporca, come lo studietto. L’avvocato Marzano giaceva sopra un misero lettuccio di ferro, sollevato sui cuscini, le cui fodere erano di una bianchezza assai dubbia: sulla canuta testa posava la vescica di ghiaccio: un’altra ne posava sul petto, denudato, scheletrito, e il corpo scarno, piccolo, era coperto da una coltre brunastra, di quelle che si mettono sul dorso dei cavalli. Sul tavolino da notte vi era un bicchiere d’acqua, dove nuotava un pezzo di ghiaccio: la mano destra del morente, era avvolta dai nastri neri del salasso. E tutta quella parte destra, dalla faccia sino al piede, era colpita d’immobilità, già morta: mentre la mano sinistra tremava sempre, e tutto il lato sinistro del volto si torceva, ogni tanto, convulsamente. Un confuso balbettìo usciva dalle labbra dell’avvocato: e tutta la espressione dolce e bonaria era sparita, lasciando su quel vecchio volto, già mezzo appartenente alla morte, le tracce di una passione che era giunta sino alla vergogna.

- Avvocato, avvocato? - chiamò don Crescenzo, piegandosi sul lettuccio.

L’infermo fissò gli occhi velati da un’ombra singolare sulla faccia del tenitore di Banco lotto; ma né l’espressione se ne mutò, né il balbettìo cessò.

- Non vi riconosce, - mormorò il ciabattino, pigliando tabacco.

Don Crescenzo uscì subito dalla stanza, sentendosi aggravare sull’anima l’incubo.

- Siete amico, volete lasciargli qualche cosa? - chiese il ciabattino. - Ho quattro lire, morirà come un cane!

Allora tutto il represso dolore di don Crescenzo scoppiò.

- Mi doveva ottocento lire, e sono rovinato, se non le ho per mercoledì! Egli muore, ma io campo e sono assassinato! Egli muore, ma i miei figli dormiranno, fra un mese, sui gradini di una chiesa! Egli se ne muore almeno, ma noi tutti camperemo di disperazione, capite!

- Scusate, - disse il ciabattino, sgomento.

- Assassinato, assassinato! - singhiozzava l’altro.

- Tacete, può sentirvi; che ci volete fare?

E bevve l’ultimo sorso di vino bluastro, che aveva lasciato in fondo al bicchiere. Don Crescenzo fuggì. Ora, a intervalli, sentiva che gli si smarriva la testa e aveva bisogno, per raccapezzarsi di pensare sempre alla parola mercoledì. Pure, istintivamente, con quella direzione automatica degli infelici che vanno al loro destino, risalendo per PortAlba si diresse al vicolo Bagnara, dove abitava il professor Colaneri; anche Colaneri gli doveva denaro e gliene prometteva di settimana in settimana, sempre rimandandolo a mani vuote, o consegnandogli delle piccolissime somme. L’ex-prete abitava a un quarto piano del vicolo Bagnara, in una casa dove lui, una povera infelice di stiratrice che gli aveva dato retta e con cui viveva coniugalmente, quattro figliuoli malaticci dalle grosse teste e dalle gambe storte, vivevano in due stanze, litigando, gridando, battendosi e piangendo tutto il giorno. Egli aveva nascosto alla stiratrice di essere stato prete; e la disgraziata, credendo di diventare una signora, gli aveva dato retta; e da sei anni viveva in uno stato di servaggio, fra le gravidanze, la indecente miseria, il lavoro da serva che ella faceva, tutto il grossolano lavoro, e quella torma di figli brutti, piagnolosi e continuamente affamati, su cui ella si vendicava, schiaffeggiandoli, degli schiaffi di cui le era prodigo suo marito. Una casa infernale, dove il padre portava tutte le torbide preoccupazioni del giuoco e dei mezzi ignobili, talvolta colpevoli, con cui si procurava denaro per giuocare: due volte don Crescenzo vi era stato, ma aveva assistito a tali scene nauseanti che era scappato via, cacciato quasi dalle male parole della stiratrice e dai pianti dei quattro demoni. Ma ora, che importava? Colaneri gli doveva settecento e più lire: di un debito di novecento non aveva pagato, in tre o quattro mesi, che duecento lire, anche meno; Colaneri, perdio, non era fallito come Ninetto Costa o apoplettico come l’avvocato Marzano, Colaneri doveva pagare.

- Vi è il professore?

- Sissignore, - rispose una vecchia donna, che funzionava da portinaia.

Allora salì rapidamente e alla porta gli venne ad aprire la stiratrice, spettinata, con un grembiale di cucina tutto unto sulla vestuccia di lanetta, le guance incavate, il petto smunto e un dente mancante sul davanti, per cui farfugliava un poco:

- Vorrei vedere Colaneri.

- Non ci è, - disse subito lei, lasciando l’altro sempre fuori la porta.

- Vi è, vi è, - disse don Crescenzo, irritato. - Tanto, è inutile che si neghi, io lo aspetto per le scale: deve uscire!

- Allora, entrate, - ella disse, di mala voglia.

E mentre il tenitore di Banco lotto entrava, subito un moccioso idrocefalo di ragazzo prese un ceffone. E mentre egli aspettava nella stanza che serviva da salotto, da studio, da stanza da pranzo, di , cioè in cucina, nella stanza da letto e financo nel pianerottolo, scoppiarono le grida della famiglia che litigava. Solo in un intervallo di silenzio, comparve il professore, indossando una vecchia giacchetta tutta macchiata: raggiustandosi, con un moto ecclesiastico, gli occhiali sul naso.

- Vengo per denaro, - disse brutalmente don Crescenzo.

- Non ne ho, - rispose duramente il debitore.

- Non me ne importa, me ne darai.

- Non ne ho.

- Trovane: voglio le mie settecento lire, oggi o domani, hai capito?

- Non ne ho.

- Impegnati lo stipendio, fa un debito.

- Non ho più stipendio.

- Come? Non sei più professore?

- No: mi sono dimesso.

- Dimesso?

- Per forza: mi avevano accusato di vendere i temi degli esami agli scolari.

- E non era vero, naturalmente!

- Già: ma il complotto per perdermi era bene organizzato. Il preside m’ha consigliato di dimettermi.

- Sicché sei sul lastrico?

- Sul lastrico.

Allora soltanto don Crescenzo si accorse che il viso del professore era pallido e stravolto. Ma questa terza delusione lo esasperava.

- Non so che farci: tu mi devi dare le settecento lire.

- Hai cinque lire da prestarmi?

- Non raccontar frottole, io voglio il mio denaro. Lo voglio per domani, al più tardi, capisci?

- Crescenzo, tu metti in croce un uomo già crocifisso.

- Belle chiacchiere! Io non posso andare a San Francesco per conto vostro: siete tanti assassini! Vado da Ninetto Costa per denaro e lo trovo che è fallito, che parte per Roma…a far che, non si sa… se è poi vero, che vada a Roma… e niente denaroVado da Marzano e lo trovo moribondo… qui tu mi dici che sei sul lastrico… e denaro niente!

- Tutte rovine, tutte!… - mormorò l’ex-prete.

- Ma voi mi volete far morire, mi volete? Ma quando avete avuto bisogno del credito, io ve l’ho fatto, vi ho guarentiti, mi sono compromesso per voi… e adesso volete far morire con me la mia famiglia? Ma tu anche hai figli, devi pensare a dar loro da pranzo, per domani e per moltissimi altri giorni, devi far qualche cosa tu: ebbene pensa a me, pensa ai miei bambini, pensa che siamo cristiani anche noi!

- Sai che debbo fare io, domani, per dar pane alle mie creature?

- Che so io? So che glielo darai, so che i figli miei non debbono restare digiuni, quando i tuoi mangiano

- Ebbene, senti, io non sono più prete, sono stato scomunicato, sono fuori della Chiesa: , quindi, non troverei aiuto; avevo il posto di professore, buono, sicuro, ma l’ho perduto, perché avevo troppo bisogno di denaro; non chiedermi delle confessioni dolorose; non lo riavrò, mai, il mio posto, né un altro potrò mai averne, oramai sono persona sospetta.

- Ma che me li racconti questi guai? Li so, li so, e non serviranno ad accomodare i fatti miei.

- Ascolta ancora. Io non ho più nessun scampo: e siccome ho messo al mondo degli infelici, mi sento il dovere di dar loro il pane, almeno il pane. Ho giuocato al lotto quello che essi avevano di certo, d’immancabile… ma sono pazzie! Quindi la grande decisione è presa: tutto per tutto!

- Che cosa? - domandò don Crescenzo, sorpreso.

- Domani accetto le offerte fattemi dalla Società evangelica e divento prete protestante.

- Oh Dio! - disse il tenitore di Banco lotto, al colmo della meraviglia.

- Già, - disse l’altro, come se inghiottisse a stento.

- E… lasci la religione nostra?

- La lascio…per la fame.

- E… a quell’altra, ci credi?

- No: non ci credo.

- E come fai a predicare?

- Farò… mi abituerò

- Devi rinnegare, eh?

- Sì: rinnegare.

- Una gran funzione?

- Grande.

Parlavano sottovoce: la cinica figura di Colaneri si era scomposta, come se non reggesse a quell’idea dell’abiura. Anche don Crescenzo, nella sua stupefazione, aveva dimenticato i suoi guai.

- Rinneghi, rinneghi… - andava dicendo.

- Rinnego.

- Già, avevi tolto l’abito di prete.

- Rinnegare, è un’altra cosa, - disse, tetro, Colaneri.

- Assai ti dispiace?

- Assai.

- E che ne hai?

- Duecento lire al mese, in un paese dove mi destineranno.

- Appena da mangiar pane!

- A ogni ragazzo mio che diventerà protestante, daranno una sommetta; potrò sposare la madre.

- Ma lasciare la religione di Cristo! - esclamò don Crescenzo, con quell’orrore del protestantesimo, che è in tutte le umili coscienze napoletane.

- Che vuoi, è la fame! - mormorò disperatamente il professor Colaneri.

Pareva dunque mutato profondamente, anche nel morale: la sua passione del giuoco gli era oramai apparsa in tutta la sua fatalità: vedeva quello che aveva commesso, contro sé stesso, contro il suo talento; e un invincibile ribrezzo lo teneva contro quella apostasia. Aveva fatto il male, era disceso sino alla colpa, brutalmente, corrompendosi in quell’ambiente deleterio: ma ora che si trovava innanzi al castigo, ora tremava, avendo perduta ogni franchezza, tremava di dover rinnegare la sua fede, il suo Dio, per una pagnotta di pane.

Don Crescenzo lo guardava e taceva, stupito. Lo aveva sempre ritenuto per un birbone, capace di tutto: e se gli aveva fatto credito, era perché supponeva di potergli sequestrare lo stipendio. Ma ora, in questo giorno supremo, lo vedeva avvilito, turbato sino nell’intimo dell’anima, mosso da una paura arcana della Divinità, che aveva già tradita, che aveva già offesa, che nuovamente egli insultava con la sua apostasia. E don Crescenzo, sebbene ristretto di mente, comprendeva tutto lo strazio di quella coscienza, combattuta adesso nell’ultimo suo baluardo, giunta a quel punto dove la pazienza umana finisce, dove si vivono le ore più dure, più divoratrici dell’esistenza. Così, non osava più dirgli nulla dei suoi denari. Balbettò:

- E tua moglie, che dice?

- Vorrebbe opporsi… ma i figli, i figli!

- E i poveri figli innocenti… anche quelli debbono perdere l’anima?

- Sono innocenti… il Signore vede, sarà giusto. E d’altronde, perché mi ha messo con le spalle al muro? Per ogni figliuolo che entra nella chiesa protestante mi dànno una sommetta

- Quando sarà, questo?… - chiese, dopo una esitazione, don Crescenzo.

- Fra un mese: ci vuole un mese d’istruzione, per i poveri innocenti.

- Troppo tardi, - mormorò l’altro che pensava sempre al suo denaro.

- Ti darò un acconto, allora… - disse vagamente l’ex-prete.

- Troppo tardi: sono perduto.

- Che castigo! che castigo! - disse sottovoce l’apostata, celando il volto fra le mani.

- Me ne vado, - mormorò don Crescenzo, prostrato oramai, in uno stato di accasciamento