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II.
La De Sanctis
restava ritta nel suo banco, con le braccia piegate, la bocca ancora
leggermente schiusa, gli occhi inebetiti, nella sua posizione di papagallino
umano, che recita la lezione: giusto il professore di pedagogia l’aveva
interrotta a metà, mentre ella schiccherava senza capirne nulla, le quattro
leggi fondamentali dell’educazione. Infastidito da quel mormorio monotono e
cretino, egli le aveva chiesto, improvvisamente, se intendesse bene la legge
dell’armonia: e la poveretta era rimasta smarrita, muta, senza saper
riprendere il filo, la macchinetta parlante si era arrestata. Estrada, il
professore aveva fatto un piccolo cenno di disgusto e poi si era lanciato in
una lunga spiegazione tutta letteraria, tutta poetica, dell’armonia
nell’educazione. Faceva sempre così, Estrada. Era uno spirito superiore, più
versatile che profondo, un parlatore brillante: e costretto dalla necessità a
insegnare pedagogia alle ragazze del terzo corso egli disprezzava palesemente
quell’incarico, e sè stesso che lo compiva. Già, dalla prima lezione dell’anno,
aveva sbalordito le sue alunne spiegando loro l’inutilità della pedagogia: e
quello scetticismo amabile persisteva in tutte le sue spiegazioni; a proposito
di tutto, del metodo di lettura, dei sistemi froebelliani, a proposito di
Pestalozza e di Ferrante Aporti, egli improvvisava un discorso brioso o
sentimentale che partiva dalla pedagogia e arrivava chi sa dove a Goethe, a
Pulcinella, a Beaumarchais. Estrada era ancora giovane: un bell’uomo dalle
fedine bionde che appena si cominciavano a brizzolare, dal sorriso ironico,
dalla voce vibrante. Estrada era amato da tutto un gruppo di alunne: Carmela
Fiorillo, Ginevra Baracco, Alessandrina Fraccacreta, Carolina Mazza, perchè erano
sentimentali anche loro, perchè quella parola calda, un po’ scomposta,
un po’ paradossale, rompeva la monotonia affogante delle altre lezioni. Anzi si
diceva che Teresa Ponzio la piccolina fosse innamorata morta del professore, si
diceva che Teresa Ponzio gli scrivesse certe lettere infuocate, che aveva
l’audacia di compiegare nel cómpito di pedagogia. Ma le studiose, Giuseppina
Nobilone, De Sanctis, Cleofe Santaniello, Emilia Scoppa, Checchina Vetromile,
non potendo seguirlo in quel vagabondaggio fiorito, sentendo di non sapere la
pedagogia, sgomentandosi innanzi al programma dell’esame, odiavano questo
professore poeta e pazzo, come esse dicevano: esse si stringevano nelle spalle
ai suoi discorsi e studiavano da sole, nel testo, fingendo di non ascoltarlo.
Solo Isabella Diaz, con la faccia devastata dalla malattia, con la parrucca
roseo bruna, che discendeva sulla fronte, combatteva con Estrada, in nome della
pedagogia; ella diceva la sua lezione con un senso così profondo di
ragionamento, con tanta logica tranquilla, ella ripeteva i suoi argomenti con
tanta insistenza di persona umile e pacata, ella riprendeva da lui il discorso
con tanto buon senso, che egli finiva per lasciarla dire, ascoltandola
pazientemente, con un sorriso beffardo, tanto quella brutta, orrenda ragazza,
gli pareva l’incarnazione della pedagogia.
Ma quella mattina anche Isabella Diaz
taceva, ascoltando Estrada: costui era passato dall’armonia educativa alla
musica di Wagner, da Wagner alla leggenda di Lohengrin e di Elsa, da Elsa al
mito di Psiche. Le sentimentali ascoltavano a bocca aperta, un po’ pallide, un
po’ rosse esaltate dalla voce, dalle parole; dal senso palese e ascoso di
quello che egli diceva; le studiose fingevano di leggere il testo o il manuale
di aritmetica ma a poco a poco quel fiume di eloquenza vinceva anche loro, esse
levavano il capo, attirate, quasi sedotte. Caterina Borrelli, che aveva delle
tendenze letterarie, e le cui lettere d’amicizia ad Amelia Bozzo erano piene di
retorica, crollava il capo come un uccello affascinato; Teresa Ponzio, l’innamorata
del sole, beveva le parole di Estrada. Quando costui da Psiche passò a
parlare dell’amore, le ultime restie, che ad ogni costo volevano una lezione di
pedagogia, incantate della piega che prendeva il discorso, levarono il capo.
Era commossa Cristiana De Donato, che aveva dovuto lasciare un tenorino, con
cui cantava le romanze al Conservatorio, poichè ella aveva perso la voce ed
egli era stato scritturato al teatro di Malta, il teatro dei dilettanti; a
Carolina Mazza, che amava uno studente e n’era stata tradita, si sbiancava il
volto; a Clementina Scapolatiello, che amava senza speranza il fidanzato di sua
sorella, venivano le lagrime negli occhi; Luisetta Deste sorrideva con malizia,
la piccola furba civettuola; Maria Valente che voleva bene a un cugino,
senz’essere corrisposta, chinava il capo sulle mani. E su tutte quante,
innamorate felici, o innamorate desiose di amore, o miserabili creature che non
sarebbero mai state amate, scendeva un grande tremito nervoso: persino
Pessenda, la piemontese poverissima destinata a insegnare in una scuola rurale
di qualche villaggio perduto nelle Alpi, era tutta scossa; persino Isabella
Diaz, coi suoi occhi senza ciglia e senza sopracciglia, con le labbra violette
macchiate dalla febbre, stava come assurta in un sogno. E mentre tutta la
classe era profondamente turbata, mentre il professore Estrada usciva, mentre
Teresa Ponzo arrovesciava il capo indietro, come se svenisse, Giustina
Marangio, la vipera, saltò sulla cattedra e scrisse a grandi caratteri sulla
lavagna:
— L’amore è una grande bestialità.
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
— Mercanti, dite la parabola delle
vergini stolte e delle vergini savie, — disse il professore di religione.
Mercanti si alzò un po’ straccamente, e
un po’ ridendo, un po’ tossendo, mostrando i denti, a cui mancava proprio un
incisivo, rispose:
— Professore, sapete, stamane ho
ascoltata la vostra messa.
Il pretonzolo Pagliuca, nero nero di faccia,
con gli occhiali, sorrise come lusingato.
— Dite la parabola... — insistette.
— Professore, perchè dite la messa così
ad alta voce? — domandò l’altra, un po’ sfacciatella, col viso pallido e gli
occhi già troppo maliziosi.
Egli spiegò perchè, parlò della messa: le
ragazze lo ascoltavano, ridacchiando fra loro. Era un pretarello tutto storto e
bruno, che spiegando la lezione faceva una quantità di gesti ridicoli a
proposito di Mosè o di Cristo. Le ragazze non lo potevano prendere sul serio.
— Donnarumma, dite la parabola...
— Professore, scusate, ho prima da
esporre una difficoltà. È vero quello che dicono i miscredenti, che Gesù sia
stato troppo indulgente, perdonando la Maddalena?
Egli fece una faccia scandolezzata sulla
seggiola, marcò le sopracciglia e cercò di giustificare il perdono di Gesù alla
Maddalena. Ma quelle fanciulle, certe specialmente, pareva non si
convincessero, lo guardavano coi loro occhi furbi ed increduli: egli sentiva
l’ironia di quegli sguardi, ci s’irritava, strillava che non era decente porre
in dubbio i fatti della religione. Donnarumma, la grande giovanotta di
Castellammare, dagli occhi di giovenca, un po’ confusa, disse la parabola: si
vide alle spalle Carolina Mazza suggerirgliela tutta, leggendola nel libro. Ma
fu peggio: quel racconto delle vergini, che aspettavano lo sposo colle lampade
accese, per entrare con lui a fargli scorta, eccitava quelle curiosità,
eccitava i commenti di quelle ragazze già grandi, alcune venute su dalla
strada, che vedevano e sentivano tutto, il bene e il male.
Luisetta Deste, Artemisia Jacquinangelo,
Concetta Stefanozzo, la Donnarumma, la Mercanti, la Mazza, il gruppo, così detto, delle spregiudicate, ci si divertivano assai alla lezione di religione:
esse, le sfacciatelle, preparavano una quantità di domande insidiose per
confondere il professore, per non recitare la lezione. Egli si lasciava
prendere, restava un po’ interdetto a quei soggetti scabrosi e si ingarbugliava
in una quantità di frasi; la classe intera era presa da un solletico di risa.
Giusto, dopo la lezione di Estrada, era rimasto nella classe un gran soffio
profano, una fantasia di visioni amorose, uno scuotimento di nervi: alla strana
parabola delle vergini, che ha bisogno di un’altissima spiegazione mistica, le
ragazze si guardavano fra loro con certi sorrisi pieni di sottintesi, ed era
uno stirarsi di faccie per comprimere il riso, un sollevar di libri all’altezza
delle labbra per nascondersi, un curvarsi sul banco come per cercare un
oggetto. Il professore guardava, tutto insospettito con quel suo viso
antipatico, cercava di afferrare qualche cosa in quel mormorio di risate che
cresceva. Solo il gruppo delle sante, il gruppo mistico, le due sorelle
Santaniello, Annina Casale, la Pessenda, la Scapolatiello, la Borrelli, Maria Valente, si mostravano severe e scandolezzate; queste
ragazze o molto infelici o molto intelligenti o molto povere, erano prese da
una dolce follia religiosa mal repressa. Ogni mattina si riunivano nella chiesa
di Santa Chiara, prima di entrare in classe, e pregavano per un’ora; scrivevano
su tutti i compiti le iniziali G. M., i nomi di Gesù e di Maria; si scambiavano
rosari, amuleti, coroncine, immagini di santi colorate; ogni domenica, per la
messa e pel vespero si davano convegno, ora in una chiesa, ora in un’altra;
seguivano tutti i tridui, tutte le novene, tutti gli ottavari, nelle ore di
libertà; scrivevano delle frasi religiose a margine del trattato di geografia e
delle orazioni nei quaderni della geometria: si chiamavano sorelle, fra
loro. Formavano il gruppo opposto alle spregiudicate e si disprezzavano
a vicenda, le sante più taciturne e più indulgenti, le spregiudicate
più ciarliere e più insolenti.
— Isabella Diaz, dite la lezione di
catechismo.
La bruttissima si levò e parlò dei
sacramenti, pian piano, con quella poca voce che aveva, e un lieve tremito le
faceva muovere le labbra; le mani giallastre, sempre un po’ umide, erravano sul
banco. Del resto quella piccola figura scarna, dal seno piatto nel vestito
vecchio, parlava dei sacramenti con tanta vera pietà, con una umiltà di
interpretazione tanto cristiana, che le mistiche si erano rivolte ad
ascoltarla, tutte intente. Il pretonzolo scuoteva il capo da destra a sinistra,
come ad esprimere la soddisfazione scimmiottesca: e Isabella Diaz continuava a
dire il velo di mistero in cui si avvolgevano i sacramenti e il senso che essi
esprimevano. Ma al settimo, il matrimonio, le spregiudicate ricominciarono a
mormorare, a ridacchiare, a urtarsi col gomito, a fare smorfie per non ridere,
e la voce acuta di Luisetta Deste chiese:
— Professore, scusate, che rappresenta
misticamente il sacramento del matrimonio?
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il direttore e professore di scienze
fisiche e naturali, immerse la mano magra come quella di una donna nella
urna-scatolina di cartone, e ne trasse un rotoletto di carta:
— Judicone, — disse lui schiudendo il
rotoletto.
La decuriona impallidì leggermente, ma
cercò di ridere e si levò per dire la lezione.
— Venite sulla cattedra: spiegherete così
la macchina praticamente.
Difatti la macchina di Atwood, lunga,
sottile, complicata, tutta ottone ed acciaio, drizzava sulla cattedra la sua
figura di piccola forca. Judicone vi si pose accanto grassa, grossa, con la sua
bonaria faccia plenilunare, coi suoi fianchi larghi di madre futura, con la sua
gola piena e bianca di matrona: e lentamente, cercò di chiarire alle compagne
quel congegno difficile e delicato per cui si misurano le cadute dei gravi. Con
la mano pienotta dall’indice teso, ella toccava le piccole leve, le ruoticine,
i volantini, le mollette dentate; gli occhi di un dolce color d’olio, pregni di
bontà, si fissavano intensamente su quell’ingranaggio metallico, come se
volessero estrarne tutta la verità. Ma dopo tre o quattro minuti di spiegazione
la voce si andò rallentando, la frase divenne stentata, le parole
s’imbrogliarono, e Judicone restò taciturna colle braccia abbandonate lungo la
persona, guardando la macchina, con gli occhi pieni di desiderio e di dolore.
Non era arrivata neppure a descriverne una terza parte. Il professore si
carezzava la barbetta bionda, con un moto nervoso che gli era abituale: e un
po’ d’impazienza, un po’ di collera gli si ammassava nell’animo buono e
paziente di uomo che ha vissuto. A questa importante ma difficile lezione della
gravità, a queste leggi sulla caduta dei corpi, a questa indiavolata macchina
di Atwood, la classe si era impuntata da una settimana, senza poter andare
avanti, confusa, stordita, non intendendo più nulla. Già tre volte egli aveva
rifatta lungamente la stessa lezione, applicando la teoria alla pratica,
smontando il congegno pezzo per pezzo: aveva lasciata la macchina in classe
perchè le alunne potessero esercitarvisi, analizzarla liberamente. Ma pareva
tutto inutile. Senza dire nulla a Judicone, egli immerse la mano nell’urna e
cavò fuori un altro nome: tutta la classe teneva gli occhi fissi su quel fatale
rotoletto di carta, ognuna temeva per sè, la macchina di Atwood era troppo
diabolica:
— Cleofe Santaniello.
La piccolina intelligente, studiosa,
lasciò il suo posto, dopo aver guardato un’ultima volta il proprio quaderno,
dove la macchina era disegnata: Judicone tornò al suo, chinando la faccia nel
registro per nascondere il rossore. Cleofe Santaniello contemplò un minuto la
macchina, la tastò due o tre volte con la sua scarna mano di rachitica, e
cominciò rapidamente, senza guardare in nessun posto, per paura d’imbrogliarsi.
Andò bene per un pezzetto, ma disgraziatamente alla parola incudinetta
anteriore, udì una voce lieve, quella di sua sorella Lidia sussurrarle in
fretta posteriore, posteriore: Cleofe si arrestò, tremò, perdette il
filo non potette più ricominciare, il suo male nervoso che le impediva di far
bella figura in classe, mentre ella intendeva tutto e sapeva tutto, la riprese.
Il professore la guardò un momento, così piccola e così meschina come era,
forse per pietà non la sgridò, ma la licenziò con gli occhi.
Costanza Scalera, chiamata, si levò, con
la sua aria composta di grande signora e dichiarò francamente che poteva dire
tutta la teoria della legge, ma che non poteva fare la descrizione della
macchina di Atwood: il direttore-professore si strinse nelle spalle. La bufera,
silenziosa, cresceva: una immensa mortificazione scendeva su quelle fanciulle:
esse provavano una vergogna immensa della loro stupidaggine, della loro
inettezza. In fondo esse amavano molto quel direttore niente espansivo, ma
giusto, parco di parole laudative, ma incapace di usar loro un cattivo
trattamento; e avevano una grande soggezione di lui e avrebbero voluto
contentarlo in tutto e le sue lezioni erano quelle che studiavano di più. Quale
scorno, per la terza classe, alla quarta lezione non saperne ancora nulla,
della legge sulla caduta dei gravi! E come passava il tempo, la vergogna e la
confusione si dilatavano, crescevano: due o tre altre, salendo su quella
cattedra, piazzandosi sotto quella piccola forca di metallo, perdettero la
testa per un terrore ignoto, come ci si ammala per paura della malattia. La
macchina di Atwood pareva s’ingrandisse, si elevasse sul loro capo, pareva che
si moltiplicasse nel suo meccanismo di rotelline: ella pareva acquistasse
un’anima, un’anima metallica e beffarda, che si rideva dei tormenti di quelle
fanciulle: esse la guardavano come un mostro, spaventate. A un certo punto il
direttore si fermò: vi fu un minuto profondo, lunghissimo, di silenzio. Poi,
egli che non le sgridava mai, che non pronunciava una parola di biasimo, disse
lentamente:
— Sono assai dolente di quello che
accade.
L’effetto fu grandissimo, molte
impallidirono; a Judicone che era tanto buona, scesero i lagrimoni per le
guance; Cleofe Santaniello scoppiò a singhiozzare. L’onore della terza classe
era umiliato. Mentre il direttore si alzava per andarsene, Checchina Vetromile
che era una delle migliori, si alzò un po’ rossa, con la voce un po’ tremante:
— Sentite, signor direttore, la colpa non
è nostra, nè di nessuno altro. La lezione è difficoltosa, complicata: la
studiamo da una settimana, senza arrivare a penetrarla. Abbiamo trascurato
tutto il resto per questa tremenda macchina: forse abbiamo fatto peggio, perchè
ci siamo instupidite a furia di ripetere venti volte la stessa cosa. Se volete,
lasciamo per un poco la macchina e andiamo innanzi: la riprenderemo fra una
settimana. Vi promettiamo di impararla magnificamente: posso parlare per tutta
la classe.
Ma la impressione benefica e
pacificatrice di queste parole che la bella e cara creatura aveva pronunciato,
fu dissipata da una vocetta stridula che esclamò:
— Parli per sè, Vetromile. Io so la
lezione: se il professore vuole, io la posso dire.
Era Giustina Marangio, la fanciulla
livida, dalle labbra sottili, dagli occhi bianchi. Una meraviglia dolorosa
colpì le ragazze per quella defezione, per quel tradimento: lo stesso direttore
aggrottò un po’ le sopracciglia, come infastidito. E Giustina Marangio salì
prestamente sulla cattedra, guardò la macchina di Atwood, con un piglio
beffardo; con la sua vocetta di lima stridente, senza fermarsi mai, senza
sbagliare mai, descrisse quel sistema di ottone e di acciaio, minutamente,
precisamente, non tralasciando nulla, applicando la teoria alla pratica,
girando attorno alla forca, attaccandosi ai più piccoli pezzi di quel
meccanismo.
Alla fine quando Giustina Marangio inclinò
la macchina per mostrarla meglio alla classe, gli stese sopra il piccolo pugno
chiuso, dall’indice teso, ella parve più forte e più malvagia di essa.
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per la ricreazione la classe si era
vuotata. Le convittrici erano andate a passeggiare in convitto: le esterne
passeggiavano in quel corridoio-budello.
In tutto non vi erano che trenta minuti
di ricreazione, da mezzogiorno alla mezza, per andare su e giù nella penombra,
in fila di quattro o cinque o in coppia di due.
Qui le simpatie, le amicizie si
pronunziavano, Amelia Bozzo era scappata via dal primo corso e passando innanzi
a Caterina Borrelli, le aveva consegnato un biglietto: diceva: se non mi
vuoi bene o impazzisco o muoio. Le sante, in fila, ancora tutte
contrite dallo scandalo avvenuto durante la lezione di scienze naturali,
cercarono di distrarsene, parlando della prossima settimana santa e delle
commoventi funzioni religiose. Scapolatiello vantava la parrocchia dei sette
dolori, Valente preferiva Santa Maria della Rotonda, Annina Casale teneva assai
alla sua parrocchia della Madonna dell’Aiuto: Isabella Diaz, creatura orrenda,
leggeva, camminando tutta sola, appena vedendoci in quella oscurità, un
opuscolo religioso, intitolato: Fra cento anni, dove saremo?
Le zelanti, la Vetromile, Cleofe Santaniello, Giuseppina Nobilone, De Sanctis ripassavano, passeggiando, la
lezione di aritmetica, gli ultimi teoremi della radice quadrata; il professore
De Vincentis, doveva venire dalla una e mezza alle tre, l’ultima lezione. Le spregiudicate
in sei o sette, avendo fame, avevano riunite le loro forze finanziarie,
riunendo quindici soldi e con molte preghiere avevano convinto Rosa, la
bidella, a comprar loro otto soldi di pane, sei di provola affumicata,
una specie di formaggio fresco, tenendosi un soldo per il suo incomodo, poi,
aspettando, Carolina Mazza malinconica e cinica, cominciò a narrar loro una
storiella piccante, che le faceva sganasciar dalle risa. E tutte quante
convittrici ed esterne, le sentimentali, le zelanti, le sante, le
spregiudicate, respiravano un poco; dopo la ricreazione, avevano un’ora di
lavori donneschi: la maestra era docile, compativa quelle del terzo corso,
sapeva il carico delle loro lezioni, era di manica larga, le lasciava scrivere
e leggere o disegnare, purchè poi all’esame presentassero un cucito, un
rammendo, un rappezzo bene eseguito.
Tutte facevano dei progetti per
quest’ora, che era quasi di libertà: Caterina Borrelli voleva rispondere una
lunga lettera alla sua amica Amelia Bozzo; le zelanti, ostinate, combinavano di
ripetere la lezione di scienze fisiche tra loro; le santarelle contavano di
chiacchierare ancora, di miracoli e di conversioni, e le spregiudicate
contavano di far colazione lungamente. Tanto che, rientrate alla mezza in
classe mentre la maestra osservava il lavoro di due o tre che avevano lo zelo
anche per questo, le altre non rivoltarono neppure la tavoletta del banco, dove
ci era il cuscinetto di lana verde per cucire. Caterina Borrelli scriveva;
Carolina Mazza affettava, con un temperino, sottilmente, la provola affumicata,
distribuendola equamente, Checchina Vetromile aveva rovesciata la macchina di
Atwood, quasi per anatomizzarla; Clemenza Scapolatiello aveva rialzata la
manica del suo vestito per mostrare alle sue amiche un rosarietto delle anime
del purgatorio, che portava sempre al braccio, sotto il gomito. In questo
sbandamento generale, un fruscìo si udì: le due ispettrici: una contessa gobba
e zitellona, una marchesa pesante, dalle lenti sul naso, entrarono con la loro
aria glaciale e sdegnosa. Esse compivano quell’ufficio gratuitamente, come se
si degnassero di fare la carità della loro assistenza alle ragazze povere. Esse
occupavano le loro lunghe giornate vuote a girare per le scuole, portandovi la
superbia dei loro vestiti di seta, dei loro orecchini di brillanti: esse
applicavano la loro nullaggine a seccare alunne, professori e maestre, con
osservazioni saccenti, con dispute bizantine. Erano detestate: perchè non erano
nè buone, nè pietose, nè utili a nulla. Ma bisognava fingere di rispettarle, se
no, andavano dal provveditore, scrivevano al ministro, mettendo il mondo a
soqquadro come due gazze. Onde, quell’apparizione equivalse quella di una
duplice testa di Medusa. La stessa maestra si confuse:
— Non si lavora molto, mi pare? — osservò
la gobba, con il tono acre della zitella schiattosa.
— Da un pezzo, queste signorine non si
danno pensiero del cucito, — continuò la marchesa pedante, — esse vogliono
diventare troppo sapienti...
— Il programma è un po’ pesante... — osò
dire la maestra.
— Se continua così, noi riferiremo, —
disse la gobba.
— Noi riferiremo, — confermò la marchesa
saccente.
E principiarono il giro nella classe: in
fretta molte tavolette erano state arrovesciate, per fingere che si cucisse.
— Lei, Borrelli, perchè non cuce? —
chiese la gobba, dal mento pieno di peli bigi.
— Io sono dispensata dal cucito, per
malattia agli occhi.
— Dove sta il certificato?
— A casa, naturalmente; e un altro l’ha
il direttore.
— Se si fanno far tutte il certificato,
bisognerà riferire.
E passarono avanti.
— Signorina Mazza, lei cuce senza anello
da cucire?
— L’ho perso signora ispettrice.
— Lei si bucherà il dito e potrebbe
essere più attenta ai suoi arnesi.
Luisetta Deste tossiva, come se
affogasse: vedendo entrare le ispettrici aveva ingoiato un grosso pezzo di pane
e un pezzetto di provola, per traverso; e rossa, con le lagrime negli occhi, si
schiantava a tossire.
— Che ce l’ha sempre, questa tosse? È
cronica? — domandò la vecchia gobba.
— No, per grazia di Dio, — ribattè quella
fra gli schianti, — non ho mica cinquant’anni, io.
— Signorina Vetromile come è che ella
adopera il filo nostrano? Non lo sa che deve adoperare il filo inglese? Che
trascuranza è questa? Ah, proprio, proprio non ci vogliono dare importanza ai
lavori donneschi? Vedranno, vedranno, agli esami che fioritura di riprovazioni!
E le due noiose, dal cervello meschino e
dal cuore inerte di donne senza maternità, le due donne inutili e tormentatrici,
passo passo, alunna per alunna, trovarono modo di fare qualche osservazione
acerba, qualche personalità offensiva: alunna per alunna, esse le contristarono
tutte, con la frase, con l’intonazione, col lusso sempre più posto in evidenza
dei loro vestiti, con certe squadrature da capo ai piedi, con certe smorfie di
nausea, con certi cenni altieri del capo; con certi gesti eleganti delle mani.
Quella visita fu tutta un’amarezza: quelle che contavano studiare non
potettero; le affamate dovettero rinunziare alla colazione, avendola sotto il
banco nascosta senza poterla mangiare; quelle che cucivano, perfino le zelanti
furono amareggiate, per gli aghi, per il sopraggitto, per le filze. Finanche
Isabella Diaz, che rammendava un brano di castoro, lavoro delicatissimo, fu
criticata pel modo come tirava il punto: e la gobba dal mento peloso, ne guardò
la parrucca con un disprezzo profondo. Sulla porta, la marchesa con voce
cattedratica pronunziò un fervorino, ricordando a quelle fanciulle che la loro
triste condizione le obbligava a fare le maestre che non avessero la superbia
di credersi indipendenti e libere e che cercassero di conciliarsi la indulgenza
delle persone importanti e rispettabili, le quali si sacrificavano per loro,
per loro che in fondo erano tanto ingrate.
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La faccia di De Vincentis era molto
arcigna quel giorno. Con la primavera gli umori acri gli avevano assalito gli
occhi e lo avevano costretto a non smettere mai gli occhiali azzurri: e i
dolori dell’artrite erano penetrati nelle ossa. Egli zoppicava appoggiandosi a
un bastone, tutto avvolto in un grosso cappotto di lana, con una sciarpa di
lana al collo e alle mani i guanti di castoro foderati di flanella: per la contrazione
nervosa, il lungo pizzo pepe e sale si muoveva. Ma le ragazze non ne avevano
molta paura quel giorno: la lunga e difficile lezione sulla radice quadrata,
tutte o quasi tutte la sapevano, tanto egli la aveva chiaramente spiegata, con
la sua precisione di matematico. E per la importanza della lezione da dover
dire e per vederlo così affannato, così malaticcio, una certa sicurezza mista
di pietà nasceva nel loro animo: sicurezza che poco tempo sarebbe a lui rimasto
per spiegare la nuova lezione e che forse, non sentendosi bene, non ne avrebbe
neppure profittato. Questo le rincorava, perchè se avesse assegnato molta roba
nuova, per due giorni dopo, giammai avrebbero potuto impararla, mancava il
tempo, sarebbe stato un disastro. Dolcemente, Judicone gli chiese come si
sentisse, gli offrì il berretto di lana per la testa già un po’ calva: egli
soffriva assai, si vedeva, ma si vinceva, neppure il pizzo aveva più quel moto
nervoso. Quando chiamò De Sanctis a dire la lezione, costei si alzò, tutta
vivace, andò alla lavagna, volle dimostrare il teorema: il professore la
interruppe sul principio dicendole seccamente basta, chiamandone
un’altra. Così per la seconda, per la terza, per la quarta appena egli si
accorgeva che la lezione la sapeva, interrompeva l’alunna, e la rimandava al
posto.
Le altre cominciavano a guardarsi in viso
sgomente: il loro piano innocente falliva, le loro previsioni erano disperse.
Quasi quasi, desideravano che la chiamata non sapesse la lezione, che
incespicasse, che il professore gliela facesse dire tutta, per correggerla:
macchè! La classe era in un momento di felicità aritmetica, il professore
ascoltava quasi sorridente, nella consolazione del suo cervello algebrico e del
suo cuore di docente. Alle due, quando ancora ci voleva un’ora per finire la
lezione e la scuola, tutto era detto: le alunne, esterrefatte, videro alzarsi
quel vecchietto tutto contorto dall’artrite, tutto ravvolto nelle sue lane,
cavare una mano tutta nodosa e rossa dal guanto, scrivere una lunga formula
aritmetica sulla lavagna, udirono una forte pronunzia cilentana che cambiava il
d in erre metteva un gh innanzi a ogni e, enunciare il
teorema fondamentale della terza potenza:
— Il cubo di un numero, diviso in due
parti, è uguale al cubo della prima parte, il doppio prodotto della prima per
la seconda, il doppio prodotto della seconda per la prima, cubo della seconda
parte.
E da quel cumulo di ossa sconquassate, da
quella testa i cui occhi poco vedevano più, da quella mano disfatta,
contraffatta, da quel cervello tanto lucido che nulla poteva vincere, uscì per
un’ora una dimostrazione precisa, insistente, continua, sempre più complicante
ed esplicante le formole e le sottoformole del teorema.
La lavagna era piena zeppa di cifre, di
segni aritmetici, di radicali, di lettere: sulla fine egli dovette
restringere il carattere, non ci entrava più. La malattia non gli cavava un
lamento, non gli infliggeva una sospensione: egli andava, andava come un
vecchio meccanismo, la cui ruota fondamentale è ancora solida. Egli si fermò
quando suonarono le tre all’orologio e la campana suonò la chiusura della
scuola: si fermò ed uscì. Esse... non uscivano. Guardavano la lavagna
inebetite, accasciate.
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