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NON
PIÙ!
I.
La piazza del Mercato, grandissima,
riboccava di gente. La folla si accalcava non solo nel suo vasto quadrilatero,
addossandosi alle baracche dei saltimbanchi, alle tende ambulanti dei venditori
di sorbetti, al piccolo carosello giallo e rosso; ma si addensava lungo il
Corso Garibaldi, verso l’Anfiteatro e verso il tribunale, straripava su molti
balconi e su tutte le terrazze prospicenti nella piazza. Non erano soltanto i
ventimila abitanti di Santa Maria che avevano lasciato le loro case, in quella
sera di mezz’agosto, per assistere al grande fuoco d’artifizio in onore
dell’Assunzione di Maria Vergine: ma anche dai villaggi e dalle città vicine
erano accorsi, per devozione e per curiosità. Nella folla minuta si mescolavano
ai samaritani conciatori di cuoio, gli ortolani di San Nicola la Strada, i setaiuoli di San Leucio, i fabbricanti di torroni di Casapulla, gli agricoltori di
Maddaloni e di Aversa, le pallide maceratrici della canape che languiscono una
intiera stagione sulle sponde dei lagni: sui balconi illuminati a
palloncini colorati, la borghesia e l’aristocrazia samaritana facevano gli
onori dell’Assunzione alla borghesia e all’aristocrazia di Caserta e di Capua.
Sulla terrazzina del Circolo Militare che
aveva dei festoni di lanterne chinesi, Giorgio Lamarra, il bello e biondo
tenente di artiglieria, sospiro delle romantiche fanciulle samaritane, faceva
il chiasso, con un gruppo di ufficiali di Nizza cavalleria, venuti da Capua:
dal balconcino di sua zia, Clementina Riccio, la brunetta languida e malinconica,
non cessava di guardare il terrazzino e Giorgio Lamarra: dal balcone della sua
comare, donna Peppina Cannavale, Paolina Gasbarra, la loschetta vivace e
spiritosa, si piegava sullo sporto e rideva ad alta voce per farsi udire da
Giorgio Lamarra: da uno dei cinque balconi di Rosina Sticco, la novella sposa,
riboccanti di luce e di persone, Grazia Orlando, la più bella creatura di Santa
Maria, fingeva di discorrere con la sua cugina di Napoli, Caterina Borrelli, ma
in realtà teneva d’occhio il terrazzino e Giorgio Lamarra — nessuno di loro
aveva uno sguardo per le otto macchine pirotecniche, allineate sul lato destro
della piazza, e per il castello, il pezzo finale dove si doveva vedere
il trionfo della Madonna, Assunta in cielo.
Sul balcone grande del municipio, le due
ragazze Roccatagliata, le figliuole del sindaco, due gentiline sottili e brune,
si affaccendavano intorno alle tre sorelle Capitella, figliuole del sindaco di
Caserta, venute nel loro equipaggio scortate dal padre e dal fratello, che doveva
sposare Cristina Roccatagliata: matrimonio che a tutte le ragazze coetanee di
Cristina, diciottenni, pareva logico, e che tutte le ragazze fra i ventitrè e i
venticinque, fra cui Emma Demartino, dicevano irregolare: Cristina era troppo
giovane. Le tre sorelle Capitella avevano ciascheduna centocinquantamila lire
di dote; le due Roccatagliata centomila lire; Clelia Mesolella, sposa di un
anno, ne aveva portato duecentomila; Felicetta de Clemente aveva trovato mezzo
milione in casa del giovane marito, talchè il balcone del municipio il più
ricco come doti passate, presenti e future, era l’oggetto di molti sospiri
maschili e femminili. Le due spose Clelia e Felicetta scintillavano di
gioielli.
Anche il balcone del marchese Tarcagnota
esponeva tre grandi doti di centocinquantamila lire, nelle persone delle tre
sorelle Tarcagnota, ragazze, uscite dal primo educandato di Napoli,
aristocratiche, superbe; ma le tre ragazze erano afflitte da una tale
pinguedine enorme e crescente, quella grossezza loro era così soffocante e
ridicola, che tutti i belli spiriti di Santa Maria se ne burlavano. Quella sera
esse erano tutte orgogliose di poter ricevere la vecchia duchessa di San
Demetrio, che era venuta dal suo castello di Recale, e il loro balcone brillava
nobilmente di dodici lumi a moderatore. Ogni tanto, in quel chiarore, un
fagotto si profilava, una guancia grossa, quasi gonfia si delineava, una curva
possente di spalla si arrotondava, un braccio corto, grosso che pareva dover
far schiantare la manica, si agitava: era una delle ragazze Tarcagnota che si
moveva.
Ma il gran movimento era sui cinque
balconi di Rosina Sticco, la novella sposa: Rosina, la primogenita delle sette
sorelle Astianese, si era maritata la settimana prima con Vincenzo Sticco,
negoziante ai cereali, gli aveva portato cinquantamila lire: il papà Astianese
era molto ricco, ma aveva sette figliuole, da dodici a venticinque anni. Sticco
era il più ricco del paese, aveva la più bella casa con cinque balconi sulla
piazza, l’aveva fatta mobiliare da un tappezziere di Napoli, e Rosina faceva,
con un legittimo orgoglio, per la prima volta, gli onori della sua casa.
Portava le grosse rosette di brillanti datele dal marito, otto o dieci
braccialetti pesanti e luccicanti, ed era soddisfatta di sè, del suo salone
rosso e oro, della sua stanza da letto azzurra e bianca. Ella mostrava tutta
questa roba, a tutti e a tutte, senza celare la sua soddisfazione.
La casa era piena di ragazze e di spose.
Prima le sei sorelle Astianese, in scalatura, brune, bionde, fulve, di tutti i
gusti, di tutte le stature, sbucanti da tutte le parti, tanto che parevano
dodici, aventi ognuna il suo pretendente in piazza, o su qualche balcone, o
alle finestre del Circolo Garibaldi: poi Grazia e Maria Orlando con la
cuginetta di Napoli, Caterina Borrelli; poi Lucrezia Piccirillo Sticco, la
cognata di Rosina, maritata a un proprietario di Casapulla; poi Luisa
Ciccarelli, la più brutta ragazza del paese, inebetita dalla sua bruttezza, con
la bocca sempre un po’ schiusa e le grosse mani penzoloni; poi Carmela Barbaro,
la giovane sposa del cancelliere, venuta da un villaggio albanese della
Calabria, mezza orientale, mezza montanara, che era bruna bruna, fumava sempre
e parlava pochissimo; infine la grande amica di Rosina, la sua coetanea, Emma Demartino,
la pallidina alta e gentile, un po’ anemica, la ragazza sentimentale dagli
occhioni un po’ bruni e dalla testina languente.
Come arrivava gente, Rosina Sticco si
faceva sempre più serena, affettuosa, nella bonarietà naturale e pacata delle
giovani spose; come arrivava gente, ella chiamava suo marito, con maggior
dolcezza:
— Vincenzino? Vicenzì?
Le ragazze, in su e in giù dai balconi al
salone, all’anticamera, alla stanza da letto, guardavano tutto curiosamente,
con un sorriso enigmatico, leggermente turbato da quell’ambiente matrimoniale
che era la realtà de’ loro sogni. Certo non vi erano sei giovanotti, come
Vincenzino Sticco dentro Santa Maria: ma le sei sorelle Astianese erano sicure
di maritarsi meglio della prima: Emilia sognava di stabilirsi a Napoli, ella
era ambiziosa, audace, rinunziava alle rosette e ai braccialetti di brillanti,
ma voleva andare a Napoli; Grazia Orlando, che aveva per lo appunto ventimila
lire, la dote militare, pensava al suo bell’ufficiale biondo, dalla sciabola
scricchiolante, tanto più bello di Vincenzino Sticco; Maria Orlando, più calma,
meno sognatrice, calcolava che avrebbe avuto di sua parte Ciccillo Mosca, il
primo dei tre fratelli Mosca, che, ogni tanto, nei caldi pomeriggi, veniva a
passare sotto le sue finestre, alla Croce; Caterina Borrelli, troppo giovane
ancora, aveva già l’aria disinvolta e presuntuosa delle ragazze napoletane, che
fingono di burlarsi del matrimonio; Luisa Ciccarelli, la stupidona, tastava le
stoffe per sentire se erano di seta, pensava se il merletto delle cortine si
poteva imitare all’uncinetto, leggeva i biglietti da visita giunti per le
congratulazioni, incretinita, senza idee, senza sogni. Emma Demartino, la
migliore amica, la coetanea di Rosina, la seguiva dappertutto dove ella andava,
come trasognata, e quando Rosina, con la sua voce armonica e raddolcita diceva:
“Vicenzino? dove sta Vincenzino?” Emma provava una emozione, come uno
struggimento di tenerezza.
A un tratto, un grande chiarore attirò ai
balconi tutti e tutte: ma era un falso allarme, al Circolo militare accendevano
dei fuochi di bengala, Giorgio Lamarra ne teneva1 due a braccia tese,
ed era illuminato fantasticamente di rosso. Clementina Riccio, dal suo balcone,
agitava il fazzoletto, come per farsi vento; Paolina Gasbarra, la briosa
loschetta, gridava bravo, bravo, senza potersi più contenere — e Grazia
Orlando era tutta commossa, a vedere il suo bell’ufficiale in tutta quella luce
rossa, come Fausto o Mefistofele. A quel chiarore si vide bene che sui balconi
del municipio si portavano in giro le granite, le ragazze Roccatagliata
andavano e venivano, offrendole agli invitati: mentre, attirate dalla luce,
credendo che il fuoco artificiale cominciasse, si erano financo schiuse le
finestre di casa Crocco. Le due Crocco, brune scarne, tutte chincaglierie,
tutte spilloni di acciaio e fibbie di pastiglia, si affacciarono, mostrando il
loro volto arrabbiato di zitellone, ostinate nel desiderio del marito: le due
Caputo, amiche fedeli, si affacciarono anch’esse, pettinate e vestite alla moda
di quindici anni prima, ma tutte tranquille e ridenti, sopportando
pazientemente i quarant’anni della loro disponibilità, e infine si affacciò
donna Irene Moscarella, la zitellona preistorica, quella che tutti ricordano
zitellona, da un tempo immemorabile, la zitellona non più collerica nè ridente,
ma quietata nell’apatia, nella quasi immobilità della vita.
Emma Demartino era rimasta sul balcone,
pensando, mentre due bande musicali, una a destra, l’altra a sinistra,
suonavano ora la marcia reale, ora l’inno di Garibaldi. Era felice, molto
felice per Rosina, la sua amica, ma pensava che se Carluccio Scoppa, che
studiava a Napoli l’avvocatura, non si fosse fatto bocciare in due materie lei,
Emma, si sarebbe maritata prima di Rosina: Carluccio era a Napoli, a prepararsi
per gli esami di riparazione, a novembre sarebbe riuscito ad aver la laurea e
forse per l’altro agosto si sarebbero sposati. Che peccato, dover perdere così
un anno! Lei ne aveva già venticinque, è vero, e questo le dava come un pensiero
latente di malinconia, come una punta di amarezza: si sentiva pallida, smorta,
sfiorita, mentre i venticinque anni di Rosina Sticco erano tutta una fioritura
di rosei colori e di sorrisi. Con quanta grazia Rosina andava intorno, offrendo
confetti e vino di Marsala, lieta dei suoi larghi vassoi d’argento, dei suoi
bicchierini di Boemia, dei dolci che erano venuti da Napoli, e del vino che
Vincenzino aveva fatto venire dalla Sicilia! Se Carluccio avesse avuto miglior
sorte agli esami! Ora sarebbe lei, Emma, che regalerebbe alle sue amiche i
confetti del matrimonio. E non volle mangiare quelli che Rosina le offrì. Una
grande malinconia le era piombata sull’anima.
Intanto, un sparo di mortaletti annunziò
che lo spettacolo cominciava: una delle macchine principiò ad ardere, a tre
colori, a girandole roteanti, a razzi. Il popolo samaritano applaudì, la folla
ondeggiò tutta, per la soddisfazione. Emma si scosse, scrollò le spalle, cercò
liberarsi dalla malinconia: in fin de’ conti non era la più infelice di tutte.
Quelle sorelle Astianese avevano, è vero, cinquantamila lire di dote, ma erano
sei, un reggimento, un corpo di esercito, facevano sgomento ai giovinotti, chi
sa se si sarebbero maritate? E le tre innamorate di Giorgio Lamarra erano tre
sciocche: nè Clementina Riccio, nè Paolina Gasbarra avevano la dote militare, e
il padre di Grazia Orlando non l’avrebbe mai data a un ufficiale — e lui,
Giorgio, le ingannava tutte tre, aveva una innamorata a Firenze, tutti lo
sapevano, non avrebbe sposata che quella.
Ardevano allegramente le girandole
tricolori, sprizzando scintille, mentre i contadini di Altifreda, delle Curti,
di Centurano e di Cancello Arnone guardavano a bocca aperta; ardevano i cuori
delle ragazze Astianese e delle tre innamorate di Don Giovanni, ma che restava?
Un po’ di fumo, una grande ombra, un barbaglio doloroso negli occhi.
Ma subito un’altra macchina s’accese, era
una scappata di razzi che salivano altissimi nel cielo, si schiudevano lassù,
con una debole detonazione, come un fiore che si apre, e si dividevano in tante
stelle di colori delicati. Le ragazze Capitella erano molto ricche, ma per
questo nessuno osava ricercarle: le loro pretensioni erano stravaganti, nella
provincia non vi era nessuno che potesse contentarle: si sarebbero le Capitella
maritate? E anche la Roccatagliata, la minore, faceva male a maritarsi prima
della maggiore: ciò è di cattivo augurio, in provincia ci si bada bene. In
quanto alle Tarcagnota, a malgrado dei loro quattrini, esse erano troppo
grasse, non si potevano maritare: Luisa Ciccarelli era troppo brutta, troppo
imbecille. A malgrado dei delicati razzi che si aprivano in cielo dolcemente,
in quella mite sera di agosto, a malgrado dell’estasi di quella folla
istupidita dai chiarori, a malgrado dell’allegrezza di tutta quella gioventù
maschile e femminile, sparsa pei balconi, Emma si sentì inondata di amarezza,
la vita per lei, per le altre le parve un lungo cammino senza gioie, un duro
cammino senza compensi e senza soccorsi.
Gli è che sotto il grande chiarore giallo
di una pioggia d’oro che zampillava come da una fontana di fuoco, le due
finestre di casa Crocco facevano pompa della loro mostra di vecchie zitelle. Le
due Crocco agitavano le teste lucide di pomata e infiocchettate, si curvavano
per vedere se veramente nel salone da pranzo delle Tarcagnota era preparata una
grande cena, mostravano le dentiere ingiallite, con una smorfia che doveva
essere, a parer loro, un sorriso d’ironia; le due Caputo coi capelli abbassati
in due falde sulle tempie, i busti lunghi e piatti, i grembiuli di seta nera,
ammiravano almeno per la quarantesima volta, la festa dell’Assunta, e
sorridevano mitemente, mentre donna Irene Moscarella, vestita di lana color
pulce, coi radi capelli raccolti in rotoletti sulle tempie, serbava la sua faccia
scialba e senza espressione, la sua aria indifferente, di persona morta a tutte
le cose umane.
Emma vedeva queste cinque femmine tutte
smorte o livide sotto la grande pioggia d’oro del fuoco di artifizio, e le
sembrava scorgere in quel gruppo tutta una visione dell’avvenire, le pareva che
lei e tutte le sue amiche dovessero invecchiare zitelle, diventare rabbiose e
cattive come le due sorelle Crocco, placidamente rassegnate come le due sorelle
Caputo, o indifferenti come donna Irene Moscarella. Ecco, forse a una di loro
sarebbe morto il fidanzato come a Chiara Caputo, due giorni prima del
matrimonio; ad un’altra sarebbe toccato di esser tradita come Marietta Caputo:
qualcun’altra sarebbe rimasta zitella per la tremenda avarizia del padre, come
Margherita Crocco: qualcuna non si sarebbe maritata per un accesso temporaneo
di misticismo come Vincenzella Crocco, e un’altra, chi sa, forse lei, Emma
Demartino, sarebbe rimasta zitella, non si sa come, non si sa perchè, per
capriccio della sorte, come donna Irene Moscarella. E fu tanta la forza
dell’evocazione, che ella si vide, già arrivata a cinquantacinque anni, vestita
di lana color pulce, coi capelli radi che non coprivano più il giallo della
cute, con la faccia scialba e rugosa, dove niuna impressione più si rifletteva,
in quel distacco egoistico e supremo di tutte le cose.
Ma dopo avere applaudita la fontana di
fuoco si fece nella folla un grandissimo silenzio. L’ultimo pezzo cominciava.
Era prima un grande arco di trionfo, tutto lampioncini colorati che portava
scritto nel frontone Viva Maria, poi quattro pezzi di fuochi
d’artifizio, in quadrilatero, a mazzo di fiori, a scappate di razzi, a
girandole, a girandolini. Come l’arco fu tutto quanto illuminato, nel vano
profondo, con la testa verso il cielo, con le bianche mani schiuse e distese
che pareva salutassero la terra, la statua della Madonna cominciò ad elevarsi.
Saliva lenta lenta, come librantesi, e i potenti argani con cui era tirata su,
non si vedevano. Era vestita con la tunica rossa, col manto azzurro, e
sorrideva al cielo e dava l’addio alla terra. Le campane della cattedrale, di
San Carlo, della Croce, di Sant’Antonio suonavano a gloria. Ardevano i fuochi
incandescenti, gittando fiamme, sprizzando scintille, vomitando stelle: molti
balconi avevano accesi i bengala. Nella piazza il popolo era inginocchiato,
pregando, acclamando la Bella Mamma Assunta in cielo.
— Nelle vostre mani, Vergine Santa —
pregava Emma, sul balcone — nelle vostre mani, io, e tutte quante.
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