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Storia di due anime
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La bottega dei santi era la penultima della piccola via bassa e oscura, che
sinuosamente lega la piazza grande di santa Maria la Nova alla piazzetta di
santa Maria dell'Aiuto: e godeva un po' d'aria, un po' di luce, sol perché,
dirimpetto ad essa, le antiche e brune case del vecchio quartiere popolare
cessavano e poco indietro si ergeva la chiesa della Madonna dell'Aiuto, avente,
accanto, il portoncino della sua Congregazione di Spirito. La bottega rozza e
sguarnita, aveva una insegna di legno dipinto, scolorita dalla pioggia, dalla
umidità costante della piccola via; vi si leggevano, appena, un nome e un
cognome: Domenico Maresca. Tre impannate, a vetri, di cui quella
centrale era la porta, erano, anch'esse, molto stinte nella loro base di legno
e i vetri, oltre che sudici, erano appannati, velati da uno strato di gesso,
qua e là più forte, come se vi fosse stato messo a ditate: sicché nulla si
potea scorgere nella bottega, da chi passava nella strada. Anche la maniglia
della porta era impiastrata di bianco. Chi era nuovo della bottega e voleva
entrarvi, poggiava le dita con precauzione, su questa maniglia: o bussava con
leggerezza ai vetri, per farsi aprire. Un ragazzotto, storpio, sciancato, ma
svelto, vestito con certi panni logori e coverti di macchie di ogni colore,
macchie più vive o più smorte, ma ove, sovra ogni altra, vincevano le ditate di
gesso, di biacca, il ragazzotto veniva ad aprire e non si toglieva, dal capo
grosso di rachitico, il berretto singolare di carta bianca che distingue, a
Napoli, i pittori di stanze, gli scultori di grosso, gli stuccatori: insegna
del mestiere che essi non lasciano mai e con cui passeggiano, o vanno alle loro
faccende, per la via.
Dentro, la bottega aveva le sue quattro mura dipinte di bianco, il che la
chiariva assai: e sulle pareti erano sospesi, qua e là, dei calchi di gesso
riproducenti delle faccie femminili e maschili, talvolta solo la maschera,
talvolta la testa intiera; erano sospese delle mani, alcune tagliate al polso,
alcune col braccio intiero; dei piedi senza gambe, o con tutta la gamba e il
ginocchio. I visi femminili eran tutti della medesima apparenza di giovinezza e
di bellezza, con la stessa espressione immobile di dolcezza e di pietà, occhi
levati al cielo o palpebre castamente abbassate, bocche socchiuse, come in atto
di preghiera, o chiuse e pensose, senza sorriso: riproduzioni di Madonne
antiche, di antiche sante, modelli già copiati tante volte, le cui linee si
smussavano per il tempo e l'uso, deturpate dalla polvere, che si accumulava,
nei cavi, negli angoli. I calchi delle fisonomie maschili erano svariati, di
giovini, di vecchi, di uomini imberbi, di uomini con lunghe barbe, con atti
diversi, con espressioni diverse, di pensiero, di fierezza, di sdegno, di
estasi: mescolati, fra tutto questo, tanti calchi di volti infantili, teste
ricciolute, visetti ridenti, visetti sorridenti, visetti di bambini Gesù o di
angioletti, con le ali piccole attaccate sotto al collo pienotto, ali aperte e
levate, come un'aureola.
Su cavalletti di legno grezzo, su colonne, su trampoli da scultore, i santi
popolavano, intorno intorno, in mezzo, la bottega, lasciando solo lo spazio ad
una larga tavola coverta di vasi e vasetti, di bottiglie e bottigliette, piene
di colori da dipingere, di pasta da formare; e mucchietti secchi o umidi di
creta, di biacca, di stucco, sporcavano la tavola, e pennelli grossi e sottili
vi si confondevano con ogni strumento di legno, di ferro, per formare, per
plasmare, per dipingere, per lucidare. I santi popolavano la bottega, tanto
numerosi, che appena appena, lo scultore pittore poteva girare fra i cavalletti
e le colonne, e fare il suo duplice lavoro: e ve ne erano di tutte le
dimensioni, da una piccola Madonna della Salette, alta quanto una bambolina,
che si nascondeva, quasi, in un cantoncello, a un grande san Michele Arcangelo,
posto nel centro della bottega, grande due terzi del naturale, poggiato sovra
un largo piedistallo, coi piedi vittoriosi sul corpo e sul capo di un grosso
dragone, vinto dal guerriero di Dio e che era lì lì per essere trapassato dalla
fulminea, luminosa spada; mentre, in fondo alla bottega, sovra un piedistallo
anche più maestoso, vi era una grande figura di santo o di santa: s'ignorava,
poiché era completamente coperta e chiusa da un grande panno grigio, che ne celava
ogni linea. Era molto più grande del naturale: una di quelle statue colossali,
destinate a salire in cima a un altare, in alto, in fondo a una vasta chiesa, e
a esser guardate, ammirate, adorate, da una folla di persone oranti, oranti
sino laggiù, alla porta estrema del tempio. Questi santi, anche, apparivano di
fattura diversa. La piccola Madonna della Salette aveva di stucco,
delicatamente dipinto, solo il volto idilliaco e le mani lunghette e fini:
mentre era tutta vestita di una gran veste di lana bianca, con una coroncina di
rosette artificiali che le orlava la gonna, un'orlatura di rosette intorno alle
ampie maniche, e una coroncina di rose sul capo. Un cordone di seta bianca le
stringeva alla cintura la tunica e i suoi piccoli piedi non si vedevano. Un san
Giuseppe, alto mezzo metro, era, invece, tutto di legno e di stucco; e il volto
e le mani e la prolissa barba grigia dipinta finemente sullo stucco, le vesti
di Nazzareno, bigie e azzurro cupo, la tonaca e il mantello, eran dipinte, a
pieghe immote, sul legno; sul suo alto bastone, però, vi era un mazzolino di
fiori artificiali. Un san Vincenzo Ferreri misurava due terzi della persona,
appoggiato sovra una larga base; aveva un vero vestito monacale, come è
raffigurato sempre, tonaca nera, scapolare e cappuccio bianco, in lana grossa:
e la sua testa ardita e pensosa, opera eguale di pittore e di scultore, si
ergeva, plasmata e stuccata, con una fiammicella rossa, posata, sul cranio,
dipinta, con evidenza, nelle ondulazioni della vampa, la fiammicella
raffigurante lo Spirito Santo: mentre, nelle sue mani, vi era un vero libro,
rilegato in nero, un Evangelio aperto. Così, alcuni fra questi santi dovevano
la loro forma di vita, esclusivamente al pittore e allo scultore: altri avevan
bisogno, inoltre, di chi foggiasse loro le vesti, in istoffe adatte, e gliele
mettesse addosso, aggiustandone le pieghe, e vi aggiungesse i simbolici
attributi della loro santità, gli emblemi, i fiori, i gioielli. Non così la
statua del bello e temibile e terribile san Michele, centro di tutta quella
singolare e curiosa coorte. La consuetudine non vuole che il cherubino,
debellatore di Satana, si adorni di stoffe, di nastri, di galloni, di gioielli,
di fiori: la sua immagine sfolgorante deve essere tutta dovuta all'arte: e nel
riprodurla, come le regole dei vecchi, come le antichissime tradizioni degli
scultori e dei pittori di santi impongono, bisogna rispettare il sacro
carattere mistico e bellicoso di Michele, che, nei Cieli, tiene il cuore del
Signore, quanto Gabriele, l'Annunciatore di Maria. Nella bottega dei santi,
dunque, l'arcangelo levava il suo capo fiero e indomito sotto l'elmo tutto
dorato, su cui l'artefice pittore aveva molto e molto faticato, per ottenere
una doratura perfetta, lucidissima, abbagliante, adoperando la migliore delle
porporine, sullo stucco: il collo era stretto da una gorgiera, e il petto tutto
quanto chiuso in un'armatura di argento, a larghe scaglie rotonde, ove anche
l'argento, tirato su dalle esperte mani, luccicava singolarmente, mentre di sotto
la corazza usciva un gonnellino a pieghe, che appena copriva le ginocchia; le
gambe erano nude, muscolose, ben modellate, di un bel color carnicino, con un
lieve disegno azzurro di vene; i piedi calzati di stivaletti, pestavano il
dragone vinto, che si torceva di dolore e di collera. Ma, in tutto questo, il
viso di san Michele era roseo come quello di una fanciulla, e dei riccioli
biondi spuntavano dal suo elmetto d'oro e i suoi occhi erano d'un cilestrino
infantile, e il Vittorioso conservava la sua dolcezza di cherubino, nel suo
impeto di guerriero divino.
Ma questa statua non era completa: mancavano ancora dei pezzi intieri
dell'armatura, tutti bianchi di gesso e di biacca, su cui ancora non era stato
adattato l'argento: le gambe, di fresco dipinte, erano lucidissime, come se non
si fossero asciugate ancora: la spada fulgente era dorata solo per metà: il
piedistallo, su cui il Maligno gonfiava di rabbia impotente le anella del suo
corpo di animale feroce e orrendo, anche era tutto bianco e aspettava il color
d'oro, o di argento, su cui risaltasse il verde livido del dragone, e gli occhi
di fuoco, e la lingua rossa ridotta a sibilare invano, sotto le folgori celesti
del cherubino. Del resto, anche qualche altra statua, ma minore, appariva non
finita. Un san Rocco, per esempio, tutto di legno e stucco, posato sovra una
colonnina, apriva la sua tonacella marrone, col gesto fatidico, e mostrava il
suo ginocchio nudo, ove una piaga vivida rammentava che egli è protettore
contro la peste: era seguito da un piccolo cane, che la cara leggenda cristiana
gli assegna per fedele compagno. Di questo san Rocco, non eran completi che il
viso, le mani e una delle gambe, appunto quella della piaga: tutto il resto era
grezzo: e il fedel compagno era informe. Un san Biagio, un mezzo busto, appena
appena iniziato, aveva il viso dipinto per metà, e l'aureola di metallo posava
accanto a lui, mentre le due dita che si alzano per benedire, eran due
bastoncelli di legno, sovra un pezzo di legno, che doveva esser la mano. Altri
santi eran semicoperti da cenci oscuri, per non mostrare che mancavan di vesti,
o che l'opera di stuccatura non era neppure cominciata e che la pittura era
lontana. E, su tutta questa famiglia, s'innalzava, in fondo alla bottega, la
statua ignota, grandissima, ermeticamente coperta e serrata nel suo drappo
bigio, che non ne rivelava alcuna forma e lasciava sognare un santo, una santa,
più possente, più ardente, più mirabile, uno dei grandi taumaturghi, a cui si
piegano le ginocchia dei desolati, dei disperati!
In un angolo della bottega era spinta, contro il muro, una piccola tavola,
ove giacevano, alla rinfusa, due o tre libri consunti e laceri, un calamaio di
terra cotta, una penna dalla punta morsicata, un calendario vecchio: su questa
medesima tavola, facendo posto, il pittore mangiava il suo modesto pranzo, nei
giorni in cui il lavoro premeva assai, ed egli non potea andare a casa sua, a
mezzogiorno: una terrina di maccheroni, un pezzo di formaggio, un finocchio, un
mezzo fiasco di vino, formavano il suo desinare, ed egli mangiava, in mezzo ai
suoi santi di legno e di stucco, completi, non completi, incompleti, che
guardavano il Cielo con occhi desiosi, che chinavano gli occhi sui sacri libri,
piamente, e il soffio divino passava sulla loro fronte carica di pensiero;
mentre si asciugava la bocca sporca di sugo di pomidoro, al tovagliolo che
covriva la sua piccola mensa, egli beveva nel bicchiere di grosso vetro
pesante, o beveva dal collo verdastro della caraffa. Pure, egli faceva tutto
questo con modestia, curando, sempre, di non volger loro le spalle, e
sogguardando, ogni tanto, verso la immensa statua che nessuno aveva mai vista,
nascosta sotto quel lenzuolo oscuro, che ne celava assolutamente il viso e la
persona. Dopo pranzo, si alzava subito, e il suo sciancatello portava via,
immediatamente, fuori bottega, ogni avanzo: rientrava e spazzava, intorno alla
tavola del pranzo, mentre il pittore prendeva dell'aria, sulla porta, guardando
a sinistra, in alto, ove l'imponente palazzo Angiulli si estendeva, accanto
alla Chiesa. Il pittore dei santi non fumava: suo padre, che aveva fatto lo
stesso mestiere suo, glielo aveva sempre proibito, portandogli il proprio
esempio, dicendo che un pittore dei santi non fuma, per rispetto alla santità
delle immagini, che sorgono dalle sue dita che dipingono.
Domenico Maresca, pittore di santi, aveva ventotto anni. Era di media
statura, piuttosto grasso, tendente alla pinguedine; un po' goffo nei
movimenti, quando non era intorno alle sue statue, come impacciato dai piedi,
dalle mani, dal suo torace che si gonfiava, quasi, sulle gambe sottili e
sproporzionate; molto bianco di carnagione, ma di un biancore opaco, con
qualche riflesso giallo, alle tempia, alle orecchie, agli angoli del naso:
biondastro, di capelli molto deboli e che cominciavano a diradarsi, sulla
fronte: biondastri i baffi, sfolti, sovra una bocca dalle labbra grosse, su cui
restava una costante e curiosa espressione di puerilità: gli occhi di un
azzurro molto pallido, come se un latte vi fosse mescolato, un po' rotondi, un
po' esterni, spesso meravigliati, sempre che si fissavano su spettacoli che le
sue Madonne e i suoi santerelli non erano. Tutto l'insieme dava l'impressione
di una gioventù che non fosse mai stata aitante e vigorosa, che una occupazione
assorbente avesse intorpidita, che la mancanza di piaceri avesse già sfiorita:
l'impressione, latente, di una salute segretamente minata da mali ereditarii,
misteriosi, compromessa, forse, dall'esistenza trascorsa nei cattivi odori
della creta, dei colori, delle biacche, nella umidità della bottega, respirando
atomi di metalli e di minerali nocivi. E in tutto questo, solo un dettaglio
della persona attraeva gli occhi, li fermava, li seduceva: la beltà delle mani,
due mani bianche, dalle dita agili, dai gesti rapidi e armoniosi, due mani
assolutamente belle, sane, giovani, ove viveva la forza e la grazia di un
lavoro umile e nobile, insieme.
Domenico Maresca discendeva da una razza antica di pittori di santi, e
quest'arte singolare, poiché essa ne riassume tre o quattro, quella del
plasmatore, dello stuccatore, del doratore e del pittore, quest'arte curiosa e
pia, si trasmetteva, di padre in figlio, con ostinazione ereditaria, da forse
duecento anni. Un antenato Maresca, quello che sembrava il capostipite di
questa famiglia popolana di artisti, aveva avuto bottega, in quel
singolarissimo vicolo di san Biagio dei Librai, ove non si traffica, non si
vende e non si compra, cioè, che di oggetti di santità, quadri, statue,
presepi, ogni sorta d'immagini, argenteria e chincaglieria sacra, dallo
scintillante ostensorio, all'ex voto di cera, dai rosari di lapislazzuli
a quelli che costano due soldi. I Maresca venivano di là: ma, di generazione in
generazione, si erano allontanati, diffusi verso il Divino Amore, verso il
Corso di Napoli, verso San Giovanni Maggiore e, infine, quasi sulla soglia
della Napoli nuova, della Napoli rifatta, verso santa Maria la Nova, alla
Madonna dell'Aiuto. Uno di essi, Ferdinando Maresca, verso il principio del
secolo aveva, anzi, acquistato una bella rinomanza, come scultore e pittore di pastori,
le piccole statue, talvolta opere d'arte, talvolta ricchissime, che servono a
popolare i Presepi delle grandi famiglie divote o, semplicemente, amanti del
lusso e dell'arte. Don Ferdinando Maresca aveva venduto dei pastori al
Presepio della regina Maria Carolina e, forse, nelle collezioni della Reggia di
Capodimonte e di Caserta, vi sono ancora dei Re Magi, dei mendicanti, delle
zingare, dovuti alle sue mani sapienti. Questa gloria della umile discendenza
dei Maresca era, però, tramontata con lui; nessun altro aveva raggiunto la sua
perfezion d'arte, neppure il suo lontano nepote Domenico. Anzi, qualcuno di
essi aveva stentata la vita, perché, o non intendeva il lavoro, o non lo amava,
o era stato sfortunato: tutti, poi, erano morti presto, prima dei
cinquant'anni, corrosi da quel mestiere faticoso e pericoloso, avvelenati da
quell'aria carica di odori malsani, umida e stagnante, consunti dal respirare
quei corpi metallici, minerali, che eran necessari alla composizione delle loro
statue. Anzi, uno zio, scapolo, di Domenico Maresca, a cui egli, pare,
somigliasse molto, si era spento a trentadue anni, divorato da una piccola
febbre quotidiana, datagli, dicono, da un tumore nel fegato. Suo padre, di cui
egli era unico figlio, neanche aveva toccato i cinquant'anni, ed era morto di
una violentissima colica epatica, lasciandolo a ventidue anni, orfano, poiché
Domenico Maresca aveva perduto sua madre, piccolissimo; non se ne ricordava
neppure, e suo padre, interrogato, talvolta, evitava di parlarne, troncava il
discorso, un po' turbato, e subito diventato muto e triste. Aveva assai
lavorato, suo padre: e, morendo, aveva lasciato a suo figlio Domenico qualche
migliaio di lire, accumulate soldo a soldo, dovute a grandi privazioni, ad una
vita oscura e quasi povera, a un lavoro costante.
Questo lavoro, malgrado i suoi pericoli e le sue incertezze, malgrado le sue
limitazioni e le sue convenzionalità, Domenico Maresca lo amava. Come, ora, lo
sciancatello, figliuolo di un suo compare di cresima, adibito ai servizi infimi
della bottega, imparava già a macinare i colori, a impastare la biacca, a
mesticare, a preparar forme e pennelli, così, anche lui, piccino, appresso a
suo padre, aveva imparato la sua arte. Un po' di scuola elementare; un po' di
scuola di disegno; ma sempre in bottega, giorno per giorno, anno per anno, con
una istruzione lenta, costante, pratica, sempre la medesima, non uscendo dalle
regole tradizionali della pittura dei santi, regole fisse, immobili, strane, di
un arcaismo mistico singolare, con un sapore ingenuo di leggenda primitiva, con
una espressione dommatica venuta dall'insegnamento degli antichi. Qual Maresca,
mai, avrebbe osato fare la statua di sant'Antonio abate, l'austero penitente
della Tebaide, senza mettergli accanto, in segno di umiltà, o, in segno della
tentazione vinta, la testina di un maialetto? Qual mai Maresca avrebbe tentato
di fare una santa Lucia, senza metterle, nella mano destra, la piccola coppa di
argento ove nuotano i suoi due occhi, ed ella vede, intanto, vede coi suoi
stellanti occhi aperti, sotto la bianca fronte? Qual mai vero e schietto
pittore di santi, venuto da una lunga discendenza di pittori, avendo ereditato
tutti i dettami più assoluti della sua arte, avrebbe tentato di non mettere la
piccola santa Barbara fra le folgori e le saette di argento o di metallo
argentato? Tutto ciò era parto della coscienza dell'artefice: come l'azzurro
degli occhi di san Giovanni Evangelista, colui che dormì sul petto di Gesù,
come il fulvo dei disciolti capelli di Maddalena, come il roseo delle guance di
Maria Egiziaca, come la barba a punta di san Francesco d'Assisi. Forse,
Domenico Maresca, nel suo amore alla sua arte, aveva letto un po' minutamente
la Vita dei Santi e sapeva qualche cosa di più, di diverso, di quanto conosceva
suo padre e suo nonno, e, forse, talvolta, egli aveva trovato la storia della
religione assai differente dalla tradizione popolare. Ma a che cangiare nulla
del passato, poiché anche la religione diventava una cosa del passato, oramai,
e il vivo amor della fede fioriva, pur troppo, solo nel popolo? Già suo nonno
si lagnava della tiepidezza, della indifferenza, in materia di amor divino,
poiché eran finiti i trasporti entusiastici dei ricchi, per avere una bella
cappella in casa, con sontuose e artistiche statue dei santi protettori; eran
finite le donazioni fatte generosamente alle chiese più amate e più protette
dai ricchi, che le dotavano delle più belle immagini; eran finite le larghe
elemosine, per cui curati e parroci potevano ornare la loro chiesa prediletta
di qualche statua vestita maestosamente, adorna con ori e con argenti. Il culto
deperiva: sovra tutto, declinava alla ristrettezza, alla economia, alla fredda
parsimonia, il denaro che, un tempo, si offriva generosamente al culto. Il
padre di Domenico, si lamentava anche più del nonno: anche quelli che ne
avevano obbligo morale, vescovi e monsignori, anche quelli che avean fatto un
voto, tutti lesinavano sopra la croce di argento che Gesù tiene sul globo,
stretto nella sua manina, sul piedistallo da darsi a san Ciro, sulle frecce
coperte di acciaio che avevan trafitto san Sebastiano. Le discussioni, lira a
lira, soldo a soldo, facevano pena: nessuno amava più Dio, veramente, nessuno
aveva più, per la Madonna, quella tenera adorazione che si deve avere per la
madre di noi tutti, per la Madre delle Madri. Vi eran voluti trent'anni di
fatiche, per accumulare quelle poche migliaia di lire, da lasciare a suo figlio
Domenico; e le aveva riunite, perché era stato sempre riservatissimo, austero,
colpito presto da una tristezza sentimentale, di cui non parlava mai, schivo di
qualunque piacere, timorato del Signore, consacrandogli segretamente il suo
cuore, vedovo di un amore perduto. A che, dunque, sarebbe servita la maggior coltura
di Domenico, e le sue idee più larghe, se non a guastare il suo mestiere, le
cui condizioni economiche non poteano che peggiorare, fra la crescente miseria
dei tempi e il crescente distacco dal culto, di tutte le persone che poteano
spendere? Forse Domenico, in cui, quasi, parea che rivivesse, talvolta, il suo
bisavo, don Ferdinando Maresca, il creatore dei pastori d'arte, avrebbe tentato
qualche novità: ma timido, esitante, di una volontà molle, si lasciava andare
alla vecchia tradizione, senza mai uscirne. Solamente, si era informato, a
tempo, delle nuove forme sotto cui si venerava la Madonna, come erano fatte,
cioè, la Madonna della Salette, la Madonna di Lourdes, la Madonna di Pompei,
come si riproducevano, in quali vesti, con quali attributi, con quali
ornamenti: qualche santo era risalito in onore, nel culto terreno, così,
improvvisamente, sant'Antonio di Padova, per esempio, san Francesco di Paola,
san Filippo Neri: ed egli aveva fatto anche qualche viaggetto, per vedere le
statue antiche, quelle originali, o quasi originali, che potevano essere,
persino, dei ritratti. Non era e non poteva diventare, quindi, un novatore,
Domenico Maresca, il pittore dei santi, anche se qualche lieve movimento di
libertà gli fremesse, qualche giorno, nell'anima, contro le vecchie goffaggini,
contro certe bruttezze innegabili, contro certi anacronismi del mestiere: ma
era un artefice pieno di coscienza, preciso, scrupoloso. La sua reputazione era
così buona che, ad onta di tutto, i suoi affari prosperavano. Specialmente per
le chiese di provincia, nei dintorni di Napoli e più in là, dalla bottega di
Domenico Maresca partivano gli Ecce-Homo, i san
Luigi Gonzaga, i san Catello, i san Matteo, in grandi casse, imballati
accuratamente, come oggetti fragili e preziosi. Oltre lo sciancatello,
Nicolino, egli aveva dovuto prendere un giovane stuccatore e doratore, Gaetano
Ursomando, un venosino, venuto a cercar pane dalla sua povera Basilicata.
Oltre che il suo mestiere, cui dava tutto il suo tempo, Domenico Maresca
amava anche la Divinità. Certo, non di un amor mistico ardente, ma con un
rispetto interiore e un timor vago, restatogli dall'infanzia, venutogli dal
padre che era religiosissimo. Non frequentava molto le chiese, per pregarvi: ma
vi entrava, per parlare coi parroci, nelle sacristie, con un senso di riverenza
muta: ma, diceva, talvolta, scherzando, che tutte le statue dei santi, inviate
in tante chiese e chiesette, in tante case di persone divote, pregavano per
lui, peccatore, e che, quindi, egli aveva degli avvocati, in Paradiso, assai
possenti, oltre la Grande Avvocata, la Madonna, che egli aveva cento volte
riprodotta, sempre bella, sempre dolce, sempre soave. Egli stesso, però, come
suo padre, faceva una vita molto castigata, molto seria, anche per necessità di
mantenersi fedele la clientela: giacché un pittore di santi, frivolo,
scialacquatore, vizioso, sarebbe tale una singolarità da far fuggire tutti i
preti, tutti i sagrestani, tutte le pinzochere, che sono la base della sua
clientela. Era ritenuto virtuoso; la gente gli attribuiva più danaro di quello
che egli possedesse e aveva ricevuto varie profferte di matrimonio; si era
ricusato, egli, così impacciato e così dubbioso, in tutte le cose che non
fossero l'arte sua, si era rifiutato recisamente. La sua vecchia serva,
Mariangela, che viveva in sua casa da trent'anni, prima della sua nascita,
approvava. Egli viveva scapolo, solitario, casto e spesso pensoso, spesso
triste.
In quel pomeriggio d'inverno, nella piccola via annottava prima delle cinque.
E Domenico Maresca, a cui premeva assai di lavorare intorno al suo san Michele,
domandato con grandi insistenze dal parroco di Atripalda, dalla commissione,
dal sindaco, da quanti avevan messo insieme il denaro, per avere un san Michele
nuovo, loro protettore, aveva fatto accendere da Nicolino, il ragazzo, due
grandi lumi a petrolio che avevano, dietro, un riflettore di latta, per
raddoppiare la loro luce: e lui e il doratore di Venosa, lavoravano, uno
davanti al santo, uno dietro, in silenzio, un po' curvi sotto i berretti
bianchi di carta, con le larghe bluse azzurre tutte macchiate di bianco, di
giallo, di rosso, di oro, di argento. Faceva molto freddo, fuori: non lì
dentro, ove essi stavano dalla mattina: piuttosto, lì dentro, i cattivi odori delle
tinte si eran fatti più forti, più densi, poiché non si mutava l'aria. In
quella grossa giornata di fatica, malgrado l'abitudine, quelle puzze finivano
per stordirli, con la testa pesante e vuota. Domenico Maresca, più pallido del
consueto, e il venosino quasi verdastro nel suo bruno colore di contadino,
strappato alle aride terre di Basilicata. Qualcuno fece stridere la maniglia
per entrare.
- Buona notte, a Vossignoria - disse una voce di donna.
- Buona notte, donna Clementina - rispose Domenico, senza distrarsi dal suo
lavoro.
Colei che era entrata, era una donna sulla quarantina, ma che sembrava molto
più vecchia, coi suoi capelli grigiastri mal pettinati, con la sua faccia
oscura piena di rughe e le labbra di un viola pallido. Era vestita poveramente,
con uno scialle nero stretto sul collo e sul petto, che mal la doveva difendere
contro il freddo: si trascinava stancamente, e cercò, subito, una delle due o
tre sedie: vi si gettò sopra, con un sospiro dolente.
- Che ci dite di bello, donna Clementina?- chiese il pittore, senza levare
la testa dal lavoro, adoperando la frase curiosa e convenzionale del popolo.
- Niente di bello, don Domenico mio, proprio niente. Tutte cose brutte.
Miseria, malattie e disperazione. Non ne posso più.
E la voce triste e roca le si soffocò nella gola. Gittata su quella sedia,
la donna così mal vestita e sudicia, così pallida e sfinita nell'aspetto,
pareva uno straccio umano.
- Non vi scoraggiate, donna Clementina - mormorò vagamente Domenico, a cui
quei lagni non eran nuovi, ma che lo commovevano sempre.
- Dite bene, voi! Avete un'arte nelle mani, che Dio ve la benedica, la
fatica non vi manca, qualche soldo da parte lo avete, siete solo: dite bene!
Sapete quanti figli ho, io? Sei! E fra tre mesi sono sette. Sapete il più grande,
quanti anni ha? Dodici! E il più piccolo, un anno. Ogni mattina e ogni sera
queste sei bocche si aprono per mangiare, don Domenico mio, e hanno una fame,
una fame!
- E vostro marito che fa?
- Che ha da fare, poveretto! Sta col sediario della chiesa della
Pietrasanta, che lo tiene con sé, proprio per carità, dice lui, e intanto il
sediario guadagna cinque o sei lire al giorno, quando non è vesta, e una
ventina di lire, la domenica, per l'affitto delle sedie. Pasquale mio piglia
quindici soldi, i giorni di lavoro, venticinque la domenica. E fatica! fatica!
Il sediario dovrebbe spazzare la chiesa, lavare i vetri, spolverare tutto, e si
scarica su Pasquale mio, mentre egli fa il signore, il sediario e le sue
figliuole portano il cappello!
- E voi, donna Clementina?
- Io? Voi lo sapete che guadagno, io! Il lavoro non mi manca, perché, non
faccio per vantarmi, poche sarte di santi sanno tener l'ago in mano, come
Clementina Ascione; e se si vuol vestir bene una santa Genoveffa, un san Ciro,
si deve venire da me. Don Mimì, l'anno scorso una veste per un'Assunta, che
doveva andare a santa Maria di Capua, la veste e il manto, don Mimì, una
bellezza! Ebbene, che ne ricavo? Quando ho messo insieme venticinque, trenta
soldi al giorno, è una meraviglia. Si paga poco. Il lavoro non si capisce.
Ognuno vuole spendere pochissimi soldi. Voi me lo insegnate. Non vi è più
religione: non vi sono più denari. E tutti questi figli, Domenico mio! Ogni
quindici mesi, uno: come se vi mancasse la razza della pezzenteria, in questo mondo:
come se vi mancasse gente, per perpetuare la miseria.
- E che ne fate, di tutti questi figli?
- Eh, i più grandi badano ai più piccoli. Qualcuno va alla scuola pubblica;
dicono che non si paga, eppure qualche soldo ve lo tirano sempre. Il primo sta col
sacrestano della Rotonda, che gli dà da mangiare, un piatto caldo, ma neppure
un centesimo. Don Domenico mio, voi siete un signore, ma ascoltatemi bene, non
vi maritate mai!
- E voi, perché vi siete maritata? - disse, con un fiacco sorriso, il
pittore dei santi.
- Che volete, fu una stupidaggine! Io ero stata sempre ragazza di chiesa, mi
chiamavano la bizzochella, mi volevo fare conversa a Regina Coeli e poi
monaca, se ne ero degna: il Padre Eterno non mi ha voluta. Io vidi Pasquale,
Pasquale vide me, non avevamo un soldo, né io, né lui, salvo la gioventù, la
voglia di lavorare e la religione. Ah che sbaglio, che sbaglio! Non vi
ammogliate, don Domenico, vi parlo come una madre.
Egli tacque, pensoso. Da qualche momento non lavorava più, vinto, forse dalla
stanchezza, da quel peso sulla testa che faceva vacillare, talvolta, il suo
cranio troppo grosso. Si appressò alla sarta dei santi, così querula nella sua
onesta e laboriosa miseria, così disfatta dalla sua esistenza, e le chiese:
- Mi avete, poi, portata la veste di santa Rosalia, col manto? Io ho da
mandarla a Palermo, santa Rosalia, a un monsignore.
- Non l'ho potuta finire, don Domenico mio - mormorò ella, a voce bassa. -
Questa giornata ho avuto tali e tanti malanni addosso, con questa gravidanza,
col mio Gaetanuccio che ha la tosse convulsiva e, certo, la darà agli altri.
Domani sera ve la porto, don Domenico. Solamente... questa sera... voi mi
dovete aiutare... - E abbassò ancora la voce, vergognandosi di quella faccia
verde e chiusa del basilisco Gaetano Ursomando, che seguitava a tirar fuori
l'argento sulla corazza di san Michele.
- ... anticiparmi cinque lire.
- Io vi ho abbastanza anticipato, donna Clementina - le rispose, anche a
voce bassa, freddamente, ma senza durezza, il pittore dei santi.
- È vero, è vero, avete ragione, chi può negarvelo? Ma io sconterò tutto, ve
lo giuro! Ne dovete fare Madonne, voi, don Domenico, e io vestirle, e, tutte
belle, da far restare meravigliati tutti i divoti! Io sconterò tutto; ma,
stasera, non mi abbandonate, datemi quest'altro anticipo, e poi faremo i conti.
Ho da far la cena a sei figli e comprare la medicina per Gaetanuccio. Se mi
fate questo favore, io vado da don Carluccio, qua, in piazza, e il pover'uomo,
malgrado i suoi guai, mi fa risparmiare...
- Voi andate da don Carluccio, il farmacista? - chiese, dopo una esitazione,
Domenico Maresca.
- Già. È pieno di tristezza, anche lui, perché nessuno ne manca. Ma quando
mi vede, siccome mi conosce, da tanti anni, ed io conosco lui, che era giovane
e ricco, oh tanto ricco, così mi fa risparmiare qualche soldo!
- Ha tanta tristezza? Era molto ricco?
- Avevano carrozza e cavalli, i Dentale! Tenevano una grande fabbrica di
medicine, fuori Napoli, verso san Giovanni a Teduccio: e don Carluccio sposò
un'altra Dentale, sua cugina, per non fare uscire le ricchezze dalla famiglia.
Che sfarzo, quel matrimonio! Io era ragazza, allora, e abitavo dirimpetto al
loro palazzo e mi chiamarono su, in cucina, ed ebbi pranzo, e due gelati, e
confetti! E quando nacque Anna! Che battesimo, don Domè! Solo il vestito di
ricamo della bambina, valeva trecento lire. Chi glielo avesse detto, a donna
Nannina, quel che le doveva succedere!
- Voi la vedete, qualche volta, la signorina Anna? - soggiunse, con voce
velata, Domenico.
- Raramente. Che volete, era ricca, è diventata quasi povera, e non se ne
può capacitare. Non parla, non si lagna, non versa una lagrima, ma io so che ne
patisce moltissimo. Aveva già dieci anni, quando cominciarono i cattivi affari.
Essa capiva tutto. Fu un seguito di disgrazie; a quindici o sedici anni, vi fu
il fallimento, e Anna vedette morire sua madre di un tifo, una malattia nella
testa, venutale pel dispiacere. Così, a poco a poco, venduto tutto, padre e
figlia si sono ridotti, anni fa, con qualche migliaio di lire, in questa
farmacia, e ora sono pieni di debiti, sempre, e non possono andare avanti,
perché non hanno capitali, e la farmacia è quasi vuota di medicine...
- Poveretta... poveretta! - disse Domenico a occhi bassi.
- Sì, poveretta, proprio lei, perché fino adesso, almeno, ella stava sola
sola, al terzo piano, in un quartino del palazzo Angiulli, e lì lavorava, in
segreto, non uscendo quasi mai, vergognandosi di uscire, non avendo vestiti
nuovi, perché donna Nannina è molto superba. Adesso, nientemeno, il padre la
vuole far scendere in farmacia, a vendere, e lei non vuole, non vuole...
- Ha ragione!
Ragione, don Domè? Quando vi sono guai, bisogna fare tutto. Don Carluccio
non può più pagare né il commesso, né il contabile: d'altronde, donna Nannina è
una bella giovane...
- Voi che cosa dite, donna Clementina?
- Eh già, dico questo, che, senza peccato, una bella giovane può stare al
pubblico, anzi tira gente e può trovare anche un buon partito...
- Queste sono le cinque lire - replicò don Domenico. asciuttamente,
troncando il discorso.
La verbosa sarta dei santi lo guardò, un po' stupita, prendendo il danaro.
Sentiva di aver detto qualche cosa di spiacevole, ma non comprendeva che cosa.
Si levò. con uno sforzo. Don Domenico era tornato presso la statua di san Michele,
ma non aveva ripresa la stecca.
- Tante grazie, don Domenico: Dio vi deve benedire, in ogni cosa che
desiderate. Domani sera, vi porto la veste di santa Rosalia...
- Va bene, buona sera.
- Buona sera, buona sera.
Uscita donna Clementina, il pittore dei santi girò due o tre volte per la
bottega, così, come se cercasse qualche cosa che non trovava. Il mal odore
della creta, delle biacche, dei colori, si era fatto anche più opprimente.
- Io apro un poco: non importa che fa freddo - disse, come fra sé.
Uscita donna Clementina, il pittore dei santi girò due o tre volte per la
bottega, così, come se cercasse qualche cosa che non trovava. Il mal odore
della creta, delle biacche, dei colori, si era fatto anche più opprimente.
E schiuse la porta; la lasciò spalancata; uscì sulla via. Involontariamente,
mentre faceva due o tre passi, avanti e indietro, quasi non sentendo il freddo
acuto di tramontana che aveva persino disseccato l'umido della piccola strada,
i suoi occhi si levarono, in alto, verso la gran muraglia del palazzo Angiulli,
laterale alla chiesa della Madonna dell'Aiuto. Ivi, quattro linee di finestre e
di balconi si sovrapponevano; alcuni illuminati, altri no, il secondo piano
tutto chiuso e sbarrato, poiché la vecchia principessa di Santa Marta,
quell'anno, non era tornata da Turi, in provincia di Bari, dove i suoi coloni
si negavano di pagare i fitti, ed ella era restata in provincia per vessarli,
per perseguitarli. In verità, gli occhi di Domenico erano fermi a un balconcino
del terzo piano, balconcino illuminato fiocamente, come da una lampada velata.
Ma niuno appariva dietro i cristalli, in quella gelida sera d'inverno. Un'ombra
oscura di donna, venendo dai Banchi Nuovi, con passo leggiero, ma un po' lento,
sfiorò il pittore dei santi: la persona si fermò.
- Buona sera, Mimì.
Era una voce assai tenue, ma musicale, quasi cristallina, nella sua tenuità.
Un viso bianco, appena, si distingueva, nella cornice di uno scialle, di un
cappuccio bruno.
- Buona sera, Gelsomina.
- Che fai, qui, a quest'ora, Mimì?- chiese la piccola voce, un po' cantante
e così limpida.
- Prendo l'aria.
- Con questo freddo?
- Dentro, vi è cattivo odore, ho lavorato troppo, oggi. E tu, dove vai?
- Vado alla Congregazione di Spirito. Vi è la novena della Immacolata.
- Ti vuoi fare santarella, Gelsomina?
- Oh no!- disse la soave voce, con un profondo sospiro, pieno di rimpianto,
pieno di rammarico.
- E perché no?
- Perché ... perché ... perché! - soggiunse la donna, la giovine, con un
accento enigmatico, pieno di malinconia.
- Di' una preghiera, per me, Gelsomina - replicò Domenico, facendo per
rientrare nella bottega.
- La dico, la dico. Buona sera; dopo la Congregazione, Mimì, vengo a darti
la buonanotte.
E la figurina di donna se ne andò, col suo passo lieve ma rapido, verso il
portoncino della Congregazione di Spirito, vi sparve. Il pittore dei santi era
rientrato in bottega, aveva chiuso la porta, e come ristorato dall'aria fredda
bevuta, fuori, aveva ricominciato a lavorare, assiduamente, intorno al suo san
Michele. Il taciturno stuccatore, accanito alla fatica, appena levava il capo,
mentre le sue mani sozze di biacca, di colori, di argento, andavano, andavano,
sopra le scaglie rotonde dell'armatura del cherubino. Quasi un'ora passò, in un
lavoro muto e assiduo, senza che nulla e nessuno venisse a disturbare il
pittore dei santi e il suo compagno di lavoro. Erano, forse, le sette, quando
stridette di nuovo la maniglia della porta, e la vetrata, aprendosi, lasciò il
passo a un uomo, che, subito, richiuse cautelatamente la porta.
- Buona sera, signor Maresca.
- Buona sera, signore.
Il nuovo arrivato non si avanzava, fermo innanzi alla vetrata chiusa. Era un
uomo di circa quarantacinque anni, con un volto che aveva dovuto esser molto
bello e molto nobile, ma che portava le tracce di appassimento precoce, di una
sfioritura dovuta, certo, ai piaceri o ai dolori, e forse ai piaceri e ai
dolori, insieme, di una esistenza agitata e febbrile. Un viso consunto, infine,
coi neri capelli tutti brizzolati sulle tempie: una piega di silenzio amaro, ai
due lati della bocca. Alto, ben fatto, quell'uomo appariva già un po' curvo, e
le sue mani, guantate con eleganza, si appoggiavano sovra un bastone dal pomo
di argento, con una certa stanchezza. Egli era chiuso in una pelliccia, molto
ricca, e tutto l'insieme denotava il gentiluomo, specialmente la nobiltà
persistente dei lineamenti sciupati. Domenico Maresca, che lo doveva conoscere
e che doveva, anzi, sapere bene lo scopo di quella visita, comprese anche che
il gentiluomo non voleva inoltrarsi nella bottega: lo comprese pure dallo
sguardo inquieto e sospettoso, che l'altro aveva volto verso lo stuccatore di
Basilicata. Allora, il pittore dei santi si accostò al gentiluomo, presso la
porta, e, in piedi, a voce bassissima, smorzando le parole, avvenne il seguente
dialogo:
- Io sono venuto, signor Maresca, per quella faccenda.
- Sta bene, signor duca. Sono a voi.
- Fatemi il piacere di non darmi il titolo - replicò subito il gentiluomo,
soffocando un moto d'irritazione. - Io sono un divoto, niente altro. Che mi
dite, per la mia statua?
- Io non posso cominciare il lavoro che fra tre mesi.
- E perché?
- Il perché, l'ho già detto, signor... l'ho detto l'altra volta. Ho impegni,
per tre mesi, per statue piccole e grandi. Sono solo, al lavoro: non mi posso
fidare di nessuno. Questo qui è semplicemente uno stuccatore...
- La statua mia, la voglio da voi.
- Anche!
- Il doppio?
- Ho promesso ad a |