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TERNO SECCO
I.
Alle sette del mattino una chiave girò
discretamente nella serratura del quartierino: Tommasina la serva, alzò da
terra un secchio di acqua e un paniere di carboni che aveva deposti per
riposarsi e per aprire la porta, spinse col ginocchio il battente, per aprirlo
completamente, ed entrò un po' di fianco. Era una creatura alta e
sottile, scarna scarna con un volto assai giovanile, lungo e bruno; ma la
persona gracile, intorno a cui la gonnella di percallo scuro e la baschina
di mussola bianca sembravano fodere di ombrello intorno alla semplice mazza, la
persona di giovanetta fine e malaticcia era sproporzionata da una grossa pancia
che il grembiule di cotonina azzurra disegnava precisamente, che rialzava la
gonnella di percalle sui piedi, di mezzo palmo. E appena giunse nella scura
cucinetta, Tommasina posò di nuovo per terra il suo carico, e si sedette, per
respirare. Ogni mattina, alle sei, partiva dal vicolo Violari al Pendino e
andava al suo servizio, in piazza Santa Maria dell'Aiuto, mettendoci tre quarti
d'ora, poichè la distanza è grande e poichè non poteva correre, con quel
peso che le rallentava il passo: prima di arrivar su, per risparmiare un po' di
fatica, comperava il carbone, attingeva un secchio d'acqua al pozzo del cortile
e lentamente, lentamente, saliva i tre piani, vacillando, ansando, socchiudendo
gli occhi per la pena. Pensava al marito, che era una guardia di pubblica
sicurezza e che a quell'ora, forse, rientrava in casa, si buttava a dormire
lungo disteso, nel letto vuoto, per riposarsi della dura pattuglia notturna.
Quella mattina di sabato, come le altre Tommasina scosse la cenere del
focolaretto, per trovarvi qualche carboncino acceso, che vi lasciava
appositamente la sera e mormorava:
— In nome di Dio...
Era la invocazione mattutina, quella che
tutte le lavoratrici fanno, prima di mettersi al lavoro. Ora soffiava sui
carboni per accenderli buttandosi indietro, ogni tanto, perchè il puzzo
dell'acido carbonico la nauseava: quando vi ebbe messo su il bricco del caffè,
con un po' di ribollitura del giorno prima, cercò nella paniera dei carboni, e
vi pescò un uovo ravvolto in una carta. Cercando di fare il meno rumore
possibile, sbatteva quest'uovo nel bicchiere, il solo tuorlo, con lo zucchero
fine, e soffocava il rumore, per non risvegliare le persone che dormivano nel
quartierino. Ma da una delle due stanze che lo componevano, si udì un colpo di
tosse, seguito da un altro, da un altro, non troppo forti, non troppo striduli,
ma insistenti: vi fu una pausa, in cui s'intese un profondo sospiro, poi per
altri tre o quattro minuti la tosse ricominciò, infine si chetò a un
tratto. Sbattendo sempre l'uovo nel bicchiere, Tommasina attraversò una
stanzetta che serviva da salotto o da stanza da pranzo ed entrò nella camera
dove si dormiva, schiudendone le imposte.
— Buon giorno, signori — disse la serva,
rivolgendosi verso il largo letto.
— Buon giorno, Tommasina — le rispose una
voce che era stata sonora, ma che una velatura appannava
— Che ora è?
— Saranno lo sette e mezza.
— È tardi, è tardi — mormorò la voce
velata femminile.
E la donna si levò sui cuscini, come per
alzarsi e due lunghe treccie di capelli biondi, dove si mescolavano già i
bianchi, le piovvero sulla camiciuola. Era una signora di quarant'anni, con un
profilo purissimo, con un paio di occhi bigi molto dolci a mandorla, con certe
mani così fini e così candide che pareano quelle di una giovanettina.
— Caterina, Caterina — fece la signora
rivolgendosi alla persona che dormiva accanto a lei.
Ma questa neppure si mosse: col capo
buttato indietro sul guanciale, con due lunghe treccie castane sparse sulla
bianchezza della federetta, con la rossa bocca chiusa, dormiva così beatamente,
cosi profondamente, che la signora, la madre, la chiamò ancora una volta, ma pian
piano, come se le mancasse il coraggio di svegliarla.
— Povera figlia — disse poi, sottovoce,
come se parlasse fra sè.
E incrociò le delicate mani bianche sulla
coperta. Tommasina, appoggiata alla spalliera del letto, famigliarmente,
guardava Caterina, la fanciulla quattordicenne, dalle folte sopracciglia nere,
dal naso rincagnato.
— Perchè dite: povera figlia? Sta
benissimo, Dio la benedica.
— Vorrei che dormisse sino a tardi che
non fosse costretta andare a scuola — fece la madre, mentre quietamente, modestamente,
cominciava a vestirsi.
— Va alla scuola e impara la virtù —
disse sentenziosamente Tommasina — se io sapessi leggere, non farei la serva.
La signora che era davanti allo specchio
crollò il capo malinconicamente, piccola, magra, di forme assai eleganti, non
guardava neppure in quella spera verdastra, dove le faccie apparivano
pallide, pallide: e passava lentamente il pettine in quei suoi lunghi capelli
biondi, una meravigliosa chioma che si mescolava appena appena di bianco. E
tossì di nuovo.
— Quel fosforo di ieri sera mi ha
fatto male, Tommasina — disse, sottovoce, dopo il profondo respiro, che
emetteva sempre, in seguito alla tosse.
— E non è servito a niente — rispose la
giovane serva, cessando di battere l'uovo, già diventato una crema biancastra.
Di sera, quel quartierino della vecchia
casa, in uno dei vecchi quartieri napoletani malgrado che paresse abbastanza
pulito, era invaso dagli scarafaggi che scaturivano da certi buchi, che
uscivano pel condotto dell'acquaio, a torme, che invadevano la cucina, e il
cosidetto salotto, tanto che la madre e la figliuola, per ribrezzo, non osavano
ricevere nessuno di sera, ma prese dalla nausea, uscivano di casa, malgrado che
non ne avessero voglia, malgrado che la signora fosse assai stanca, per la lunga
vociferazione della giornata. Ora, Tommasina aveva inventato di mettere del
fosforo, come pomata, sulle foglie fresche dell'insalata romana, per uccidere
quelle brutte bestie ma la casetta si era riempita di cattivo odore e di luce
fosforica, senza ottenere nessun risultato.
— Eppure fo di tutto per tener pulito —
borbottò Tommasina, passando nella viottola del grande letto maritale, per
svegliare la fanciullona che dormiva sempre.
La signora, mentre finiva di vestirsi,
detto uno sguardo attorno. Era così poveramente arredata la casa, che ci voleva
poco per tenerla pulita: la stanzetta da letto era presa dal grande letto di
ferro, proprio di quelli napoletani, appena digrezzati; vi era un cassettone
dal piano di legno, una toilette piccola piccola, meschina meschina, di
noce dipinta, un attaccapanni e un paio di sedie. Il mobilio del salotto ora
formato da un divano, così detto di Genova, di ferro e crine, di cui si poteva
fare un letto, coperto male da una fodera di cretonne, stinta dalle
soverchie lavature: da quattro sedie dure, rigide, di forma assai antiquata, da
due scansie di libri e da una tavola rotonda, coperta di marmo, solida, lucida,
il lusso della casa: vi si mangiava, vi si scriveva, vi si lavorava ed era
pulita, bianca, fredda, era l'orgoglio della signora e della figliola. Niente
altro. Non l'ombra di una poltroncina, di un tappeto, di una cortina: i
mattoni, nudi; le finestre, nude; una nudità gelida.
Ma Caterina resisteva a Tommasina che
voleva farla alzare: si voltava dall'altra parte, sorridendo, borbottando,
lamentandosi che aveva sonno, che aveva dormito troppo poco ed esclamava ogni
tanto, come per rifugio:
— O mamma, o mamma...
— Su, piccola, su, — rispondeva la mamma
carezzevolmente, come se parlasse con una bimba di quattro anni.
Caterina asserì che era festa, era
domenica: nossignora, era sabato, contraddisse la serva. E la povera
ragazza del Cilento, magra e bruna come un'oliva, devota alle due donne come un
cane fedele, trascinandosi un poco, un po' ridendo, quasi forzò Caterina a
vestirsi, promettendole che l'indomani che era domenica si sarebbe alzata alle
dieci, che le avrebbe dato anche a lei l'uovo sbattuto nel caffè, perchè era
domenica. La signora, che doveva vociferare tutta la giornata, dando lezioni
d'inglese e di francese, si permetteva quel lusso che valeva tre soldi e faceva
bene al petto: ma per scrupolo non faceva colazione o stava sino alle cinque,
senz'altro che quell'uovo. Ora seduta, pensierosa guardava Tommasina che legava
le sottane alla fanciulla: Caterina aveva un corpo robusto, niente elegante,
cresceva ad esuberanza e rompeva tutto, vestiti, scarpe, calzette. Giusto il
suo vestito di lanetta bigia si era già consumato ai gomiti, si era fatto corto
e lasciava vedere un po' le gambe. Caterina si guardava le scarpe e i gomiti,
con una ciera desolata: mentre la madre, che a maggio portava ancora l'abito di
lana marrone dell'inverno, assai pesante, conservava la grand'aria signorile.
— Rompi tutto, piccola figlia — disse la
madre dolcemente.
— Si rompe, mamma; come ho da fare? E non
mi hai promesso un vestito nuovo per gli esami?
— Certamente, certamente — mormorò la
signora, con un vago sorriso.
— Questo qui lo daremo a Tommasina,
allora, per il suo bambino — esclamò la fanciulla.
La serva voltò il capo, impallidendo:
sempre che le parlavano di questo figlio, la cui nascita era imminente e per
cui non aveva pronto ancora nulla, neppure un pannolino, si turbava
rabbrividiva, già madre, già fremente di amore e di pietà per la sua creatura.
Poi guardò in viso la sua signora e le due madri s'intesero, tacitamente, tanto
era il turbamento della giovane, tanta era affettuosa compassione della
più vecchia. Ma Caterina, rifacendosi le trecce, girando per la casa, cercando
i suoi libri e i suoi quaderni canticchiava, portando già le lenti sul nasetto
arguto e rincagnato, levando il capo con un atto di fierezza. Aveva bevuto il
caffè nero, con un panetto da un soldo, allegramente, mentre la signora
prendeva il suo caffè con l'uovo, offrendogliene ogni tanto, quasi presa da rimorso
per quel lusso che si permetteva e a cui la figlia non partecipava. Tommasina
era ritornata in cucina, bevendo un fondiccio di caffè, in un bicchiere poichè
le tazze erano due soltanto, in casa. La signora col cappello in testa, venne
sulla porta della cucina o parlò pian piano, per un certo tempo con la serva:
le diceva di misurarsi un poco nella spesa quel giorno, poichè le poteva dare
solo tre lire per tutto e gliele aveva messe in mano, e guardava la povera
serva in faccia dolcemente, quasi volendone invocare la benevolenza e quella
guardava le tre lire d'argento, sul palmo della mano, senza parlare, facendo
dei calcoli mentali.
— Ci arrivi? — domandò la signora.
— Mo' vediamo — fece l'altra pensando
ancora.
La signora se ne andò, come sollevata.
Dall'altra stanza Caterina, mettendosi il
cappello, gridava ancora.
— Tommasina, comprami le albicocche.
— Sissignora.
— Tommasina, comprami una puntina per
l'uncinetto e un'oncia di cotone bianco.
— Sissignora.
— Tommasina, comprami due palmi di
elastico nero per il cappello: questo non regge più.
— Va bene.
— Vieni, vieni, piccola — mormorava la
mamma, innanzi alla porta aperta
— Mi fai trovare oggi tutte queste cose,
Tommasina?
— Non dubitate, la Madonna vi accompagni.
Madre e figlia se ne andarono, la figliuola
con un carico di libri, di quaderni, e una scatoletta di compassi pel disegno,
sotto un braccio; aveva ficcato l'altro sotto il braccio della madre.
— O mamma, tu mi porti — diceva,
scendendo le scale.
— Ma tu mi sostieni, piccola, —
rispondeva la madre.
Tommasina, restata sola, prima di andare
a far la spesa si mise a rassettare la casetta. Per l'abitudine napoletana
disfaceva il letto, togliendone i cuscini e le lenzuola, e ammucchiava i
materassi a capo letto: così sarebbero rimasti sino al pomeriggio, per prender
aria. Faceva tutto questo assai penosamente, per il fastidio della gravidanza;
quando, scuotendo le lenzuola, vide cadere in terra una piccola carta. Pensò
che fosse l'involucro dello pastiglie di codeina che talvolta, quando alla notte
era tormentata dalla tosse la signora metteva in bocca, per calmarsi, per
dormire. Ma vi era dello scritto, sulla piccola carta e Tommasina la raccolse
per conservarla: vi gettò uno sguardo, malgrado che non sapesse leggere. Non
sapeva leggere, la povera contadina cilentana, chè non aveva potuto frequentare
la scuola di Giffoni, zappando la terra: ma conosceva perfettamente i numeri —
e sulla cartina erano scritti tre numeri, con una calligrafia chiara, rotonda.
— Tre, quarantadue, ottantaquattro: è un
terno — pensò Tommasina dopo aver letto.
E macchinalmente ficcò la cartina nella
tasca del suo grembiule di cotone. Contava, quando scendeva per far la spesa di
giuocare questo terno, poichè era sabato e poichè era forse una grazia che Dio
mandava. Ma come quella carta si trovava nel letto della signora? Era proprio
un terno, non era nè una busta da lettera, nè una ricetta, nè un biglietto da
visita: era una carta con tre numeri su, senz'altro, da giuocare. E
almanaccando, almanaccando, Tommasina cercava ricostruire tutto questo fatto.
Forse qualcuno, un prete, o un frate, o qualche anima buona, devota, aveva dato
ieri, venerdì, quei tre numeri alla signora: o forse lei, che era veramente
un'anima santa, li aveva pensati così, per un caso. E come è l'abitudine di chi
giuoca, in Napoli, un terno incerto e a cui tiene assai, assai, la
signora aveva fatta la prova. Vale a dire che, prima di andare a letto,
il venerdì sera, aveva scritto i tre numeri sopra un pezzetto di carta,
mettendoli poi, spiegati, sotto il guanciale e pensandovi, pensandovi
intensamente, nella notte dal venerdì al sabato. — Se questi numeri si sognano,
in quella notte, vuoi dire che sono buoni e che usciranno sicuramente: se non
si sognano, vuoi dire che sono cattivi e che non vale la pena di arrischiarvi
neppure due soldi. Così doveva aver fatto la sua signora, che essendo tanto
buona, tanto buona, non poteva che sognare e conoscere i numeri certi.
— Chissà! — pensava Tommasina — chissà!
la signora mi avrà dato solo tre lire per la spesa, per giuocare qualche cosa
di più, che la Madonna
la possa benedire e aiutare anche me...
Prese uno strofinaccio pulito, in cucina,
per mettervi dentro la spesa, poichè, da tempo, la cesta di paglia, testimone
dei bei tempi lontani, in cui si compravano al mercato polli e raguste, si era
sfondata. Giusto, sul largo pianerottolo, la vicina di casa, che era anche la
padrona del vecchio palazzo, donna Luisa Jaquinangelo, fiancheggiata dalla sua
serva Concettella, contrattava dei pomidoro, con un venditore ambulante, che
era stato chiamato su, dalla strada, ed era venuto con due larghe canestre
piene di pomidoro. Concettella ed il venditore erano inginocchiati, uno da una
parte, uno dall'altra delle canestre: e Concettella, quando vedeva mettere
nella bilancia del venditore dei pomidoro troppo piccoli o troppo maturi,
stendeva la mano e cambiava il pomodoro: il venditore levava il capo e si
metteva a protestare, non volendo più vendere nulla, posando la bilancia. Donna
Luisa Jaquinangelo, ritta sulla soglia, assisteva, tranquilla, mettendo ogni
tanto una parola: era assai brutta, dal viso prominente di capra, ma
correttamente pettinata dalla pettinatrice, avvolta in una vestaglia di tela di
Russia, gran lusso in quel vecchio palazzo di S. Maria dell'Aiuto; e malgrado la
sua ricchezza e la sua bontà, era il segreto tormento della sua famiglia.
Disoccupata, senza preoccupazioni di avvenire, senza guai, senza noie, il suo
spirito si accaniva alle più piccole cose dell'esistenza: e il marito, i
figliuoli, le serve, i fornitori se la vedevano sempre intorno, puerilmente
curiosa, noiosamente premurosa, non maligna, ma pettegola sino alla
esagerazione, sensibile sino alla ingenuità, entrando in tutte le cose, in
tutti i fatti che non la riguardavano, volendo conoscere la vita di tutti,
credendosi la più sublime fra le donne, mentre le medesime persone che
beneficava e che amava, la dichiaravano la più seccante fra tutte. E uno dei
suoi grandi divertimenti, mentre era una signora che poteva mandare ogni
mattina la cuoca al mercato, era di chiamare su i venditori, sul pianerottolo e
discutere il prezzo di un chilo di pesche, per un'ora.
— Buon giorno, Tommasina — rispose donna
Luisa al saluto della Cilentana. — Ebbene, come va? Stai facendo la cura di minestra
borraggine, come ti ho detto?
— Signora mia, io mangio quello che trovo
— disse quella, fermata vicino alla canestra dei pomidoro. — Ci vorrebbero i
soldi, per far la cura. — Bell'uomo, a quanto li vendi?
— A quattro soldi il chilo.
— Gesù! E dove li hai visti, questi
quattro soldi, nelle mani di qualcuno? Sai che siamo alla fine di maggio? Fra
poco li dovrete dare a un soldo il chilo.
— Ebbè, allora lascerò di fare il
venditore e mi metterò a fare il signore — disse, in aria canzonatoria quello
dei pomidoro.
— Se me li dai per due soldi un chilo, ti
do anche i numeri, bell'uomo!
A questo punto il venditore levò il capo,
Concettella saltò in piedi e donna Luisa Jaquinangelo tese il mento di capra,
come quando udiva una cosa interessantissima.
— Te li ha dati un monaco? — chiese a
Tommasina
— Sarà stato il confessore — osservò
Concettella
— Le belle ragazze trovan sempre chi dà
loro i numeri — disse il venditore ridendo.
— Che ve ne importa? o monaco, o
confessore, chi vuoi prendere alla bonafficiata oggi, dove giuocare tre,
quaranta e ottantaquattro: numeri certi, e il governo crepa!
— Come si giuocano? — domandò donna
Luisa.
— A piacere, signora mia, ma non servono
per voi: servono per chi gli manca il soldo come a noi. Me lo dai, questo chilo
di pomidoro?
— Te lo do; ma se non esce niente, domani
vengo a prendere i due soldi.
— Domani, andiamo tutti in carrozza —
disse un po' ridendo, un po' malinconicamente Tommasina, sorvegliando il peso
del chilo.
Il venditore se ne scendeva, con la
canestra sul capo, pesantemente.
— Senti, Tommasina — disse donna Luisa
Jaquinangelo — questi sono sei soldi, per farti una minestra di borraggine...
Ma no meglio che non te li dia, tu puoi farne altro uso, vieni alle tre, oggi,
e Concettella ti farà trovare la tua minestra, ben condita di olio: la devi
mangiare avanti a me, se no, non sono contenta.
— Dio ve lo renda — disse Tommasina,
scendendo lo scale pensando che sarebbe stato meglio per lei avere i sei soldi,
mentre donna Luisa Jaquinangelo e Concettella, sul pianerottolo chiacchieravano
fra loro, per stabilire come si doveva giuocare quel biglietto.
Sotto il portone Mariangela discorreva
con Gelsomina. Mariangela era la cameriera della marchesa Casamarte, che
abitava al primo piano nobile, una gran signora, per quell'ambiente borghese,
l'aristocrazia del palazzo Jaquinangelo, che aveva la carrozza nel portone del
palazzo Ricciardi, dirimpetto, e passava ogni tanto, vestita di seta, con un
gran naso borbonico nel viso lungo e smorto, e un gran profumo di joekeyclub.
Giusto Gelsomina era la figliuola del portinaio del palazzo Ricciardi: una
bellissima giovine, fiore di bellezza provocante e inebbriante vestita di
teletta con le scarpe scalcagnate, le calzette di cotone rosso stinto e il viso
incipriato delle monelle napoletane: mentre discorreva con Mariangela, faceva
rapidamente delle stelle, all'uncinetto, con cui formava delle coperte,
che vendeva alle fidanzate dei dintorni, poichè allora la moda popolare delle
spose era la coperta all'uncinetto, col trasparente roseo o azzurro.
— Vai a far la spesa? — domandò a
Tommasina, Mariangela, la cameriera elegante, col cappello.
— Già. E tu, dove vai?
— Lo dicevo qui, a Gelsomina che si vuol
maritare e che non sa chi scegliere, fra don Giovanni Caccioppoli, che è un
signore, o il giovane di Rigillo, il parrucchiere: è meglio scegliere il
giovane del parrucchiere; un signore, mai.
— E che ci entra, questo, Mariangela.
— Ci entra, ci entra, perchè in casa
nostra non ne possiamo più, la marchesa e io, chè, proprio, se non avesse me,
si butterebbe in un pozzo! Da una parte il marchese, che quando rientra a casa
all'alba, è una meraviglia, perchè spesso non torna punto o si mangia tutto, e
lascia stare quella povera anima di Dio della marchesa senza un soldo:
dall'altra il contino che ogni tanto se ne viene fresco fresco dalla cugina a
dirle: Benilde, hai cinquecento lire? — Che deve fare la marchesa, che possiamo
fare? il contino non ne sa nulla, delle nostre ristrettezze; il marchese, ogni
volta che gli si dice qualche cosa, butta in faccia i beni parafernali e lo
spillatico: duecento lire il mese, quando si vedono, e se la signora viaggia,
dove pagare da sè il biglietto. Che s'ha da fare, figliuole mie? Si vende e
s'impegna. Volete vedere?
E attirò Tommasina e Gelsomina più sotto l'androne,
si guardò attorno, cavò dalla tasca un astuccio di pelle rossa, lo aprì: sul
velluto bianco brillava uno spillo grande, a ferro di cavallo, di brillanti e
rubini, scintillanti nella penombra dell'androne.
— Che cosa bella! — esclamarono le due interlocutrici.
— Non piange anima di portare questa roba
al Monte di Pietà? E che, è questo soltanto? Non sarebbe niente. Abbiamo
impegnato i solitarii della nonna principessa, la collana di perle che ci ha
regalato al matrimonio la zia Clotilde, che poi si fece monaca a Donnalbina,
abbiamo impegnato tre braccialetti. Per fortuna che ora è estate e tutte queste
cose non si portano. Ma ci vorranno migliaia per ispegnare tutto, quest'inverno
— Croce per tutti — mormorò Tommasina, —
facendo per andarsene.
— Ci vorrebbe un terno — disse Gelsomina,
sogguardando nella via, se compariva don Giovanni Caccioppolli, o se il giovane
di Rigillo apparisse sulla porta della bottega.
— E chi te li dà, i numeri? — esclamò
Mariangela.
Io sto giuocando sei e ventidue da otto
anni; tutti lo aspettano questo ambo. Ne dovrà pagare centinaia il governo,
quando esce.
— Io tengo sessantaquattro per estratto —
disse Gelsomina, sferruzzando sempre alacremente con l'uncinetto — ma ci
vogliono troppi denari, per prender qualche cosa, con un estratto.
— Il terno mio è: tre, quarantadue,
ottantaquattro — disse Tommasina, andandosene.
E scantonò per la via dei Banchi Nuovi:
subito Gelsomina lasciò Mariangela, poichè al cantuccio di via Eccehomo, dove
sta il lustrascarpe, era comparso Federico, il garzone del parrucchiere.
Piccolo, con la camicia candidissima, dal goletto largamente arrovesciato, con
la cravattina di seta rossa, la gabbanella nera senza falde, la scriminatura
che partiva dalla fronte e finiva sulla nuca, i capelli a spazzola lievemente
arricciati alle punte, Federico era l'ideale dell'eleganza, per Gelsomina
Santoro, la bellissima, la instancabile lavoratrice di uncinetto. Certo don
Giovanni Caccioppoli era un signore, cioè faceva da procuratore all'avvocato
Solimena, al terzo piano del palazzo Ricciardi, ma aveva quarant'anni, la
faccia scialba e la barbetta rada di uno che esce dall'ospedale. Ah! Gelsomina
preferiva assai Federico, il parrucchiere che si dava un po' l'aria dello
sdegnoso, del don Giovanni popolano come tutti i giovanotti del suo mestiere: e
ogni volta ci poteva chiacchierare, alla cantonata, o presso la porta di Santa
Maria dell'Aiuto, o accanto alla bottega, era felice. Ora Federico aveva messo
il piede sul banchetto del lustrino e si faceva lustrare gli stivaletti di
vitellino, dallo sciancato lustrascarpe: e sogguardava Gelsomina; e Gelsomina,
attratta da quelle occhiate, si avvicinò lentamente, senza lasciar di lavorare
all'uncinetto, tirando un momento il filo del gomitolo che aveva in saccoccia.
— Salutiamo — disse Federico.
— Buon giorno a voi — disse Gelsomina.
— Candele, candele, chi vuole candele —
si mise a borbottare lo sciancato, lustrando a più non posso lo stivaletto.
— Oh zì Domenico, non fate il cattivo —
esclamò Gelsomina.
— E che ne avete fatto, donna Gelsomina,
del vostro avvocato? — disse ironicamente Federico, accendendo un mozzicone
nero.
— Io non ho avvocati — diss'ella,
dispettosamente. — Quando ho una lite, mi difendo da me.
— Eh brava, donna Gelsomina, siete assai guappa:
ma io parlavo di don Giovanni Caccioppoli; quello lo conoscete.
— Lo conosco: ma non ne so niente. Sarà
morto, credo.
— Non parlate così: quello vi vuole
sposare.
— Sicuro! Ma ho altre idee io..
— E si possono conoscere, donna
Gelsomina, queste idee?
— E a voi che ve ne importa?
— Candele, candele! — strillava lo
sciancato lustrascarpe.
— Donna Gelsomina, quanto è vero il
giorno di oggi, se prendo un terno, combiniamo qualche cosa insieme — disse
seriamente il parrucchiere.
— Perchè non giochiamo insieme, oggi, il
terno di Tommasina, la serva della signora francese?
— Che terno è? — disse zì Domenico, il
lustrino, rizzandosi a malapena, con la vivacità che gli consentivano le sue
gambe sciancate.
— Tre, quarantadue, ottantaquattro — fece
Gelsomina.
— Non esce, non esce — protestò zì
Domenico.
— E perchè non esce? — domandò Federico.
— Perchè, creature mie, la cadenza di cinque,
questa settimana, non sbaglia: ne usciranno due, di cadenze. Perchè il monaco
di Santa Maria la Nova
ha parlato dei sorci, chè la chiesa e il chiostro ne son pieni, sicchè undici,
numero dei sorci, è sicuro: perchè da certi calcoli miei, il sessantanove,
questa volta, è bello assai e forse, forse e senza forse, il diciotto,
della settimana scorsa, si ripete, e sfoga da sopra, uscendo diciannove.
E infatuato, di sotto il banchetto dove
conservava il lustro e le spazzole per lustrare, zì Domenico lo sciancato cavò
certi fogli sporchi, unti, mezzo laceri: pezzi di giornali cabalistici,
pezzetti di carta a forma di cuore, dove s'infittano le cifre, straccetti
sparenti sotto le piramidi dei numeri: e con gli occhiali sul naso zì Domenico
sfogliava febbrilmente quei foglietti sucidi e borbottava:
— Niente; niente, questo terno non esce!
E poi, chi lo ha dato? Un monaco? Un cabalista? Un assistito dagli spiriti
buoni? Niente affatto. Non si sa. Sto terno non esce.
— E non importa, non importa, zi
Domenico: serve per far la prova. Chè ce li avete cinque soldi, Federico?
Giochiamo mezza lira in due.
— Sempre a servirvi — fece questi
galantemente. — Volete che metta anche i vostri?
— Scusate, scusate — fece la fanciulla
alteramente — a questo ci devo pensare io. Se no, il gioco non va. Vi fidate
che faccia io la giocata e che conservi il biglietto?
— Sta in buone mani — disse l'innamorato,
galantemente...
E si divisero, lui per ritornare alla sua
bottega dove cominciava ad affluire gente, lei per avviarsi lentamente al banco
del lotto, in piazza Santa Maria la
Nova. Ma zì Domenico lo sciancato rimaneva immerso nelle sue
cabale, crollando il capo, sorridendo, rialzandosi gli occhiali sul naso tanto
che vide il piede di rachitico del giudice Scognamiglio, che si era posato sul
banchetto, per la lustratura. Il giudice piccolo e gobbo, dalla palandrella di
panno nero e dal panciotto, dal cappellino di paglia adorno di un largo nastro
nero, battè il piccolo piede, con impazienza, per farsi servire presto.
— Cerco scusa a Vostra Eccellenza — fece
lo sciancato, tutto confuso — eccomi pronto.
E battè vivamente con la spazzola sul
banchetto, mentre soffiava la polvere dalla picciola scarpa del giudice
Scognamiglio.
— Sempre numeri, sempre numeri, Domenico
— disse severamente il magistrato.
— Che ci volete fare, Eccellenza, è la
passione.
— È un vizio, Domenico.
— E allora perchè lo mantiene il governo?
E a chi faccio male io, giocando? Non ho figli, non ho moglie, quello che
guadagno, mi basta, e quando non mi basta, non cerco niente a nessuno. Mi
ubbriaco forse? Dico male del prossimo? Tiro coltellato? Rubo?
— È un vizio — ribattè il magistrato.
— Scusate, Eccellenza, ma qua vi
sbagliate. Io non gioco il denaro degli altri, gioco il mio: sono o non sono il
padrone?
— Ma se vincessi, che faresti?
— Darei da bere e da mangiare a tutto il
vicinato fece lo sciancato, con un gesto di superba larghezza.
— E il resto? Lo giocheresti ancora.
— Eh, si sa! — fece quello con un gesto
di obbedienza alla fatalità.
— Da quanti anni giochi, Domenico?
— Da quando avevo otto anni, Eccellenza.
Sono cinquant'anni.
— E quanto hai vinto?
— Due volte, soltanto: una volta
cinquanta piastre: un'altra volta quindici lire.
— E nient'altro?
— Nientaltro.
— Vedi bene che non vi sono molte
probabilità e che il governo ci guadagna.
— Ma non già quando ha da fare con gente
come noi. Ci stanno per Napoli, Eccellenza, uomini dotti, uomini di matematica,
monaci santi e istruiti, anime illuminate, che sanno bene i numeri.
— E li giocano?
— Certi sì, certi no — continuò
misteriosamente il lustrascarpe.
— E vincono?
— Qualche volta. Sono combinazioni. Certe
volte si sanno i numeri, ma il Signore vi acceca e non ve li fa giuocare: certe
volte non si sanno interpretare, certe volte manca la fede. lo li sento
all'odorato, i numeri che non escono: poco fa è venuta Gelsomina, qua, la
copertara, e mi ha letto che essa giocava tre, quarantadue e ottantaquattro.
Che voglio morire, se se ne vede uno sulla tabella. Ho cercato di dissuaderla,
è stato impossibile.
— E tu che giochi, invece?
— Gioco questo bigliettone.
E fece vedere al magistrato una filza di
terni, ambi, quaterne, dei biglietti financo di sette numeri. Quello crollò il
capo, pagò un soldo la pulitura delle scarpe e se ne andò tutto pensieroso,
verso la via dei Tribunali. Pensava, cosi, naturalmente, alla sua famiglia di
cinque flgliuoli, fra cui quattro femmine, brune, piccole, rachitiche,
bruttissime, che non avrebbero certo trovato marito; e che facevano tutto in
casa, la cucina, il bucato, la stiratura, cucivano la biancheria, cucivano i
vestiti e intanto, malgrado gli sforzi della economia, avevano sempre l'aria
così miserabile, così infelice, che egli non osava condurle mai a passeggio.
Almeno avesse potuto metterne una alla scuola! Erano così brutte, così brutte,
che neppure il padre si faceva illusioni sul conto loro. Egli si tastava in
tasca, dove trovava le due lire che portava sempre, per ogni evenienza, ma che
non spendeva mai, perchè si asteneva da tutto e annasava solo tabacco, due
soldi ogni due giorni. Come gli era venuto in mente d'ammogliarsi quando ora
vice-pretore a Frosolone? E la ragazza, Amalia, che non aveva un soldo di dote,
come le sue figliuolo, del resto, lo aveva sposato, malgrado ch'egli fosse
gobbo. — Credo che le mie figliuole sposerebbero un sordomuto, uno sciancato,
chiunque — pensava. Oh, se lo facessero vicepresidente, potrebbe mandare
qualcuna delle ragazze alla scuola normale, o al telegrafo, per imparare una
qualche cosa, da vivere, almeno! E se ne andava in Tribunale, lentamente, tutto
severo nella faccia; soltanto, invece di voltare per la strada Pignatelli, dove
ogni mattina trovava il giudice Inzenga e si accompagnava con lui, voltò,
insolitamente, per via di Mezzocannone e insolitamente quella mattina di
sabato, il giudice gobbo Scognamiglio giunse al Tribunale mezzora più tardi.
Intanto Federico era rientrato nella bottega
del parrucchiere Rigillo e si era dato al lavoro, poichè una quantità di gente
arrivava per farsi radere la barba, per farsi tagliare i capelli. E fra
avventori frettolosi e indolenti, fra i giovani del barbiere, era il gran
discorrere del sabato mattina il discorrere dei numeri, chi giocava, chi non
aveva mai giocato, chi aveva il proprio biglietto prediletto. E Federico, con
quella rispettosa famigliarità della gente piccola napoletana, a tutti quelli
cui radeva la barba o a cui tagliava i capelli, andava ripetendo:
— Se accade un fatto come io spero, oggi
non mi vedete più qui, signore mio.
— Che fatto? — domandava l'avventore, fra
i fiotti bianchi del sapone, fra lo scricchiolio delle forbici.
— Un terno, che debbo vincere.
— Un terno?
— Un terno sicuro: tre, quarantadue,
ottantaquattro.
— Chi te l'ha dato
— L'innamorata mia. Se vinciamo, cambiamo
stato.
E l'avventore, anche il più scettico,
restava pensoso, mentre Federico gli dava una spazzolata al soprabito.
Gelsomina, intanto, prima di arrivare a
Santa Maria la Nova,
dove il banco lotto era affollatissimo, si era fermata nella piazzetta
dell'Aiuto; era entrata nella bottega di Peppino Ascione, suo cugino, quello
che faceva i santi. La bottega era piccola e i cinque o sei santi, grandi, al
naturale, di legno scolpito, la riempivano. Veramente Peppino Ascione faceva
loro solamente la testa, le mani e i piedi, di stucco, delicatamente dipinti:
ma egli era il primo stuccatore di santi dei Banchi Nuovi, che pure è il
quartiere tradizionale dove si fanno i santi. Quando occorreva, dipingeva anche
i vestiti, sul legno, passandovi mollemente sopra il pennello, intriso in una
tinta assai ingenua: la tonaca azzurra della Madonna Immacolata cosparsa di
stelle d'oro e d'argento, la tonaca bigia e il mantello azzurro del grande S.
Giuseppe, la tonaca marrone del poverello di Assisi. — Ma preferiva, in verità,
come tutto il popolo napoletano preferisce, le statue dei santi vestiti veramente,
di lana o di seta, con una vera tonaca ricamata o trapunta con un vero cordone.
Ma dove l'arte di Peppino Ascione diventava immensa era nelle figure del Cristo
alla colonna, coronato di spine, con la faccia rigata di lagrime e di sangue,
col petto stillante sangue e la piaga aperta nel costato: nessuno, nessuno
sapeva fare un Ecce homo straziante come quelli di Peppino Ascione! E ne
avrebbe potuto guadagnare danari, il giovane stuccatore! Ma lo consumava una
inguaribile anemia, per cui avrebbe dovuto non fare quel mestiere sedentario,
fra gli odori acri dei colori mescolati allo stucco, nella piccola bottega
della piazzetta dell'Aiuto. Era così smorto e fiacco, con le gengive bianche e
la cartilagine dello orecchie cerea, che rimaneva delle ore innanzi a un
trionfante S. Michele Arcangelo, senza poter neanche levar la mano per strofinar
un poco di oro sulle piastre della corazza del vincitore di Belzebù. Guardava,
con l'occhio appannato, i suoi santi che venivano grezzi dallo scultore e se ne
andavano tutti rosei, tutti estatici, con gli occhi azzurri rivolti al cielo,
con le mani delicate che imploravano grazie dal cielo, o ne diffondevano sulla
terra: Santa Filomena, con lo strale che sembra una penna: S. Rocco col
ginocchio scoperto e piagato, seguito dal suo cane fedele; S. Biagio vestito da
vescovo, in atto di benedire; S. Vincenzo Ferreri col libro aperto in mano e la
fiamma dello Spirito Santo sul capo. Peppino Ascione li guardava, estatico,
malinconico, come se chiedesse loro la grazia della guarigione. Accanto a lui,
sul tavolino, fra il bianchetto e il vermiglione si raffreddavano i maccheroni
al pomodoro, che sua madre gli mandava, ogni giorno, da S. Giovanni Maggiore,
dove abitavano, si raffreddavano in un largo tegame di creta rossa, senza che
Peppino Ascione li toccasse, poichè non aveva mai fame. Neppur beveva al fiasco
di vino di Marano, al fiasco di vetro verdastro, chiuso da una foglia di vite
accartocciata: poichè egli, preso da una invincibile debolezza, |