Federigo Tozzi
Novale

Parte prima

17 gennaio 1903.

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17 gennaio 1903.

Ecco quello che ci vuole ad urtare i nervi ad una donna! Ella spende quasi tre pagine per dirmi... quello che io non le avevo chiesto. Se ora volessi abusare della mia abilità di polemista potrei metterla in sacco e dirgliene tante da farla arrossire, ma siccome la nostra amicizia non mi concede il diritto di tanta confidenza l’avverto soltanto che un’altra volta non le porterò alcun rispetto.

Donna avvisata è... quasi salvata.

Che poi non ci troveremo d’accordo nella questione politica è un fatto anche da me preveduto. Il mio temperamento ribelle è naturalmente violento e la violenza mi piace quando sia esplicata contro un ordine sociale o politico o morale che è il resultato di una umanità degenerata. La nostra società è un letamaio: i ricchi sono i funghi che essa ha prodotto. La nostra politica è una sopraffazione, la nostra religione (errore psicologico in principio) è divenuta un’ipocrisia indecente; la nostra morale è stupida. Io sono socialista perché credo unico il partito socialista efficace a combattere e migliorare moralmente ed economicamente; quindi io faccio della propaganda socialista convinto del suo contenuto ideale e pratico, pieno di verità incontrastabile, espressione esatta d’una plebe oppressa, sofferente, ma buona ed ardita.

Ma io non ho l’anima socialista; io sono anarchico e lo sono divenuto senza volerlo né senza averne contezza. Non faccio della propaganda anarchica – ma milito invece in un partito sostanzialmente differente – perché gli effetti della propaganda anarchica sono inefficaci e perché inevitabilmente generano esplosioni di forme delinquenti e mattoidi. Ravachol, Pini sono esseri schifosi, mi ripugnano; ma non mi impediscono di sentirmi nel fondo dell’anima l’aculeo dell’anarchia che fa sanguinare. Vorrei che l’idea anarchica fosse posseduta da individui sani, intelligenti: Ottavio Mirbeau è un anarchico bellissimo.

Perché Ella sentisse a un tratto l’indignazione dolorosa che produce la sofferenza della miseria che urla e geme nei fondamenti luridi dei palazzi signorili, bisognerebbe che per un momento dimenticasse la sua pace e la sua tranquillità, il suo adattamento alle necessità che la inseguono, ed entrasse con me nell’anima di chi spasima e maledice quotidianamente, di chi è corrotto nella prostituzione, di chi gavazza nell’aberrazione turpe della . Ma Ella non vuole sporcare le scarpette di coppale su tanto fango... quindi il mondo del dolore le rimarrà sempre ignoto.

Pertanto io le do una definizione rigorosamente scientifica del socialismo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Senza offenderla io penso che questa definizione le rimarrà un po’ ostica e bisognevole di commento. Sono disposto a farcelo quando Ella me lo dica.

Adesso, scommetto che dopo aver lette queste quattro pagine, Ella mi vuole... un altro Rodolfo; non è vero? Mai mi ero fatto conoscere nell’aspetto politico, e insolita le sarà la mia intonazione, tutt’altro che serena, ma aspramente violenta, e diretta a demolire, senza scrupolo alcuno, tutto quello che la gran massa dell’umanità oggi tiene gelosamente come suo patrimonio morale. Del resto, giudicando sotto questo punto di vista, ella non ha un artista né un sognatore, ma un politicante che nell’agone delle sue lotte è deciso di battere qualsiasi avversario.

È così. Per ora le mie convinzioni politiche (che per me sono subordinate alle mie speciali vedute morali) sono incrollabili. Forse con il tempo potrei modificarmi senza avvedermene, come m’è avvenuto di dovermi conoscere anarchico senza averlo mai pensato.

Ma di politica non parliamone più.

A volte, scrivendole, mi sono immaginato una donna dai capelli biondi oscuri, dagli occhi celesti, dalla fronte pensosa, dal sorriso gentile, alta, snella, ma di un insieme quasi brutto . Senza che Ella mi renda pan per focaccia le dico preventivamente da me, il mio aspetto fisico: capelli lunghi e anellati, biondi con chiazza d’oro; fronte alta e spaziosa con due rughe; occhi color d’acciaio turchiniccio e vivaci, aspetto non florido, quasi sempre pallido, bocca da violento; camminatura da epilettico; parlata franca, ma nervosa (a volte stentata); agito le mani in mimica a seconda il significato delle parole (di bontà, di irritazione, di paura), guardo in viso quasi tutte le persone.

E basta.

Oggi le propongo un tema che credo essere originale perché non m’è occorso di trovarlo in alcun libro e perché m’è sorto spontaneamente senza una derivazione. Eccolo: se l’uomo deve subordinare la sua felicità alla sua moralità, quando quella fosse in contrasto con questa. Per felicità (tanto per intenderci subito nel significato dei termini) intendo un godimento illimitato fisico, morale, intellettuale, e per moralità intendo certi confini stabiliti convenzionalmente, al di fuori dei quali un uomo perderebbe la sua integrazione di onestà. Per onestà intendo tutto quello che è fatto per utile proprio senza danneggiare altrui, oppure tutto ciò che si fa nei giusti limiti dei rapporti amorevoli. Per rapporti amorevoli intendo quelli derivati dalla pratica della massima biblica: «Non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te».

Premesso ciò, si tratta di stabilire se l’uomo deve avere per scopo supremo il raggiungimento della propria felicità, qualunque poi siano le conseguenze naturali dello stato di questa felicità; oppure se l’uomo, prefissosi costantemente di essere morale, sacrifichi il raggiungimento di quello stato felice al compimento dei propri doveri . Ma, intendiamoci bene. Non si tratta di sacrificare il dovere occasionale per il godimento effimero d’una particella di felicità, ma io intendo parlare del sistema sociale a cui gli uomini possono giungere per via di processi psicologici dipendenti o da cause economiche o da fenomeni fisici.

Nella società attuale mi pare che non si miri né al raggiungimento della felicità né al compimento d’una morale. La nostra società, essendo organizzata con criterii essenzialmente di egoismo economico perde di vista il mondo morale ed anche il mondo intellettuale, poiché presentemente non conta chi è ma conta chi ha. Quindi deriva che ognuno cerca di accumulare quella maggior copia di energie economiche perché quasi solamente da quelle dipende il suo sviluppo e il suo evolversi morale e intellettuale.

Da ciò ne deriva che la mia tesi è un’ipotesi astratta prodotta da uno stato di ideazione, prodotto alla sua volta o da una impressione estetica o da un sentimento di dolore o di piacere. Ma questo per noi non vuol dir nulla. Possiamo stabilire ugualmente una discussione in questo campo immaginario, sottoponendolo alle leggi fondamentali della logica.

E... tanto per cominciare, enuncio la mia opinione, che è questa: l’uomo, siccome dovrebbe trovare la felicità nel compimento del proprio dovere, deve subordinare all’ordine morale il sentimento del proprio egoismo. Quest’opinione se volessi sostenerla in pubblico farebbe ridere. Alcuno si immaginerebbe per quale processo psicologico io sia pervenuto a questo paradosso, e per questo motivo poi me lo tenessi caro, quando d’intorno a me non avrei che a ritrovare esempi d’opinione che mi smentiscono. Ma... io me ne curo poco. Intanto però, prima di tenermela per inoppugnabile, la sottopongo alla disamina di Lei che per me può rappresentare l’espressione di una critica intelligente.

Oggi avviene tutto l’opposto di quello su cui ho basato il mio paradosso, non c’è bisogno che glielo dimostri perché certamenle Ella lo deve sentire e riconoscere più di me. Prima di ragionare attorno ai fatti pratici aspetto che Ella mi dica come la pensa .

Ma scusi la maniera disordinata della presente che ho scritta in momenti piuttosto... difficili per me. Facilmente le annunzio che me ne anderò da Siena, per stabilirmi a Firenze.

Ancora non lo posso sapere né meno io. In ogni modo anche di (se vi andrò) avrò piacere di continuare la nostra corrispondenza. Non si turbi se alcuna volta non mi riguardo di metter fuori pensieri e parole che la potrebbero urtare nella sua suscettibilità; lo faccio liberamente certo di trovare in Lei una buona Annalena, che comprende tutto il mio brutto, assai brutto retroscena.

La saluto cordialmente, ringraziandola de’ buoni consigli dei quali forse (non per mia colpa) non potrò mai fare uso.

Il destino è più forte di me e di Lei.


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