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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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176. AI PADRI E FRATELLI DELLA CONGREGAZIONE DEL SS. REDENTORE.

Esorta i soggetti a camminare, da forti, la via della perfezione e ne addita i mezzi che più valgono.

 

Viva Gesù, Maria, Giuseppe e Teresa!

 

NOCERA, 8 AGOSTO 1754.

 

Prego tutti voi, Fratelli miei in Gesù Cristo, prima di sentir questa mia, di dire il Veni, Creator Spiritus, e domandare luce a Dio per ben intendere e mettere in esecuzione quel che, da parte di Gesù Cristo, io scrivo a tutti ed a ciascuno in particolare.

Padri e Fratelli miei, non sono ancora ventidue anni ch'è cominciata la Congregazione, e da cinque anni è stata approvata dalla santa Chiesa; onde dovrebbe a quest'ora, non solo mantenersi nel primo fervore, ma di più esser cresciuta. È vero che molti si portano bene; ma in altri, invece di avvanzarsi, manca lo spirito. Questi, io non so a che andranno a parare; perché Dio ci ha chiamati in questa Congregazione (specialmente in questi principii) a farci santi ed a salvarci da santi. Chi vorrà nella Congregazione salvarsi, ma non da santo, io non so se si salverà.

Se questa mancanza di spirito si diffonde, povera Congregazione! che ne sarà di lei fra cinquant'anni? Bisognerebbe piangere e dire: Povero Gesù Cristo! Se non è amato da un Fratello della Congregazione, che ne ha ricevuto tante grazie e lumi così speciali, da chi sarà amato? Dio mio, ed a che servono tante comunioni? E che ci siamo venuti a fare nella Congregazione e che ci stiamo a fare, se non ci facciamo santi? Stiamo a gabbare il mondo, che ci stima tutti per santi, ed a far ridere, nel giorno del giudizio, quelli che allora sapranno le nostre imperfezioni?

Ora vi sono tanti buoni novizi; ma questi, e quelli che verranno appresso, faranno peggio di noi col nostro esempio, e fra


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non molto tempo la Congregazione si rilasserà in tutto, perché dalle imperfezioni si passerà agli scandali; e se ciò ha da succedere, è meglio, Fratelli miei, che preghiamo il Signore che da ora la faccia dimettere.

Ora io son vecchio già e di mala salute, e già mi si va accostando il giorno de' conti. Io voglio servirvi quanto posso, e Dio sa quanto amo più ciascuno di voi che i miei fratelli e madre; ma non vuole Dio che io metta a pericolo la mia salute eterna, per amore (ma amore disordinato) verso alcuno di voi. Tutti siamo miserabili e tutti commettiamo difetti; ma io non mi accoro de' difetti che non si fermano, ma di quelli che fanno nido, e di certe debolezze che fanno danno a tutta la Comunità: se alcuno volesse queste sposarle ad occhi aperti e difenderle, o almeno scusarle come compatibili, queste, mi dichiaro che non posso né devo sopportarle. Tali debolezze sarebbero, per esempio, o contro l'ubbidienza, contro la povertà, contro l'umiltà o carità del prossimo.

Io spero a Dio di conservare sino alla morte questo sentimento e di osservarlo puntualmente, come ho promesso a Dio, di non farmi vincere dal rispetto umano di vedere i Fratelli [mancare] in cose notabili e di pregiudizio agli altri, senza correggerli.

Voi già sapete che forse il mio maggior debole è il troppo condiscendere; ma spero a Dio che mi dia fortezza di non sopportare gli imperfetti, che non si vogliono emendare e che vogliono difendere le loro imperfezioni. E prego voi, che siete giovani e restate a governare la Congregazione, di non sopportare mai un imperfetto di simil fatta, che dopo il difetto non se ne umilia e lo difende. Io mi protesto che, nel giorno del giudizio, accuserò nel tribunale di Gesù Cristo quel Superiore che, per non disgustare alcuno, sopporterà i difetti pregiudiziali e sarà cagione del rilassamento della Congregazione. Del resto, in quanto al passato, se mai alcuno ha fatto qualche difetto, io non intendo qui rimproverarlo: parlo solamente per l'avvenire.

Per venire a qualche cosa più speciale, prego ciascuno di attendere alle cose che qui soggiungo. Prego dunque ciascuno:


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A fare conto della vocazione, ch'è il maggior beneficio che Iddio ha potuto fargli dopo il beneficio della creazione e redenzione. Ne ringrazii ogni giorno il Signore e tremi di perderla. Non si faccia ingannare dal nemico, se forse gli dirà che il bene, lo può fare anche al suo paese fuori della Congregazione, e che fuori troverà più pace. Che bene? Nemo propheta acceptus in patria sua. Ognun lo sa e lo vede coll'esperienza.

Salverà più anime un sacerdote della Congregazione in un anno, che in tutta la sua vita fuori della Congregazione. E parlando del profitto proprio, guadagnerà un Fratello più in un anno, col far l'ubbidienza, che in dieci anni vivendo fuori a capriccio suo. E poi, noi abbiamo da fare quel bene che da noi vuole Dio, non quello che vogliamo noi. E Dio vuole, da chi è chiamato nella Congregazione, quel bene e quelle opere che gli impongono le Regole ed i Superiori.

Pace? che pace? Quis restitit ei, et pacem habuit? Vediamolo, Fratelli miei, in quelli che hanno abbandonata la Congregazione. Che pace vuole dare Dio agli infedeli che, per capriccio proprio e per non mortificarsi, perdono la vocazione, e si mettono dietro le spalle la volontà di Dio? E specialmente in morte, che pace troveranno, pensando che muoiono fuori della Congregazione? Non mi stendo in ciò, perché ognuno ora già ben l'intende; ma il male è che, quando viene la tentazione, allora più non ci vede, e gli pare non esser male il perder la vocazione.

Questo avverto: non pensi alcuno forse di mettere timore, col dire che se ne vuole andare. Per grazia di Dio, la Congregazione ora è fornita di molti e buoni soggetti, e tuttavia ogni giorno vengono giovani di spirito e di talento, come vedete: giacché è sparso per tutto il Regno il nome della Congregazione ed anche fuori, e credono che nella Congregazione vi è un grande spirito e perfezione (volesse Dio e fosse vera la metà!); e così ci resteranno i buoni, che ancora faranno le missioni e gli esercizî.

Ed ancorché avesse da farsi qualche missione meno, sempre sarà meglio conservare lo spirito di osservanza con pochi, che vedere la Congregazione rilassata.

Daranno più gusto a Dio quei pochi, che cammineranno dritto,


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che mille altri che viveranno imperfetti. Onde concludiamo questo punto: Povero chi perderà la vocazione!

Ed incidentemente, a questo proposito, io rinnovo a ciascuno il precetto formale di ubbidienza, dato da me altre volte, di non partirsi dalla Congregazione, senza prima avere ottenuta la mia espressa licenza coll'assoluzione, ossia rilassazione, de' voti e giuramento di perseveranza, se pure non l'avesse ottenuta dal Sommo Pontefice.

Prego ciascuno ad ubbidire e non resistere all'ubbidienze de' Superiori locali. Se alcuno vuole esporre qualche difficoltà, ciò gli è permesso; ma prego costui che, prima di replicare, si rassegni a far l'ubbidienza, se mai la sua replica non gli e fatta buona: onde vada rassegnato, e poi esponga quello che gli occorre; altrimenti, se non fa così, resterà inquieto, se non gli è ammessa la sua difficoltà; e restando inquieto, il demonio ci farà molto guadagno.

Il P. de la Colombière fece voto di andar sempre contro la propria volontà. Se uno non ha lo spirito di far questo, il che non pretendo, almeno deve stare attento sempre a contradire la propria volontà, ch'è la ruina delle anime.

S. Caterina di Bologna dice che si debbono eseguire le ubbidienze difficili (perché nelle facili non vi è gran merito) senza mormorazioni: né esterna, lamentandosi per esempio circa il vitto o le vesti o il procedere de' Superiori (il che è un gran difetto); né interna, perché la mormorazione interna anche inquieta lo spirito.

Specialmente prego ciascuno a non pretendere di mutar casa, senza evidente necessità. E quando questa necessità gli paresse evidente, pure lo prego, prima di far la richiesta, di rassegnarsi totalmente al giudizio del Superiore, se a lui paresse altrimente. Ed io mi protesto di non voler condiscendere in ciò a niuno, senza evidente ragione; perché altrimenti, una tale condiscendenza potrebbe essere la fonte di molte inquietudini a' soggetti.

Prego ciascuno a non lamentarsi cogli altri di quel che fanno i Superiori locali, perché ciò può essere di gran tentazione così in persona propria, come per gli altri.


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Prego ciascuno a cercar sempre a Gesù Cristo il suo santo amore, perché altrimenti poco serviranno tutti i propositi. E per ottenere questo santo amore, procuriamo d'innamorarci assai della Passione di Gesù Cristo, con farvi un poco di orazione o meditazione, il giorno, e praticare la Via Crucis, quando si può.

Si un gran gusto a Gesù Cristo certamente, con pensare a' suoi dolori e disprezzi patiti per noi. E chi pensa spesso ai suoi dolori ed alla sua Passione, mi pare impossibile che non s'innamori di Gesù Cristo. E prego i Superiori, presenti e futuri, ad insinuare spesso ne' capitoli l'amore a Gesù Cristo ed alla sua Passione. Noi, nelle missioni, non insinuiamo altro maggiormente, che questo amore a Gesù Cristo appassionato: che vergogna sarà poi, nel giorno del giudizio, comparire uno di noi, che avrà amato Gesù Cristo meno di una femminella!

E con ciò prego ciascuno ad amare la stanza e non dissiparsi nella giornata, andando di qua e di . Siamo avari del tempo, per impiegarlo nell'orazione, visite al santissimo Sacramento (che apposta sta con noi) ed anche allo studio, perché questo a noi ancora e assolutamente necessario.

E con ciò raccomando a' confessori lo studio della Morale, e di non seguitare alla cieca alcune opinioni de' Dottori, senza prima considerare le ragioni intrinseche, e specialmente quelle che, nel mio secondo libro,1 non sono state da me ammesse più per probabili. E ciò dico, e lo dicono anche i probabilisti, che ogni confessore e obbligato a farlo, dovendo prima considerare in ogni questione, se vi è ragione intrinseca tale che convinca; perché allora si rende improbabile l'opinione contraria.

Solamente, quando non restiamo convinti dalla ragione, allora possiamo servirci della probabilità estrinseca. Attenti a questo: perché, nella Congregazione, temo che in ciò alcuni errano notabilmente. E si avverta che, in questo secondo libro, io non ammetto ordinariamente, per probabili, se non quelle opinioni solamente che chiamo tali. Io non pretendo che le mie opinioni si abbiano da osservare


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necessariamente, ma prego, prima di ributtarle, a leggere il mio libro e considerare quello che ho scritto con tanta fatica, discorso e studio.

E questa fatica, Fratelli miei, io non l'ho fatta per gli altri né per acquistar lode; ne avrei fatto volontieri di meno, se altro non avessi avuto a ricavare che un poco di fumo: Dio sa il tedio e pena che ci ho sopportato. L'ho fatta solamente per voi, Fratelli miei, acciocché si seguiti una dottrina soda, almeno accioché si proceda con riflessione. Io con soda, almeno acciocché si proceda con riflessione.

Io confesso che tante opinioni prima io le tenea per sode, ma poi ho veduto che erano improbabili: onde prego tutti, e giovani e i confessori, a leggere il mio libro, mentre a questo fine l'ho fatto; e poi seguitino quel che loro pare davanti a Dio.

Tra le opinioni, improbabili, io numero specialmente l'opinione di potersi assolvere l'ordinando, abituato in cose di peccato grave, ancorché porti segni bastanti per ricevere il sacramento della Penitenza: mentre a costui non è solo conveniente, come falsamente suppongono alcuni, ma è necessaria la bontà positiva, non già per ragione del nuovo sacramento che prende, perché a questo basterebbe lo stare semplicemente in grazia, ma per lo grado d'eccellenza a cui ascende, che richiede un'eccellente bontà di necessità assoluta; mentre dicono comunemente i Canoni ed i Dottori, con S. Tommaso, che tal bontà praexigitur, requiritur, necessaria est, parole che tutte esprimono vera necessità, non convenienza.

E la ragione si è, perché un tale ordinando in sacris, così per l'eminenza dello stato in cui vien posto, come per li ministeri sacrosanti che deve esercitare, ha d'avere questa bontà positiva, che importa non solo essere esente da colpa grave, ma che possieda ancora un grado di virtù acquistato, per gli atti buoni innanzi praticati. Anche io prima difesi l'opinione contraria; ma poi ho veduto essere improbabilissima, e perciò mi son rivocato.

 5. Raccomando, per ultimo, ai Superiori presenti e futuri l'osservanza delle Regole. In mano loro sta questa osservanza. Il Rettore Maggiore sta lontano; se il Rettore locale non vi attende, il Rettore Maggiore non vi può rimediare. E perciò è


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necessario che i Superiori non solamente predichino l'osservanza, ma siano i primi a praticarla. Più move quel che si vede che quel che si sente.

Raccomando insieme a' Superiori la carità coi soggetti, acciò li confortino nelle tentazioni e cerchino, quanto si può, di sollevarli ne' loro bisogni: dimandando, specialmente nel conto di coscienza, se loro bisogna qualche cosa. E raccomando sommamente il conto di coscienza ogni mese, che si faccia il primo lunedì del mese; e quando non si può fare o compire nel primo, si faccia nel secondo lunedì.

Raccomando specialmente l'attenzione e carità cogl'infermi, con visitarli e provvederli de' rimedii necessarii, quanto si può, con dimandare loro se bisogna qualche cosa; e quando la povertà non lo comporta, almeno consolarli, quanto è possibile.

Raccomando ancora a' Superiori di fare le correzioni in segreto, perché in pubblico poco giovano; se pure il difetto non sia pubblico, mentre allora servono per gli altri: ma per lo soggetto, anche allora, è meglio correggerlo prima in segreto, e poi in pubblico.

Ciò in quanto a' Superiori. A' soggetti poi, in particolare raccomando a non dire più alcuno, che ora nella Congregazione non si va con tanta strettezza, essendo mancata la prima osservanza; e benché i difetti sian cresciuti, perché è cresciuto il numero de' soggetti, nulladimeno ognuno deve cercare di emendarsi e di vivere con osservanza, intendendo che gl'inosservanti, i quali non vogliono emendarsi, dalla Congregazione non possono sopportarsi.

Onde ciascuno, quando commette qualche difetto, subito procuri di umiliarsi internamente, se il difetto è interno, ed esternamente con accusarsene, se il difetto è stato esterno; e cadendo in qualche difetto, subito ne proponga l'emenda. Quando alcuno ha qualche rancore contro di qualche Fratello o contro del Superiore, procuri di non operare a sangue caldo, ma prima di serenarsi, raccomandarsi a Dio; e poi, se lo stima necessario, operi, oppure vada a parlare o ne scriva al Superiore. Raccomando, per amore di Gesù Cristo, di stare attento a questo.

Oh quanti difetti si eviterebbero, se ciò si osservasse! perché, a sangue caldo, le cose paiono altrimenti


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di quelle che sono. E perciò prego anche i Superiori a non fare le correzioni quando l'animo sta esasperato, ma aspettare che l'animo si sereni; altrimenti sempre si eccederà, e le correzioni poco gioveranno.

Raccomando il distacco dai parenti, quanto posso, essendo certo (come dice Gesù Cristo) che questi sono i maggiori nemici della nostra perfezione.

Si guardi ognuno di neppure nominare nella Congregazione stima propria. La maggiore stima, che deve amare un Fratello della Congregazione, è l'amare l'ubbidienza, e l'essere disprezzato e tenuto in poco conto. Ciò è quello che hanno desiderato i Santi: d'essere disprezzati, come è stato disprezzato Gesù Cristo. E chi non si vuol far santo non ci può durare nella Congregazione: Gesù Cristo medesimo, che ama assai questa Congregazione, ne lo caccierà.

Non vuole il Signore che le prime pietre di questo suo edificio sieno così deboli che, non solo non vagliano a sostenere e dare buono esempio agli altri che verranno appresso, ma che dian poca edificazione a coloro che vi sono di presente. Ognuno intenda bene.

Raccomando ancora l'amore alla povertà: e ciascuno intenda che specialmente i difetti contro queste due virtù, cioè contro la povertà e contro l'ubbidienza, dalla Congregazione non si sopportano, né possono sopportarsi; perché, caduta l'osservanza circa queste due virtù, è ruinato in tutto e finito lo spirito della Comunità.

Ciò che ho scritto così alla rinfusa, di nuovo mi protesto di non scriverlo per alcuno in particolare, ma in generale a tutti, e più per lo tempo futuro che per lo passato.

Del resto, prego tutti a non pensare, dall'avere intesa questa mia lettera, che io forse conservi qualche rancore verso di alcuno, che abbia commesso qualche difetto per lo passato. Mi dichiaro che de' difetti commessi, conforme Gesù Cristo se n'è scordato, essendosene umiliato, come spero, chi gli ha commessi, così me ne scordo ancor io.

Ed intenda ciascuno che, quando alcuno per disgrazia commetterà qualche difetto e se ne umilierà di cuore, si assicuri che io di cuore lo perdonerò; anzi con umiliarsi mi si renderà più caro di prima. Dico ciò, affinché ciascuno non si disanimi,


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se mai per caso cade in qualche mancanza. Ma ognuno stia attento ad evitare i difetti, ancorché minimi, ma fatti ad occhi aperti; perché il demonio da questi suol condurre a difetti più gravi, e poi tenta a perdere la vocazione. E con quest'arte, il demonio ne può cacciare più di uno dalla Congregazione.

Sappiano finalmente i Fratelli miei, che ciascuno in questa terra, dopo Dio, è l'unico mio amore, e per ognuno di loro io da ora offerisco a Dio il sangue e la vita; perché la vita di voi, che siete giovani, può molto servire alla gloria di Dio, e la vita di me, che sono vecchio, malato ed inabile, a che può servire più?

E con ciò prego ciascuno a scrivermi, se sta lontano, in ogni suo bisogno, ed a togliersi l'apprensione che ha posta in campo il demonio, per inquietare me e gli altri, cioè che mi abbia ad infastidire col parlarmi o collo scrivermi. Sappiano che, chi mi usa più questa confidenza, più m'incatena; e si assicurino che io lascio tutto, quando si tratta consolare un mio Fratello e Figlio. A me importa più d'aiutare uno de' miei Figli che fare ogni altro bene: questo bene vuole Dio più da me, stando in questo officio, che tutte le altre cose.

Dunque finisco, Fratelli miei: in questa vita che ci resta, o poca o molta, il che non lo sappiamo (fra poco tempo ci son morti tre giovani [il P. D. Nicola] Muscarelli, [il Fr. D. Domenico] Blasucci, [il Fr. D. Andrea] Zabbati, e D. Paolo [Cafaro] che per la salute era più che giovane), facciamoci santi ed amiamo Gesù Cristo assai, perché se lo merita, e specialmente da noi, avendoci amati più degli altri.

Amiamo un Dio morto per nostro amore; ravvivando la fede che pochi giorni avremo da stare in queste pietre, e ci aspetta l'eternità. Noi le predichiamo, queste verità, agli altri: ed infatti, sono verità di fede. Onde non più abbiamo da vivere a noi o al mondo, ma solo a Dio, solo per l'eternità, e per farci santi. E perciò offeriamoci sempre a Gesù Cristo, acciocché faccia di noi quel che vuole, e preghiamo sempre Maria santissima che ci ottenga il gran tesoro dell'amore di Gesù Cristo. E quando il demonio


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tenta alcuno nella vocazione, ch'è il maggiore impegno che ha il demonio verso ciascuno di noi, si raccomandi a questa Madre della perseveranza, ché certamente non perderà la vocazione.

Benedico ed abbraccio tutti nel cuore di Gesù Cristo, acciocché l'amiamo assai in questa terra, per andare poi a stare uniti ad amarlo nella patria del Paradiso. Non ci perdiamo la gran corona, che vedo apparecchiata ad ognuno che vive con osservanza e muore nella Congregazione. Viva Gesù, Maria, Giuseppe e S. Francesco Saverio con S. Teresa!

 

Conforme all'edizione romana.




1 La seconda edizione della sua Teologia morale.




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