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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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455. AL MEDESIMO.

Espone le ragioni pro et contra la rinunzia al vescovado.

 

Viva Gesù, Maria e Giuseppe!

 

SANT'AGATA, 1 FEBBRAIO 1765.

 

(Legga in segreto.)

 

Ho ricevuto il vostro biglietto, e sento quel che hanno risposto il P. Alasio ed il P. Porcara; ma D. Andrea mio, io voglio star quieto di coscienza. È vero che le angustie che patisco per tanti negozi, e tutti di scrupolo di coscienza, che continuamente qui m'assaltano, mi tirano a vedermene libero per godere un poco di quiete; ma non vorrei che poi la cella mi riuscisse un inferno, per essermi liberato dalla carica contro il volere di Dio.

Io sto certo che, tre anni sono, Dio mi ha voluto vescovo; ora, per liberarmene, ho da stare ancor certo (moralmente parlando) che Dio non mi voglia più vescovo. Mi dispiace che queste son cose da discorrerne a voce, non per lettere; nondimeno, stando V. R. in Napoli per consigliar questo affare, bisogna che le scriva quel che occorre per ricevere un consiglio più sano e più fondato, dopo esaminate le ragioni.


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Bisogna intendere, secondo S. Tommaso, che il vescovo è legato con voto a non lasciare la chiesa; e il Papa, nel cap. Nisi, de renunc., dice che senza giusta causa non può lasciarla. Tra le cause, espressamente dice che non basta né l'angustia delle fatiche né l'amore della solitudine, come diceva Monsignor Borgia.

Le cause più proprie per me sarebbero la vecchiaia e la mala salute; ma bisogna notare che il Papa dice che allora scusano l'infermità e la vecchiaia, quando elle rendono inetto il soggetto ad esercitare il suo officio. Così nel detto cap Nisi, al § 3, dove: Alia vero causa est debilitas corporis ex infirmitate vel ex senectute: nec tamen omnis, sed illa solummodo per quam impotens redditur ad exsequendum officium pastorale. E poi soggiunge così: Cum interdum non plus hortetur senilis debilitas aliquem cedere, quam moralis maturitas (quae in senibus esse solet) ipsum in suo suadet officio permanere.

Posto ciò, veniamo a noi: bisogna consigliare il tutto con questi soggetti a cui avete parlato o avete da parlare; e buono sarebbe conferirlo col P. Chiesa.1 È vero che son vecchio, mentre a settembre venturo compisco 69 anni; è vero anche la mala salute, specialmente per li catarri che nel verno mi assaltano; ma con tutto ciò mi pare che non manco niente all'officio mio, circa gli esami de' confessori e degli ordinandi, così circa la scienza, come circa i costumi; anzi circa la scienza fo soverchio assai più degli altri. Circa poi gli scandali, non ne lascio alcuno di perseguitarlo sino alla fine, senza riguardo. In quanto alle provviste, non preferisco se non chi ha maggior merito, anche ne' beneficii semplici; e perciò mi fo più nemici che amici. È vero che nel verno non posso usciregirare, ma poi non lascio nell'estate di girar la diocesi per quattro o cinque mesi. Nel verno non esco; ma sbrigo i negozi, gli esami e le lettere segrete, perché la testa mi sta sempre bene. Scrivere


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non posso molto, ma nelle cose segrete mi servo di Francesco Antonio,1 di cui non ho timore.

Tutte queste cose è necessario conferirle o tornarle a conferire con cotesti soggetti consaputi; altrimenti io farei la rinunzia con qualche scrupolo di coscienza, e questo scrupolo forse mi perseguiterebbe poi in Nocera. Ora prego sempre Gesù Cristo che mi faccia accertare la sua volontà.

Poste però le cose nello stato sopraddetto, non mi pare che senza scrupolo potrei cercar la rinunzia per causa che non posso adempire il mio officio per la vecchiaia o mala salute; e questo è quello che mi mantiene in agitazione, come ho conferito col P. Ferrara ieri, che egli fu qui per andare a Caiazzo, facendogli leggere il testo soprascritto del Papa. E perciò mando per corriere apposta questa mia a V. R., acciocché prima di partirsi da Napoli procuri, ma senza fretta, di prender lume sopra questa cosa mia da cotesti buoni Padri; ma io, replico, non resterò quieto, se non conferite tutto quello che ho scritto.

Aggiungo: conosco per altro che quest'aria di S. Agata in verità, nel verno, è perniciosa per me, sì per il paese che è così umido, sì per questa casa che è mal situata. Ma per rimediare a ciò penserei, se ho da restare nell'anno venturo, di stare nel verno in Arienzo, a S. Maria a Vico, luogo più caldo ed asciutto. Vorrei scappare da tante angustie di coscienza e da tanti contrasti e dissapori; ma mi sento dire: Si diligis me, pasce oves meas, e non importa che ci muori e crepi. E questa perplessità, se fo la volontà di Dio o no, rinunziando, mi è un'angustia maggiore dell'altra.

Se V. R. va a Caiazzo, senza meno al ritorno venga a trovarmi; se no, l'aspetto poi a quaresima.


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E di nuovo le raccomando a non distrarre il P. [D. Alessandro de] Meo da scrivere sopra quell'opera.

La benedico. Viva Gesù e Maria!

Sono stato molti giorni coll'asma, ma ora sto meglio.

 

FRATELLO ALFONSO MARIA del SS. Redentore, vescovo di Sant'Agata.

 

Conforme all'originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.




1 Il P. D. Giannicola Chiesa, religioso dell'ordine eremitano di S. Agostino, della Congregazione di S. Giovanni a Carbonara.

1 Francesco Antonio Romito era Fratello laico della nostra Congregazione. Egli stette sempre con S. Alfonso in S. Agata, ed anco dopo il ritorno di lui in Pagani, fu sempre al suo servizio, e finalmente, nel Processo della beatificazione di lui, fu uno dei più importanti testimoni. Quest'ottimo Fratello, nato in Napoli addì 13 giugno 1722, si era ritirato nel 1741 nella Congregazione, ove morì da santo il 4 novembre 1807.






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