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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO I

Da' mondani sono stimati fortunati solamente quei, che godono de' beni di questo mondo, de' piaceri, delle ricchezze e delle pompe; ma la morte metterà fine a tutte queste fortune di terra. «Quae est vita vestra? vapor est, ad modicum parens» (Iac. 4. 15). I vapori ch'esalano dalla terra, talvolta alzati in aria, e investiti dalla luce del sole fanno una bella comparsa; ma questa comparsa quanto dura? ad un poco di vento sparisce tutto. Ecco quel grande oggi corteggiato, temuto e quasi adorato; domani che sarà morto, sarà disprezzato, maledetto e calpestato. Colla morte tutto si ha da lasciare. Il fratello di quel gran servo di Dio Tommaso de Kempis1 si pregiava d'aversi fatta una bella casa, ma gli disse un amico che vi era un gran difetto. Quale? egli domandò. Il difetto, quegli rispose, è che vi avete fatta la porta. Come? ripigliò, è difetto la porta? Sì, rispose l'amico, perché un giorno per questa porta dovrete uscirne morto, e così lasciar la casa e tutto.

La morte in somma spoglia l'uomo di tutti i beni di questo mondo. Che spettacolo è vedere cacciar fuori quel principe dal suo palagio per non rientrarvi più, e prendere altri il possesso de' suoi mobili, de' suoi danari e di tutti gli altri suoi beni! I servi lo lasciano nella sepoltura coverto2 appena con una veste che basta a coprirgli le carni; non v'è più chi lo stima, né chi l'adula; né si fa più conto de' suoi comandi lasciati. Saladino,3 che acquistò molti regni nell'Asia, morendo lasciò


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detto che quando portavasi4 il suo cadavere a seppellirsi, uno gli andasse avanti colla sua camicia appesa ad un'asta, gridando: Questo è tutto quel che si porta Saladino alla sepoltura.

Posto ch'è nella fossa il cadavere di quel principe, se ne cadono le carni, ed ecco che il5 suo scheletro più non si distingue dagli altri. «Contemplare sepulcra», dice S. Basilio,6 «vide num poteris discernere, quis servus, quis dominus fuerit». Diogene7 un giorno facea vedersi da Alessandro Magno tutto affannato in ricercare qualche cosa fra certi teschi di morti. Che cerchi? curioso disse Alessandro. Vado cercando, rispose, il teschio del re Filippo tuo padre, e nol so distinguere; se tu lo puoi trovare, fammelo vedere: «Si tu potes, ostende».

In questa terra gli uomini disugualmente nascono, ma dopo la morte tutti si trovano eguali: «Impares nascimur, pares morimur», dice8 Seneca.9 Ed Orazio10 disse che la morte eguaglia gli scettri alle zappe: «Sceptra ligonibus aequat». In somma quando viene la morte, «finis venit», tutto finisce e tutto si lascia, e di tutte le cose di questo mondo niente si porta alla fossa.

Affetti e preghiere

Signor mio, giacché mi date luce a conoscere che quanto stima il mondo, tutto è fumo e pazzia, datemi forza a staccarmene, prima che


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me ne stacchi la morte. Infelice che sono stato, quante volte per li miseri piaceri e beni di questa terra, ho offeso e perduto Voi bene infinito! O Gesù mio, o medico celeste, girate gli occhi sulla povera anima mia, guardate le tante piaghe, ch'io stesso mi ho11 fatto co' miei peccati, ed abbiate pietà di me. «Si vis, potes me mundare».12 Io so che potete e volete sanarmi, ma per sanarmi volete ch'io mi penta dell'ingiurie che vi ho fatte; sì che me ne pento con tutto il cuore; sanatemi dunque, or che potete sanarmi. «Sana animam meam, quia peccavi tibi» (Ps. 40. 5). Io mi sono scordato di Voi, ma Voi non vi siete scordato di me; ed ora mi fate sentire che volete anche scordarvi dell'offese che vi ho fatte, s'io13 le detesto: «Si autem impius egerit poenitentiam, omnium iniquitatum eius non recordabor» (Ez. 18. 21). Ecco io le detesto e14 l'odio sopra ogni male; scordatevi dunque, Redentore15 mio, di quante amarezze v'ho date. Per l'avvenire voglio perdere tutto, anche la vita, prima che la grazia vostra. E che mi servono tutti i16 beni della terra, senza la vostra grazia?

Deh aiutatemi, Voi sapete quanto son debole. L'inferno non lascerà17 di tentarmi; già mi apparecchia18 mille assalti, per rendermi di nuovo suo schiavo. No, Gesù mio, non mi abbandonate. Io voglio essere da oggi avanti schiavo del vostro amore. Voi siete l'unico mio Signore. Voi mi avete creato, Voi redento, Voi siete quegli che sovra19 tutti mi avete amato: Voi siete quegli20 che solo meritate di esser amato, Voi solo io21 voglio amare.




1 [14.] ROSIGNOLI C. G., Il buon pensiero, p. I, c. VII, esempio; Opere, III, Venezia 1713, 377.



2 [23.] coverto, om. ND1 VR ND3 BR1 BR2; basta) basti ND1 VR ND3 BR1 BR2.



3 [25.] MANSI, Bibl. mor., tr. L, Mors, disc. V; III, Venetiis 1703, 261; col. I: «S. Antoninus de Saladino haec verba scribit: In libro de septem donis legitur, quod Saladinus magnus princeps Saracenorum fecit sibi portari sudarium suum, dum viveret, se propinquum morti, et fecit illud clamando per praeconem deportari per civitatem. Tantum deportabit secum princeps magnus Saladinus de omnibus rebus suis». Cfr. S. ANTONINUS, Summa theol., p. IV, tit. XIV, c. VIII; IV, Veronae 1740, col. 824.

4 [1.] portavasi) porterassi BR2.



5 [5.] che il) che 'l VR BR1 BR2.



6 [6.] S. BASIL., Homilia in illud: Attende tibi ipsi, n. 5; PG 31, 211.



7 [7.] Da LOHNER, Bibl. man., tit. 98 Mors; III, 142, col. 2: «Diogenes Cynicus inter bustuaria obambulans sciscitanti Alexandro, quid ibi ageret? Patris tui Philippi, respondit, calvariam quaero, sed internoscere nequeo: tu, si potes, ostende».



8 [14.] dice) dicea ND1 VR ND3 BR1 BR2.



9 [14.] SENECA L. A., Epistolae 91, 16. «Aequat omnes cinis, impares nascimur, pares morimur».

10 [14.] Da LOHNER, op. cit., tit. 98; III, 106, col. 2: «Dicebat quidam, quod si haberet iudicem fidelem eligere, mortem prae caeteris eligeret, eo quod non est personarum acceptio apud eam, nec miseretur pupillo, nec defert seniori, nec dimittit divitem, nec veretur nobilem, nec horret pauperem et ignobilem, nec evitat fortem; nec parcit sapienti, nec condonat insipienti, sed ut dicitur: Mors sceptra ligonibus aequat: est commune mori; mors nulli parcit honori; nobilis et fortis veniunt ad funera mortis». Vedi pure MANSI, op. cit., III, 278, col. 2. S. ANTONINUS, op. cit.; IV, col. 815 attribuisce i versi predetti al «poeta» senz'altre indicazioni. Forse la più antica fonte è il BELLOVACENSIS, Speculum morale, l. II, p. I, dist. 2; Venetiis 1591, 124, col. 2. Il concetto si trova presso HORATIUS FLACCUS, Od., I, 4, 13-14: «Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas | regumque turres».

11 [4.] mi ho fatto) m'ho fatte ND1 VR ND3 BR1 BR2.



12 [5.] Matth., 8, 2.



13 [11.] s'io) se io BR2.



14 [12.] e, om. NS7.



15 [13.] Redentore) Redentor VR BR1 BR2.



16 [15.] tutti i) tutt'i ND1 VR ND3 BR1 BR2.



17 [17.] lascerà) lascierà BR1 BR2.



18 [18.] mi apparecchia) m'apparecchia VR BR1 BR2.



19 [21.] sovra) sopra VR BR1 BR2: Remondini ha quasi abitualmente così, ma l'autore nell'edizioni napoletane adopera ora sovra ed ora sopra.



20 [22.] quegli) quello ND1 VR BR1 BR2.



21 [23.] io) vi BR2.






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