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S. Alfonso Maria de Liguori
Nove discorsi...flagelli

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DISCORSO III.

Dio usa misericordia sino a certo segno e poi castiga.

Indulsisti genti, Domine, indulsisti genti; numquid glorificatus es? (Isa. 26. 15.)

 

Signore, voi tante volte avete perdonato a questo popolo; gli avete minacciata la morte con terremoti, colla peste de' popoli vicini, colle infermità e morti d'altri loro paesani; ma poi avete loro usata pietà. Indulsisti genti, Domine, indulsisti genti; numquid glorificatus es? Avete perdonato, avete usata misericordia; ma che ne avete ricavato? Hanno tolti i peccati? Hanno mutata vita? No, han fatto peggio di prima; passato quel poco di timore, sono ritornati ad offendervi ed a provocarvi sdegno. Ma, peccatori fratelli miei, che pensate? forse che Dio sempre aspetta, sempre perdona e non castiga mai? No, Dio usa misericordia. Ecco l'assunto del discorso d'oggi: Dio usa, dico, misericordia sino a certo segno, e poi mette mano alla giustizia, e castiga.


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Bisogna persuadersi che Dio non può non odiare il peccato. Dio è la stessa santità, onde non può non odiare quel mostro suo nemico, la cui malizia è tutta opposta alla rettitudine di Dio. E se Dio odia il peccato, necessariamente dee poi odiare il peccatore, che fa lega col peccato. Similiter autem odio sunt Deo impius et impietas eius1. Oh Dio, e con quali espressioni e con quanta ragione si lamenta il Signore di coloro che lo disprezzano per unirsi col suo nemico! Audite, coeli, auribus percipe, terra, quoniam Dominus locutus est: Filios enutrivi et exaltavi, ipsi autem spreverunt me2. Cieli, dice Dio, uditemi; ascoltami terra, osservate l'ingratitudine che mi usano gli uomini; io gli ho nutriti e sollevati come figli miei, ed essi mi pagano d'ingiurie e di disprezzi. Cognovit bos possessorem suum, et asinus praesepe domini sui: Israel autem me non cognovit... abalienati sunt retrorsum3: Anche le bestie, i bovi, gli asini riconoscono il loro padrone, e gli son grati, ed i figli miei, siegue a lamentarsi il Signore, mi hanno sconosciuto e mi hanno voltato le spalle, abalienati sunt retrorsum. Ma come? Beneficia etiam ferae sentiunt, dice Seneca, anche i bruti sono grati a chi loro fa bene; vedete un cane come serve, come ubbidisce e come è fedele al suo padrone che gli da vivere! Anche le fiere, le tigri, i leoni son grati a chi li alimenta. E Dio, fratello mio, che sinora ti ha provveduto di tutto, ti ha dato da mangiare, da vestire: che più? Ti ha conservata la vita nello stesso tempo che tu l'offendevi: tu come l'hai trattato? Che pensi di fare per l'avvenire? Pensi di seguire a vivere nello stesso modo? Pensi forse che non vi è castigo, non vi è inferno per te? Ma intendi e sappi che siccome il Signore non può non odiare il peccato, perché è santo, così ancora non può non castigarlo quando il peccatore è ostinato, perché è giusto.

 

Ma quando ci castiga non ci castiga per suo piacere, ma perché noi lo costringiamo a castigarci. Dice il Savio che Dio non ha fatto l'inferno per genio di mandarvi gli uomini a penare, né si rallegra nella loro dannazione, perché non vuol egli vedere perdute quelle cose che ha create: Deus mortem non fecit, nec laetatur in perditione vivorum; creavit enim ut essent omnia4. Niun ortolano pianta un albero per tagliarlo e mandarlo al fuoco. Non ha desiderio Dio di vederci miseri e tormentati. E perciò dice il Grisostomo che egli tanto aspetta i peccatori prima di vendicarsi delle loro ingiurie: Ad reposcendam de peccantibus ultionem consuevit Deus moras nectere. Aspetta per vederli ravveduti, e così poter usar loro misericordia: Propterea expectat Dominus, ut misereatur vestri5. Il nostro Dio, dice lo stesso s. dottore, è veloce a salvare ed è tardo a condannare: Ad salutem velox, tardans ad demolitionem. Quando si tratta di perdono, subito che il peccatore si pente, nello stesso punto Dio gli perdona. Appena Davide disse peccavi, che il profeta l'avvisò del perdono già ricevuto: Dominus quoque transtulit peccatum tuum6. Sì, perché non tanto noi desideriamo di essere perdonati, quanto egli desidera di perdonarci: Non ita tua condonari, peccata

 


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cupis, dice lo stesso s. dottore, quam tibi remissa esse expetit. Quando all'incontro si tratta di castigo, aspetta, ammonisce, ne manda antecedentemente gli avvisi. Non fecit Dominus Deus verbum, nisi revelaverit secretum suum1.

 

Ma quando poi vede Iddio che né ai suoi beneficj, né alle sue ammonizioni né alle sue minacce noi vogliamo arrenderci ed emendarci, allora egli è costretto da noi stessi a punirci, e nel punirci ci metterà innanzi gli occhi le grandi misericordie che prima ci ha usate. Existimasti, inique, quod ero tui similis: arguam te et statuam contra faciem tuam2. Dirà allora al peccatore: pensavi, iniquo, che io mi aveva a scordare, come te ne sei scordato tu, degli oltraggi che mi hai fatto, e delle grazie che io ti ho dispensato? Dice s. Agostino che Dio non odia noi, ma ci ama; odia solamente i peccati nostri: Odit Deus et amat; odit tua, amat te. Non si adira egli cogli uomini, soggiunge s. Girolamo, ma coi loro peccati: Neque Deus hominibus, sed vitiis irascitur. Dice il santo che il Signore per sua natura è inclinato a farci bene, ma noi siamo quelli che l'obblighiamo a castigarci ed a prendere la figura di crudele, che egli per sé non ha: Deus qui natura benignus est, vestris peccatis cogetur personam, quam non habet, crudelitatis assumere. E ciò volle significare Davide quando disse che Dio allorché castiga è come un uomo ubriaco il quale dormendo percuote: Et excitatus est tamquam potens crapulatus a vino, et percussit inimicos suos3. Spiega Teodoreto, che siccome l'ubbriachezza non è naturale all'uomo, così non è proprio di Dio il castigare: noi siamo quelli che lo costringiamo a prender conto di noi quello sdegno che naturalmente non conserva: Thesaurizas tibi iram, quam Deus naturaliter non habet4.

 

Riflette s. Gio. Grisostomo che nel giudizio finale Gesù Cristo dirà ai reprobi: Ite, maledicti, in ignem aeternum, qui paratus est diabolo et angelis eius5. Andate al fuoco preparato a Lucifero e ai suoi seguaci. Dimanda il Grisostomo: chi ha preparato questo fuoco ai peccatori, forse Iddio? No, perché Dio non crea le anime per l'inferno, come dicea l'empio Lutero: questo fuoco se l'apparecchiano i peccatori stessi coi loro peccati: Comparaverunt delictis suis. Chi semina peccati raccoglie castighi: Qui seminat iniquitatem metet mala6. Allorché l'anima consente al peccato, volontariamente, ella si obbliga a pagarne la pena e da se stessa si condanna all'inferno. Dixistis enim: Percussimus foedus cum morte, et cum inferno fecimus pactum7. Onde ben disse s. Ambrogio, che Dio non condanna niuno, ma ciascuno è a se stesso l'autore del suo castigo: Nullum prius Dominus condemnat, sed unusquisque sibi auctor est poenae. E come dice lo Spirito santo, il peccatore resterà consumato dallo stesso odio che egli ha portato a se medesimo: Et virga irae suae consummabitur8. Sicché, dice Salviano, colui che offende Dio, non ha chi sia più crudele contro di sé che se medesimo, giacché egli stesso si procura il tormento che lo cruccia: Ipse sibi parat peccator quod patitur;

 


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nihil itaque est in nos crudelius nobis. Dio non vuole vederci afflitti; ma noi siamo quelli che ci tiriamo sopra i tormenti, e coi nostri peccati ci accendiamo le fiamme per esservi bruciati: Nos, etiam nolente Deo, nos cruciamus; nam coelestis irae accendimus incendia, quibus ardeamus. E Dio ci castiga, perché noi l'obblighiamo a castigarci.

 

Ma io so, dici tu, che la misericordia di Dio è grande: per quanti peccati io facessi, appresso penso di pentirmene e mutar vita, e Dio avrà pietà di me. Ma no, non lo dire questo, dice Dio: Et ne dicas, miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur1. Non lo dire, dice il Signore, e perché? Ecco il perché: Misericordia enim et ira ab illo cito proximant2. Sì, è vero, Dio ha pazienza, Dio aspetta alcuni peccatori: dico alcuni, perché Dio alcuni non gli aspetta: quanti egli ne ha mandati all'inferno subito dopo il primo peccato commesso? Altri poi gli aspetta, ma non gli aspetta sempre, gli aspetta sino a certo segno: Dominus patienter expectat, ut cum iudicii dies advenerit, in plenitudine peccatorum puniat3. Notate, cum iudicii dies advenerit, quando arriva il giorno della vendetta; in plenitudine peccatorum, quando è piena la misura dei peccati che Dio ha determinato di perdonare; puniat, allora il Signore non usa più misericordia, e castiga senza remissione. La città di Gerico non cadde al primo giro dell'arca, non cadde neppure al quinto né al sesto, ma cadde finalmente al settimo4. E così avverrà anche a te, dice s. Agostino: Veniet septimus arcae circuitus, et civitas vanitatis corruet. Dio ti ha perdonato il primo peccato, il decimo, il settantesimo e forse anche il millesimo; ti ha chiamato tante volte, ora ti torna a chiamare; trema che questo non sia l'ultimo giro dell'arca, cioè l'ultima chiamata, dopo la quale, se tu non muti vita, sarà finita per te. Terra enim, dice l'apostolo, saepe venientem super se bibens imbrem... proferens autem spinas ac tribulos, reproba est ac maledicto proxima: cuius consummatio in combustionem5. Quell'anima, viene a dire, che spesso ha ricevuto acque di lumi e grazie divine, e in vece di dar frutti ha dato spine di peccati, sta vicina ad essere maledetta, e finalmente la sua fine sarà andare ad ardere eternamente nell'inferno. In somma quando arriva il termine Iddio castiga.

 

E quando Dio vuol castigare, intendiamo che può e sa castigare. Derelinquetur filia Sion sicut civitas quae vastatur6. Quante città noi sappiamo distrutte e subbissate per ragion de' peccati de' cittadini che Dio non ha potuto più sopportare! Passando un giorno Gesù Cristo a vista della città di Gerusalemme, la mirò, e considerando la ruina che dovea caderle sopra per le sue scelleraggini, il nostro Redentore che ha tanta compassione delle nostre miserie, si pose a piangere: Videns civitatem flevit super illam7, dicendo: Non reliquent in te lapidem super lapidem, eo quod non cognoveris tempus visitationis tuae8. Povera città, non ti resterà pietra sopra pietra, perché tu non hai voluto conoscere la grazia che ti ho fatta venire a visitarti con tanti beneficj e tanti segni del mio amore: e

 


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tu ingrata mi disprezzi e mi discacci: Ierusalem, Ierusalem... quoties volui congregare filios tuos et noluisti? Ecce relinquetur vobis domus vestra deserta1. Peccatore fratello mio, chi sa se a quest'ora Dio mira l'anima tua, ma la mira e piange? Perché forse vede che tu non farai conto della visita che ora ti sta facendo, e della chiamata che ora ti fa a mutar vita. Quoties volui et noluisti? Quante volte, dice il Signore, io coi lumi che ti ho dati ho voluto tirarti a me, e non hai voluto sentirmi; hai fatto il sordo, hai seguito a fuggire da me? Ecce relinquetur domus tua deserta. Ecco io già sto vicino ad abbandonarti, e se io ti abbandono, sarà inevitabile, sarà senza rimedio la tua ruina.

 

Curavimus Babylonem, et non est sanata; derelinquamus eam2. Il medico quando vede che l'infermo non vuol prendere i rimedj ch'egli stesso gli porta con tanto amore, e questi li butta per la finestra; in fine poi che fa? Gli volta le spalle e lo abbandona. Fratello mio, con quanti rimedj, con quante ispirazioni, con quante chiamate ha procurato finora Dio di liberarti dalla tua dannazione? Che più ha da fare? Se poi ti danni, potrai lamentarti di Dio dopo che ti ha chiamato in tanti modi? Dio chiama colle prediche e colle voci interne, chiama coi beneficj, chiama finalmente coi flagelli temporali, affin di farci temere ed evitare il flagello eterno: mentre dice s. Bernardino da Siena, che per certi peccati, come sono specialmente gli scandali, non vi è rimedio più atto a toglierli che i castighi temporali: Pro talibus admonendis nullum reperitur remedium, nisi Dei flagellum. Ma quando vede il Signore che i beneficj non servono che a fare più insolentire i peccatori nella loro mala vita: vede che non si fa conto delle sue minacce: vede in somma che parla e non è inteso; allora abbandona e castiga colla morte eterna, e perciò dice: Quia vocavi et renuistis, et increpationes meas neglexistis: ecce in interitu vestro ridebo et subsannabo vos3. Voi vi ridete, dice Dio, delle mie parole, delle minacce e dei flagelli; verrà per voi l'ultimo castigo, ed allora io mi ricorderò di voi. Virga... versa est in colubrum4. Commenta s. Brunone: Virga in draconem vertitur, quando emendare se nolunt. Al flagello temporale succederà l'eterno.

 

Oh come sa castigare Dio, e come sa fare, che dalle stesse cose e motivi per cui si pecca, venga il castigo! Per quae quis peccat, per haec et torquetur5. I giudei diedero la morte a Gesù Cristo per timore che i romani s'impadronissero de' loro beni: Venient romani, diceano, et tollent locum nostrum6. Ma questo medesimo lor peccato della morte data a Gesù Cristo, fu la causa che tra poco tempo venissero i romani, e li spogliassero di tutto: Timuerunt perdere temporalia, dice s. Agostino, et vitam aeternam non cogitaverunt; et sic utrumque amiserunt7. Per non perdere le robe perdettero le anime; ma venne il castigo, e perdettero le une e le altre. E così succede a molti: perdono l'anima per i beni di terra; ma Dio giustamente permette poi che per il peccato restino pezzenti in questa vita e dannati nell'altra.

 

Peccatori miei, non provocate più

 


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a sdegno il vostro Dio. Sappiate che quante più sono state le misericordie che egli vi ha usate, quanto più lungo è stato il tempo che vi ha sopportato, se non la finite, tanto più grande e più presto sarà il vostro castigo. Tardam vindictam compensat Dominus gravitate poenarum, dice s. Gregorio. Vae tibi, Corozaim, ecco come parla Dio ad un'anima beneficata, vae tibi, Bethsaida, quia si in Tyro et Sidone factae fuissent virtutes quae factae sunt in vobis, olim in cilicio et cinere sedentes poeniterent1! Fratelli miei, se le grazie che il Signore ha fatte a voi, le avesse fatte ad un turco, ad un indiano, si in Tyro et Sidone factae fuissent virtutes quae factae sunt in vobis, quegli forse a quest'ora si sarebbe fatto santo, almeno de' peccati suoi avrebbe fatta gran penitenza; e voi vi siete fatti santi? Avete fatta almeno penitenza di tanti peccati mortali, di tanti mali pensieri, parole, scandali? Lo vedete che Dio sta sdegnato con voi? Sta coi flagelli alla mano? Lo vedete che la morte vi sta sopra?

 

E che abbiamo da fare, dite voi? Ci abbiamo da disperare? No, non vuole Dio che ci disperiamo: Adeamus ergo cum fiducia, ecco quello che abbiamo da fare, come ci esorta s. Paolo, adeamus cum fiducia ad thronum gratiae, ut misericordiam consequamur, et gratiam inveniamus in auxilio opportuno2. Presto andiamo al trono della grazia, acciocché riceviamo il perdono de' nostri peccati e del castigo che ci sta sopra; in auxilio opportuno, viene a dire che l'aiuto che Iddio vorrà darci oggi non ce lo darà forse domani. Presto dunque al trono della grazia. Ma quale è questo trono della grazia? È Gesù Cristo: Ipse est propitiatio pro peccatis nostris3. Gesù è quello che per i meriti del suo sangue ci può ottenere il perdono, ma presto. Il Redentore mentre andava predicando per la Giudea, andava sanando infermi, e facendo altre grazie; chi era attento a pregarlo le ottenea, ma chi era trascurato, e lo lasciava passare senza cercargli le grazie, ne restava privo: Pertransiit benefaciendo4. Ciò facea dire a s. Agostino: Timeo Iesum transeuntem; e volea dire, che quando il Signore ci offerisce le sue grazie, bisogna subito corrispondere, cooperandoci ad ottenerle; altrimenti egli passerà e noi ne resteremo privi: Hodie si vocem eius audieritis, nolite obdurare corda vestra5. Oggi Dio ti chiama, oggi datti a Dio; se vuoi aspettare a darti domani, forse domani Dio non più ti chiamerà e resterai abbandonato. Trono ancora di grazia, come dice s. Antonino, è Maria ss. che è la regina e la madre della misericordia. Onde se vedi che Dio è sdegnato con te, ti esorta s. Bonaventura: Si videris Dominum indignatum, ad spem peccatorum confugias; va, ricorri alla speranza de' peccatori; chi è la speranza de' peccatori? È Maria, che si chiama la madre della santa speranza: Mater sanctae spei6. Ma bisogna avvertire che la speranza santa è la speranza di quel peccatore che si pente del male fatto e vuol mutar vita; altrimenti se uno volesse seguitare la mala vita, colla speranza che Maria l'aiuti e lo salvi, questa sarebbe speranza falsa, speranza temeraria. Pentiamoci dunque de' peccati

 


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fatti, risolviamoci di emendarci, e ricorriamo con confidenza a Maria, che allora ci aiuterà e ci salverà (Atto di dolore).

 




1 Sap. 14. 9.

 



2 Isa. 1. 2.

 



3 Isa. 1. 3. et 4.

 



4 Sap. 1. 13. 14.

 



5 Isa. 30. 18.

 



6 2. Reg. 12. 13.

1 Amos 3. 7.

 



2 Psal. 49. 21.

 



3 Psal. 77. 65.

 



4 S. Hieron.

 



5 Matth. 25. 41.

 



6 Prov. 22. 8.

 



7 Isa. 28. 15.

 



8 Prov. 22. 8.

1 Eccl. 5. 6.

 



2 Ibid.

 



3 2. Mach. 6. 14.

 



4 Ios. 9. 20.

 



5 Hebr. 6. 7.

 



6 Isa. 1. 8.

 



7 Luc. 19. 41.

 



8 Ibid. 44.

1 Luc. 13. 34.

 



2 Ierem. 51. 9.

 



3 Prov. 1. 24.

 



4 Exod. 4.

 



5 Sap. 11. 18.

 



6 Ioan. 11. 48.

 



7 Hom. in Fer. 6. Pass.

1 Luc. 10. 13.

 



2 Hebr. 4. 16.

 



3 1. Ioan. 2. 2.

 



4 Act. 10. 38.

 



5 Psal. 94. 8.

 



6 Eccl. 24. 24.




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