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S. Alfonso Maria de Liguori
Pratica di amar Gesù Cristo

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§ 1. - DELLE TENTAZIONI

Per le anime che amano Gesù Cristo non vi è pena più tormentosa delle tentazioni. Tutti gli altri mali le spingono a più unirsi con Dio, accettandoli con rassegnazione; ma le tentazioni a peccare le spingono, come di sovra si è detto, a separarsi da Gesù Cristo, e perciò si rendono loro troppo amare più che tutti gli altri tormenti. Bisogna però intendere che, sebbene tutte le tentazioni che inducono al male non vengono mai da Dio, ma dal demonio o dalle nostre male inclinazioni: Deus enim intentator malorum est, ipse autem neminem tentat (Iac. I, 13): nondimeno il Signore


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permette alle volte che l'anime sue più dilette sieno più fortemente tentate.

Per prima, acciocché colle tentazioni conoscano maggiormente la loro debolezza e 'l bisogno che hanno del divino aiuto per non cadere. - Quando un'anima trovasi favorita da Dio colle divine consolazioni, le pare di esser abile a superare ogni assalto de' nemici e ad eseguire ogn'impresa di gloria di Dio. Ma quando si trova gagliardamente tentata, e si vede all'orlo del precipizio e vicina a cadere, allora meglio conosce la sua miseria e la sua impotenza a resistere, se Dio non la soccorresse. Questo appunto avvenne a S. Paolo, il quale scrisse che il Signore avea permesso ch'egli fosse molto molestato da una tentazione sensuale, acciocché non s'invanisse per le rivelazioni di cui l'avea Dio favorito: Et ne magnitudo revelationum extollat me, datus est mihi stimulus carnis meae, angelus satanae, qui me colaphizet (II, Cor. XII, 7).

In oltre permette Iddio le tentazioni, acciocché viviamo più distaccati da questa terra, e desideriamo con più ardore di andarlo a vedere in paradiso. Quindi è che le anime buone, in vedersi così combattute in questa vita di giorno e di notte da tanti nemici, hanno in tedio la vita, ed esclamano: Heu mihi, quia incolatus meus prolongatus est (Ps. CXIX, 5). E sospirano l'ora in cui potranno dire: Laqueus contritus est et nos liberati sumus (Ps. CXXIII, 7). L'anima vorrebbe volare a Dio, ma, mentre vive in questa terra, sta ligata da un laccio che la trattiene quaggiù, ove di continuo è combattuta dalle tentazioni. Questo laccio non si spezza se non colla morte; e perciò le anime amanti sospirano la morte che le libera dal pericolo di perdere Dio.

In oltre Iddio permette che siamo tentati, per renderci più ricchi di meriti, come fu detto a Tobia: Et quia acceptus eras Deo, necesse fuit ut tentatio probaret te (Tob. XII, 13). Dunque un'anima non perché è tentata dee temere che sta in disgrazia di Dio; anzi allora dee più sperare di essere amata da Dio. È inganno del demonio il far credere a certi spiriti pusillanimi che le tentazioni son peccati che imbrattano l'anima. Non sono i mali pensieri che ci fanno perdere Dio, ma i mali consensi. Sieno veementi quanto si voglia le suggestioni del demonio, sieno vivi quanto si voglia quei fantasmi impudici che c'ingombrano la mente, quando noi non li vogliamo,


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niente macchiano l'anima, anzi la rendono più pura, più forte e più cara a Dio. - Dice S. Bernardo che ogni volta che superiamo le tentazioni acquistiamo una nuova corona: Quoties vincimus, toties coronamur.1 Ad un certo monaco cisterciense apparve un angelo che gli diede in mano una corona, con ordine che la portasse ad un altro religioso, e gli dicesse che tal corona se l'avea meritata per quella tentazione che poco dinanzi avea superata.2 Né ci spaventi il vedere che quel cattivo pensiero non si parte dalla mente e seguita a tormentarci; basta che noi l'abborriamo e cerchiamo di discacciarlo.

Dio è fedele, dice l'Apostolo: non soffre che noi siamo tentati oltre le nostre forze: Fidelis autem Deus est qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum (I Cor. X, 13). Chi dunque resiste alla tentazione, non solo non vi perde, ma vi fa gran guadagno, sed faciet cum tentatione proventum. E perciò il Signore spesso permette che l'anime sue dilette siano più tentate dalle tentazioni, acciocché facciano più acquisti di meriti in questa


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terra e di gloria nel cielo. L'acqua morta che non si muove, presto s'imputridisce. E così l'anima, stando in ozio senza tentazioni e senza combattimenti, sta in pericolo di perdersi con qualche vana compiacenza del proprio merito, pensando forse che già sia giunta alla perfezione; e così allora poco teme, e perciò poco si raccomanda a Dio, e poco si affatica per assicurare la sua salute. Ma quando ella è agitata dalle tentazioni e si vede in pericolo di precipitare in peccato, allora ricorre a Dio, ricorre alla divina Madre, rinnova i propositi di morir prima che peccare, si umilia e si abbandona in braccio alla divina misericordia: e così acquista più forza, e più si stringe con Dio, come dimostra l'esperienza.

Non dobbiamo già noi desiderare perciò le tentazioni, anzi dobbiamo pregar sempre Iddio che dalle tentazioni ci liberi, e specialmente da quelle dalle quali vede Dio che saressimo vinti - ciò significa appunto quella preghiera del Pater noster: Et ne nos inducas in tentationem; - ma quando Dio permette che ci assaltino, bisogna che allora, senza inquietarci per quei brutti pensieri e senza avvilirci, confidiamo in Gesù Cristo e gli cerchiamo aiuto; ed egli certamente non mancherà di darci forza a resistere. Dice S. Agostino: Proiice te in eum, noli metuere; non se subtrahet ut cadas (Conf. lib. 8, c. 11).3 Abbandonati in Dio e non temere, poiché se egli ti mette nel combattimento, certamente non ti lascerà solo acciocché cadi.

Veniamo ora a' mezzi che abbiamo da usare per vincere le tentazioni.

I maestri di spirito ne assegnano molti, ma il più necessario e più sicuro - di questo solo qui voglio parlare - è il ricorrere subito a Dio con umiltà e confidenza, dicendo:


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Deus, in adiutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina (Ps. LXIX, 2): Signore aiutami, ed aiutami presto. Questa sola preghiera basterà a farci superare gli assalti di tutti i demoni dell'inferno che venissero a combatterci, perché Iddio è infinitamente più forte di tutti i demoni. Iddio già sa che non abbiamo noi forza di resistere alle tentazioni delle podestà infernali; onde dice il dottissimo cardinal Gotti che quando noi siamo combattuti e siamo nel pericolo di esser vinti, egli è obbligato a darci l'aiuto bastante a resistere, sempreché ce lo domandiamo: Tenetur Deus cum tentamur, nobis ad eum confugientibus, vires praebere qua possimus resistere et actu resistamus (Card. GOTTI, Theol. Schol., t. 2. tr. 6. q. 2. 3. n. 30).4

E come possiamo temere che Gesù Cristo non ci aiuti, dopo che n'abbiamo tante sue promesse fatteci nelle sacre Scritture? Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos (Matth. XI, 28). Venite voi che vi affaticate nel combattere colle tentazioni, ed io vi ristorerò le forze. Et invoca me in die tribulationis, eruam te, et honorificabis me (Ps. XLIX, 15). Quando ti vedi tribolato da' nemici, chiamami, ed io ti caverò dal pericolo, e tu me ne loderai. Tunc invocabis et Dominus exaudiet. Clamabis, et dicet: Ecce adsum (Is. LVIII, 9). Allora chiamerai il Signore in aiuto, ed egli ti esaudirà. Griderai: Presto, Signore, soccorrimi; ed egli ti dirà: Eccomi, son presente per aiutarti. Quis invocavit eum et despexit illum? (Eccli. II, 12). E chi mai, dice il profeta, ha invocato Dio, e Dio l'ha disprezzato senza dargli soccorso? Davide per questo mezzo della preghiera tenea per certo di non esser mai vinto da' nemici, dicendo: Io chiamerò il Signore lodandolo, e sarò salvo da' miei nemici: Laudans invocabo Dominum et ab inimicis meis salvus ero (Ps. XVII, 4). Poich'egli


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già sapea che Dio si fa vicino ad ognuno che lo chiama in aiuto: Prope est Dominus omnibus invocantibus eum (Ps. CXLIV, 18). E S. Paolo aggiunge che il Signore non è già avaro, ma ricco di grazie, per tutti coloro che l'invocano: Dives in omnes qui invocant illum (Rom. X, 12).

Oh volesse Iddio che tutti gli uomini ricorressero a lui quando son tentati ad offenderlo, che niuno certamente l'offenderebbe! Cadono i miseri, perché, allettati da' loro pravi appetiti, per non perdere quei brevi diletti, si contentano di perdere il sommo bene ch'è Dio. Troppo lo dimostra la sperienza, che chi ricorre a Dio nelle tentazioni, non cade, e chi non ricorre, cade: e specialmente nelle tentazioni d'incontinenza. Dicea Salomone ch'egli ben sapea di non poter essere continente se Iddio non ce 'l concedeva; e perciò nelle tentazioni era a lui ricorso colle preghiere: Et ut scivi quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det... adii Dominum et deprecatus sum illum etc. (Sap. VIII, 21). In tali tentazioni d'impurità - e lo stesso corre nelle tentazioni contra la fede - non è regola di mettersi a combattere colla tentazione da petto a petto, ma bisogna procurare al principio di quella discacciarla indirettamente con fare un atto buono di amore a Dio o di dolore de' peccati, o pure con applicarsi a qualche azione indifferente distrattiva. Subito che ci accorgiamo di qualche pensiero che tiene viso maligno, subito bisogna licenziarlo, chiudergli, per così dire, la porta in faccia e negargli l'entrata nella mente, senza stare a discifrare che cosa dica e pretenda. Tali suggestioni malvagie bisogna scuoterle subito, come si scuotono le scintille di fuoco che ci saltano addosso.

Se poi la tentazione impura è già entrata nella mente ed ha spiegato quel che vorrebbe e già muove il senso, allora, dice S. Girolamo: Statim ut libido titillaverit sensum, erumpamus in vocem: Domine, auxiliator meus (Ep. XXII ad Eustoch).5 Subito, dice il santo, che il senso è mosso dal fomite, bisogna ricorrere a Dio e dire: Signore aiutatemi, invocando i santissimi nomi di Gesù e di Maria che hanno una virtù particolare


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di sopprimere tal sorta di tentazioni. - Dice S. Francesco di Sales che i bambini vedendo il lupo corrono subito fra le braccia del padre e della madre, ed ivi si tengono sicuri. Così dobbiamo fare ancor noi: ricorrere subito a Gesù ed a Maria, invocandoli.6 Replico, subito ricorrere, senza dare udienza e discorrere colla tentazione. Si narra nel libro delle Sentenze de' Padri al § 4 che S. Pacomio un giorno intese che un demonio vantavasi di aver fatto spesso cadere un certo monaco, perché colui, quando esso lo tentava, gli dava udienza e non si voltava a Dio. All'incontro intese un altro demonio che si lamentava dicendo: “Ed io col monaco mio niente posso, perché egli subito ricorre a Dio, e sempre vince”.7

Se poi la tentazione persiste a molestarci, guardiamoci allora d'inquietarci e di adirarci con quella, perché da un tal disturbamento potrebbe il demonio prender forza a farci cadere. Allora dobbiamo con umiltà rassegnarci alla volontà di Dio, il quale vuol permettere che allora siamo così tormentati da quel laido pensiero, con dire: “Signore, così merito io, di esser molestato da tali schifezze in castigo delle offese che vi ho fatte; ma voi mi avete da soccorrere e liberare”. E perciò, se la tentazione seguita a molestarci, seguitiamo noi ad


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invocare Gesù e Maria. Giova molto allora, quando la tentazione seguita a tormentarci, rinnovar la promessa a Dio di patire ogni tormento e morir mille volte prima che offenderlo: e nello stesso tempo non si lasci di cercargli aiuto. E quando la tentazione fosse così forte che ci vedessimo in gran pericolo di consentirvi, allora bisogna incalzar le preghiere, ricorrere al SS. Sagramento, buttarsi a' piedi di un Crocifisso o di qualche immagine della B. Vergine, e pregare con maggior calore, gemere, piangere, cercando soccorso. È vero che Dio è pronto ad esaudir chi lo prega, ed egli è quello, non già la nostra diligenza, che ha da darci la forza di resistere; ma talvolta vuole il Signore da noi questi sforzi, ed egli poi supplisce alla nostra debolezza e ci fa ottenere la vittoria.

Giova ancora, in tempo che siamo tentati, il segnarci più volte la fronte ed il petto col segno della santa croce. Giova molto ancora scovrir la tentazione al padre spirituale. Dicea S. Filippo Neri che la tentazione scoperta è mezzo vinta.8 Ma qui è bene avvertire, esser dottrina comunemente approvata da' teologi, anche del rigido sistema, che le persone le quali per molto tempo han fatta vita spirituale e son molto timorate di Dio, sempreché stanno in dubbio e non sono certe di aver dato il consenso a qualche colpa grave, debbono tener per certo di non aver perduta la divina grazia; essendo moralmente impossibile che la volontà confermata per molto tempo ne' buoni propositi, in un subito poi si muti e consenta ad un peccato mortale, senza chiaramente conoscerlo. La ragione si è perché il peccato mortale è un mostro così orribile, che non può entrare in un'anima, la quale per lungo tempo l'ha abborrito, senza farsi chiaramente conoscere. - Ciò l'abbiamo appieno provato nella nostra opera morale (al lib. VI, n. 476, vers. Item). - Dicea S. Teresa: “Niuno si perde senza conoscerlo; e niuno resta ingannato senza voler esser ingannato”.9


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Quindi è che per alcune anime di coscienza delicata e ben assodate nella virtù, ma timide e molestate dalle tentazioni - specialmente se sono contra la fede o la castità - sarà spediente talvolta che il direttore vieti loro di svelarle e di parlarne, poiché nel doverle scovrire dovranno riflettere come quei pensieri sieno entrati, e se poi vi è stata dilettazione in discorrervi, se compiacenza o consenso; e così, col maggiormente riflettervi, più s'imprimono quelle fantasie maligne, e più s'inquietano. Quando il confessore sta moralmente certo che a tali suggestioni la persona non vi consente, meglio è che dia loro l'ubbidienza di non parlarne. E trovo che così appunto faceva la madre S. Giovanna di Chantal. Ella narra di sé ch'essendo stata più anni agitata in orrende tempeste di tentazioni e non avendo mai avuta cognizione di consenso a quelle, non mai se n'era confessata, ma avea seguito a dirigersi colla regola datale dal suo direttore. Dice così: “Non ho avuta mai chiara cognizione di consenso”:10 dunque, dicendo così, ad intendere esserle rimasta qualche agitazione di scrupolo per quelle tentazioni, ma ciò non ostante si quietava coll'ubbidienza


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datale dal direttore di non confessarsi di tali dubbi. Del resto, comunemente parlando, molto giova per sedar le tentazioni lo scovrirle al confessore, come abbiamo detto di sopra.

Ma torno a dire, fra tutti i rimedi contra le tentazioni il più efficace e più necessario, il rimedio de' rimedi, è il pregare Dio per aiuto, e 'l seguitare a pregare, finché la tentazione persiste. Spesso il Signore avrà destinata la vittoria non alla prima preghiera, ma alla seconda, alla terza, alla quarta. In somma bisogna persuaderci che dal pregare dipende tutto il nostro bene, dal pregare dipende la mutazione della vita, dal pregare dipende il vincere le tentazioni, dal pregare dipende l'ottenere l'amor divino, la perfezione, la perseveranza e la salute eterna.

Ad alcuno che avrà lette le mie opere spirituali io mi sarò forse renduto tedioso in raccomandar troppo spesso l'importanza e la necessità di ricorrere a Dio continuamente colla preghiera. Ma a me pare di averne detto non troppo, ma molto poco. Io so che tutti, giorno e notte, siamo combattuti dalle tentazioni dell'inferno, e che il demonio non lascia occasione per farci cadere. So che noi senza l'aiuto divino non abbiamo forza di resistere agli assalti de' demoni, e che perciò l'Apostolo ci esorta a vestirci delle armature di Dio: Induite vos armaturam Dei, ut possitis stare adversus insidias diaboli; quoniam non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum (Eph. VI, 11, et 12). E quali sono queste armi di cui c'insegna S. Paolo ad armarci per resistere a' demoni? Eccole: Per omnem orationem et obsecrationem, orantes omni tempore in spiritu, et in ipso vigilantes in omni instantia (Ibid. 18). Queste armi sono le preghiere continue e fervide a Dio affinché ci soccorra e non restiamo vinti. So di più che tutte le Scritture, così del Vecchio come del Nuovo Testamento, non fanno altro che ammonirci a pregare: Invoca me... eruam te (Ps. XLIX, 15). Clama ad me, et exaudiam te (Ier. XXXIII, 3). Oportet semper orare et non deficere (Luc. XVIII, 1). Petite et dabitur vobis (Matth. VII, 7). Vigilate et orate (Matth. XXVI, 41). Sine intermissione orate (I Thes. V, 17). Onde non mi pare di averne parlato troppo della preghiera, ma molto poco.


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Io desidererei che tutti i predicatori niuna cosa raccomandassero tanto a' loro ascoltanti, che la preghiera: che i confessori niuna cosa esortassero tanto con maggior calore a' loro penitenti, che la preghiera: gli scrittori spirituali di niuna cosa parlassero più abbondantemente, che della preghiera. Ma di questo mi lamento, e penso che sia castigo de' nostri peccati, che tanti predicatori, confessori e scrittori, della preghiera poco ne parlano. Non ha dubbio che giovano molto alla vita spirituale le prediche, le meditazioni, le comunioni, le mortificazioni; ma se quando vengono le tentazioni noi non ci raccomandiamo a Dio, noi caderemo con tutte le prediche, con tutte le meditazioni, con tutte le comunioni, con tutte le penitenze, e tutti i buoni propositi fatti. Dunque se vogliamo salvarci, preghiamo sempre e raccomandiamoci al nostro Redentore Gesù Cristo, e specialmente in atto che siamo tentati; e non solo cerchiamogli la santa perseveranza, ma insieme la grazia di sempre pregarlo. E raccomandiamoci sempre ancora alla divina Madre ch'è la dispensiera delle grazie, come dice S. Bernardo: Quaeramus gratiam et per Mariam quaeramus.11 Mentre lo stesso santo ci fa sapere esser volere di Dio che noi non riceviamo alcuna grazia che non passi per le mani di Maria: Nihil Deus habere nos voluit quod per manus Mariae non transiret.12

Affetti e Preghiere

O Gesù mio Redentore, spero al vostro sangue che mi abbiate perdonate le offese che vi ho fatte; e spero di venire a ringraziarvene per sempre in paradiso: Misericordias Domini in aeternum cantabo (Ps. LXXXVIII, 2). Vedo che per lo passato io miseramente son caduto e ricaduto, perché sono stato trascurato in domandarvi la santa perseveranza. Questa perseveranza ora vi cerco: Ne permittas me separari a te. E propongo di cercarvela sempre, e specialmente quando mi


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vedrò tentato ad offendervi. Così propongo e prometto; ma a che mi servirà questo mio proposito e promessa, se voi non mi darete la grazia di ricorrere a' piedi vostri? Deh per li meriti della vostra Passione concedetemi questa grazia, di sempre raccomandarmi a voi in tutti i miei bisogni.

Regina e madre mia Maria, vi prego, per quanto amate Gesù Cristo; ad ottenermi questa grazia, di ricorrere sempre al vostro Figlio ed a voi in tutta la mia vita.




1 «Magnum quoque discrimen, adversus diabolicae fraudis astutias, adversus diabolicae fraudis astutias, tam crebros, imo continuos habere confictus; quem nec videre quidem possumus, et quem nimis astutum fecerit tam natura subtilis quam longa exercitatio malitiae eius. Verumtamen in nobis est, si vinci nolumus, et nemo nostrum in hoc certamine deiicitur invitus. Sub te est, homo, appetitus tuus et tu dominaberis illi (Gen. IV, 7). Potest inimicus excitare tentationis motum; sed in te est, si volueris, dare seu negare consensum. In tua facultate est, si volueris, inimicum tuum facere servum tuum, ut omnia tibi cooperentur in bonum. Ecce enim infiammat inimicus desiderium cibi, vanitatis aut impatientiae cogitationes ingerit, aut excitat libidinis motum: tu solummodo ne consenseris; et quoties restiteris, toties coronaberis.» S. BERNARDUS, In Quadragesima, sermo 5, n. 3, ML 183-179.



2 «Erat quidam monachus Cisterciensis qui, quadam nocte, graviter tentatus carnaliter fere ad consensum peccati, restitit viriliter et vicit salubriter. In eadem hebdomada venit quidam conversus de grangia ad priorem domus, dicens ei secrete: «Domine, in hac hebdomada, visum est mihi in somnis quod fortis columna staret coram me: ferrum quoddam fuit infixum in quo pendebat pulcherrima corona quasi corona Imperatoris. Et adfuit quidam pulcherrimus dominus, qui ambabus manibus tulit coronam de columna deditque illam in manibus meis, dicens: Accipe coronam istam, et defer eam illi monacho -designans eum ex nomine- quia hac nocte meruit illam.» Quaesitum est autem, et sic inventum quod illa nocte sic tentatus fuerat, et resistendo vicerat, et ob hoc coronam meruerat, coronam scilicet non illam in visione ostensam, sed in regno caelorum percipiendam.» Henricus GRAN, Germanus, (circa annum Domini 1480), Magnum Speculum exemplorum, dist. 9, exemplum 201.



3 Parla della suprema lotta tra spirito e carne, prima di convertirsi: « Aperiebatur...ab ea parte qua intenderam faciem, et quo transire trepidabam, casta dignitas continentiae...honeste blandiens ut venirem neque dubitarem...Ibi tot pueri et puellae; ibi iuventus multa et omnis aetas, et graves viduae, et virgines anus: et in omnibus ipsa continentia nequaquam sterilis, sed fecunda mater filiorum gaudiorum de marito te, Domine. Et irridebat me irrisione hortatoria, quasi diceret: Tu non poteris quod isti, quod istae? An vero isti et istae in semetipsis possunt, ac non in Domino Deo suo? Dominus Deus eorum me dedit eis. Quid in te stas, et non stas? Proiice te in eum; nolo metuere, non se subirahet ut cadas: proiice te securus, excipiet et sanabit te.» S. AUGUSTINUS, Confessiones, lib. 8, cap. 11, n. 27. ML 32-761.



4 «Respondeo, hinc (nempe ex verbis Apostoli, Fidelis autem Deus est... I Cor. X, 13) non probari, cum tentamur, teneri Deum, ut fidelis sit, in altera lancis parte ponere vires quae actu aequales sint violentiae tentationis. Hoc enim ubi Deus promisit? sed solum, cum tentamur, nobis ad Deum confugientibus, per gratiam a Deo paratam et oblatam vires adfuturas, qua et possimus resistere et actu resistamus: omnia enim possumus in eo qui nos confortat per gratiam, si humiliter petamus.» Vinc. Lud. GOTTI, O. P., S. R. E. Card., Theologia scholastico-dogmatica, tom. 9, Bononiae, 1730, Tractatus de divina gratia, qu. 2, dub. 5, § 3, n. 30.



5 «Statim ut libido titillaverit sensum, aut blandum voluptatis incendium dulci nos calore perfuderit, erumpamus in vocem: Dominus auxiliator meus, non timebo quid faciat mihi caro (Ps. CXVII, 9).» S. HIERONYMUS, Epistola 22, ad Eustochium, n. 6. ML 22-398.



6 «Sitôt que vous sentez en vous quelques tentations, faites comme les petits enfants quand ils voient le loup ou l' ours en la campagne; car tout aussitôt ils courent entre les bras de leur père et de leur mère, ou pour le moins les appellent à leur aide et secours. Recourez de même à Dieu, rèclamant sa miséricorde et son secours.» Introduction à la vie dévote, 4éme partie, ch. 7.



7 «Referebant autem nobis fratres de... beatissimo Patre Pachomio... quoniam frequenter dicebat fratribus: «Quia - sicut mihi testis est Dominus Deus- saepe audivi immundos spiritus daemonum loquentes inter se diversas ac varias artes suas, quas contra servientes Deo maximeque contra monachos habent. Quidam enim dicebant: quia ego certamen contra durissimum hominem habeo, et quoties ei immitto perversas cogitationes, ille statim surgit, et prosternit se in oratione, cum gemitu orans adesse sibi divinum auxilium. Ego autem, minime illo exsurgente, cum grandi confusione egredior. Item alius daemon dicebat: Ego ad illum quem observo, cum ei cogitationes immisero in corde, consentit et suscipit, et facit eas. Saepe enim exardescere eum in iracundia facia, et in contentiones rixae, et pigritiam orationis, et dormitionem in psalmodia, et non contradicit mihi. Ideoque, fratres mei dilectissimi, semper oportet ut custodiatis sensum et animum vestrum, invocantes nomen Domini nostri Iesu Christi, et secundum praecepta Dei conversamini tam in orationibus quam in psalmodia, sicut dicit Apostolus: Instantes orationi, et vigilantes in ea. Ideoque cum compunctione et timore cordis vigilantibus non praevalebunt nocere nobis adversarii et immundissimi daemones.» De vitis Patrum, liber III, sive Verba Seniorum, auctore probabili RUFFINO, n. 35. ML 73-761, 762.



8 «Dicea che lo scoprire quanto prima tutti li suoi pensieri con ogni libertà al confessore, e non tenere in se stesso alcuna cosa occulta, era ottimo rimedio per conservare la castità, e che la piaga era guarita, subito che fosse stata scoperta al medico.» BACCI, Vita, lib. 2, cap. 13. n. 16.



9  «Sobre el temor de pensar si no estàn (si tratta di altre persone, non già della stessa santa) en gracia: «Hija, muy diferente es la luz de las tinieblas. Yo soy fiel; nadie se perderà sin entenderlo. Enganarse ha quien se asigure por regalos espirituales. La verdadera siguridad es el testimonio de la buena conciencia; mas nadie piense que por si puede estar en luz, ansi como no podria hacer que no viniese la noche, porque depende de mi la gracia... El mejor remedio que puede haber para detener la luz, es entender que no pueda nada y que le viene de mi; porque aunque esté en ella, en un punto que yo me aparte, vernà la noche.» S. TERESA, Mercedes de Dios, XXVIII (en la Encarnaciòn, ano de 1572). Obras, II, pag. 58. - «Yendo con limpia conciencia y con odediencia, nunca el Senor primite que el demonio tenga tanta mano que nos engane de manera, que pueda danar el alma; antes viene él a quedar enganado... Bien creo que el demonio se debe entremeter para burlarnos; mas de muy muchas (personas) que como digo he visto (delle quali alcune ingannarono se stesse), por la bondad del Senor no he entendido que las haga dejado de su mano. Por ventura quiere ejercitarias en estas quiebras, para que salgan expirimentadas.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 4. Obras, V, pag. 32. - «Andando con humildad, procurando saber la verdad, sujetas a el confesor, y tratando con él con verdad y llanzza, que, como està dicho, con lo que el demonio os pensare dar la muerte, os da la vida, aunque às cocos y illusiones os quiera hacer.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 40. Obras, III, 193. -



10 «Nous pouvons dire de sa fidélité (de cette bienheureuse Mére), sans pourtant vouloir faire des comparaisons, ce qui est dit de ce saint patient Iob, qu'  il n' offensa et ne pécha point en ses souffrances; ce qui est si vrai de notre bienheureuse Mère, que, elle qui avait la conscience si pure, n' a jamais su remarquer en toutes ses tentations le moindre consentement qu' elle eût osé, en vérité, porter en la sainte confession, qui est le vrai lieu de simplicité et de verité.» Mère DE CHAUGY, Mémoires,  3éme partie, chap. 27: De ses tentations. Vie et Œuvres de Sainte Chantal, tom. 1, Paris, 1874.



11 S. BERNARDUS, In Nativitate B. V. M., sermo de aquaeductu, n. 8. ML 183-442.



12 «Nihil nos Deus habere voluit, quod per Mariae manus non transiret.» S. BERNARDUS, In Vigilia Nativitatis Domini sermo 3, n. 10. ML 183-100.






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