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S. Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla Passione di Gesù Cristo

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CAPO I - Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo in generale

Quanto Gesù Cristo gradisca che noi ci ricordiamo spesso della sua Passione e della morte obbrobriosa che per noi sofferse, ben si scorge dall'aver egli istituito il SS. Sacramento dell'altare a questo fine, acciocché in noi viva sempre la memoria dell'amore che ci ha portato in sagrificarsi sulla croce per la nostra salute. Sappiamo già che nella notte precedente alla sua morte egli istituì questo Sagramento d'amore, e dopo aver dispensato il suo corpo ai discepoli, disse loro, e per essi a tutti noi, che nel prender la santa comunione ci fossimo ricordati di quanto ha patito per noi: Quotiescumque enim manducabitis panem hunc et calicem bibetis, mortem Domini annuntiabitis (I Cor. XI, 26). Onde la santa Chiesa nella messa, dopo la consagrazione, ordina al celebrante che dica


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in nome di Gesù Cristo: Haec quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis. E S. Tommaso l'Angelico scrive: Ut autem tanti beneficii iugis in nobis maneret memoria, corpus suum in cibum sumendum dereliquit (op. 57).1 Siegue poi a dire il santo che per tal Sagramento si conserva la memoria dell'amore immenso che Gesù Cristo ci ha dimostrato nella sua Passione: Per quod recolitur memoria illius quam in sua Passione Christus monstravit excellentissimae caritatis (Ibid.).2

2. Se alcuno patisse per un amico ingiurie e ferite, e poi intendesse che l'amico udendo discorrere di tal fatto non ci volesse neppure pensare, e sentendone discorrere dicesse: Parliamo d'altra cosa; qual pena avrebbe in vedere la sconoscenza di quell'ingrato? All'incontro quanto si consolerebbe in sentire che l'amico confessa di conservargli un'eterna obbligazione e che sempre se ne ricorda e ne parla con tenerezza e lagrime? Quindi è che tutti i santi, sapendo il gusto che a Gesù Cristo chi si ricorda spesso della di lui Passione, si sono quasi sempre occupati a meditare i dolori e' disprezzi che patì l'amante Redentore in tutta la sua vita e specialmente nella sua morte. Scrisse S. Agostino non esservi applicazione più salutevole alle anime che il meditare ogni giorno la Passione del Signore: nihil tam salutiferum quam quotidie cogitare quanta pro nobis pertulit Deus Homo.3 Fu rivelato da Dio ad un santo anacoreta, che non vi è esercizio più atto ad infiammare i cuori del divino amore, quanto il pensare alla morte di Gesù Cristo.4 Ed a S. Gertrude, come scrive Blosio, fu rivelato che chi guarda con divozione il Crocifisso, quante volte lo guarda, tante è guardato da Gesù con amore.5 Aggiunge


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Blosio che il considerare o leggere qualunque cosa della Passione apporta più bene che ogni altro esercizio divoto.6 Quindi scrisse S. Bonaventura: O Passio amabilis, quae


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suum meditatorem reddit divinum (Stim. div. am. p. 1. c. 1)!7 E parlando delle piaghe del Crocifisso, le chiamò piaghe che impiagano i cuori più duri ed infiammano le anime più fredde di divino amore: Vulnera dura corda vulnerantia, et mentes congelatas inflammantia.8

3. Narrasi nella vita del B. Bernardo da Corlione cappuccino, che volendo i suoi religiosi istruirlo a leggere, esso andò a consigliarsi col Crocifisso, e 'l Signore gli rispose: «Che leggere! che libri! il libro tuo voglio essere io crocifisso, in cui leggerai l'amore che ti ho portato9 Gesù crocifisso era anche il libro diletto di S. Filippo Benizio, onde in morte domandò il santo che gli dessero il suo libro: gli assistenti non sapeano qual libro desiderasse; ma frà Ubaldo suo confidente gli porse l'immagine del Crocifisso, ed allora il santo disse: «Questo è il libro mio,» e baciando le sagre piaghe spiro l'anima sua benedetta.10


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Io nelle mie Operette spirituali ho scritto più volte della Passione di Gesù Cristo; con tutto ciò penso non esser inutile alle anime divote l'aggiunger qui molte altre cose e riflessioni che appresso ho lette in diversi libri o sono state da me pensate; e le ho volute qui scrivere per utile degli altri, ma più per lo profitto mio proprio; poiché ritrovandomi nel tempo che scrivo questo libretto vicino alla morte, in età già di 77 anni, ho voluto stendere queste considerazioni per apparecchiarmi al giorno de' conti. Ed in effetto sulle medesime io fo le mie povere meditazioni leggendone molto spesso qualche parte, affin di ritrovarmi per quando sarà giunta l'ora estrema di mia vita applicato a tenere avanti gli occhi Gesù crocifisso, ch'è tutta la mia speranza; e così spero d'avere allora la sorte di spirare l'anima nelle sue mani.

Entriamo ora nelle riflessioni proposte.

4. Pecca Adamo, si ribella da Dio, ed essendo egli il primo uomo progenitore di tutti gli uomini, resta esso perduto con tutto il genere umano. L'ingiuria fu fatta a Dio, onde non poteva né Adamo né gli altri uomini con tutti i sacrifici, anche delle loro vite che avessero offerte, dare una degna soddisfazione alla divina Maestà offesa; per renderla appieno placata, bisognava che una persona divina soddisfacesse la divina giustizia. Ed ecco il Figlio di Dio, che mosso a compassione degli uomini, spinto dalle viscere della sua misericordia, si offerisce a prender carne umana ed a morire per gli uomini, per dare così a Dio una compita soddisfazione per tutti i loro peccati ed ottenere ad essi la divina grazia perduta.

5. Venne già l'amoroso Redentore in questa terra, e volle, col farsi uomo, dar rimedio a tutt'i danni che il peccato avea recati agli uomini. Pertanto volle non solo co' suoi ammaestramenti, ma anche cogli esempi della sua santa vita, indurre gli uomini ad osservare i divini precetti e così acquistarsi essi la vita eterna. A questo fine rinunziò Gesù Cristo a tutti gli onori, le delizie e le ricchezze che potea godere in questa terra e che gli spettavano come Signore del mondo, e si elesse una vita umile, povera e tribulata, sino a morir di dolore su d'una croce. Fu inganno de' Giudei il pensare che il Messia dovea venire in terra a trionfare di tutti i nemici colla forza delle armi, e, dopo averli debellati ed acquistato il dominio di tutta la terra, dovesse rendere opulenti e


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gloriosi i suoi seguaci. Ma se il Messia fosse stato qual essi Giudei se 'l figuravano, principe trionfante ed onorato da tutti gli uomini qual sovrano di tutta la terra, egli non sarebbe stato quel Redentore da Dio promesso e predetto da' profeti. Ciò ben lo dichiarò esso medesimo, quando rispose a Pilato: Regnum meum non est de hoc mundo (Io. XVIII, 36). Onde scrisse poi S. Fulgenzio, riprendendo Erode perché tanto temesse di esser privato del regno dal Salvatore, ch'era venuto non a vincere i re colla guerra, ma a guadagnarli colla sua morte: Quid est quod sic turbaris, Herodes? Rex iste qui natus est non venit reges pugnando superare sed moriendo mirabiliter subiugare (S. Fulgent. serm. 5 de Epiph.).11

6. Due furono gl'inganni de' Giudei circa il Redentore che aspettavano: il primo fu che quanto predissero i profeti de' beni spirituali ed eterni, de' quali dovea il Messia arricchire il suo popolo, essi vollero intenderlo de' beni terreni e temporali: Et erit fides in temporibus tuis, divitiae salutis, sapientia et scientia, timor Domini, ipse est thesaurus eius (Is. XXXIII, 6). Ecco i beni promessi dal Redentore, la fede, la scienza delle virtù, il santo timore: queste furon le ricchezze della salute promesse. Inoltre egli promise che avrebbe recata la medicina a' penitenti, il perdono a' peccatori e la libertà a' cattivi del demonio: Ad annuntiandum mansuetis misit me, ut mederer contritis corde et praedicarem captivis indulgentiam et clausis apertionem (Is. LXI, 1).

7. L'altro inganno de' Giudei fu che quello ch'era stato predetto da' profeti della seconda venuta del Salvatore, quando egli verrà a giudicare il mondo nella fine de' secoli, vollero intenderlo della prima venuta. Scrisse bensì Davide del futuro Messia, ch'egli dovea vincere i principi della terra ed abbattere la superbia di molti e, colla forza della spada, distrugger tutta la terra: Dominus a dextris tuis: confregit in die irae suae reges. Iudicabit in nationibus... conquassabit capita in


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terra multorum (Ps. CIX, 5 et 6). E 'l profeta (Gioele II, 11) [leggi Geremia XII, 12] scrisse: filadius Domini devorabit ab extremo terrae usque ad extremum eius. Ma ciò s'intende già della seconda venuta, quando verrà da giudice a condannare i malvagi; ma parlando della prima venuta, nella quale dovea venire a consumare l'opera della Redenzione, troppo chiaramente predissero i profeti che il Redentore dovea fare in questa terra una vita povera e disprezzata. Ecco quel che scrisse il profeta Zaccaria parlando della vita abbietta di Gesù Cristo: Ecce rex tuus venit tibi iustus et salvator: ipse pauper et ascendens super asinam et super pullum filium asinae (Zach. IX, 9).

8. Il che si avverò particolarmente quando entrò egli in Gerusalemme sedendo su d'un asinello e fu ricevuto onorevolmente come il desiderato Messia, secondo scrive S. Giovanni (XII, 14,15): Et invenit Iesus asellum et sedit super eum, sicut scriptum est: Noli timere, filia Sion, ecce rex tuus venit sedens super pullum asinae. Sappiamo già poi ch'egli fu povero fin dalla sua nascita, nascendo in Betlemme luogo ignobile, e dentro una spelonca: Et tu, Bethlehem Ephrata, parvulus es in millibus Iuda; ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israel; et egressus eius ab initio, a diebus aeternitatis (Mich. V, 2). E questa profezia sta notata da S. Matteo (II, 6) e da S. Giovanni (VII, 42). Di più il profeta Osea scrisse: Ex Aegypto vocavi filium meum (XI, 1). Il che si avverò quando Gesù Cristo fu portato bambino in Egitto, ove dimorò da sette anni in circa da forestiero, in mezzo a gente barbara, lontano da parenti e da amici, onde necessariamente dovette vivere molto poveramente. E così poi seguì a fare una vita povera ritornato che fu nella Giudea. Egli stesso già predisse per bocca di Davide che in tutta la sua vita doveva esser povero ed afflitto dalle fatiche: Pauper sum ego et in laboribus a iuventute mea (Ps. LXXXVII, 16).

9. Iddio non potea veder pienamente soddisfatta la sua giustizia con tutti i sacrifici che gli avessero offerti gli uomini, anche delle loro vite; onde dispose che il suo medesimo Figlio prendesse corpo umano, e fosse la vittima degna a placarlo cogli uomini, ed ottenere ad essi la salute: Hostiam et oblationem noluisti; corpus autem aptasti mihi (Hebr. X, 5). E l'unigenito Figlio volentieri si offrì a sagrificarsi per noi, e discese in terra affin di compire il sagrificio colla


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sua morte e così perfezionare l'umana Redenzione: Tunc dixi: Ecce venio: in capite libri scriptum est de me, ut faciam, Deus, voluntatem tuam (Ibid., 7).

10. Disse il Signore parlando a' peccatori: Super quo percutiam vos ultra? (Is. I, 5). Ciò diceva Iddio per farci intendere che, per quanto punisca i suoi oltraggiatori, i loro supplici non giungono mai a riparare il suo onore offeso; e perciò mandò il suo medesimo Figlio a soddisfare per li peccati degli uomini, poiché il solo Figlio potea dar degno compenso alla divina giustizia. Quindi dichiarò per Isaia, parlando di Gesù fatto vittima per espiare le nostre colpe: Propter scelus populi mei percussi eum (Is. LIII, 8).E non si contentò di picciola soddisfazione, ma volle vederlo consumato da' tormenti: Et Dominus voluit conterere eum in infirmitate (Ibid., 10).

O Gesù mio, o vittima d'amore consumata da' dolori sulla croce per pagare i miei peccati, vorrei morir di dolore pensando di avervi tante volte disprezzato, dopo che voi m'avete tanto amato. Deh non permettete ch'io viva più ingrato a tanta bontà. Tiratemi tutto a voi, fatelo per li meriti di quel sangue che avete sparso per me.

11. Quando il Verbo divino si offerì a redimere gli uomini, gli si fecero avanti due vie di redimerli, una di gaudio e di gloria, l'altra di pene e di vituperi. Ma egli che colla sua venuta non solo volea liberare l'uomo dalla morte eterna, ma anche tirarsi l'amore di tutti i cuori umani, rifiutò la via del gaudio e della gloria, e si elesse quella delle pene e de' vituperi: Proposito sibi gaudio, sustinuit crucem (Hebr. XII, 2). Affine pertanto di soddisfare per noi la divina giustizia ed insieme per infiammarci del suo santo amore, volle, qual facchino, caricarsi di tutte le nostre colpe; e, morendo su d'una croce, ottenerci la grazia e la vita beata. Ciò appunto volle esprimere Isaia quando disse: Languores nostros ipse tulit et dolores nostros ipse portavit (Is. LIII, 4).

12. Di ciò vi furono due espresse figure nell'antico Testamento: la prima fu la cerimonia che si usava ogni anno del capro emissario, sul quale il sommo pontefice intendeva d'imporre tutti i peccati del popolo; e così poi tutti, caricandolo di maledizioni, lo cacciavano in una foresta ad esser ivi l'oggetto


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dell'ira divina (Lev. XVI, 5 et seq.).12 Quel capro figurava il nostro Redentore che volle da sé caricarsi di tutte le maledizioni da noi meritate per le nostre colpe- factus pro nobis maledictum, cioè la stessa maledizione (Gal. III, 13), -affin di ottenere a noi la benedizione divina. Quindi scrisse in altro luogo l'Apostolo: Eum qui non noverat peccatum pro nobis peccatum fecit, ut nos efficeremur iustitia Dei in ipso (II Cor. V, 21). Cioè, come spiegano S. Ambrosio13 e S. Anselmo,14 quegli ch'era la stessa innocenza peccatum fecit, cioè, si presentò a Dio come fosse lo stesso peccato; insomma si vesti da peccatore e volle addossarsi le pene dovute a noi peccatori, per ottenerci il perdono e renderci giusti appresso Dio. - La seconda figura del sagrificio, che Gesù Cristo offerì per noi all'Eterno Padre sulla croce, fu quella del serpente di bronzo affisso ad un legno, a cui guardando gli Ebrei morsicati da' serpi infocati restavano guariti (Num. XXI, 8). Onde poi scrisse S. Giovanni: Sicut Moyses exaltavit serpentem in deserto, ita exaltari oportet Filium hominis, ut omnis qui credit in ipsum non pereat, sed habeat vitam aeternam (Io. III, 14, 15).

13. Bisogna qui riflettere che nella Sapienza al cap. 2, sta ivi chiaramente predetta la morte obbrobriosa di Gesù Cristo.15 Quantunque le parole di questo capo possan riguardare


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la morte di ogni uomo giusto, nondimeno dicono Tertulliano, S. Cipriano, S. Girolamo e molti altri santi Padri16 che principalmente quadrano alla morte di Cristo. Ivi al vers. 18 si dice: Si enim est verus filius Dei, suscipiet illum et liberabit eum. Queste parole corrispondono in tutto a quel che diceano i Giudei mentre Gesù stava in croce: Confidit in Deo, liberet nunc si vult eum; dixit enim: Quia filius Dei sum (Matth. XXVII, 43). Siegue a dire il Savio: Contumelia et tormento -cioè della croce - interrogemus eum... et probemus patientiam illius; morte turpissima condemnemus eum (Sap. II, 19 et 20). Scelsero i Giudei per Gesù Cristo la morte di croce, ch'è la più vituperosa, a fine che il suo nome restasse infamato per sempre e non più fosse commemorato, secondo l'altro testo di Geremia: Mittamus lignum in panem eius et eradamus eum de terra viventium et nomen eius non memoretur amplius (Ier. XI, 19). Or come posson dire i Giudei oggidì esser falso che Gesù Cristo sia stato il Messia promesso, essendo stato tolto di vita con una morte turpissima, quando gli stessi profeti han predetto ch'egli dovea morire con una turpissima morte?

14. Ma Gesù accettò una tal morte, perché moriva per


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pagare i nostri peccati, e perciò volle, qual peccatore, esser circonciso, esser riscattato con prezzo quando fu presentato nel tempio, ricevere il battesimo di penitenza dal Battista; finalmente nella sua Passione voll'essere inchiodato nella croce per pagare le nostre malvage licenze: volle colla nudità pagare le nostre avarizie, cogli obbrobri le nostre superbie, colla soggezione a' carnefici le nostre ambizioni di dominare, colle spine i nostri mali pensieri, col fiele le nostre intemperanze e coi dolori del corpo i nostri sensuali piaceri. Quindi dovressimo continuamente con lagrime di tenerezza ringraziar l'Eterno Padre di aver dato il suo Figlio innocente alla morte per liberare noi dalla morte eterna: Qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum; quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom. VIII, 32). Così S. Paolo; e Gesù medesimo disse presso S. Giovanni: Sic... Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret (Io. III, 16). Onde esclama poi la santa Chiesa nel sabato santo (In lect. Exultet): O mira circa nos tuae pietatis dignatio! O inaestimabilis dilectio caritatis, ut servum redimeres Filium tradidisti! O misericordia infinita! O amore infinito del nostro Dio! O santa fede! Chi ciò crede e confessa, come può vivere senza ardere di santo amore verso questo Dio così amante e così amabile?

O Dio eterno, non guardate me così lordo di peccati, guardate il vostro Figlio innocente appeso ad una croce, che vi offerisce tanti dolori e tanti ludibri che soffre, acciocché abbiate di me pietà. O Dio amabilissimo e mio vero amatore, per amore dunque di questo Figlio a voi così diletto, abbiate pietà di me. La pietà che voglio è che mi doniate il vostro santo amore. Deh tiratemi tutto a voi da mezzo al fango delle mie sozzure. Bruciate, o fuoco consumatore, tutto ciò che vedete d'impuro nell'anima mia e le impedisce di esser tutta vostra.

15. Ringraziamo il Padre e ringraziamo egualmente il Figlio che volle assumere la nostra carne ed insieme i nostri peccati per renderne egli, colla sua Passione e morte, a Dio la degna soddisfazione. Pertanto dice l'Apostolo che Gesù Cristo si è fatto nostro fideiussore, cioè si è obbligato a pagare i nostri debiti: Melioris testamenti sponsor factus est Iesus (Hebr. VII, 22). Egli, come mediatore fra Dio e gli uomini, ha stabilito il patto con Dio, col quale si è obbligato a soddisfare per noi la divina giustizia; ed all'incontro ha promesso a noi, per parte di Dio, la vita eterna. Quindi anticipatamente ci avvertì l'Ecclesiastico a non dimenticarci della grazia di questo divin mallevadore, che per ottenerci la salute ha voluto sacrificar


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la sua vita: Gratiam fideiussoris ne obliviscaris: dedit enim pro te animam suam (Eccli. XXIX, 20). E per meglio assicurarci del perdono, dice S. Paolo che Gesù Cristo cancellò col suo sangue il decreto della nostra condanna, dov'era scritta la sentenza contro di noi della morte eterna, e l'affisse alla croce, sulla quale morendo egli avea soddisfatta per noi la divina giustizia: Delens quod adversus nos erat chirographum decreti, quod erat contrarium nobis... affigens illud cruci (Coloss. II, 14).

Deh Gesù mio, per quell'amore che vi dare il sangue e la vita sul Calvario per me, fatemi morire a tutti gli affetti di questo mondo; fatemi scordare di tutto, acciocch'io non pensi ad altro che ad amarvi e darvi gusto. O mio Dio degno d'infinito amore, voi senza riserba mi avete amato, senza riserba voglio amarvi ancor io. V'amo, mio sommo bene, v'amo, mio amore, mio tutto.

16. In somma quanto noi possiamo avere di bene, di salute, di speranza, tutto l'abbiamo in Gesù Cristo e ne' suoi meriti, come disse S. Pietro: Et non est in alio aliquo salus; nec enim aliud nomen est sub caelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri (Act. IV, 12). Sicché per noi non vi è speranza di salute che sovra i meriti di Gesù Cristo; dal che S. Tommaso con tutti i teologi concludono, che dopo la promulgazione del Vangelo noi dobbiam credere esplicitamente per necessità non solo di precetto ma anche di mezzo, che solamente per mezzo del nostro Redentore possiamo salvarci.17

17. Tutto il fondamento pertanto della nostra salute sta nella Redenzione umana dal Verbo divino operata sulla terra. Bisogna poi riflettere che quantunque le azioni di Gesù Cristo esercitate nel mondo, essendo azioni di una persona divina furono di un merito infinito, in modo che la minima di quelle bastava a soddisfare la divina giustizia per tutti i peccati degli uomini, nondimeno la morte di Gesù Cristo è stato il gran sagrificio col quale si è compiuta la nostra Redenzione; che perciò nelle sagre Scritture alla morte da lui sofferta in


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croce viene principalmente attribuita l'umana Redenzione: Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philip. II, 8). Quindi scrisse l'Apostolo che noi nel prender la Santa Eucaristia dobbiam ricordarci della morte del Signore: Quotiescumque enim manducabitis panem hunc et calicem bibetis, mortem Domini annuntiabitis donec veniat (I Cor. XI, 26). Perché dice della morte e non dell'Incarnazione, della nascita, della risurrezione? Dice della morte, perché questa fu la pena di maggior dolore e maggiore obbrobrio di Gesù Cristo che compì la Redenzione.

18. Onde dicea poi S. Paolo: Non enim iudicavi me scire aliquid inter vos nisi Iesum Christum et hunc crucifixum (I Cor. II, 2). Ben sapeva l'Apostolo che Gesù Cristo era nato in una grotta, che avea per trent'anni abitato in una bottega, ch'era risorto e ch'era asceso al cielo; e perché scrive di non voler sapere altro che Gesù crocifisso? Perché la morte patita da Gesù Cristo in croce era quella che più lo moveva ad amarlo e l'induceva ad esercitar l'ubbidienza a Dio, la carità verso il prossimo e la pazienza nelle avversità, virtù specialmente praticate ed insegnate da Gesù Cristo nella cattedra della croce. Scrisse S. Tommaso l'Angelico (In c. 12. ad Hebr.): In quacumque tentatione invenitur in cruce praesidium: ibi est obedientia ad Deum, ibi caritas ad proximum, ibi patientia in adversis; unde Augustinus: Crux non solum fuit patibulum patientis sed etiam cathedra docentis.18

19. Anime divote, procuriamo intanto d'imitare la Sposa de' Cantici che diceva: Sub umbra illius quem desideraveram sedi (Cant. II, 3). Mettiamoci spesso dinanzi gli occhi, particolarmente ne' giorni di venerdì, Gesù moribondo sulla croce; e fermiamoci ivi con tenerezza a contemplare per qualche tempo i suoi dolori e l'affetto che avea per noi, mentre stava


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agonizzando su quel letto di dolore. Diciamo ancora noi: Sub umbra illius quem desideraveram sedi. Oh che dolce riposo trovano le anime amanti di Dio ne' tumulti di questo mondo e nelle tentazioni dell'inferno ed anche nei timori de' divini giudizi, in contemplare da solo a solo in silenzio il nostro amoroso Redentore, mentr'egli agonizzava sulla croce ed andava il suo divino sangue gocciolando da tutte le sue membra ferite già ed aperte da' flagelli, dalle spine e da' chiodi! Oh come a vista di Gesù crocifisso partonsi dalle nostre menti tutti i desideri di onori mondani, di ricchezze di terra e di piaceri di senso! Allora spira da quella croce un'aura celeste, che dolcemente ci distacca dagli oggetti terreni ed accende in noi una santa brama di patire e morire per amor di colui, che volle tanto patire e morire per amore di noi.

20. Oh Dio, se Gesù Cristo non fosse stato qual egli è Figlio di Dio e vero Dio, nostro Creatore e supremo Signore, ma un semplice uomo, a chi non farebbe compassione il vedere un giovine di sangue nobile, innocente e santo morire a forza di tormenti su d'un legno infame per pagare delitti non suoi, ma degli stessi suoi nemici, e così liberarli dalla morte loro dovuta? E come poi non si tirerà l'affetto di tutti i cuori un Dio che si vede morire in un mare di disprezzi e di dolori per amor delle sue creature? Come poi queste creature possono amare altra cosa fuori di Dio? come pensare ad altro che ad esser grate a questo loro così amante benefattore? Oh si scires mysterium crucis!19 disse S. Andrea al tiranno che voleva indurlo a rinnegar Gesù Cristo per esser Gesù stato crocifisso qual malfattore; oh se intendessi, tiranno, l'amore che ti ha portato Gesù Cristo in voler morire in croce per soddisfare i tuoi peccati ed ottenerti una felicità eterna, certamente non ti affaticheresti a persuadermi di rinnegarlo; ma tu stesso abbandoneresti quanto hai e speri su questa terra per compiacere e contentare un Dio che ti ha tanto amato. Ah che così han fatto già tanti santi e tanti martiri che han lasciato tutto per Gesù Cristo. O vergogna nostra! Quante tenere verginelle han rinunziate le nozze de' grandi, le ricchezze regali e tutte le delizie terrene, e volentieri han sagrificata la


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vita per render qualche ricompensa di affetto all'amore dimostrato loro da questo Dio crocifisso!

21. Ma come va poi che a molti Cristiani fa tanto poca impressione la Passione di Gesù Cristo? Ciò avviene, perché poco si fermano a considerare quanto patì Gesù Cristo per nostro amore.

Ah mio Redentore, che tra questi ingrati sono stato ancor io! Voi avete sagrificata la vostra vita su d'una croce per non vedermi perduto, ed io tante volte ho voluto perdere voi, bene infinito, perdendo la vostra grazia! Ora il demonio colla memoria de' miei peccati vorrebbe farmi vedere troppo difficile il salvarmi, ma la vista di voi crocifisso, Gesù mio, mi assicura che non mi discaccerete dalla vostra faccia, s'io mi pento d'avervi offeso e voglio amarvi. Si che mi pento e voglio amarvi con tutto il cuore. Detesto quei maledetti piaceri che mi han fatta perdere la vostra grazia. Vi amo, o amabile infinito, e voglio sempre amarvi; e la memoria de' miei peccati mi servirà per più infiammarmi nell'amore di voi, che mi siete venuto appresso quando io vi fuggiva. No, che non voglio più separarmi da voi né lasciar di amarvi, o Gesù mio.

O rifugio de' peccatori Maria, voi che tanto partecipaste dei dolori del vostro Figlio nella sua morte, pregatelo che mi perdoni e mi dia la grazia di amarlo.




1 «Ut autem tanti beneficii iugis in nobis maneret memoria, corpus suum in cibum et sanguinem suum in potum sub specie panis et vini sumendum fidelibus dereliquit.» S. THOMAS, Opusculum 57, Officium de festo Corporis Christi.



2 «Suavitatem denique huius sacramenti nullus exprimere sufficit, per quod spiritualis dulcedo in suo fonte fustatur, et recolitur memoria illius, quam in sua Passione Christus monstravit, excellentissimae caritatis.» Ibid.



3 «Nihil enim tam salutiferum nobis est, quam quotidie cogitare quanta pro nobis pertulit Deus et homo.» Inter Opera S. Augustini, Sermones (non genuini) ad fratres in eremo, sermo 32. ML 40-1293.



4 Questo santo anacoreta, è lo stesso che il divoto solitario, di cui il santo parla antecedentemente nell' Amore delle anime, (pag. 12, nota 4).



5 «Intellexit etiam (Beata Gertrudis) quod, quoties quis devota intentione inspicit imaginem Christi crucifixi, toties respicitur amanter a Dei benignissima misericordia.» Lud. BLOSIUS, Conclave animae fidelis, pars 2 (Monile spirituale) , cap. 2, n. 4. - Delle Rivelazioni di S. Geltrude, cita il Blosio il cap. 45 del lib. 4; questa deve essere stata una distrazione del pio e dotto autore, ritrovandosi la sentenza  riferita da lui assai più distintamente espressa nel capitolo 41 del lib. 3: «Cum tractaret

imaginem crucifixi Christi cum devota intentione, intellexit quod si quis inspicit imaginem crucis Christi cum devota intentione, ille tam benigna misericordia respicitur a Domino, quod anima ipsius tamquam lucidissimum speculum suscipit in se ex divino amore valde delectabilem imaginem, unde tota caelestis curia dlectatur in eo. Et hoc erit illi gloria aetrna in futuro, quotiescumque fecerit in terris cum affectu et debita devotione. - Alia etiam vice hanc percepit instructionem, quod cum homo dirigit se ad Crucifixum, aestimet in corde suo Dominum Iesum blanda sibi voce dicentem: «Ecce quomodo causa tui amoris pependi in cruce nudus et despectus, et toto corpore vulneratus necnon per singula membra distentus. Et iam tali dulcore caritatis afficitur cor meum erga te, quod si saluti tuae expediret et aliter salvari non posses, iam pro te solo vellem omnia tolerare, quae umquam aestimare posses me tolerasse pro toto mundo.» Unde per talem meditationem excitet homo cor suum ad gratitudinem, quia veraciter numquam sine gratia Dei contingit aliquem Crucifixum videre. Ergo sine culpa esse non potest quod christianus tam sumptuosum salutis suae pretium quasi ingratus vilipendit, quia numquam est sine fructu, quod quis cum intentione inspicit Crucifixum.» S. GERTRUDIS MAGNA, Legatus divinae pietatis, lib. 3, cap. 41.



6 «Utiles sunt quaevis orationes, hymnodiae, gratiarum actiones et meditationes sanctae: utilissimam autem et unice necessariam, humanitatis Christi, et maxime sacratissimae Passionis eius memoriam, omnes asserunt; idque merito.» Lud. BLOSIUS, Instructio vitae asceticae, pars 1 (Speculum monachorum), divisio 4, n. 1. - «Places sane Deo, quando ad honorem eius immoraris bonis cogitationibus ac desideriis. Quotiescumque aliquid pie meditaris aut legis de vita seu Passione Domini Iesu, sanctificaris inde, et ingentem fructum reportas, etiamsi parvo admodum affectu et sine ullo sapore sensibili mediteris ac legas.» IDEM, Sacellum animae fidelis, pars 3 (Dicta Patrum vere aurea), cap. 21, n. 1. - Anche qui il divoto Blosio si fa l' eco di S. Gelrude, a lui tanto familiare. La Santa, infatti, dopo le parole riferite nella nota precedente, soggiunge: «Item alia vice circa Passionem Dominicam mentem gerens occupatam, intellexit quod quando aliquis ruminat orationes vel lectiones de Dominica Passione, infinitum (al.  in infinitum) maioris esse virtutis quam de ceteris exercitiis. Quia sicut impossibile est aliquem tractare farinam, et inde pulverem non contrahere; sic esse non potest ut aliquis cum devotione etiam parva Dominicae intendat Passioni, et nullum inde percipiat fructum. Et etiam cum aliquis legit aliquid de Passione, ad minus habilitat animam ad suscipiendum fructum, in tantum quod magis fructuosa est intentio talis hominis qui frequentat memoriam Passionis Christi, quam plures intentiones alterius cui nulla est cura de Dominica Passione. Ergo studeamus frequentius aliqua de Christi Passione ruminare, ut ipsa efficiatur nobis mel in ore, melos in aure, iubilus in corde.» S. GERTRUDIS MAGNA, Legatus divinae pietatis, lib. 3, cap. 41.

7 «O Passio mirabilis, quae suum meditatorem alienat, et non solum reddit angelicum, sed divinum.» Stimulus amoris, pars 1, cap. 1. Inter Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni, 1668, post editiones Vaticanam et Germanicam. - Vedi  Appendice, 2, 5°.



8 «O vulnera corda saxea vulneratia, et mentes congelatas infiammantia, et pectora admantina liquefacientia prae amore!» La stessa opera, l. c.



9 «Bernardo, non cercare altro libro, ma ti basti quello delle mie Piaghe ché da esso apprenderai dottrina più profittevole che da qual altro si sia.» GABRIELE DA MODIGLIANA, Vita, lib. 1, cap. 12.



10 «(Devicta ingenti desperationis tentatione, et monstrata sibi pro solatio corona aeterna,) invalescente novis auctibus extasi, oculos primum in caelos figit, mox eosdem anxie varias in partes circumferens, librum suum ingeminat: «Cedo librum meum, date librum, inquiens, quis eum eripuit mihi? Reddatur quantocius. O librum, qui bona omnia mea contines! quaerite illum, Fratres: non enim sine eo diutius vitam trahere possum.» Ad ea anxii Fratres alius alium codicem porrigere: sed frustra: respuente eo quoscumque oblatos... Demum.... a Fratre Ubaldo Adimario, cuius in gremio acquiescebat, intellectus est. Itaque porrigi iubet effigiem Christi e cruce pendentis eburneam, quam vir sanctus manu semper gestare consueverat, et in qua fixo obtutu haerere eum Adimarius animadverterat. Eam.... Philippus pectori apprimit, et... suaviter exosculatus: «Hic est liber meus, inquit, hic est in quo ego innumera beneficia scripta lego Redemptoris mei...» Tum deinde legere ac relegere omnia illa beneficia, et peculiaria praesertim per omnem vitam accepta, et meditari varia vivificae Passionis mysteria institit, ac paulo post, gaudio spiritus velut triumphante, Canticum Benedictus Dominus Deus Israel totum recitavit. Atque hic iam tandem ad ultimam lineam perventum est. Eius minime ignarus... pressa ac debili voce Psalmum 30, In te Domine speravi, pronuntiat, haerensque ad ultimum eius versum, vibratis in Christi crucifixi imaginem oculis, novissimis verbis tacito exsultantis animi iubilo, sibili aurae lenis quam simillimis, dixit: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum. Atque in ea voce.... deficiens caelestem animam caelo reddidit.» Cherubinus Maria DALAEUS, Hibernus, Vita, cap. 17 (al. lib. 2, cap. 16), n. 237, 238, inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 23 augusti.

11 «Quid est quod sic turbaris, Herodes? Quoniam natum regem Iudaeorum audisti, turbaris, suspicionibus agitaris, invidiae stimulis infiammaris, et ob hoc natum regem occidere conaris. Inanis est ista turbatio tua, et vana prorsus cogitatio tua. Rex iste qui natus est non venit reges pugnando superare, sed moriendo mirabiliter subiugare... Venit enim, non ut pugnet vivus, sed ut triumphet occisus.» S. FULGENTIUS, Episcopus Ruspensis, De Epiphania, deque Innocentium caede et muneribus Magorum, sermo 4, n. 5. ML 65-734.

12 Suscipietque (Aaron) ab universa multitudine filiorum Israel duos hircos pro peccato, et unum arietem in holocaustum. Cumque obtulerit vitulum, et oraverit pro se et pro domo sua, duos hircos stare faciet coram Domino in ostio tabernaculi testimonii; mittensque super utrumque sortem, unam Domino, et alteram capro emissario; cuius exierit sors Domino, offeret illum pro peccato; cuius autem in caprum emissarium, statuet eum vivum coram Domino, ut fundat preces super eo, et emittat eum in solitudinem. Lev. XVI, 5-10.



13 «Quoniam oblatus est pro peccatis, non immerito peccatum factus dicitur; quia et hostia, in Lege, quae pro peccatis offerebatur, peccatum nuncupabatur.» Commentaria (di autore antico sì, ma incerto, e di dottrina non del tutto sicura) in Epist. II. ad Cor., V, 21 (non già 22, come stampò per errore il Migne; col verso 21 si conchiude il capitolo). Inter Opera S. Ambrosii (a cui, fino ad Erasmo, furono attribuiti questi Commentarii), ML 17-298.



14 «Appellatur nunc Christus peccatum, quia pro peccato est oblatus.» Ven. HERVEI Burgidolensis Commentaria (dai primi editori, attribuiti a S. Anselmo) in Epistolas D. Pauli, in II Cor. V, 21. ML 181-1051.



15 12. Circumveniamus ergo iustum, quoniam inutilis est nobis, et contrarius est operibus nostris, et improperat nobis peccata legis, et diffamat in nos peccata disciplinae nostrae. 13. Promittit se scientiam Dei habere, et filium Dei se nominat. 14. Factus est

 nobis in traductionem cogitationum nostrarum. 15. Gravis est nobis etiam ad videndum, quoniam dissimilis est aliis vita illius, et immutatae sunt viae eius. 16. Tamquam nugaces aestimati sumus ab illo, et abstinet se a viis nostris, tamquam ab immunditiis, et praefert novissima iustorum, et gloriatur patrem se habere Deum. 17. Videamus ergo si sermones illius  veri sint, et tentemus quae ventura sunt illi, et sciemus quae erunt novissima illius. 18. Si  enim est verus filius Dei, suscipiet illum, et liberabit eum de manibus contrariorum. 19. Contumelia et tormento interrogemus eum, ut sciamus reverentiam eius, et probemus patientiam illius. 20. Morte turpissima condemnemus eum: erit enim ei respectus ex sermonibus illius. Sap. II, 12-20.



16 TERTULLIANUS, Adversus Marcio nem, lib. 3, cap. 22, versus medium. ML 4-708. - S. CYPRIANUS,  Testimoniorum libri tres adversus Iudaeos, lib. 2, cap. 14. - S. HIERONYMUS, Commentarii in Isaiam, lib. 2, (in Is. III, 1). ML 24-57. - S. AUGUSTINUS, De civitate Dei, lib. 17, cap. 20: ML 41-554; Contra Faustum Manichaeum, lib. 12, cap. 44: ML 42-278. - CLEMENS ALEXANDRINUS, Stromata, lib. 5, cap. 14: MG 9-163. - S. CYRILLUS ALEXANDRINUS, In Isaiam (LIX, 4, 5): MG 70-1307. - Ed altri.

17 «Dicitur... (Act. IV, 12): Non est aliud nomen datum hominibus in quo oporteat nos salvos fieri. Et ideo mysterium Incarnationis Christi aliqualiter oportuit omni tempore esse creditum apud omnes... Post tempus autem gratiae revelatae, tam maiores quam minores tenentur habere fidem explicitam de mysteriis Christi.» S. THOMAS, Sum. Theol., II-II, qu. 2, art. 7, c.

18 «In quacumque tribulatione, invenitur eius remedium in cruce. Ibi enim est obedientia ad Deum: Humiliavit semetipsum factus obediens. Item pietatis affectus ad parentes: unde ibi gessit curam de matre sua. Item caritas ad proximum: unde ibi pro transgressoribus oravit....Item fuit ibi patientia in adversis.... Item in omnibus finalis perseverantia; unde usque ad mortem perseveravit: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. Unde in cruce invenitur exemplum omnis virtutis. Augustinus: Crux non solum fuit patibulum patientis, sed etiam cathedra docentis.» S. THOMAS, In Epistolam ad Hebraeos, cap. 12, lectio 1. - «Crux illa, schola erat. Ibi docuit Magister latronem. Lignum pendentis, cathedra factum est docentis.» S. AUGUSTINUS, Sermo 234, n. 2. ML 38-1116.

19 «O si velles scire mysterium crucis!» Presbyterorum et diaconorum Achaiae Epistola de martyrio S. Andreae, MG 2-1122.




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