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S. Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla Passione di Gesù Cristo

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CAPO IV - Riflessioni sugl'improperi fatti a Gesù Cristo mentre stava in Croce

1. La superbia, come dicemmo, è stata la causa del peccato di Adamo e per conseguenza della ruina del genere umano; perciò venne Gesù Cristo e volle riparar questa ruina colla sua umiltà non ripugnando di abbracciar la confusione di tutti gli obbrobri che gli preparavano i suoi nemici; siccome egli predisse per Davide: Quoniam propter te sustinui opprobrium, operuit confusio faciem meam (Ps. LXVIII, 8). Tutta la vita del nostro Redentore fu piena di confusioni e disprezzi che ricevé dagli uomini; ed egli non ricusò di soffrirli sino alla morte, affin di liberarci dalla confusione eterna: Qui proposito sibi gaudio sustinuit crucem, confusione contempta (Hebr. XII, 2).

2. Oh Dio, chi non piangerebbe di tenerezza e non amerebbe Gesù Cristo, se ognuno considerasse quanto egli patì in quelle tre ore che stiè crocifisso ed agonizzando su quella croce! Ogni suo membro stava ferito e addolorato ed uno non potea soccorrere l'altro. L'afflitto Signore in quel letto di dolore non potea muoversi, stando inchiodato nelle mani e ne' piedi; tutte le sue carni sagrosante erano piene di piaghe, ma quelle delle sue mani e de' piedi erano le più dolorose ed elle doveano sostenere tutto il corpo; ond'egli ove si appoggiava in quel patibolo, o sulle mani o su i piedi, ivi cresceva il dolore. Ben può dirsi che Gesù in quelle tre ore di agonia soffrì tante morti, quanti furono i momenti che stette in croce. -o Agnello innocente che tanto patisti per me, abbi pietà di me: Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere mei.

3. E queste erano le sue pene esterne del corpo, le meno acerbe; molto più grandi erano le pene interne dell'anima. L'anima sua benedetta era tutta desolata e priva di ogni stilla di consolazione o sollievo sensibile; tutto era in essa tedio, mestizia ed afflizione. Ciò voll'egli spiegare con quelle parole: Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? Ed in questo mar di dolori interni ed esterni quasi affogato volle finir la


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vita il nostro amabile Salvatore, come avea già predetto per bocca di Davide: Veni in altitudinem maris et tempestas demersit me (Ps. LXVIII, 3).

4. Eccolo che nel tempo stesso in cui stava egli agonizzando sulla croce e si avvicinava alla morte, tutti coloro che gli stavano d'intorno, sacerdoti, scribi, seniori e soldati, si affaticavano a più affliggerlo con improperi e derisioni. Scrive S. Matteo (XXVII, 39): Praetereuntes autem blasphemabant eum moventes capita sua. Ciò fu profetizzato già da Davide, quando scrisse in persona di Cristo: Omnes videntes me deriserunt me, locuti sunt labiis et moverunt caput (Ps. XXI, 8). Quelli poi che gli passavano davanti gli diceano: Vah, qui destruis templum Dei et in triduo illud reaedificas, salva temetipsum; si filius Dei es, descende de cruce (Matth. XXVII, 40). Diceano: Tu ti sei vantato di abbattere il tempio e di rialzarlo in tre giorni. Ma Gesù Cristo non avea detto che poteva abbattere il tempio materiale e rialzarlo in tre giorni, ma avea detto: Solvite templum hoc et in tribus diebus excitabo illud (Io. IL 19). Colle quali parole volle ben anche significar la sua potenza; ma propriamente, come scrivono Eutimio ed altri, parlò allegoricamente, predicendo che i Giudei, con dargli morte, avrebbero un giorno separata l'anima sua dal corpo, ma ch'egli fra tre giorni sarebbe risorto.1

5. Diceano: Salva temetipsum. Uomini ingrati! Se questo gran Figlio di Dio, fatto che fu uomo, volea salvare se stesso, non si avrebbe eletta spontaneamente la morte. Si filius Dei es, descende de cruce; ma se Gesù scendea dalla croce e non compiva la nostra Redenzione colla sua morte, non potevamo noi esser liberati dalla morte eterna. Noluit descendere, dice S. Ambrosio, ne descenderet sibi, sed moreretur mihi (S. Ambros. Lib. 10 in Luc.).2 Scrive Teofilatto che quelli parlavan


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così per istigazione del demonio, il quale cercava d'impedire la salute che per mezzo della croce dovea Gesù ottenerci: Diabolus incitabat illos ut dicerent: Descendat nunc de cruce, quia cognoscebat quod salus per crucem fieret (Theophil. in c. 15 Marci). E poi soggiunge che il Signore non sarebbe salito in croce, se volea discenderne senza consumare la nostra Redenzione: Si voluisset descendere, neque a principio ascendisset.3 All'incontro S. Gio. Grisostomo dice che i Giudei diceano ciò per farlo morire vituperato qual impostore alla presenza di tutti, con farlo vedere inabile a liberarsi dalla croce dopo essersi vantato che era Figlio di Dio: Volebant enim ut tamquam seductor in conspectu omnium vituperatus descenderet (S. Chrysost. in Matth. XXVII, 42).4

6. Riflette di più lo stesso S. Grisostomo che a torto diceano i Giudei: Si filius Dei es, descende de cruce; poiché se Gesù fosse sceso dalla croce prima di morire, non sarebbe stato quel Figlio di Dio promesso che dovea salvarci colla sua morte. Perciò dunque, dice il santo, egli non discese dalla croce finché non vi morì, perché a questo fine era venuto, di lasciarvi la vita per la nostra salute: Quia filius est ideo non descendit de cruce, nam ideo venit ut crucifigeretur- pro nobis (Ibid.).5


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Lo stesso scrive S. Atanasio, dicendo che il nostro Redentore voll'esser riconosciuto per vero Figlio di Dio col non discendere dalla croce, ma col rimanervi sino alla morte: Neque descendendo de cruce voluit filius Dei agnosci, sed ex eo quod in cruce permaneret (S. Athan., Serm. de Pass.).6 Poiché cosi stava già predetto da' profeti che il nostro Redentore dovea morir crocifisso, secondo quel che scrive S. Paolo: Christus nos redemit de maledicto legis factus pro nobis maledictum; quia scriptum est: Maledictus omnis qui pendet in ligno (Gal. III, 13).

7. Siegue S. Matteo a riferire gli altri improperi, che i Giudei diceano a Gesù Cristo: Alios salvos fecit, seipsum non potest salvum facere (Matth. XXVII, 42). Con ciò lo trattavano da impostore a rispetto de' miracoli, ch'erano stati da esso operati col restituire la vita a molti defunti; ed in oltre lo trattavano da impotente a salvarsi la vita propria. Ma risponde loro S. Leone che non era tempo quello conveniente al Salvatore di palesar la sua divina potenza, e che non dovea trascurar la Redenzione umana per impedire le loro bestemmie: Non vestrae caecitatis arbitrio, o stulti scribae, ostendenda erat potentia Salvatoris; nec secundum blasphemantium linguas humani generis redemptio debebat omitti (S. Leo, De Pass., serm. XXVII, c. 2)7 S. Gregorio adduce un altro motivo per cui Gesù non volle scendere dalla croce: Si tunc de cruce descenderet, virtutem patientiae nobis non demonstraret (Hom.


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XXI in Evang).8 Ben potea Gesù Cristo liberarsi dalla croce e da tali improperi, ma non era quel tempo opportuno di far pompa della sua potenza, ma d'insegnare a noi la pazienza ne' travagli per ubbidire alla divina volontà; e perciò non volle Gesù liberarsi dalla morte prima per adempire il voler di suo Padre, e poi anche per non privar noi di quel grand'esempio di pazienza: Quia patientiam docebat, ideo potentiam differebat (S. Aug. Tr. XXXVII in Io.).9 La pazienza ch'esercitò Gesù Cristo nella croce in soffrir la confusione di tanti improperi a lui fatti e detti da' Giudei, ottenne a noi la grazia di soffrir con pazienza e pace le umiliazioni e persecuzioni del mondo. Quindi S. Paolo, parlando del viaggio che fe' Gesù Cristo al Calvario carico della croce, ci esorta ad accompagnarlo dicendo: Exeamus igitur ad eum extra castra, improperium eius portantes (Hebr. XIII, 13). I santi nel ricevere le ingiurie non han pensato a vendicarsi né se ne son disturbati, anzi se ne son consolati vedendosi disprezzati come fu disprezzato Gesù Cristo. Pertanto non ci vergogniamo noi di abbracciare per amor di Gesù Cristo i disprezzi che ci son fatti, giacche Gesù Cristo ha sofferti tanti disprezzi per amor nostro. - Mio Redentore, per lo passato non ho fatto così; per l'avvenire voglio soffrir tutto per amor vostro, datemi forza di eseguirlo.

8. Non contenti i Giudei delle ingiurie e bestemmie proferite contro di Gesù Cristo, se la presero ancora contro del Padre, dicendo: Confidit in Deo, liberet nunc si vult eum: dixit enim, quia filius Dei sum (Matth. XXVII, 43). Questo sacrilego detto de' Giudei fu già prenunziato da Davide, quando disse in nome di Cristo: Omnes videntes me deriserunt me;


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locuti sunt labiis et moverunt caput; speravit in Domino eripiat eum: salvum faciat eum, quoniam vult eum (Ps. XXI, 8 et 9). or questi che così parlavano, furon da Davide nello stesso salmo chiamati tori, cani e leoni: Tauri pingues obsederunt me: quoniam circumdederunt me canes multi: salva me ex ore leonis (Ibid. ex vers. 13).10 Sicché dicendo i Giudei: Liberet nunc si vult eum, secondo scrive S. Matteo, ben si manifestarono da se stessi esser eglino i tori, cani e leoni predetti da Davide. Queste medesime bestemmie che un giorno avean da dire essi contro il Salvatore e contra Dio, furono anche anzi più espressamente predette dal Savio: Promittit se scientiam Dei habere et filium Dei se nominat... et gloriatur Patrem se habere Deum... Si enim est verus filius Dei, suscipiet illum, et liberabit eum de manibus contrariorum. Contumelia et tormento interrogemus eum, ut sciamus reverentiam eius et probemus patientiam illius: morte turpissima condemnemus eum (Sap. II, 13 et seq.).11

9. Erano spinti i principi de' sacerdoti dall'invidia e dall'odio contra Gesù Cristo a così vituperarlo. Ma nello stesso tempo non erano esenti dal timore di qualche gran gastigo, non potendo già negare i miracoli fatti dal Signore. Onde tutti i sacerdoti e capi della Sinagoga stavano inquieti e timorosi; e perciò vollero di persona assistere alla di lui morte per liberarsi colla di lui morte da quel timore che gli tormentava. Vedendolo poi affisso già alla croce e che da quella non era liberato da Dio suo Padre, presero a rinfacciargli con maggior audacia la sua impotenza e presunzione di essersi fatto Figlio di Dio. Diceano: Giacch'egli confida in Dio, che chiama suo padre, perché ora Iddio non lo libera, se l'ama come figlio? Confidit in Deo, liberet nunc si vult eum; dixit enim: Quia filius Dei sum. Ma erravano all'ingrosso i maligni, perché Dio amava Gesù Cristo e l'amava come Figlio; e perciò l'amava, perché Gesù stava sagrificando la vita su quella croce per la salute degli uomini, affin di ubbidire al Padre. Ciò lo disse Gesù medesimo: Et animam meam pono pro ovibus meis... Propterea me diligit Pater quia ego pono animam meam (Io. X, 15 et 17). Il Padre l'avea già destinato per vittima di quel gran sagrificio, che dovea recargli una gloria infinita, essendo


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il sagrificato uomo e Dio, e che apportava la salvazione di tutti gli uomini; ma se il Padre avesse liberato Gesù dalla morte, il sagrificio sarebbe restato imperfetto; e così il Padre sarebbesi privato di quella gloria, e gli uomini all'incontro sarebber rimasti privi della salute.

10. Scrive Tertulliano che tutti gli obbrobri fatti a Gesù Cristo furono un segreto rimedio della nostra superbia; mentre quelle ingiurie, ch'erano ingiuste ed indegne di lui, eran nonperò necessarie alla nostra salute e degne di un Dio che volea tanto patire per salvare l'uomo: Totum denique Dei mei penes vos dedecus, sacramentum est humanae salutis.12 E poi parlando degl'improperi a Gesù fatti soggiunge: Sibi quidem indigna, nobis autem necessaria, et ita Deo digna, quia nihil tam dignum Deo quam salus hominis (Tertul. Lib. II contr. Marcion. c. 27).13 Vergogniamoci intanto noi, che ci vantiamo di esser discepoli di Gesù Cristo, di risentirci con impazienza ne' disprezzi che riceviamo dagli uomini, giacche un Dio fatt'uomo gli soffrisce con tanta pazienza per la nostra salute. E non ci vergogniamo all'incontro d'imitar Gesù Cristo nel perdonare chi ci offende, mentr'egli si protesta che nel giorno del giudizio si vergognerà di coloro che in vita si saran vergognati di lui: Qui me erubuerit et meos sermones, hunc filius hominis erubescet cum venerit in maiestate sua (Luc. IX, 26).

11. Gesù mio, e come posso io dolermi di qualche affronto che ricevo, io che tante volte ho meritato di esser calpestato da' demoni nell'inferno! Deh, per lo merito di tanti disprezzi


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che voi soffriste nella vostra Passione, datemi la grazia di soffrir con pazienza tutti i disprezzi che mi saran fatti per amore di voi, che ne avete abbracciati tanti per amor mio. Io v'amo sopra ogni cosa e desidero patire per voi che tanto avete patito per me. Tutto spero da voi, che mi avete comprato col vostro sangue.

E lo spero anche dalla vostra intercessione, o madre mia Maria.




1 «Potentiae suae auctoritatis signum dat eis, puta tertii diei resurrectionem. Nam templum dicit corpus suum: ipsum enim domus est et templum non animae solum, verum etiam divinitatis. Solvite autem dixit, non adhortans eos ad sui interfectionem, sed quia cognovit quod facturi erant, figurativo sermone praedixit.» EUTHYMIUS Zigabenus, Commentaria in Ioannem (in cap. 2, v. 19). MG 129-1158. - Del resto, lo stesso Vangelo soggiunge (Io. II, 21) : Ille autem dicebat de templo corporis sui.



2 «Mihi plane Christus in Passione moriatur, ut post Passionem resurgat. Noluit descendere sibi, ut moreretur mihi.» S. AMBROSIUS, Expositio Evangelii secundum Lucam, lib. 10, n. 116. ML 15-1833.

3 «Diabolus autem incitabat illos ut dicerent: Descendat nunc de cruce. Quia enim cognoscebat auctor mali quod salus per crucem fieret, iterum tentabat Dominum, ut si descenderet de cruce, certum foret ipsum non esse Filium Dei, et sic periret salus quae per crucem; sed ille et Dei Filius erat vere, et propterea minus descendit. Nam si voluisset descendere, neque principio ascendisset.» THEOPHYLACTUS, Bulgariae Archiepiscopus, Enarratio in Evangelium Marci, cap. XV, v. 28-32. MG 123-670.



4 «Non enim solum quae optabant fecerunt (contra Christum), verum etiam, resurrectionem illius formidantes, existimationi suae officere studebant: propterea publice ista iactant, latrones cum eo crucifigunt; et, ut seductor ac mendax videretur, Descende, clamabant, de cruce, qui templum destruis et in tribus ipsum diebus readificas. Nam quoniam scriptam a Pilato causam tollere non potuerunt, quia scriptum erat, Rex Iudaeorum; repugnavit enim ille dicens, quod scripsi scripsi; ideo vituperando nitebantur ostendere, quia rex non esset: ideo tumultuantes dicebant: Si rex Istrael est, descendat nunc de cruce. Et rursus: Alios salvos fecit, seipsum salvare nescit. Ideo etiam signis prioribus hinc detrahere conabantur.» S. Io. CHRYSOSTOMUS, In Matthaeum, hom. 87 (al. 88), n. 2: MG 58-771. - Come si vede, S. Alfonso ha abbreviato il testo, volendo egli per massima citazioni brevi, e, per conseguenza, ha dovuto anche «interpretarlo». Lo stesso dicasi del testo seguente, nota 5.



5 «Et rursus (clamabant): Si Dilius Dei est, et si vult eum Deus, salvet nunc eum. O insani scelestique homines! An prophetae non erant prophetae, et iusti, quos occidistis, iusti non erant,

quoniam eos Deus a periculis non eripuit? Immo vero erant, etiamsi a vobis iniuria vexabantur... Nam si existimati quod illorum apud vos propter pericula nomen (supple: non) periit, sed erant prophetae, quamvis torquerentur: multo magis non debebatis in hoc scandalizari, qui et rebus semper et verbis falsam hanc repulit opinionem. Nihil tamen, nec in ipso tempore Passionis, aut dicendo aut faciendo adversus existimationem Christi efficere valuerunt. Nam et latro... tunc maxime quando ista dicebantur eum confessus, regni eius fecit mentionem: et plebs ipsum amare flebat. Sed quamvis ea quae flebant, apud ignaros dispensationis, mysterii huius imbecillitatem testari videbantur, veritas tamen etiam per haec contraria floruit.» IDEM, l. c.



6 «At Salvator, qui revera Filius Dei erat, non fugiendo mortem, sed exspectando, atque ita calcando ipsam, voluit dignosci se Filium esse Dei atque veram vitam.» De Passione et cruce Domini, n. 22: inter Opera S. Athanasii dubia. MG 28-223.



7 «Non vestrae caecitatis arbitrio, o stulti scribae et impii sacerdotes, ostendenda erat potentia Salvatoris, nec secundum pravas blasphemantium linguas humani generis redemptio debebat intermitti.» S. LEO MAGNUS, Sermo 68 (al. 66), de Passione Domini, 17, cap. 2.

8 «Qui si de cruce tunc descenderet, nimirum insultantibus cedens, virtutem nobis patientiae non demonstraret. Sed exspectavit paululum, toleravit opprobria, irrisiones sustinuit, servavit patientiam, distulit admirationem; et qui de cruce descendere noluit, de sepulcro surrexit. Plus igitur fuit de sepulcro surgere quam de cruce descendere.» S. GREGORIUS MAGNUS, XL Homiliae in Evangelia, lib. 2, hom. 21, n. 7. ML 76-1173.



9 «Quia patientiam docebat, ideo potentiam differebat. Si enim quasi commotus ad eorum verba descenderet, victus conviciorum dolore putaretur. Prorsus non descendit, fixus permansit, quando vellet abscessurus. Nam quid ei magnum fuit de cruce descendere, qui potuit de sepulcro resurgere? Intelligamus ergo nos quibus hoc ministratum est, potentiam Domini nostri Iesu Christi occultam tunc, manifestam futuram in iudicio.» S. AUGUSTINUS, In Ioannem, tractatus 37, n. 10. ML 35-1675.

10 Ps. XXI, 13, 17, 22.



11 Sap. II, 13, 16, 18, 19, 20.

12 «Quaecumque exigitis Deo digna habebuntur in Patre invisibili incongressibilique et placido, et - ut ita dixerim - philosophorum Deo. QUaecumque autem ut indigna reprehenditis, deputabuntur in Filio, et viso, et audito, et congresso, arbitro Patris et ministro, miscente in semetipso hominem et Deum; in virtutibus, Deum; in pusillitatibus, hominem; ut tantum homini conferat, quantum Deo detrahit: totum denique Dei mei penes vos dedecus, sacramentum est humanae salutis... Qui talem Deum dedignaris, nescio an ex fide credas Deum crucifixum.» TERTULLIANUS, Adversus Marcionem, lib. 2, cap. 27. ML 2-317.



13 «Iam nunc ut et cetera compendio absolvam, quaecumque adhuc ut pusilla et infirma et indigna colligitis ad destructionem Creatoris, simplici et certa ratione proponam: Deum non potuisse humanos congressus inire, nisi humanos et sensus et affectus suscepisset, per quos vim maiestatis suae, intolerabilem utique humanae mediocritati, humilitate temperaret, sibi quidem indigna, homini autem necessaria; et ita iam Deo digna, quia nihil tam dignum Deo, quam salus hominis.» Ibid. ML 2-316.






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