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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XIX. - PER LA DOMENICA DI PASSIONE

 

Pericolo che reca all'anima la tepidezza.

Iesus autem abscondit se. (Ioan. 8. 59.)

Gesù Cristo è la vera luce che illumina tutti gli uomini: Lux vera quae illuminat omnem hominem3. Illumina tutti, ma non può illuminar coloro che volontariamente chiudono gli occhi alla luce; ad essi il Salvatore più si nasconde, e così eglino restando nelle tenebre e camminando all'oscuro, come potranno sfuggire i tanti pericoli di perdersi che vi sono nella presente vita, la quale ci è data da Dio come via per giungere alla vita eterna? Voglio per tanto oggi farvi intendere il gran pericolo che reca all'anima la tepidezza; mentre per quella il Signore le nasconde la sua luce divina, e restringe le mani alle grazie ed agli aiuti, senza i quali se le renderà molto difficile il compire il viaggio della vita, e non precipitare in qualche dirupo, viene a dire, vivere senza cadere in qualche peccato mortale. Vediamolo.

 

Un'anima tepida non s'intende quella che vive in disgrazia di Dio; né s'intende quella che commette qualche peccato veniale, ma per mera fragilità, senza piena volontà, perché da questa sorta di colpe niun uomo può esser esente per causa della natura infetta dal peccato originale, che ci rende impossibile senza una grazia specialissima che solo alla divina Madre è stata concessa, evitare per tutta la vita ogni colpa leggiera; onde scrive s. Giovanni: Si dixerimus, quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus, et veritas in nobis non est4. Iddio permette queste macchie anche nei santi per conservarli umili e far loro intendere che siccome essi cadono in tali difetti con tutti i loro buoni propositi e promesse, così cadrebbero in colpe gravi, se non fosse la sua divina mano che li sostiene. E perciò quando noi ci vediamo caduti in tali mancanze, bisogna che ci umiliamo, e riconoscendo la nostra debolezza, procuriamo continuamente di raccomandarci a Dio che ci tenga le mani sopra e non permetta che


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cadiamo in colpe più gravi e ci liberi dalle presenti.

 

Quale dunque s'intende l'anima tepida? S'intende quella che spesso cade in peccati veniali pienamente volontarj e deliberati, in bugie deliberate, atti d'impazienza deliberati, imprecazioni deliberate e simili. Queste colpe ben possono coll'aiuto divino evitarsi da quelle anime buone, risolute di patir prima la morte, che commettere deliberatamente un peccato veniale. Dicea s. Teresa che ci fa più danno un peccato veniale, che tutti i demoni dell'inferno; onde esortava poi le sue monache: Figlie mie, da peccato avvertito, per piccolo che sia, Iddio vi liberi. Si lamentano alcune persone che il Signore le mantiene aride e secche, senza provare alcuna dolcezza spirituale; ma come vogliamo che Dio sia liberale con noi de' suoi favori, quando noi andiamo così scarsi con Dio! Vediamo già che quella bugia, quella imprecazione, quell'ingiuria al prossimo, quella mormorazione, benché non sia colpa grave, è nondimeno disgusto di Dio, e non ce ne asteniamo, e poi vogliamo che Dio ci doni le sue divine consolazioni?

 

Ma dirà taluno: i peccati veniali, per quanto sieno, non mi privano della grazia di Dio: con tutti questi pure mi salverò; basta che mi salvi. Dici: Basta che mi salvi? Ma senti quel che ti dice s. Agostino: Ubi dixisti sufficit, ibi periisti. Ove dicesti, basta, ivi resterai perduto. Per ben intendere quel che dice s. Agostino e vedere il pericolo che porta seco lo stato della tepidezza in cui si trovano coloro che cadono in peccati veniali deliberati ed abituati, senza pigliarsene pena e senza pensare ad emendarsene; bisogna intendere che l'abito fatto alle colpe leggiere conduce insensibilmente l'anima a rilassarsi nelle colpe gravi; per esempio, l'abito fatto in concepire piccoli odj conduce al rilassarsi in odj gravi: l'abito ai furti minuti conduce a furti grandi: l'abito di affetti veniali verso qualche persona di diverso sesso conduce a rilassarsi in affetti mortali. Scrive s. Gregorio: Nunquam illic anima, quo cadit, iacet1. L'anima non resta ove cade, ma seguita ad andare più in fondo. Le infermità mortali per lo più non derivano da gravi disordini, ma da molti disordini leggieri continuati; e così parimente la caduta di molte anime in peccati gravi spesso proviene dai peccati veniali abituati; poiché questi rendono l'anima così debole, che sopravvenendo poi qualche forte tentazione, ella non ha forza di resistere e cade.

 

Molti non vogliono separarsi da Dio con peccati mortali, vogliono seguitarlo, ma da lontano, non facendo conto de' peccati veniali; ma a costoro facilmente avverrà quel che avvenne a s. Pietro. Quando Gesù Cristo fu preso da' soldati nell'orto s. Pietro non volle abbandonarlo, ma si pose a seguirlo da lontano: Petrus autem sequebatur eum a longe2. Ma giunto poi s. Pietro alla casa di Caifas, appena che fu accusato per discepolo di Gesù Cristo, fu preso dal timore, lo rinnegò tre volte. Dice lo Spirito santo: Qui spernit modica, paulatim decidet3. Chi disprezza le piccole cadute, facilmente un giorno si troverà caduto in qualche precipizio; poiché facendo l'abito, come dissi, in dare a Dio molti disgusti


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leggieri, non avrà molta ripugnanza in dargli poi qualche disgusto grave.

 

Dice il Signore: Capite nobis vulpes parvulas, quae demoliuntur vineas1. Non dice, prendete i lioni, gli orsi, ma le piccole volpi: i lioni e gli orsi spaventano, e perciò da essi ognuno cerca di stare lontano per non esserne divorato; ma le piccole volpi non danno spavento, e frattanto elle ruinano la vigna, perché facendo cave fan seccare le radici delle viti. Il peccato mortale spaventa l'anima timorata di Dio, ma se ella si rilassa in commettere molti peccati veniali ad occhi aperti, senza pensare ad emendarsene, queste sono quelle volpicelle che faranno seccar le radici; cioè i rimorsi della coscienza, il timore di dar disgusto a Dio, i buoni desiderj di avanzarsi nel divino amore: e così non sarà difficile che l'anima trovandosi raffreddata, spinta da qualche passione si abbandoni a perdere miseramente la divina grazia.

 

Aggiungete: i peccati veniali volontarj ed abituali non solo ci tolgono la forza di resistere alle tentazioni, ma ancora ci privano degli aiuti divini speciali, senza dei quali noi cadremo in colpe gravi. Attenti, perché questo è un punto di gran peso. È certo da una parte che noi non abbiamo forze bastanti da resistere alle tentazioni del demonio, della carne e del mondo; Iddio è quello che impedisce a' nostri nemici di assalirci con quelle tentazioni colle quali noi resteremmo vinti; perciò Gesù Cristo c'insegnò a pregare: Et ne nos inducas in tentationem; cioè che Dio ci liberi da quelle tentazioni, con cui noi perderemmo la sua grazia. Ora i peccati veniali, quando sono deliberati ed abituati, ci privano degli aiuti speciali di Dio, che ci sono necessarj a perseverare nella sua grazia. Dico necessarj, mentre il concilio di Trento condanna chi dice, poter noi perseverare in grazia senza un aiuto speciale di Dio: Si quis dixerit, iustificatum, vel sine speciali auxilio Dei in accepta iustitia perseverare posse, vel cum eo non posse, anathema sit2. Sicché col solo aiuto ordinario di Dio noi non possiamo conservarci senza cadere in qualche peccato grave, ma ci bisogna un aiuto speciale; or quest'aiuto speciale il Signore giustamente lo negherà a quelle anime trascurate che non fanno conto di commettere ad occhi aperti molti peccati veniali; e così le misere non persevereranno in grazia.

 

Chi va scarso con Dio, ben merita che Dio vada scarso con esso: Qui parce seminat, parce et metet3. Chi poco semina poco raccoglie. Il Signore gli darà il solo aiuto comune che a tutti; ma facilmente gli negherà l'aiuto speciale: e l'anima priva di questo, come si è detto, non potrà perseverare, senza cadere in qualche colpa grave. Ciò rivelò Dio stesso al b. Errico Susone, che a quelle anime tepide che si contentano di vivere senza peccato mortale, ma non lasciano di commettere molti peccati veniali ad occhi aperti, è molto difficile il mantenersi nella sua grazia. Dicea il venerabile p. Luigi da Ponte: Io ho commessi molti difetti, ma non ho fatto mai pace coi difetti. Guai a coloro che fan pace coi difetti! Scrive s. Bernardo che sin


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tanto che uno manca, e detesta le sue mancanze, vi è speranza che un giorno si emendi e si metta nella buona via, ma quando le commette e non cerca di emendarsene, egli andrà sempre di male in peggio sino a perdere la divina grazia. Onde dice s. Agostino che le colpe veniali abituate senza emenda sono come la scabbia; e siccome la scabbia rende schifoso il corpo, così quelle rendono l'anima schifosa a Dio, in modo che l'allontanano da' suoi abbracciamenti: Sunt velut scabies, et nostrum decus ita exterminant, ut a sponsi amplexibus separent1. E quindi avverrà che l'anima non trovando più pabolo e consolazione ne' suoi divoti esercizj, nell'orazione, nella comunione, nella visita al ss. sacramento, facilmente li tralascerà, e così trascurando i mezzi della sua eterna salute, facilmente si perderà.

 

Questo pericolo poi sarà maggiore in quelle persone che commettono molti peccati veniali per l'attacco che tengono a qualche passione, come di superbia o di ambizione, o di avversione a qualche persona, o di affetto disordinato verso di lei. Dicea s. Francesco d'Assisi che il demonio trattando con alcuno che teme di stare in disgrazia di Dio, non cerca da principio di legarlo con catena da schiavo, tentandolo a commettere un peccato mortale, perché quegli ne avrebbe orrore e se ne guarderebbe; ma procura di legarlo con un capello, perché appresso più facilmente lo legherà con un filo, poi con uno spago, poi con una fune, e finalmente con una catena d'inferno, qual è il peccato mortale, e così lo renderà suo schiavo. Mettiamo l'esempio; colui nutrirà l'affetto verso una donna col motivo a principio di cortesia o di gratitudine, o delle buone qualità di lei: indi seguiranno i donativi a vicenda: indi le parole affettive: indi ad un altro urto più forte del demonio resterà il misero caduto in peccato mortale; e gli avverrà ciò che accade a que' giuocatori, che dopo aver perdute molte somme di danaro dicono finalmente spinti dalla passione, vada tutto, e finiscono di perdere quanto aveano.

 

Povera quell'anima che si lascia guidare da qualche passione! Dice s. Giacomo: Ecce quantus ignis quam magnam silvam incendit2! una piccola scintilla, quando non è spenta manderà a fuoco tutta la selva; viene a dire, una passione non mortificata manderà l'anima in ruina. La passione acceca, e quando uno è cieco, è facilissimo che si trovi caduto in un precipizio quando meno se lo pensa. Scrive s. Ambrogio che il demonio va spiando qual è quella passione che in noi regna o qual è quel piacere che più ci tira, e quello ci presenta innanzi, e poi movendo la concupiscenza ci apparecchia la catena per renderci suoi schiavi: Tunc maxime insidiatur adversarius, quando videt in nobis passiones aliquas generari: tunc fomites movet, laqueos parat.

 

Asserisce il Grisostomo di aver egli stesso conosciuto più persone che erano dotate di molta virtù, ma che poi per non aver fatto conto delle colpe leggiere, erano cadute in un abisso d'iniquità. Il demonio quando non può aver da principio da noi il molto, si accontenta del poco la volta, mentre con quei tanti pochi più facilmente acquisterà il molto. Niuno, dice s. Bernardo, in un subito da buono


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diventa scellerato; quei che poi precipitano ne' massimi disordini, prima cominciano dai minimi: Nemo repente fit turpissimus; a minimis incipiunt, qui in maxima proruunt1. E bisogna di più intendere che quando poi cade in peccato mortale un'anima ch'è stata favorita da Dio con lumi e grazie speciali, la sua caduta non sarà una semplice caduta, dalla quale facilmente si rialzerà, ma sarà un precipizio dal quale con molta difficoltà risorgerà di nuovo a Dio.

 

Parlando il Signore del tepido nell'Apocalisse dice: Utinam frigidus esses: sed quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo2. Dice, utinam frigidus esses, viene a dire: meglio sarebbe per te che fossi privo della mia grazia, perché in tal caso per te vi sarebbe più speranza di emenda; ma vivendo tu nella tua tepidezza, senza pensiero di emendarti, incipiam te evomere, io comincerò a vomitarti, cioè ad abbandonarti, poiché quel cibo che si vomita, si ha orrore a trangugiarlo di nuovo.

 

Dice di più un autore che la tepidezza è una febbre etica, la quale non molto spaventa, perché appena si conosce; ma ella è così maligna, che difficilmente da lei alcuno si guarisce. Il paragone è molto proprio, poiché la tepidezza rende l'anima insensibile a' rimorsi di coscienza, onde avverrà, che siccome ella si fa insensibile a' rimorsi de' peccati veniali, così col tempo si renderà insensibile a' rimorsi de' mortali.

 

Veniamo al rimedio. È difficile per altro che un tepido si emendi, ma vi sono i rimedj per chi li vuole abbracciare. E quali sono? Per 1. bisogna che il tepido desideri di vedersi libero da uno stato così miserabile e pericoloso, come abbiamo veduto: altrimenti, se non ha di ciò un vero desiderio, non si sforzerà mai a prenderne i mezzi. Per 2. bisogna che si risolva a toglier le occasioni delle sue cadute, altrimenti tornerà sempre agli stessi difetti. Per 3. bisogna che preghi istantemente il Signore a sollevarlo da tale stato. Egli colle sue forze non potrà niente, ma potrà tutto coll'aiuto di Dio il quale ha promesso di esaudir chi lo prega: Petite et dabitur vobis; quaerite et invenietis3. Bisogna pregare, e seguitare continuamente a pregare; se lasceremo di pregare, di nuovo saremo vinti; ma se seguiremo a pregare, resteremo vincitori.

 




3 Ioan. 1. 9.

4 1. Ioan. 1. 8.

1 Moral. lib. 21.

2 Matth. 29. 58.

3 Eccl. 19. 21.

1 Cant. 2. 15.

2 Sess. 6. can. 22.

3 2. Cor. 9. 6.

1 Hom. 50. c. 3.

2 Iac. 3. 5.

1 Tract. de ord. vitae.

2 Apoc. 3. 15. et 16.

3 Luc. 11. 9.




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