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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XXXVI. - PER LA DOMENICA VII. DOPO PENTECOSTE

 

Dell'educazione de' figli.

Non potest arbor bona malos fructus facere; neque arbor mala bonos fructus facere. (Matth. 7. 18.)

 

Dice dunque il vangelo di questo giorno che una pianta buona non può produrre frutti cattivi; ed all'incontro una mala pianta non può dare frutti buoni. Intendete per tanto, uditori miei, che i buoni padri producono buoni figli; ma se i padri son cattivi, come i figli possono esser buoni? Avete veduto mai, si legge nello stesso vangelo, coglier rami di uve nate dalle spine, o fichi nati da triboli? Nunquid colligunt de spinis uvas, aut de tribulis ficus4? E così è impossibile, o per dir meglio, è molto difficile vedere figli di buoni costumi, che sono stati educati da' genitori di mali costumi. State attenti, padri e madri, a questo sermone, che è di molta importanza per la salute eterna di voi e de' vostri figli; ed attenti voi, giovani, che non ancora avete pigliato stato, se volete maritarvi, intendete oggi gli obblighi che vi addossate circa l'educazione de' figli; e che se poi non gli adempite, sarete voi ed i vostri figli tutti dannati. Dividerò perciò il presente sermone in due punti, ove dimostrerovvi:

 

Nel punto I. Quanto importa la buona educazione de' figli;

 

Nel punto II. Quali diligenze debbono praticare i genitori per ben educare i figli.

 

PUNTO I. Quanto importa la buona educazione de' figli.

 

Due sono gli obblighi de' padri verso de' figli, l'obbligo di dar loro gli


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alimenti e l'obbligo di bene educarli. In quanto agli alimenti non mi occorre altro di dire circa questo punto, che alcuni padri sono più crudeli delle fiere: perché le fiere non lasciano di alimentare i figli; ma essi mangiano, sfoggiano e giuocano quel che hanno, o che si guadagnano colle loro fatiche, e lasciano i figli in casa morirsi di fame. Ma veniamo all'educazione, che è l'intento del mio sermone.

 

È certo che dalla buona o mala educazione dipende la buona o mala riuscita de' figli. La stessa natura insegna a' genitori di attendere a ben educare la loro prole; quelli che le han dato l'essere debbono ancora procurarle il ben essere. Il fine per cui Iddio concede a' padri la prole, non è già per aiutare la casa, ma affinché essi allevino i figli nel timore di Dio, e li dirigano per la via della salute eterna. Scrive s. Gio. Grisostomo: Magnum habemus depositum filios, ingenti illos servemus cura1. I figli non sono un dono fatto a' genitori, sì che ne possan disporre come vogliono; ma un deposito, che se per loro negligenza si perde, essi dovranno darne conto a Dio. Dice la scrittura che quando il padre vive come piace a Dio, avrà bene egli ed i figli suoi: Ut bene sit tibi, et filiis tuis post te, cum feceris quod placet in conspectu Domini2. La buona o mala vita del padre, da chi non lo sapesse, si conosce dalla vita che fanno i figli: Ex fructu arbor cognoscitur3. Scrisse l'Ecclesiastico che quando muore il padre e lascia prole, quasi non muore, perché il figlio che resta, dimostra i portamenti del padre: Mortuus est pater eius, et quasi non est mortuus, similem enim reliquit sibi post se4. Quando si vede che il figlio bestemmia, è sboccato, porta robe rubate alla casa, è segno che così anche faceva il padre: In filiis suis agnoscitur vir5.

 

Perciò dice Origene che di tutti i peccati de' figli i padri ne han da render conto nel giorno del loro giudizio: Omnia quaecumque deliquerint filii a parentibus requiruntur6. Onde è che chi sa insegnare al figlio a vivere bene, farà una morte quieta e felice: Qui docet filium suum... in obitu suo non est contristatus nec confusus7. E si salverà per mezzo de' figli, a riguardo della buona educazione lor data: Salvabitur autem per filiorum generationem8. All'incontro molto inquieta ed infelice sarà la morte di coloro che hanno atteso ad accrescere gli averi e gli onori della loro casa, oppure avran pensato solo a vivere allegramente, ma poco avranno invigilato ai buoni costumi de' figli. Dice s. Paolo che questi tali sono simili agl'infedeli, e peggiori di loro: Si quis autem suorum, et maxime domesticorum curam non habet, fidem negavit, et est infideli deterior9. Ancorché un padre o una madre facesse vita divota, ed attendesse a far sempre orazione, a comunicarsi ogni giorno, e poi non avesse cura de' figli, anche è dannata. Volesse Dio che alcuni genitori avessero cura dei figli come l'hanno de' cavalli e degli asini! Come stanno attenti che loro sia dato a tempo suo la biada o l'erba! Che sieno ben governati! E poi non si prendono pensiero de' figli, se vanno alla dottrina,


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se sentono la messa, se si confessano: Maiorem, piange il Grisostomo, asinorum et equorum, quam filiorum curam habemus1.

 

Se tutti i padri invigilassero, come sono obbligati, a ben educare i figli, non vi sarebbero o pochi sarebbero i delitti e i giustiziati; i genitori sono quelli, dice lo stesso Grisostomo, che per la loro mala educazione son causa di far precipitare i figli in tanti vizj, e con ciò essi li consegnano in mano de' carnefici: Maioribus illos malis involvimus, et carnificum manibus damus2. Per questa ragione giustamente i lacedemoni, quando accadevano delitti, non tanto castigavano i figli, quanto i padri, come causa di tutti i loro disordini. Gran disgrazia di quei poveri figli che hanno mali genitori, i quali non li sanno educare! E vedendo i figli infangati in male amicizie, in risse e bagordi, in vece di sgridarli e castigarli, più presto li compatiscono e dicono: Che si ha da fare? Sono giovani, hanno da fare il corso loro. Oh belle massime! Oh bella educazione! Hai speranza, tu padre, che il tuo figlio, quando poi si farà più grande, si farà santo? Senti quel che dice Salomone: Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea3. Un giovane che mal vive e fa l'abito al peccato, neppur nella vecchiaia lo lascerà. E soggiunge Giobbe: Ossa eius implebuntur vitiis adolescentiae eius, et cum eo in pulvere dormient4. Dice che quando il giovane ha pigliata la mala vita, le sue ossa resteranno talmente ripiene de' vizj della sua gioventù, che se li porterà sino alla morte; e notate l'espressione, et cum eo in pulvere dormient: quelle laidezze, quelle bestemmie, quegli odj abituati nella sua gioventù, l'accompagneranno sino alla sepoltura, e dormiranno con esso fra le ossa già fatte polvere e cenere. Quanto è facile a' figli apprendere il bene, quando son piccoli; tanto poi è difficile, se hanno appreso il male, ad emendarsi quando son grandi. Ma veniamo al secondo punto della pratica di bene educare i figli; e vi prego, padri e madri, a ricordarvi poi di quel che ora vi dico, perché da ciò dipende la salute eterna delle anime vostre e de' vostri figli.

 

PUNTO II. Quali diligenze debbono praticare i genitori per ben educare i figli.

 

S. Paolo insegna sufficientemente in poche parole, in che consiste la buona educazione de' figli, e dice che consiste nella disciplina e nella correzione: Educate illos in disciplina et correptione Domini5. La disciplina che è lo stesso che il buon regolamento de' costumi de' figli, importa l'obbligo di bene istruirli nella buona vita colle parole e coll'esempio; e primieramente colle parole il buon padre dee spesso chiamarsi i figli, ed insinuar loro il santo timor di Dio. Così facea il santo Tobia col suo Tobiolo: da che era fanciullo l'istruiva a temere Dio ed a fuggire il peccato: Ab infantia timere Deum docuit et abstinere ab omni peccato6. Dice il Savio che il figlio ben istruito è il sollievo e la consolazione del padre: Erudi filium tuum, et refrigerabit te, et dabit delicias animae tuae7. Ma siccome il figlio ben istruito è la delizia del padre, così il figlio


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ignorante è la mestizia del padre: mentre l'ignoranza di quanto dee sapersi per fare una buona vita va unita sempre colla mala vita. Narra il Cantipratense1 che nell'anno 1248. in un certo sinodo fu dato a fare discorso ad un sacerdote ignorante. Ora mentr'egli stava per ciò molto agitato, gli apparve il demonio e l'istruì a dir così: «I rettori delle tenebre invernali salutano i rettori delle parrocchie, e li ringraziano della loro negligenza in insegnare a' popoli, perché dall'ignoranza nasce la mala vita e la dannazione di molti». Lo stesso vale per i padri negligenti. Primieramente i genitori debbono istruire i figli nelle cose della fede, e specialmente ne' quattro misteri principali, cioè: 1. che vi sia un solo Dio creatore e signore di tutte le cose; 2. che questo Dio è rimuneratore, il quale nell'altra vita eternamente premia i buoni col paradiso, e castiga i cattivi con l'inferno; 3. il mistero della ss. Trinità, cioè che in Dio vi sono tre persone, ma elle sono un solo Dio, perché una è la loro essenza; 4. il mistero dell'incarnazione del Verbo divino, figlio di Dio e vero Dio, il quale si fece uomo nell'utero di Maria, e patì e morì per la nostra salute. Se un padre poi o una madre dicesse: Ma io queste cose non le so: potrebbegli valere questa scusa, cioè un peccato per iscusare un altro peccato? Se non le sapete, siete obbligati a saperle e poi ad insegnarle ai figli. Almeno mandateli alla dottrina. Che miseria veder tanti padri e madri, i quali non sanno istruire i figli neppure nelle cose più necessarie di fede, e poi invece almeno di mandare i figli nella festa alla dottrina, li mandano altrove a portar robe o a far ambasciate o altri servigi di poca importanza, e quelli poi si trovano fatti grandi, e non sanno che viene a dire peccato mortale, inferno, eternità! Non sanno neppure il Credo, il Pater noster, l'Ave Maria, cose che ogni cristiano è tenuto a saperle sotto colpa grave.

 

I buoni genitori non solo istruiscono i figli in queste cose più principali, ma anche insegnano loro gli atti che si debbono fare ogni mattina in levarsi da letto, cioè 1. ringraziare Dio di averlo fatto alzare vivo; 2. offerire a Dio tutte le azioni buone che farà nel giorno e tutti i patimenti che soffrirà; 3. pregar Gesù Cristo e Maria ss. che lo custodiscano in quel giorno da ogni peccato. Ogni sera poi fare l'esame di coscienza coll'atto di pentimento. Di più nel giorno fare gli atti cristiani di fede, speranza e carità e recitare il rosario e far la visita al sacramento. Alcuni buoni padri di famiglia fanno fare ancora in casa ogni giorno l'orazione mentale in comune per mezz'ora, facendo leggere qualche libro di meditazioni. Questo è quel che esorta lo Spirito santo: Erudi illos et curva illos a pueritia illorum2. Procurate che sin da fanciulli facciano il buon abito a queste cose, perché così poi facilmente le praticheranno quando son grandi. E così ancora avvezzateli a confessarsi e comunicarsi ogni otto giorni. E state attenti a farli confessare quando sono di sette anni, e comunicarsi quando sono di dieci, come esorta s. Carlo Borromeo; e subito che sono giunti all'uso di ragione fategli pigliare anche il sacramento della cresima.

 

Giova molto ancora insinuare


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a' figli, da che sono fanciulli, le buone massime. Oh che danno recano a' figli quei padri che loro dettano massime di mondo! Bisogna farsi stimare e non farsi mettere i piedi innanzi! Dio è di misericordia, compatisce certi peccati! Povero quel giovane che pecca per massima. All'incontro i buoni genitori parlano diversamente. La regina Bianca madre di s. Luigi re di Francia gli dicea: Figlio, prima vorrei vederti morto fra le mie braccia, che star in peccato. E così anche voi insinuate a' figli certi bei detti di salute, come sono: A che serve avere tutto il mondo, e perdere l'anima? Ogni cosa finisce, l'eternità non finisce mai. Si perda tutto e non si perda Dio. Una di queste massime, che s'imprima nella mente del figlio, lo conserverà sempre in grazia di Dio.

 

Ma non solo colle parole debbono i padri istruire i figli a viver bene, ma più coll'esempio. Se voi date loro mal esempio, come potete sperare che i vostri figli facciano buona vita? Così avviene poi che quando si riprende qualche giovane dissoluto, quegli risponde: e che volete ch'io faccia, se mio padre facea peggio di me? De patre impio querentur filii, quoniam propter illum sunt in opprobrio1. Com'è possibile che il figlio riesca ben costumato, se ha avuto l'esempio del padre che bestemmiava, che spesso parlava osceno, che tutto il giorno se ne stava alla taverna a giuocare ed ubbriacarsi, che frequentava qualche casa di mal odore, che fraudava il prossimo? Come pretendi tu, padre, che tuo figlio si confessi spesso, quando tu appena ti confessi nella Pasqua? I figli sono come le scimie, fanno quel che vedono fare i loro genitori. Si dice che il granchio vedendo un giorno i figli che camminavano di lato, li riprese: Perché camminate così storto? Risposero i figli: Padre, lasciaci vedere come cammini tu? Ma il padre camminava più storto di loro. Così avviene a' genitori che danno mal esempio; ond'essi poi non hanno neppure animo di correggere i figli di quei peccati, di cui essi stessi sono rei.

 

Ma benché li correggessero, che serve la correzione colle parole, quando essi loro danno male esempio coi fatti? Magis oculis credunt homines, quam auribus, così si disse in un concilio di vescovi; e s. Ambrogio disse: Citius mihi persuadent oculi quod cernunt, quam auris potest insinuare quod praeterit2. Scrive san Tommaso che tali padri col loro mal esempio obbligano in certo modo i figli a far mala vita: Eos ad peccatum, quantum in eis fuit, obligaverunt3. Tali padri, dice s. Bernardo, non sono padri, ma uccisori de' figli; non già de' corpi, ma delle anime loro: Non parentes, sed peremptores. Né serve a dire: I figli miei sono nati di mala natura. Non è vero, dice Seneca4: Erras, si putas vitia nobiscum nasci, ingesta sunt. I vizj non nascono coi figli, ma si comunicano loro col mal esempio del padre. Se tu gli avessi dato buon esempio, il figlio tuo non sarebbe vizioso qual è. Frequenta tu i sacramenti, senti le prediche che si fanno, recita ogni giorno il rosario, non parlare immodesto, non mormorare, sfuggi le risse, e vedrai che tuo figlio si confesserà spesso, sentirà le prediche, reciterà il rosario,


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parlerà modesto, e non mormorerà e non farà risse. E precisamente è necessario insinuare i buoni costumi ai figli quando son piccoli: Curva illos a pueritia, come si è detto di sopra, perché quando son grandi ed han contratto il mal abito, sarà difficilissimo che tu li vedi emendati per mezzo delle tue parole.

 

Si appartiene ancora alla disciplina per il buon governo dei figli impedir loro le occasioni di far male; e perciò il padre per 1. dee proibir loro che escano di notte, che vadano a qualche casa pericolosa, e specialmente che pratichino con mali compagni. Sara disse ad Abramo: Eiice ancillam hanc et filium eius1. Volle che fosse cacciato di casa Ismaele figlio dell'ancella Agar, acciocché il lor figlio Isacco non imparasse i mali costumi d'Ismaele. I mali compagni son la ruina de' poveri giovani. Ed il padre non solo dee togliere il male che vede, ma è tenuto ancora ad indagare i portamenti de' figli ed informarsi da' domestici ed anche dagli estranei dove il figlio va quando esce di casa, a che si applica, con chi pratica. Per 2. dee loro togliere quel mandolino o chitarra che loro è occasione di uscire di notte: quella pistola o altra armatura proibita che loro è occasione di far risse ed impertinenze; oltreché ognuno che porta questa sorta di armi non può essere scusato da peccato mortale, perché tali armi lo fanno star sempre coll'animo preparato di vendicarsi d'ogni affronto che riceve. Per 3. dee licenziar da casa i servi mal costumati, e serve giovani se tiene figli grandi. Alcuni padri a ciò poco badano, e poi quando succede il male, se la pigliano co' figli, come se la stoppa nel fuoco non potesse ardere. Per 4. dee lor proibire che portino in casa cose rubate, polli, frutta e simili. Tobia, udendo la voce di un capretto in sua casa, disse: Videte ne forte furtivus sit, reddite eum dominis suis2. Alcune madri, quando il figlio ruba qualche cosa, gli dicono: Porta qua, figlio mio. Così anche dee lor proibire tutti i giuochi proibiti che rovinano le case e le anime, e così anche le maschere, i balli, le commedie scandalose, e certe conversazioni pericolose. Per 5. dee rimuovere di casa i libri cattivi che parlano di massime perniciose, o di oscenità o di amori profani, come sono i romanzi che pervertono la gioventù. Per 6. dee toglier di casa tutte le pitture scandalose che ingeriscono mali pensieri. Per 7. non facciano dormire nel loro letto i figli, o dormire insieme maschi e femmine. Per 8. debbono impedire che le figlie parlino da solo a solo con uomini, o giovani o vecchi che siano: Ma quegli le insegna a leggere, ed è uomo santo. Che leggere! Che santo! I santi stanno in paradiso, ma i santi che stanno in terra son di carne, e coll'occasione vicina diventano demonj. Per 9. debbono impedire, se han figlie, che i giovani entrino in casa. Alcune madri fanno entrare i giovani in casa per vederle maritate, e non si curano di vederle in peccato. Queste sono quelle madri che sacrificano le loro figlie al demonio, come dice Davide! Immolaverunt filias suas demoniis3. E poi dicono: Padre, non ci è male. Non ci è male! Oh quante madri vedremo dannate nel giorno del giudizio per causa


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delle figlie! Se non ci fosse altro, almeno la gente parla, e di tutto i genitori han da rendere conto a Dio; e perciò, padri e madri, confessatevene, prima che arrivi per voi il giorno del giudizio.

 

L'altro obbligo de' genitori è di correggere i mancamenti della famiglia: Disciplina et correptione. Certi padri e madri stanno a vedere e non parlano. Una certa madre così faceva; un giorno il marito prese un bastone, e cominciò a batterla fortemente: ella disse: Io non fo niente, perché mi batti? Rispose il marito: E perciò ti batto, perché vedi e non correggi, non fai niente. Alcuni padri per non disgustare i figli, non li correggono. Ma se vedessi il tuo figlio caduto in una peschiera che sta per affogarsi, che crudeltà sarebbe il non afferrarlo per i capelli e liberarlo dalla morte, perché? Per non fargli male? Qui parcit virgae, odit filium suum1. Se ami quel figlio, riprendilo e castigalo anche colla sferza quando bisogna, quando è già grandetto. Dico colla sferza, non già col bastone; hai da castigarlo da padre, e non da comito di galera; e non il battere quando stai in collera, perché allora è facile che eccedi ed all'incontro non fai frutto; poiché il figlio allora crede che quel castigo sia effetto del tuo furore, non già del tuo desiderio di vederlo emendato. Ho detto di più, quando è grandetto, perché quando poi è fatto grande, poco gioveranno le tue correzioni. Ed astienti allora di castigarlo colle mani, perché esso più s'imperverserà e ti perderà il rispetto. Che servono poi per correggere il figlio tante ingiurie, tante imprecazioni? Levategli il mangiare, privatelo di quella veste, chiudetelo in una camera. Or basta; da ciò che si è detto, ricavatene, uditori miei, la conclusione che nell'altra vita avrà un gran castigo chi ha mal educati i figli, ed avrà un gran premio chi gli ha ben educati.

 




4 Matth. 7. 16.

1 Hom. 9. in 1. ad Tit.

2 Deut. 12. 25.

3 Matth. 12. 33.

4 Eccl. 30. 4.

5 Eccl. 12. 30.

6 Orig. l. 2. in Iob.

7 Ec. 30. 3. 5.

8 1. Tim. 2. 15.

9 1. Tim. 5. 8.

1 Hom. 10. in Matth.

2 Serm. 20. de divers.

3 Prov. 22. 6.

4 Iob. 20. 11.

5 Ephes. 6. 4.

6 Tob. 1. 10.

7 Prov. 29. 17.

1 Lib. 1. c. 20.

2 Eccl. 7. 25.

1 Eccl. 41. 10.

2 Serm. 23. de S. S.

3 S. Thom. in psal. 16.

4 Ep. 94.

1 Gen. 21. 10.

2 Tob. 2. 21.

3 Psal. 105. 37.

1 Prov. 13. 24.




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