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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 2. Si risponde alle obbiezioni.

 

6. Oppongono per 1. i Semipelagiani alcuni passi della scrittura, in cui par che la buona volontà e il principio dell'opera buona si attribuisca a noi, ed a Dio solamente la perfezione dell'opera. Nel primo libro de' Re al cap. 7. vers. 3, si legge: Praeparate corda vestra Domino. Simile a questo luogo è quello di s. Luca (3. 4.): Parate viam Domini: rectas facite semitas eius. Di più in Zaccaria (1. 3.) si dice: Convertimini ad me... et convertar ad vos. E s. Paolo a' Romani (7. 18.) par che lo spieghi più chiaro: Velle, adiacet mihi: perficere autem bonum, non invenio. E negli atti degli apostoli (cap. 10.) sembra la grazia della fede, che ricevette Cornelio, attribuirsi alle sue orazioni. Si risponde a questi ed a simili testi che ivi non si esclude la grazia preveniente ed interna dello Spirito santo, ma vi si presuppone, e si esorta di corrispondere a questa grazia per togliere gl'impedimenti alle grazie maggiori che tiene Dio preparate a chi ben corrisponde. Sicché col dire apparecchiate i vostri cuori, convertitevi al Signore ec. la scrittura non già attribuisce al nostro libero arbitrio il principio della fede, o della conversione senza la grazia preveniente, ma solo ci ammonisce a corrispondere, con farci sapere che la grazia preveniente ci lascia liberi ad eleggere, o a rifiutare il bene. Siccome all'incontro quando la scrittura dice: Praeparatur voluntas a Domino; e quando noi diciamo: Converte nos, Deus salutaris noster7, allora siamo ammoniti che la grazia ci previene a fare il bene, ma senza toglierci la libertà, se non vogliamo accettarla. Così appunto parlò il concilio di Trento: Cum dicitur: Convertimini ad me, et ego convertar ad vos; libertatis nostrae admonemur. Cum respondemus: Converte nos, Domine, et convertemur, Dei nos gratia praeveniri confitemur8.


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Lo stesso si risponde a quel che diceva s. Paolo: Velle adiacet mihi, perficere autem bonum non invenio; voleva dire l'apostolo come, stando già egli giustificato, avea già la grazia di volere il bene, e che il perfezionarlo non era opera sua, ma di Dio; ma non dice ch'egli avea da sé la buona volontà di operare il bene. Al fatto di Cornelio corre la stessa risposta; poiché, sebbene egli ottenne la conversione alla fede per le sue orazioni, queste sue medesime orazioni non erano state scompagnate dalla grazia preveniente.

 

7. Oppongono per 2. quel che disse Cristo in s. Marco1: Qui crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit. Dicono: qui una cosa si esige, ch'è la fede; un'altra si promette, ch'è la salute. Dunque ciò che si esige è nella potestà dell'uomo; ciò che si promette è nella potestà di Dio. Si risponde con s. Agostino2 per istanza: s. Paolo, dice il santo dottore, scrive: Si autem Spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis3. Qui uno si esige, ch'è la mortificazione delle passioni; l'altro si promette, ch'è il premio della vita eterna. Dunque se valesse l'argomento de' Semipelagiani che quel che si esige è in nostra potestà senza bisogno della grazia, dovremmo dire che senza la grazia noi possiamo vincere le passioni: ma questo, dice il santo, è l'errore inescusabile de' Pelagiani: Pelagianorum est error iste damnabilis. Indi ai Semipelagiani la risposta diretta, e dice che quel che si esige da noi non è in nostro potere di darlo senza la grazia, ma coll'aiuto della grazia; e poi così conclude: Sicut ergo, quamvis donum Dei sit facta carnis mortificare, exigitur tamen a nobis proposito praemio vitae; ita donum Dei est fides, quamvis et ipsa, dum dicitur si credideris, salvus eris, proposito praemio salutis, exigatur a nobis. Ideo enim haec et nobis praecipiuntur, et dona Dei esse monstrantur, ut intelligatur quod et nos ea facimus, et Deus facit ut illa faciamus.

 

8. Oppongono per 3. quello a cui il Signore mille volte ci esorta e che ripete nelle scritture: che preghiamo e cerchiamo, se vogliamo ricever le grazie. Dunque, dicono, il pregare è in nostra potestà, e per conseguenza se non è in mano nostra il far la nostra salute ed il credere, almeno è in nostro potere il desiderio di credere e di salvarci. Risponde a ciò lo stesso s. Agostino4, e dice non esser vero che il pregare come si dee pregare è delle nostre forze naturali, ma venirci dato dalla grazia, secondo quel che scrive l'apostolo: Spiritus adiuvat infirmitatem nostram: nam quid oremus, sicut oportet, nescimus: sed ipse Spiritus postulat pro nobis5. Quindi ripiglia s. Agostino: Quid est, ipse Spiritus interpellat, nisi interpellare facit? E poco appresso soggiunge: Attendant quomodo falluntur qui putant esse a nobis, non dari nobis, ut petamus, quaeramus, pulsemus, et hoc esse dicunt quod gratia praeceditur merito nostro... Nec volunt intelligere etiam hoc divini muneris esse ut oremus, hoc est petamus, quaeramus, atque pulsemus; accepimus enim spiritum adoptionis, in quo clamamus Abba Pater. E lo stesso s. dottore ci fa sapere che Dio dona a tutti la grazia di poter pregare e colla preghiera il mezzo di ottenere la grazia di adempire i precetti; altrimenti se alcuno non avesse la grazia efficace di adempire i precetti, e non avesse né pure la grazia di poter ottenere la grazia efficace per mezzo della preghiera, i precetti a costui si renderebbero impossibili. Ma no, dice s. Agostino: il Signore ci ammonisce a pregare colla grazia della preghiera, che dona a tutti, affinché pregando ottenghiamo poi la grazia efficace di adempire i precetti. Ecco le parole del santo: Eo ipso quo firmissime creditur Deum impossibilia non praecipere, hinc admonemur et in facilibus, cioè nel pregare, quid agamus, et in difficilibus, cioè nell'adempire i precetti, quid petamus. E ciò corrisponde


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a quella gran sentenza del modesto santo1, la quale fu poi adottata dal concilio di Trento2: Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adiuvat ut possis. Sicché pregando noi otteniamo la forza di fare quel che non possiamo fare da noi; ma senza poterci poi vantare di aver pregato, perché la stessa nostra preghiera è dono di Dio.

 

9. Che poi Dio doni a tutti comunemente la grazia di pregare, s. Agostino, oltre de' luoghi citati, lo replica in mille altri luoghi. In altro luogo3 dice: Nulli enim homini ablatum est scire utiliter quaerere. In altro luogo4 dice: Quid ergo aliud ostenditur nobis, nisi quia et petere et quaerere ille concedit, qui ut haec faciamus iubet? In altro luogo5 parlando di colui che non sa che fare per ottener la salute, dice che dee ben servirsi di ciò che ha ricevuto, cioè della grazia di pregare, e così riceverà la salute: Sed hoc quoque accipiet, si hoc quod accipit, bene usus fuerit; accepit autem, ut pie et diligenter quaerat, si volet. Di più in altro luogo6 spiega tutto ciò più distesamente, dicendo che perciò il Signore ci comanda di pregare, affinché pregando noi possiamo ottenere i suoi doni; e che invano ci ammonirebbe a pregare, se non ci donasse prima la grazia di poter pregare, e colla preghiera ottener la grazia di adempire ciò che ci viene imposto: Praecepto admonitum est liberum arbitrium ut quaereret Dei donum; at quidem sine suo fructu admoneretur, nisi prius acciperet aliquid dilectionis, ut addi sibi quaereret, unde quod iubebatur impleret. Si noti aliquid dilectionis; ecco la grazia, per cui l'uomo prega, se vuole, e pregando impetra poi la grazia attuale di osservare i precetti, ut addi sibi quaereret, unde quod iubebatur impleret. E così niuno potrà lamentarsi nel giorno del giudizio di essersi perduto per essergli mancata la grazia di cooperare alla sua salute, perché, se non avea la grazia attuale di far la sua salute, aveva almeno la grazia di pregare, che a niuno si nega, colla quale se pregava avrebbe ottenuta la salute, promessa già dal Signore a chi prega: Petite, et dabitur vobis; quaerite, et invenietis7.

10. Oppongono per 4. e dicono: se anche al principio della fede si ricerca la grazia preveniente, dunque sono scusabili quegli infedeli che non credono, perché loro non è stato mai predicato il vangelo, né mai han ricusato di udirlo. Giansenio8 risponde che questi non sono scusati, ma vengono condannati: quantunque non abbiano alcuna grazia sufficienteprossima, né rimota per convertirsi alla fede: e ciò in pena del peccato originale, che gli ha privati di ogni aiuto. E dice che que' teologi che volgarmente vogliono darsi a tali infedeli la grazia sufficiente in qualche modo a salvarsi hanno appresa questa dottrina alla scuola dei Semipelagiani. Ma questo che dice Giansenio non si accorda colle scritture, che dicono: Qui omnes homines vult salvos fieri, et ad agnitionem veritatis venire9. Erat lux vera, quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum10. Qui est Salvator omnium hominum, maxime fidelium11. Ipse est propitiatio pro peccatis nostris; non pro nostris autem tantum, sed etiam pro totius mundi12. Qui dedit redemptionem semetipsum pro omnibus13. Dai quali testi osserva Bellarmino14 che s. Gio. Grisostomo, s. Agostino, s. Prospero ne deducono che Dio non manca di dare a tutti gli uomini l'aiuto bastante per potersi salvare, se vogliono; e specialmente ciò lo dice sant'Agostino in più luoghi15 e s. Prospero16. Inoltre quel che dice Giansenio non si accorda colla condanna che fece Alessandro VIII. nel 1690. della proposizione: Pagani, iudaei,


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haeretici, aliique huius generis nullum omnino accipiunt a Iesu Christo influxum: adeoque hinc recte inferes in illis esse voluntatem nudam et inermen sine omni gratia sufficiente.pure si accorda con quell'altra condanna fatta da Clemente XI. di queste due proposizioni di Quesnellio (26. 29.): Nullae dantur gratiae, nisi per fidem: Extra ecclesiam nulla conceditur gratia.

 

11. Si risponde pertanto ai Semipelagiani che gl'infedeli i quali giunti all'uso di ragione non si convertono alla fede non sono degni di scusa; perché, quantunque non ricevano la grazia sufficiente prossima, almeno non sono destituiti della grazia rimota e mediata per convertirsi alla fede. E qual è questa grazia rimota? È quella che insegna il dottore Angelico1, il quale scrive: Si quis nutritus in silvis, vel inter bruta animalia ductum rationis naturalis sequeretur in appetitu boni et fuga mali, certissime est credendum quod ei Deus vel per internam inspirationem revelaret ea, quae sunt ad credendum necessaria; vel aliquem fidei praedicatorem ad eum dirigeret, sicut misit Petrum ad Cornelium. Sicché secondo s. Tommaso agl'infedeli che son giunti all'uso di ragione almeno vien data da Dio la grazia rimotamente sufficiente per salvarsi; la quale grazia consiste in una certa istruzione della mente ed in una mozion della volontà ad osservar la legge naturale; alla quale mozione se coopera l'infedele, osservando i precetti della natura, con astenersi dai peccati gravi, riceverà appresso certamente per i meriti di Gesù Cristo la grazia prossimamente sufficiente ad abbracciar la fede ed a salvarsi.

 




7 Psal. 84. 5.



8 Sess. 6. c. 5.

1 C. 16.



2 De Praedestinat. sanctorum c. 11.



3 Rom. 8. 13.



4 L. de Dono persev. c. 23.



5 Rom. 8. 26.

1 S. August. de Nat. et Grat. c. 44. n. 50.



2 Sess. 6. c. 11.



3 L. 3. de l. arb. c. 19. n. 53.



4 L. 1. ad Simplic. q. 2.



5 Tract. 26. in Ioan. c. 22. n. 65.



6 De grat. et l. arb. c. 18.



7 Matth. 7. 7.



8 L. 3. de Grat. Christi c. 11.



9 1. Tim. 2. 4.



10 Ioan. 1. 9.



11 1. Tim. 4. 10.



12 1. Ioan 2. 2.



13 1. Tim. 2. 6.



14 Lib. 2. de grat. et l. arb. c. 5.



15 L. de spir. et litt. c. 33. et in ps. 18. n. 7.



16 De Voc. Gent. l. 2. c. 5.

1 Quaest. 14. de verit. a. 11. ad 1.




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