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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 2 - Del distacco da' secolari e delle stesse sorelle.

1. Dice S. Agostino che chi non vuol fuggire le conversazioni pericolose, presto caderà in qualche precipizio: Qui familiaritatem non vult vitare suspectam, cito labitur in ruinam (Serm. II, in Dom. 29).1 Dee bastare a fare tremar tutti l'esempio infelice di Salomone, che, essendo stato prima così caro a Dio, e per così dire sollevato ad essere penna dello Spirito Santo, col praticare poi nella vecchiaia colle donne gentili, giunse sino ad adorare gl'idoli (III Reg., c. XI). Ma che maraviglia, dice S. Cipriano, s'è impossibile stare in mezzo alle fiamme e non bruciare!2


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Ma veniamo a noi. Sposa benedetta del Signore, per prima, parlando de' secolari, persuadetevi che l'aria del parlatorio è aria infetta per le religiose. Siccome nel coro elle respirano aria salubre di paradiso, così nel parlatorio respirano per lo più aria pestifera d'inferno. Gran cosa! Quella monaca, se stesse in casa de' suoi parenti, non avrebbe certamente l'animo di stare a parlare due e tre ore con un giovine; e poi non si fa scrupolo di far ciò nella casa di Dio! Dunque la casa di Dio ha da esser trattata peggio che la casa del secolo? Dirà non però colei: Ma, per grazia di Dio, non ci è male. Non ci è male? Chi dice così, senta ciò che le dico io: Tutte le amicizie che son fondate nel genio e nell'amor sensibile verso oggetti gradevoli, s'altro non fosse, sono almeno di grande impedimento alla perfezione. Elle almeno fan perdere lo spirito d'orazione e 'l raccoglimento dell'anima; quella povera monaca che si sente già con qualche affetto ligata, starà col corpo nella chiesa, ma co' pensieri e sguardi verso l'oggetto amato. Perde l'amore a' sagramenti. Perde la sincerità col confessore, poiché, vergognandosi di comparire attaccata, o pur temendo che 'l confessore le ordini di troncare l'attacco, lascia di scoprirgli la radice della sua tepidezza, e così la misera va da male in peggio. Perde la pace, perché se mai sente dire alcun male della persona diletta, tutta si disturba e se la prende con chi lo dice. Perde l'ubbidienza, poiché s'è ammonita dalla superiora a togliere quell'amicizia, si scusa con mille pretesti e non l'ubbidisce. Perde in somma l'amore a Dio, il quale vuole possedere tutto il nostro cuore, e non vi soffre amore che non è suo, perciò vedendo un cuore attaccato ad altri, si ritira e lo priva della sua speciale assistenza. La Ven. Suor Francesca Farnese dicea alle sue monache: Sorelle mie, noi ci siamo racchiuse tra quattro mura, non per vedere ed essere vedute, ma per serbarci intatte agli occhi divini. Quanto più ci nasconderemo dalle persone del mondo, tanto più Dio si scoprirà a noi colla sua grazia in questa vita e colla gloria nell'altra.3


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2. Ma non solo è grande il danno, grande ancora è il pericolo dell'anima in questi affetti fondati in certe doti esterne, che trovansi nella persona amata di diverso sesso. Tali affetti sul principio sembrano indifferenti, ma a poco a poco divengono difettosi, e finalmente conducono l'anima a qualche caduta mortale. Homo et mulier, dice S. Girolamo, ignis et palea; et diabolus numquam sufflare cessat, ut accendatur (In Ep. Eusebii ad Damas.).4 Siccome è facile ad ardere la paglia colla vicinanza del fuoco, così è facile a bruciarsi insieme le persone di diverso sesso colla soverchia familiarità; anzi è più facile, perché qui v'è il demonio che non cessa di soffiare per accender la fiamma. S. Teresa (Vita cap. 30) videsi un giorno posta nell'inferno, e Dio allora le fece intendere che quel luogo le teneano apparecchiato i demoni, se non si fosse sciolta da una certa amicizia, non già impura, ma solamente geniale, che tenea con un parente.5

3. Se mai voi che leggete, vi sentite nel cuore qualche affezione di questa sorta verso d'alcuno, l'unico rimedio sarà fare una risoluta e total ritirata; altrimenti, se volete cominciare a ritirarvi a poco a poco, credetemi che non si farà niente. Tali sorte di catene, perché son forti e difficili a spezzarsi, se non si spezzano con impeto in un colpo, non si spezzano mai. Né serve a dire che sinora non vi è stata cosa indecente:


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sappiate che 'l demonio non comincia dall'ultimo de' mali, ma pian piano conduce l'anime trascurate sino all'orlo del precipizio, e poi con un semplice urto ve le fa cadere. È massima comune de' maestri di spirito che in questa materia non v'è altro rimedio che fuggire e toglier l'occasione. Dicea S. Filippo Neri che in questa guerra vincono solamente i poltroni, cioè quelli che fuggono l'occasione.6 E prima lo disse S. Girolamo: Cum ceteris vitiis quis posset resistere, huic tamen non potest nisi per fugam (In Reg. mon.):7 Negli altri vizi possiamo resistere nelle occasioni con farci violenza, ma nel vizio che combatte la purità, non v'è altro rimedio che fuggir l'occasione e spezzar l'attacco.

4. Se poi, come spero, voi state sciolta da simili affetti, guardatevene quanto potete, perché voi ancora siete soggetta a cadere in qualche laccio, in cui miseramente altre per trascuraggine son cadute. Primieramente praticate l'avvertimento di S. Teresa, la quale scrisse che la monaca dee più pregiarsi d'essere grossolana che cortese e profusa nel parlare e nel far complimenti co' secolari.8 E lo stesso parimente scrisse


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S. Caterina da Siena ad una sua nipote: Co' secolari sta modesta col capo chino, e nel parlare mostrati selvatica come riccio.9 Astenetevi ancora, stando alla grata, di mirare e di ridere con immodestia, e specialmente di comparire coll'abito affettatamente attillato. Maggior difetto sarebbe poi se vi faceste vedere con qualche riccetto alla fronte o pure con fiori al petto, con ventaglio da dama o con odori che puzzano di mondo. Del resto, ancorché non vi sieno bassezze, se volete sfuggire ogni pericolo, procurate di allontanarvi quanto è possibile dal conversare co' secolari. Sede solitaria sicut turtur, vi esorta San Bernardo: nihil tibi et turbis (Serm. in Cant.).10 Fatevela sola, amate il coro e la vostra cella, e fuggite come peste il parlatorio. Che avete voi che fare colle genti del mondo, voi che avete lasciato il mondo per essere tutta di Dio? Dicea la Ven. Suor Giovanna di Santo Stefano francescana: Se sei sposa del Re de' regi, non voltare gli occhi agli schiavi. È delitto se uno schiavo mette gli occhi alla sposa del re; ma dello stesso delitto si farebbe rea la sposa del re, se si compiacesse d'esser guardata dallo schiavo.11 E


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S. Caterina da Siena (Epist. 158), parlando delle monache, scrisse queste parole: Noi non siamo spose, ma adultere, poiché cerchiamo diletti dell'amor proprio; la cella ci è nemica, e ci è amica la conversazione de' secolari.12 Pertanto vi avvisa S. Girolamo che se mai, conversando con alcun soggetto, vi sentiste sorgere nel cuore qualche affetto disordinato, procurate di farlo subito morire, prima che si faccia gigante: Dum parvus est hostis, interfice (Epist. 22).13 È facile uccidere il leone quando è picciolo, ma è molto difficile e moralmente impossibile, quando è fatto già grande.

5. Maggior errore e vituperio sarebbe poi se permetteste ad alcun secolare che si avanzasse a burlare, non dico colle mani, poiché non voglio supponere un tanto eccesso, ma con parole indecenti. Né vi lusingate di esser esente da colpa, perché voi non parlate, ma solamente state a sentire voi, col non licenziarvi subito allora da quell'insolente, già cooperate e vi rendete rea dello stesso peccato Oltreché, col non distaccarvi subito da tal conversazione d'inferno, presto diverrete voi peggior di colui, e da sposa di Gesù Cristo vi troverete fatta sposa del demonio. E facilmente di più vi farete causa della ruina del monastero, perché una monaca di questa sorta, che mantiene una tal corrispondenza, basterà col suo mal esempio a tirarne molte altre a far lo stesso. Specialmente state accorta, se mai venisse a trovarvi alcun vostro fratello o parente che vi conducesse seco qualche suo amico, il quale dimostrasse già di aver genio con voi; essi faranno


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con voi sì bene chiamar anche la vostra zia, ma voi farete la parte principale in questa scena. Se mai, dico, vi accorgete di tali raggiri, allora calate gli occhi a terra, fate silenzio e dimostratevi austera; ma il meglio sarebbe che con una bella voltata di spalle subito vi ritiraste; ed appresso, se mai sarete chiamata, sapendo che vi sia quel personaggio, rispondete che avete che fare e che non potete calare. State attenta, perché se non fate così e gli date udienza, io vi piango per perduta Così parimente, se ricevete qualche lettera da alcuno, dove scorgete qualche parola d'affetto, laceratela subito, anzi bruciatela e non gli rispondete. E se v'è necessità di rispondere per qualche urgente affare che occorre, rispondetegli con poche parole e gravi, senza dimostrare alcun gradimento o che vi siate accorta de' sentimenti espressi. E se poi colui vi chiamasse alla grata, affatto licenziatelo, perché se dopo la lettera voi ci calate a discorrere, anche sarete perduta. Inoltre sappiate che voi dello stesso delitto vi fareste partecipe, se per non disgustare qualche vostra sorella, non temeste di disgustare Dio col dar mano a qualche suo attacco. Se in ciò v'intricaste, aspettatevi un notabil castigo, come già lo ebbe una monaca, che, ritrovandosi sagrestana, per compiacere una sua compagna si assunse l'incombenza di far capitare una lettera di colei ad un secolare con cui quella avea corrispondenza non santa; ma che avvenne? porgendo ella la lettera al clerico che dovea portarla, quegli, avendo fretta, voltò la ruota della sagrestia con tanto empito che le tronco di netto la mano, e la misera tra pochi giorni se ne morì di spasimo.14


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6. Inoltre attendete ad usar la stessa cautela co' religiosi o ecclesiastici, quando vi accorgete che vengono a parlarvi non per Dio né per bene dell'anima vostra, ma per qualche genio che hanno con voi. Specialmente co' vostri confessori ben sarebbe che ci trattaste solo nel confessionario; e dovendo parlarci altrove, ci parlaste dalla ruota, sfuggendo la grata. Co' vostri direttori bisogna che vi trattiate con maggior riserba, perché, attesa la confidenza che con essi avete per ragione de' segreti di vostra coscienza che lor manifestate, sempre vi è una certa simpatia, la quale, se non si modera, può degenerare in fuoco d'inferno. E perciò vi consiglio a togliere quanto è possibile col confessore ogni traffico di negozi, di regali, di assumervi il peso di cucinargli i cibi, di cucirgli le biancherie e cose simili. Dice S. Teresa: Oh quanto impediscono le religiose questi trafficucci mondani! e piaccia al Signore che al fine non impediscano loro anche il vedere Dio.15 E parlando particolarmente de' regali, se mai vi è già quest'uso antico nel vostro monastero, vi basti che per due o tre volte l'anno gli mandiate qualche picciola cosa, la quale sia più presto segno della vostra attenzione che del vostro affetto. Quindi guardatevi sempre con somma cautela di non farvi uscir mai per qualunque occasione alcuna parola d'affetto dalla bocca.

7. Non andate dicendo che non vi è paura, perché quel sacerdote è un santo. Udite quel che dice S. Tommaso d'Aquino: dice che quanto sono più sante le persone verso cui ci sentiamo qualche affezione tanto più dobbiamo guardarcene, mentre il concetto della loro bontà servirà per più allettarci ad amarle: Nec quia sanctiores fuerint, ideo minus cavendae; quo enim sanctiores, eo magis alliciunt (S. Thom., Opusc. 64, de Mod. conf. peric.).16 Udite ancora quel che dicea il Ven.


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P. Sertorio Caputo della Compagnia di Gesù: dicea che il demonio prima ci fa prendere amore alla virtù del soggetto, poi alla persona, e poi ci tira al precipizio.17 Scrive l'Angelico che il nemico ben sa nascondere un tal pericolo, poiché al principio non manda saette che paiono avvelenate, ma solamente quelle che accendono l'affetto e fan picciole ferite nel cuore; ma in breve tali persone, acceso che sarà l'affetto, non tratteranno più insieme come angeli, secondo han cominciato, ma come vestite di carne: gli sguardi saranno spessi a vicenda, le parole affettive: quindi l'una comincerà a desiderare spesso la presenza dell'altro, e così la divozione spirituale si convertirà in affetto carnale.18 Tutti questi sono sentimenti propri del santo.

8. S. Bonaventura cinque segni per conoscere quando l'affetto non è puro. 1. Quando vi sono discorsi lunghi ed inutili;


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e quando son troppo lunghi, sempre sono inutili. 2. Quando vi sono sguardi e lodi date a vicenda. 3. Quando l'uno scusa i difetti dell'altro. 4. Quando si affacciano certe picciole gelosie. 5. Quando nella lontananza si sente inquietudine.19 Aggiungo io, quando molto gradisce l'avvenenza e la grazia della persona: quando si desidera ch'ella corrisponda nell'affetto: quando s'ha ripugnanza che gli altri l'osservino, l'ascoltino e ne parlino. Oh quanto dicea bene il P. Pietro Consolini dell'Oratorio, che colle persone sante di diverso sesso bisogna trattare come coll'anime del purgatorio, da lontano e senza mirarle!20 Talune si fan tirare a trattenersi molto co' padri spirituali col pensiero di volersi maggiormente infervorare, col sentire i loro discorsi. Ma che bisogno v'è di tali conversazioni e discorsi familiari, tirati così alla lunga, con pericolo di restar ligata da qualche passione perniciosa? Se han vero desiderio di prender fervore, bastano tanti libri spirituali che tengono; bastano le lezioni che sentono nell'orazione e nella mensa; bastano le prediche che odono in chiesa; ma, senza


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queste, basterebbero a farle sante le sole regole e costituzioni della religione, se le leggessero con attenzione e le mettessero in pratica.

9. Ciò va detto per le persone di fuori; ma bisogna avvertire che l'amor disordinato può intromettersi tra le stesse religiose di dentro nel medesimo monastero, specialmente se si afferra qualche soverchia familiarità tra le giovani. Scrisse S. Basilio queste parole: Iuvenis, aequalium tuorum consuetudinem defugito: quia illorum opera adversarius plerosque sempiterno igni cremandos addixit! (Serm. de Abdic. rer. etc.).21 Giovane, dice il santo, fuggi dalla familiarità de' tuoi pari, perché il demonio per mezzo di queste amicizie molti ne ha mandati ad ardere nel fuoco eterno. Molti di costoro, siegue a dire S. Basilio, benché da principio sono stati allettati da un certo affetto che parea di carità, nondimeno col tempo il nemico li ha precipitati poi in gran mali: Spiritualis primo caritatis quadam specie illectos, postea in voraginem praecipites deturbavit (Ibid.).22 Dicea parimente la B. Angela da Foligno (Vita p. 2, c. 1): «Benché nell'amore si racchiuda ogni bene, nonperò nell'amore si racchiude anche ogni male. E non dico dell'amor cattivo, che già si sa doversi schivare; parlo dell'amore tra un prossimo e l'altro, che può degenerare in amor disordinato: il troppo conversare insieme, col palesarsi l'affetto che si portano, fa che l'amore, troppo unendo i cuori, diventi nocivo; in modo che, crescendo l'affetto, comincerà ad oscurar la ragione: l'uno bramerà quel che vuole l'altro, sino a tanto che, invitato l'uno dall'altro al male, non saprà contraddire, e saranno ambedue perduti».23


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10. E bisogna intendere che se le amicizie esterne co' secolari sono più scandalose, le interne tra le stesse monache sono più pericolose, sì perché sono più difficili a troncarsi, sì perché l'occasione è più vicina. E non voglia mai Dio che qualche infelice religiosa cada in alcuna scelleraggine contro la castità nella casa del Signore; Isaia la per dannata, con quelle parole: In terra sanctorum iniqua gessit: [et] non videbit gloriam Domini (Is. XXVI, 10). Quindi specialmente le maestre dell'educande debbono star sempre cogli occhi aperti sopra di loro in questa materia; e non facciano scrupolo in ciò a sospettare il maggior male. Quando vedono qualche attacco o familiarità tra due figliuole, procurino di spezzarlo subito, con non farle praticare più insieme; e sempre sospettino, acciocché possano così riparare ad ogni male che può succedere. Le esorti ancora da quando in quando, parlando in generale, che si guardino, come dalla morte, di non lasciar mai nella confessione qualche peccato per rossore, e procurino a questo fine di narrar loro qualch'esempio funesto di persone miseramente dannate per aver fatte confessioni sacrileghe.

11. Del resto S. Basilio, parlando comunemente per tutte le monache, ordinò che fossero castigate tutte quelle del suo ordine che avessero amicizie particolari,24 chiamate con


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ragione da S. Bernardo Amicizie avvelenate e nemiche della pace comune;25 poiché in verità, s'altro danno e pericolo elle non recassero seco, almeno sono un seminario di disturbi, di mormorazioni e di sconcerti; essendoché queste amicizie particolari son quelle che poi formano le fazioni e i partiti, e fanno che i voti non si diano alle più degne, ma alle più parziali. Siate voi amica con tutte, amate tutte, servite tutte, in modo che ognuna pensi di stare in buona legge con voi; ma poi guardatevi di aver familiarità con alcuna; la vostra intrinsichezza sia solamente con Dio. E specialmente guardatevi da taluna che dimostra passione con voi. Voi camminate per una via oscura e sdrucciola, qual'è la vita presente: se poi avrete una mala compagna, che vi spinga a qualche precipizio, sarete perduta.

12. Guardatevi a questo riflesso da tutti i rispetti umani e da quel maledetto timore: Che diranno? Voi dite: S'io licenzio


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quella persona di fuori, se mi distacco dalla tale, se mi do al ritiramento, all'orazione, alla mortificazione, che diranno di me? Mi metteranno in burla, e sarò il soggetto delle irrisioni di tutte. Ah quanti religiosi e religiose ne ha fatti dannare questa maledetta infermità del rispetto umano! Oh quot detrusit ad inferos infirmitas haec!26 scrisse S. Agostino. E perciò dicea S. Francesco Borgia che chi vuol darsi a Dio, prima di tutto dee porsi sotto i piedi questo maledetto rispetto del Che diranno.27 Oh Dio, e perché non pensiamo che ne dirà Gesù Cristo? che ne dirà la Ss. Vergine? Il Signore dice: Hortus conclusus soror mea sponsa (Cant. IV, 12). Con queste parole fa sapere egli alle religiose che se vogliono essere sue vere spose, bisogna che sieno i loro cuori orti chiusi, sicché in essi non v'entri altro affetto che per Dio. Ed avvertano che fra tutt'i difetti che può commettere una monaca, non v'è difetto forse che più dispiaccia al divino sposo che 'l difetto di nutrire nel cuore qualche affetto straniero. Il cuore delle spose Dio lo vuole tutto per sé. Anche gli sposi di terra ogni cosa possono meglio soffrire che di vedere le loro spose che amino altra persona fuori di essi. Termino questo punto con dirvi che, trattandosi di amore, immaginatevi come nel mondo non ci fosse altri che voi e Dio che dovete amare.

13. Ma prima di terminare questo punto, non posso lasciare di vituperare la melansaggine di quelle monache, che mettono un tenero amore alle bestiole, come gatti e cagnuole. Le vogliono sempre seco nella mensa, nel letto: le portano spesso in seno, le baciano, giungono a dire loro anche parole tenere di affetto. Se mai quelle stanno inferme, stanno afflitte: se


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muoiono poi, piangono inconsolabilmente, e s'inquietano notabilmente con chi forse ci ha data qualche causa. Questo affetto alle bestie, anche in una secolare è bestiale, quanto più in una sposa di Gesù Cristo?

Preghiera.

Gesù mio, già v'intendo, voi volete tutto il mio cuore, tutto il mio amore, ed io tutto ve lo voglio dare. Io dopo tanti disgusti che v'ho dati, meritava d'essere abbandonata da voi, ma sento che voi seguite a chiamarmi al vostro amore, dicendomi al cuore: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo.28 Sì, voglio ubbidirvi: da ogg'innanzi solo voi voglio amare. Oh potessi, Gesù mio, tutta consumarmi per voi che vi siete tutto consumato per me! Voi per amor mio avete dato tutto il vostro sangue, per la mia salute avete spesa tutta la vostra vita, ed io anderò riserbata con voi? È poco un cuore per amarvi, son pochi anche mille cuori; ed io di questo misero cuor mio ne farò parte alle creature? No, voi lo volete tutto, ed io tutto ve lo voglio dare. Accettatemi, Gesù mio, amor mio e sposo mio; io son vostra e tutta vostra; disponete di me come vi piace.

Maria, speranza mia, ligatemi voi con Gesù vostro Figlio, e rendetemi tutta sua. Da voi voglio questa grazia e da voi la spero.




1 «Qui familiaritatem vitare non vult mulierum, cito dilabitur in ruinam.» Appendix ad Opera S. Augustini, Sermo (inter supposititios) 293, n. 1. ML 39-2301.



2 «Impossibilis liberatio est, fiammis circumdari, et non ardere.» Inter Opera S. Cypriani, Tractatus (perperam Cypriano adscriptus) de singularitate clericorum. ML 4-837.



3 «Sorelle mie, ci siamo racchiuse fra quattro mura, non per essere continuamente vedute, nè per vedere, ma per nasconderci a tutte le creature, e serbarci intatte per gli occhi divini del Creatore. Vergogniamoci adunque che questa faccia, che ha da esser mirata da Gesù Cristo con amor di Sposo, si avvilisca a lasciarsi vedere dagli occhi corrottibili e mortali; assicurando le RR. VV. che quanto più si nasconderanno dalle persone del mondo, tanto più Gesù Cristo si scoprirà loro in questa vita per unione di grazia, e nell' altra per unione di gloria; che è quello che unicamente dobbiamo desiderare.» (Lettera alle Monache di S. Lorenzo in Panisperna, in Roma, 20 giugno 1622). NICOLETTI, Vita, lib. 2, cap. 6 (in fine). - La Ven. Madre Suor Francesca Farnese, detta di Gesù e Maria, dell' Ord. di Santa Chiara, era entrata nel monastero di S. Lorenzo in Panisperna il 7 dicembre 1607, non ancora compiti i 15 anni; mossa dal desiderio di vita più austera, ne uscì nel mese di maggio 1618, per fondare un altro monastero. Morì nel 1651.



4  «In isto tamen gravi praelio, nemo potest vincere nisi fugiat... Homo et mulier, ignis et palea. Diabolus numquam insuffare cessat, ut accendatur. Huius praelii numquam fiet victor nisi fugiens.» Eusebii ad Damasum, Portuensem episcopum, Epistola (ab impostore conficta) de morte Hieronymi, cap. 31. ML 22- 259.



5 «Estando un dia en oraciòn, me hallè en un punto toda, sin saber còmo, que me parecia estar metida en el infierno. Entendi que queria el Señor que viese el lugar que los demonios allà me tenian aparejado, y yo merecido por mis pecados...» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 32, Obras, I, 263.- Circa l' amicizia con un parente, vedi sopra, cap. 3, nota 11, pag. 65.



6 «Sopra tutto ricordava del continuo a' suoi quella dottrina tanto inculcata da' santi, che dove le altre tentazioni si vincono combattendo, altre disprezzandole, questo sol vizio vien superato fuggendo; che però il Santo era solito dire: «Alla guerra del senso vincono i poltroni.» BACCI, Vita, lib. 2, cap. 13, n. 18.



7 Nella «Regula Monachorum ex scriptis Hieronymi per Lupum de Olmeto collecta», questa sentenza non viene espressa. Nella «Regula Monachorum»,  la quale non è di S. Girolamo e non è degna di lui, si legge, cap. 20: «Victoria non speratur in hoc certamine, nisi ex fuga. Nemo ex fortitudine audeat resistere viribus: quoniam nisi fugiat, cito succumbet.» ML 30-409.- Scrisse il Santo Dottore due lettere assai conosciute, l' una a Eustochio, De custodia virginitatis (Epistola 22, ML 22-394 et seq.), l' altra a Demetriade, De servanda virginitate (Epistola 130, ML 22. 1107 et seq.). Nell' una e nell' altra raccomanda assai la fuga del mondo e delle società e conversazioni secolaresche, come cosa necessaria alla tutela della virtù. Nell aprima, vedi specialmente i num. 13, 14, 16, 23, 24, 27, 28; nella seconda, i num. 12, 13, 19.



8 «Voleva che il modo di parlare delle monache fosse con una religiosa semplicità, e che s' affaccesse più allo stile de' romiti e gente ritirata, che a saccenterie, curiosità ed altre creanze e ceremonie del mondo. Imponeva alle sue figliuole con grande istanza, che si pregiassero più di parer grossolane in questa parte, che curiose.» YEPES, Vita, lib. 3, cap. 15.- Cf. RIBERA, Vita, lib. 4, cap. 24.- «Ya saben que sois religiosas, y que vuestro trato es de oraciòn. No se os ponga delante: «no quiero que me tengan por buena,» porque es provecho u daño comùn el que en vos vieren. Y es gran mal a las que tanta obligaciòn tienen de no habiar sino en Dios, como las monjas, les parezca bien disimulaciòn en este caso, si no fuese alguna vez para màs bien. Este es vuestro trato y lenguaje; quien os quisiere tratar, deprèndale (aprèndale), y si no, guardaos de deprender vosotras el suyo; serà infierno. Si os tuvieren por groseras, poco va en ello; si por hipròquitas (hipòcritas), menos: ganarèis de aqui que no os vea sino quien se entendiere por esta lengua; porque no lleva camino, uno que no sabe algarabia (la lengua àrabe), gustar de hablar mucho con quien no sabe otro lenguaje.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 20. Obras, III, 97.



9 «Quando gli ospiti passano, e dimandasserti alle grati, statti nella pace tua, e non v' andare, ma quello che volessero dire a te, dicando alla priora, se già la priora non tel comandasse per obedientia; allora china el capo, e stammi salvatica come uno riccio.» S. CATERINA DA SIENA, Lettera 159 (al. 168), a Suora Eugenia sua nipote nel Monasterio di Santa Agnesa di Monte Pulciano, III. Opere, II, Luccan 1721, pag. 888.



10 «Pulchrae sunt genae tuae sicut turturis (Cant. I, 9). Cur vero, sicut turturis? Pudica avincula est, et conversatio eius non cum multis, sed solo degere fertur contenta compare, ita ut si illum amiserit, alterum non requirat, sed sola deinceps conversetur... Omnino supra te est, angelorum Domino desponsari. An non supra te, adhaerere Deo atque unum spiritum esse cum eo? Sede itaque solitarius, sicut turtur. Nihil tibi et turbis, nihil cum multitudine ceterorum.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 40, n. 4. ML 183-983.



11 La Ven. Suor Giovanna di Santo Stefano, francescana, visse e morì nel monastero della Concezione dell' Antica Meglia. «Si fè conoscere per molto perfetta colla profonda umiltà di cui fu dotata, e nei combattimenti visibili..... coi demonii... Fu data fuor di modo al santo esercizio dell' orazione. Stando per morire le apparvero molti angeli... Subito morta apparve ad un venerabile sacerdote, fondatore del convento di San Basilio di Tardone, che si trovava in orazione nella chiesa, e domandandogli se la conosceva, rispondendole di sì, gli soggiunse: «La cagione per la quale passo qui da voi, è per pregarvi che andiate dalle mie sorelle, e loro diciate che si separino da qualunque occasione di mancamento, che sebbene è piccola, ha gran forza di rovinarle, e che si rammentino che, quantunque il celeste Sposo, a cui si sono consacrate, è Agnello, è ancora Leone.» Benedetto MAZZARA, Leggendario Francescano, VI (23 giugno), Venezia, 1722.- Altri particolari più precisi su questa «religiosa di santa vita», non abbiamo potuto rintracciare.



12 «Noi miseri miserabili pieni di difetti, non spose vere ma adultere, facciamo tutto el contrario (di quanto c' insegnò il dolce ed innamorato Verbo), perocchè noi cerchiamo diletto, delitie, piaceri, amore sensitivo, uno amore proprio, del qulae amore nasce discordia, disobedientia: la cella si fa nemico, la conversatione de' secolari e di coloro che vivono secolarescamente si fa amico.» S. CATERINA DA SIENA, Lettera 149 (al. 158), all' Abadessa e Monache di S. Pietro in Monticelli a Lignaia in Firenze, I, Opere, II, Lucca, 1721, pag. 842.



13 «Noli sinas cogitationes crescere. Nihil in te Babylonium, nihil confusionis adolescat. Dum parvus est hostis, interfice: nequitia, ne zizania crescant, elidatur in semine.» S. HIERONYMUS, Epistola 22, ad Eustochium, Paulae filiam, n. 6. ML 22- 398.



14 «V' erano in un monistero due vergini stolte, che nel loro cuore racchiudevano assai più d' amor di mondo che di Dio, e procuravano fomentarlo per via di lettere; ma non avendo facile l' adito per la porta, custodita in quel tempo da due monache di tutta religiosità, per giungere a' loro disegni, tanto pregarono la sagrestana che l' infelice, per non disgustare le antiche, prese la lettera e ne promise sicuro il recapito per renderne la risposta. Andò alla ruota, chiamò il servente, e nel medesimo tempo che gli ordinava di ricapitarla con tutta segretezza e nelle proprie mani, nel metter dentro la lettera, il servente girò con tal furia la ruota, che la mano con cui la sagrestana porse la lettera, restò tra la ruota ed il muro del tutto troncata; ed indi a pochi giorni sorpresa la misera dallo spasimo se ne morì.» S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro, parte 2, § XV. Opere, I, Venezia, 1868, pag. 322.- Le ediz. Remondiniane hanno: una lettera di colei ad un sacerdote.



15 Le parole qui riferite sono di S. Maria Maddalena de' Pazzi. «Altra volta le fu mostro dal Signore che molto gli disgustavano quelle religiose che continovamente stanno occupate in traffichi secolareschi; onde ella diceva con molto sentimento di spirito, e piena di pietoso sdegno, queste parole: «Oh! questi traffichi di cose esteriori, che ha la sposa di Gesù, e che le tolgono il tempo e 'l modo di poter far il suo vero traffico con Dio, piaccia, piaccia a Dio che non le tolgano al fine la divina visione.» Tali parole minaccevoli eran proferite da lei con tanta gravità e maestà, che a chi l' udiva dava terrore e spavento.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 30.- Cf. PUCCINI, Vita, Venezia 1671, cap. 126.



16 «Beatus Augustinus dicit: «Sermo brevis et rigidus cum mulieribus est habendus.» Nec tamen quia sanctiores fuerint, ideo minus cavendae. Quo enim sanctiores fuerint, ideo minus cavendae. Quo enim sanctiores fuerint, eo magis alliciunt.» Inter Opuscula S. Thomae, Opusculum 64, De modo confitendi et de puritate conscientiae, § De periculo familiaritatis dominarum vel mulierum, Opera S. Thomae, XVII, fol. 105, col. 2.- In questa stessa edizione, questo opuscolo è segnato (dai caratteri minuti in cui viene stampato) come non genuino.- Anche il Mandonnet, O. P. (Des écrits authentiques de S. Thomas d' Aquin, 2me édition, page 110, III, n. 137) lo rigetta. - Gersone emise il dubbio che fosse di S. Bonaventura: però neppure è di lui, ma di Matteo da Cracovia, vescovo di Worms (1405), + 1410. Cf. Opera S. Bonaventurae, ad Claras Aquas, VIII, pag. CXI, n. 12; Kirchenlexicon, Herder, VIII, col. 1039; 2da ed., col. 1029.



17 Per quanto abbiamo ricercato presso i non pochi che hanno scritto del P. Sertorio Caputo, non abbiam ritrovato questo suo detto. Forse S. Alfonso avrà scambiato i nomi di due illustri e santi Gesuiti. Nella vita del Ven. P. Bald. Alvarez si legge: «Come egli trattava con molte donne spirituali, dicea, che con queste deve aversi maggior cautela, perchè l' amore spirituale suol passare i confini e cangiarsi in carnale, ed il buon vino in buono aceto; nè si sa intendere, finattantochè le volontà sieno sì attaccate, che, quantumque con dolore, anzi voglian lasciar Dio che se stesse, parendo loro che mal si pagano, ed allora accorre il demonio a soffiar nel fuoco, ad allacciare, ad accecare.» Ven. Lodovico DA PONTE, Vita del Ven. P. Baldassarre Alvarez, cap. 5, § 1.



18 «Sagittarius a principio non mittit sagittas venenatas, sed solum aliqualiter vulnerantes, et amorem augmentates. Ad tantum vero in brevi deveniunt, ut iam non velut angelos, sicut coeperant, se invicem alloquantur et videant, sed tamquam carne vestitos se mutuo intueantur, et sentiant mentes quibusdam commendationibus ac verbis blanditoriis, quae videntur ex prima devotione procedere. Exinde unus incipit appetere alerius praesentiam corporalem, quia forma vel species corporis in utriusque mente concepta incitat eos ad volendum praesentiam corporalem, qua insit eis praesentia mentalis, sicque spiritualis devotio paulatim convertitur in corporalem et carnalem.» De modo confitendi, l. c., fol. 104, col. 4, et fol. 105, col. 1.- Vedi sopra, nota 16.



19 «Primum ergo indicium carnalis amoris est, quod... pauca de spiritualibus, et plurima de inutilibus confabulationibus, et maxime de mutua dilectione insatiabiliter ruminant... Secundum.... indicium est, insolentia gestuum et morum, quando sunt pariter se taliter amates, amorose se mutuo respiciunt, etc... Tertium est inquietudo cordis: quando sunt absentes cogitando de se invicem, ubi sit ille dilectus, quid agat, quando veniet, etc... et ita suspenso corde nec orare libere potest, nec de Deo quiete meditari, vel aliud agere, distracto et occupato animo circa dilectum... Quartum indicium... est, impatientia condilecti, scilicet si aliquam secum diligat, si benigne aliquam salutet, si aliqua ei beneficia exhibeat, ex quibus timet ne forte amor alterius praevaleat et erga se tepescat, inde dolet et tristatur... Quintum est ira et conturbatio... Sicut enim metas excedit aliquando eorum dilectio inordinata in blandiendo, ita quandoque excedit in conturbando, maxime cum unus alterum in aliquo offendit... quia quo tenerior est dilectio, eo molestior est offensio... Sextum est munuscula et dulces litterae amatorii dictaminis, conviviola, etc... Semetipsum est inordinata dissimulatio vitiorum ad invicem, scilicet quod ita se diligunt mutuo, quod etiam vitia sua diligunt et fovent; et excusant et adstant sibi mutuo contra arguentes et corrigentes ea.» De profectu Religiosorum, lib. 2, cap. 27. Inter Opera S. Bonaventurae, VII, pag. 587, col. 2, et 588, col. 1: Lugduni, 1668.- L' autore non è S. Bonaventura, ma il B. DAVIDE D' AUSBURGO: vedi Appendice, 10.



20 «Un buon sacerdote conferì col P. Pietro un' ispirazione che gli era venuta, d' impiegarsi in dirigere e promuovere lo spirito di certa religiosa; il Padre rispose che il pensiero gli pareva buono, ma che avvertisse di usare la carità con le donne, come la sogliamo usare coll' anime del purgatorio, alle quali porgiamo aiuto, ma da lontano.» Girolamo RICCI, O. P., Breve notizia d' alcuni compagni di S. Filippo Neri, Brescia, 1706, pag. 157. § Del Padre Pietro Consolini, n. 96.



21 «Iuvenis sive aetate sive animo fueris, aequalium tuorum consuetudinem defugito, ab illisque te non secus atque ab ardentissima fiamma procul abducito: quando illorum opera usus adversarius, plerosque olim incendio dedit, et sempiterno igni cremandos addixit: ac spiritualis videlicet primo caritatis vana quadam specie illectos, in teterrimam postea Pentapolitanam voraginem praecipites deturbavit: et qui ex medio pelagro, saevientibus undique procellis tempestateque incolumes evaserant, eos iam intra portum securos una cum ipsa navi vectoribusque submersit.» S. BASILIUS MAGNUS, De abdicatione sive renuntiatione saeculi istius et spirituali perfectione. Opera, Antverpiae, 1616, pag. 252, col. 2.- Sermo asceticus et exhortatio de renuntiatione saeculi et de perfectione spirituali, n. 5: MG 31-638.



22 Vedi la nota precedente.



23 V. F. Arnaldus: B. ANGELAE FULGINATIS Vita et Opuscula, pars 3, cap. 3, Fulginae, 1714, pag. 207-211.- Vedi Appendice, 11.



24 S. BASILII MAGNI, Epitimia in Canonicas (Poenae in Moniales), MG 31- 1314, 1315, non hanno nulla su questo argomento. Ma nelle Poenae in monachos delinquentes, si legge (ibid., col. 1311: «36. Si duo simul familiarem inter se consuetudinem habere comperiantur, et commoniti non secesserint, sint a ceteris segregati, donec corrigantur.» - Spiega più diffusamente il suo pensiero S. Basilio nel cap. 29 (ibid., col. 1418-1419) delle Constitutiones monasticae, il quale viene intitolato: Quod non decet in ascetico instituto peculiarem quamdam amicitiam esse inter duos aut tres fratres. E continua così il Santo Dottore: «Ac decet fratres caritatem quidem inter se mutuam habere, sed non ita tamen, ut duo aut tres simul conspirantes, sodalitates aliquas constituant. Non enim hoc caritas est, sed seditio, divisioque, et eorum, qui sic coeunt, improbitatis argumentum. Si enim commune bonum disciplinae diligerent, qui tales sunt, sine dubio communem aequalemque in omnes dilectionem haberent: si vero secantes ac separantes seipsos, aliqua communitas in communitate fiant, vitiosa est eiusmodi amicitiae coniunctio, et est aliquid aliud, quod praeter communem rem tales coniungit, novitas videlicet, praeter eum, qui obtinet, disciplinae vigorem. Quare oportet neque eiusmodi sodalitia permitti in conventibus, neque caritatis servandae causa quemquam fieri socium fratris, qui velit improbe agere, et communis disciplinae iura violare: sed quamdiu omnes in bono permanebunt, unusquisque cum ceteris omnibus sociari ac coniungi debet.» Termina il capitolo col dire come si abbia da trattare, secondo la diversità dei casi, colui che volesse «vigenti rerum statui obesse», e cercasse di guadagnare qualche fratello al suo parere e partito.



25 «Cum dixissent (adolescentulae): Exsultabimus et laetabimur in te, memores uberum tuorum super vinum- nec dubium quin matri loquerentur- continuato sermone hoc quoque inferunt: Recti diligunt te (Cant. I, 3). Puto propter aliquas de numero ipsarum, quae non idem saperent, licet pariter currere viderentur... Itaque propter murmurantes et blasphemantes dicitur ab his quae bonae, quae simplices, quae humiles et mansuetae sunt; ab his, inquam, dicitur sponsae consolandi gratia: Recti diligunt te. Non sit tibi, inquiunt, cura de iniqua reprehensione blasphemarum harum, cum constet quia Recti diligunt te. Bona profecto consolatio, cum clasphemamur a malis bene facientes, si recti diligant nos.. Ergo in hoc sensu puto appositum: Recti diligunt te. Nec absurde, ut aestimo: cum ubique pene in choro adolescentularum tales inveniantur, quae acta sponsae curiose observent, derongandi, non imitandi causa. Torquentur in bonis seniorum suorum, malis pascuntur. Videas ambulare seorsum, convenire sibi et sedere pariter, moxque laxare procaces linguas in detestandum susurrium. Una uni coniungitur, nec spiraculum incedit in eis; tanta est libido detrahendi, audiendive detrahentem. Ineunt familiaritatem ad maledicendum, concordes ad discordiam. Conciliant inter se inimicissimas amicitias, et pari consentaneae malignitatis affectu celebratur odiosa collatio. Haud secus egere quondam Herodes et Pilatus, de quibus narrat Evangelium quod facti sunt amici in illa die (Luc. XXIII, 12), hoc est in die Dominicae Passionis. Convenientibus sic in unum, non est Dominicam coenam manducare, sed magis propinare et bibere calicem daemoniorum; dum importantibus linguis aliorum perditionis virus, aliorum aures intrantem mortem libenter excipiunt. Sic quippe, iuxta prophetam, intrat mors per fenestras nostras (Ier. IX, 21), cum prurientes auribus et oribus, lethale poculum detractionis invicem nobis ministrare contendimus.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 24, num. 2 et 3. ML 183-894, 895.



26 Se queste parole forse non sono di S. Agostino, certo però che ne è suo il pensiero. Dice infatti: «Quomodo retia plerumque tenduntur, ad caput sepis tenduntur avibus, et lapides mittuntur in sepem: lapides illi nihil facturi sunt avibus: quando enim ferit avem qui lapidem mittit in sepem? Timens autem avis inanem sonum, cadit in retia: sic homines timentes insultatorum verba vana et inania, et erubescentes conviciis superfluis, cadunt in laqueos venantium, et captivantur a diabolo.» S. AUGUSTINUS, In Psalmum XC Enarratio, sermo 1, n. 4. ML 37-1151, 1152.



27 «Prima di ogni altra cosa si determinò di romperla risolutamente col mondo senza far caso dei suoi spropositati giudizi e vane mormorazioni, disprezzare i rispetti umani e le lingue maldicenti, e di calpestare l' idolo «Che diranno?» che è tanto crudel tiranno, e tanto si è impadronito della maggiore e più nobil parte del mondo.» V. CEPARI, S. I., Ristretto dell avita del B. P. Francesco Borgia, Roma, 1624, pag. 24, 25.



28 Deut. Vi, 5; Matth. XXII, 37; Marc. XII, 30; Luc. X, 27.

 






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