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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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Avvertimenti alla badessa.

I. Voglio supponere che voi siate stata eletta superiora non per vostra ambizione ed industria, ma solo per volontà di Dio; altrimenti vi direi che difficilmente riuscirà felice il vostro governo, mancandovi l'aiuto divino, che Dio non concede a chi da lui non è chiamata a tal carica. Narra il P. Leonardo da Porto Maurizio che in un certo monastero moriva una badessa, la quale, benché avesse ricusato un tale ufficio,


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pure stava cruciata da molti scrupoli circa il governo tenuto del monastero.1 Or, io dico, che sarà di colei che se l'ha procurato per via d'impegni? Se poi siete stata eletta senza vostra cooperazione, persuadetevi che con tale onore vi vien posta sulle spalle una croce di troppo gran peso e pericolo. Scrisse il P. Torres a sua sorella, quando fu fatta superiora del suo monastero: Preghi Dio che l'assista, acciocché non abbia a morir crepata sotto tante croci, martire senza merito e senza corona.2 Pensate voi pertanto che dovreste render gran conto a Dio, se mai per causa vostra manca l'osservanza e s'introducono abusi. Dicea quel gran padre, il P. Doria scalzo carmelitano, che le religioni più si son rilassate per male di emicrania, che di podagra, cioè più per difetto de' capi che de' piedi:3


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e volea dire che la mancanza non tanto è venuta da' sudditi, quanto da' superiori che hanno chiusi gli occhi alle inosservanze ed agli abusi.

Perciò voi, sorella, prima d'entrare al vostro officio, ringraziate le vostre suore dell'onor che v'han fatto, ma poi protestatevi che se accettate la carica per servirle, non volete perder l'anima; onde dite loro che sappiano anticipatamente non esser voi per concedere o permettere a chicchessia cosa in cui vi sia scrupolo di coscienza. Serve ciò affinché le monache non ardiscano poi di pretender cose inconvenienti; e se mai le pretendono, non si aggravino ricevendo la negativa. E così voi potrete governare con maggior libertà di spirito.

II. Invigilate indi all'osservanza delle regole e ad impedire gli abusi, i quali, introdotti una volta nel monastero, è moralmente impossibile che più si tolgano. E non importa che sieno picciole cose, perché col tempo si faranno grandi. Come sono entrati tanti abusi ne' monasteri, specialmente circa la povertà? a principio sono stati minimi, ed appresso si son fatti massimi. Narra il P. Francesco della Croce, carmelitano scalzo, che apparve una badessa dopo sua morte ad una sua confidente, e dissele che molto penava nel purgatorio per aver trascurata nel tempo del suo governo l'osservanza delle regole e l'esecuzione degli ordini del prelato.4 Questa pativa nel purgatorio, ma oimè, quante superiore vedremo nel giorno del giudizio patir nell'inferno, per gli abusi introdotti o permessi in tempo del loro officio! La superiora di più dee girare per


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lo monastero, e vedere ed informarsi se si eseguiscono gli ordini dati. A che servono gli ordini, quando non si adempiono? E perciò è meglio dar pochi ordini che sieno osservati, che molti i quali poi sieno negletti. Quando le suddite vedono che la badessa poco si cura se sono eseguite o no le ubbidienze che impone, facilmente poi disprezzano tutto ciò che ella dice.

Invigilate, acciocché ciascuna officiale adempisca il suo obbligo; ma astenetevi poi d'intricarvi molto nei loro offici.

Di più astenetevi di metter nuovi pesi e nuove leggi, perché ciò molto rincresce alle religiose. Quel che dovete procurare è che si osservino le leggi che vi sono. Se nonperò trovaste decaduta l'osservanza di qualche regola, come della frequenza de' sacramenti, dell'assistenza delle ascoltatrici al parlatorio, dell'orazione comune, delle penitenze che prima si usavano a mensa e simili, non sarebbe novità il procurare di rimetterla, anzi siete obbligata a far ciò, per quanto potete.

Invigilate specialmente acciocché nel monastero non vi sieno amicizie particolari, né di fuori né di dentro. E dove voi non potete arrivare, dovete adoprarvi affinché vi ripari il prelato, il quale forse avrà data ad alcuna in buona fede la licenza di parlare, ma quando voi sapete che l'amicizia è cattiva e porta scandalo all'altre, dovete farla intendere al prelato, acciocché rivochi la licenza. In far ciò non vi mancheranno lagnanze, e forse anche ingiurie dalle parti offese, ma non v'è rimedio; quest'obbligo porta seco la carica di superiora, per cui dovete attendere più al bene spirituale che al temporale delle vostre suddite. Qui anche di passaggio vi raccomando a non permettere che le monache dormano accompagnate.

Invigilate ancora acciocché i servienti del monastero non portino alle monache viglietti, né imbasciate inconvenienti: e trovandoli rei, subito licenziateli. Invigilate di più circa dell'ingresso degli uomini, che non entrino quelli che non sono precisamente necessari per li servigi del monastero. Il P. Bartolomeo di S. Carlo nel suo libro: Scuola di verità (Avvert. XXXVI, § 4), rapporta un decreto della S. C., dove si proibisce agli uomini di entrar ne' monasteri, fuorché per quei soli servigi per cui non han forze sufficienti le converse (Piacenza 1614, 6 di giugno). Ivi anche si riferisce un altro decreto, che


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chi introduce fanciulli di qualunque età ne' monasteri, incorre le censure di clausura violata (Napoli 1580, 22 di marzo).5

Procurate in oltre che si facciano i capitoli secondo ordina la regola, ed in quelli parlate con fortezza contra i difetti più comuni e specialmente contra gli abusi che vedete introdursi. Non è necessario che facciate la predica, ma bisogna che parliate e vi facciate a sentire.6

III. Se poi volete l'osservanza delle altre, bisogna che voi siate la prima a darne l'esempio. Diceva il B. Giuseppe Calasanzio: Guai a quel superiore, che colle parole esorta ciò che distrugge poi coll'esempio!7 L'abbadessa è posta sul candeliere, donde è osservata da tutte. Come potrà mai pretendere dalle suddite l'assistenza all'orazione, all'Officio divino ed agli altri atti comuni, se ella spesso vi manca? Non avrà neppure animo di parlare; e se parlerà, poco sarà intesa, poiché l'altre più attenderanno a' suoi esempi che alle sue parole. Attendete pertanto ad assistere a tutti gli atti comuni e specialmente all'orazione, della quale la superiora ha più bisogno dell'altre, essendo a lei necessario doppio alimento per se e per le suddite. Nell'orazione dovete particolarmente pregare il Signore che v'assista colla sua luce e col suo aiuto, per ben portare la carica che avete. Procurate ancora di assistere all'Officio divino


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ed alla mensa, dove, quando voi mancate, facilmente accaderanno molti sconcerti.

Astenetevi poi con gran cautela da qualunque cosa particolare, tanto nel vitto quanto nel vestire e ne' mobili della cella; ed ordinate alle officiali che non abbiano maggior riguardo a voi che a qualunque conversa; altrimenti, se del superiorato vi servite per li vostri comodi particolari o de' vostri parenti, tenete per certo che non anderete esente dall'ammirazione ed anche dalla mormorazione di tutto il monastero.

IV. Procurate d'esser voi sola a governare il monastero, e non lo fate governare dall'altre. È una cosa che riesce di molta molestia e disturbo alle monache, il dover ubbidire a chi non è superiora. E perciò evitate di dipender sempre dal consiglio d'una sola sorella, e peggio sarebbe poi se questa fosse conversa. Negli affari rilevanti prima raccomandatevi a Dio, indi consigliatevi con più d'una, e poi fate quel che meglio vi pare, attenendovi per lo più al consiglio della maggior parte delle vostre consultrici.

State ancora attenta a trattar tutte con egualità e di non far parzialità ad alcuna, senza necessità d'infermità o d'altra giusta causa. Specialmente nel dispensare gli offici, non vi fate trasportare dalla passione o da qualche rispetto, ma guidatevi colla prudenza cristiana; altrimenti degli sconcerti che ne avverranno, voi ne dovete dar conto a Dio.

V. Siate umile ed affabile con tutte. Figuratevi, quando siete fatta superiora, che voi avete da esser la serva di tutte. Evitate perciò di governare il monastero con alterigia. Coll'umiltà e mansuetudine, non già colla gravità, guadagnerete i cuori delle vostre sorelle, e così le vostre correzioni ed avvisi saran presi con pace. Diceva S. Maria Maddalena de' Pazzi: L'amore e la confidenza sono i vincoli che legano il cuore delle suddite; ma questi vincoli vengono poi sciolti dalla superbia.8 Se voi non vi dimostrate affabile, le suore perderanno


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la confidenza di comunicarvi i loro bisogni ed amarezze, di cercarvi le dovute licenze, e di avvisarvi de' disordini del monastero; e così riuscirà infelice il vostro governo. Non basta aver buon cuore; se il tratto è aspro, tutti vi fuggiranno. Bisogna per tanto che benignamente ascoltate tutte quando vengono, senza distinzione; altrimenti poco saprete gli sconcerti che accadono, e tanto meno potrete rimediarvi. E se taluna ha soggezione con voi, animatela con dimostrarvi più affabile verso di lei.

Quando avete da assegnare gli offici o da imponere qualche impiego o da proibire qualche cosa alle monache, astenetevi


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di far precetti d'ubbidienza - se non ve ne fosse assoluta necessità in qualche caso raro - e sfuggite quanto potete le parole imperiose e profferite con voce alta. Parlate più presto pregando: Vi prego, sorella, di far la tal cosa. Fatemi la carità, ecc. Mi avete da fare un favore, ecc. Procurate in somma di esser più amata che temuta. Ed a colei che vedete abile a portare solamente dieci libbre, non ce ne imponete venti.

Specialmente siate molto dolce nel far le correzioni. Dice S. Ambrogio: Plus proficit amica correptio quam accusatio turbulenta; illa pudorem incutit, haec indignationem movet. Amicum magis te credat quam inimicum (Lib. VIII, in Luc. c. 18).9 Più profitta una correzione amichevole, che fa conoscere il difetto, che un rimprovero aspro, il quale muove a sdegno: bisogna che 'l corretto vi tenga più per suo affezionato che per avverso. E S. Giovan Grisostomo dice: Vis fratrem corrigere? Lacrima, exhortare, comprehende pedes, osculari non erubescas, si modo mederi vis (Hom. IV, ad pop. Ant.).10 Vuoi vedere il tuo fratello corretto? Piangi, esortalo, abbracciati a' piedi suoi, e non ti vergognare anche, se bisogna, di baciarcigli, se vuoi presto vederlo guarito. - Pertanto tutte le prime correzioni procurate di farle con gran dolcezza ed in particolare; e benché a qualche mancanza vi bisognasse anche la correzione pubblica, per essere stato pubblico il difetto, pure premettete la correzione in segreto colla suora che l'ha commesso, lodandola da una parte delle sue buone qualità, e dall'altra correggendola; e poi ditele che non si aggravi, se le farete la correzione in pubblico, essendo ciò necessario per bene della comunità. Oh quanto più giovano le ammonizioni


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fatte così che con asprezza e severità! Quando la superiora si porta con dolcezza, guida le sue suddite, come suol dirsi, con un filo di seta. - Le monache vi chiamano e vi tengono da madre: voi dunque dovete trattarle da figlie con tutto l'affetto. Particolarmente bisogna che usiate carità e prudenza colle monache antiche. Dice S. Gregorio: Iuvenes plerumque severitas admonitionis ad profectum dirigit; senes vero deprecatio blanda.11 Per lo più, dice il santo, co' giovani conviene usar austerità, quando bisogna, come diremo qui appresso; ma co' vecchi bisogna adoprar le preghiere e la dolcezza, dicendo per esempio: Sorella mia, voi sapete quanto vi stimo: vi prego di non mancare alla tal regola. Noi che siamo anziane, bisogna che diamo esempio alle giovani.

Alle volte bisogna aspettare per settimane e mesi il tempo opportuno, acciocché riesca più fruttuosa la correzione. Il rimedio dato a suo tempo all'infermo lo guarisce, dato in altro tempo l'uccide. Talvolta bisogna ancora chiudere gli occhi e dissimulare, fingendo di non vedere il difetto; ciò s'intende quando il difetto è leggiero e si ferma solamente in chi lo commette, e non passa in esempio. Molte cose bisogna rimetterle a Dio, e pregarlo ch'esso vi rimedii. E S. Francesco di Sales, parlando specialmente de' difetti delle monache vecchie scrisse così in una lettera (Lib. IV, lett. 7): Bisogna aver riguardo alle vecchie; queste non possono accomodarsi cosi facilmente; non sono tanto flessibili, perché i nervi dello spirito, come quelli del corpo, già si sono assodati.12

All'incontro quando i difetti son di conseguenza, come se sono di scandalo o di aggravio all'altre monache, o pure si oppongono all'osservanza di qualche regola, allora bisogna parlare. Se voi tacete e dissimulate per non perdere la benevolenza di talune, perderete quella di Dio. Bisogna ancora in certi mali, per esempio, di amicizie o di odiosità accese, non


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aspettare, ma dar subito rimedio, perché questi mali quanto più durano, più si rendono irreparabili.

Bisogna nel correggere usar, come si è detto, tutta la dolcezza; ma quando si vede che colla dolcezza non si arriva, bisogna parlar forte, come dice l'Apostolo: Argue, obsecra, increpa (II Tim. IV, 2). La Superiora dee aver cuore di mele nel trattare, ma petto di bronzo nel rimuovere gli abusi e rilasciamenti dell'osservanza. Fra le regole di S. Agostino dicesi che 'l superiore dee adoperar co' sudditi timore ed amore: amore cogli umili e docili, timore co' superbi e duri di testa.13 Dice un autore che certe persone hanno il cuore come vestito di cuoio, che non sente, se non è ferito col ferro. E perciò dove voi non potete arrivare né colla dolcezza né colle parole aspre, bisogna che date di mano alle penitenze, e penitenze anche pesanti, quando è pesante il difetto. Dicea S. Bonaventura che questa è la differenza che corre tra i monasteri osservanti e tra i rilasciati: non già che negli osservanti non ci sieno difetti, perché in ogni luogo non vi sono angeli, ma uomini; ma ne' rilasciati i difetti non si riprendono, ne' riformati si riprendono e si castigano.14

In ciò nondimeno vi prego ad osservare due cautele, acciocché andate sicura di non errare: la prima, di non venire a' castighi - intendo quando il castigo è notabile - se non quando ve n'è assoluta necessità per l'emenda della sorella e per l'esempio dell'altre; le penitenze gravi sono come i ferri infocati, che non si adoprano che nelle cancrene, cioè ne' mali in altro modo incurabili. La seconda, che non operiate


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di furia, ma avanti di venire al castigo, prima vi raccomandiate a Dio, indi vi consigliate coll'altre, e poi operiate.

State pertanto avvertita a non dar penitenze e neppure a far correzioni forti, in tempo che state disturbata. Talvolta vi sembrerà giusto il rintuzzar subito l'audacia di alcuna sorella insolente, che forse vi perde il rispetto in vostra presenza; ma allora vi prego ad astenervi di far la correzione, perché facilmente allora la farete con ira; ed ella poco gioverà, stimando la suddita che quella sia più presto effetto di sdegno che di carità. Oltreché quando la suddita sta adirata e le sta offuscata la mente dalla passione, niente le gioverà la correzione. Aspettate perciò allora che si sedi l'adiramento così in voi come in colei, e poi correggete secondo si conviene. E se la correzione dee esser forte, procurate sempre di usar vino ed olio, cioè dopo la correzione dite alla sorella che voi l'amate e che tutto fate per suo bene.

Quando vi sono portate accuse, non vi mettete subito a far correzioni e dar penitenze, ma ascoltate prima la parte ed appurate bene le cose, e poi operate. Spesso accade che si travede, e si prendono per delitti cose che forse non sono neppure difetti leggieri. Alcune superiore sono, come suol dirsi, di primo informo,15 s'impressionano di ciò che prima viene lor riferito, e subito danno di mano a' rimproveri e penitenze; e da ciò ne nascon poi mille disturbi e sconcerti, mentre il fatto sarà andato altrimenti in verità di quel ch'è stato rappresentato.

Dio vi guardi poi che in tempo del vostro governo aveste a vendicarvi contro di alcuna sorella, che si fosse opposta al vostro superiorato, o che v'abbia contraddetto, o sparlato di voi in qualche cosa: guardatevi, dico, di mortificarla o di tenerla umiliata per tal riguardo; questo sarebbe uno scandalo troppo vituperevole. Più presto dovete procurare di onorare una tal sorella, che vi è stata contraria, e preferirla in tutto ciò che potete, senza scrupolo di coscienza. Così darete molto gusto a Dio, e grande edificazione al monastero.

VI. Circa le licenze che vi domandano le suore, state accorta a non conceder mai quelle che aprono la via a qualche abuso, il quale poi possa farsi comune o apporti molestia alle


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altre. Queste licenze bisogna negarle con fortezza, senz'alcun riguardo di amicizia, di gratitudine o d'altro rispetto umano. Il compiacere all'altre e far danno all'anima propria, non è carità, ma pazzia.

Altrimenti poi dovete portarvi circa quelle licenze o dispense che son ragionevoli e non recano danno: queste bisogna concederle con facilità, se non volete vedere molte inosservanze della regola, che, commesse senza licenza, sono vere trasgressioni. Perciò i superiori han facoltà di dispensare dalle regole ne' casi particolari, perché non rare volte è necessaria o almeno è utile la dispensa.

VII. Procurate che le sorelle sieno provvedute quanto si può ne' loro bisogni, e specialmente circa i cibi e le vesti. Se 'l monastero è povero e poco può dare, procurate che almeno quel poco sia ben fatto. Dice S. Antonino (3 p. tit. XVI, c. 1, § 2) che il superiore il quale non somministra le cose necessarie a' sudditi, quando comodamente può, e così causa a' peculi particolari, non può essere scusato da colpa grave.16 Ma, oh Dio, io dico, qual barbarie è quella di alcune superiore, che per la vanità di far nuove fabbriche e di meglio fornire la chiesa di marmi e d'argenti, fanno patire la comunità! Certi monasteri hanno rendite soverchie, ed all'incontro le povere monache patiscono; ma queste poi, perché non tutte hanno lo spirito di soffrire la mancanza delle cose necessarie, cercano di provvedersi come meglio possono, per vie diritte o storte; lasciano ancora l'orazione e la frequenza de' sagramenti per attendere a' lavori, e così il monastero va a ruina. Siate voi, vi prego, più liberale che stretta colle vostre sorelle nel provvederle, se volete esigerne poi la buona osservanza;


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e perciò astenetevi di far nuove cose, che non sono necessarie, se non volete veder meglio aggiustata la casa materiale, e ruinata la spirituale.

Attendete specialmente all'inferme, che sieno ben trattate ed assistite circa le medicine ed i cibi, e procurate loro i maggiori sollievi che potete. La cura delle inferme ha da essere una delle più principali della superiora. Il Signore raccomandò con modo speciale a S. Teresa l'assistenza alle inferme.17 Quando sapete per tanto che alcuna suora sta inferma, subito andate a vederla, e se v'è bisogno di medico, subito fatelo chiamare, e poi raccomandate alle altre che l'assistano; e mentre dura l'infermità, procurate d'informarvi s'è bene assistita, e voi non lasciate ancora di visitarla spesso. Avverte nondimeno il P. Leonardo da Porto Maurizio che con quelle religiose le quali per ogni picciolo male cercano particolarità ed esenzioni dagli atti comuni, la superiora non dee esser molto condiscendente, perché ciò facilmente può causare scandali ed abusi contro la comune osservanza.18


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Questo è in quanto alla provvidenza del temporale. Ma molto più vi dee premere poi la provvidenza dello spirituale.

Perciò procurate che si facciano bene, con ritiratezza e divozione gli esercizi spirituali ogni anno per otto o dieci giorni, colle prediche o sieno meditazioni, date dal miglior soggetto che potete avere, ancorché doveste mandarlo a prendere da lontano con qualche spesa: queste spese sono d'assai maggior gloria di Dio, che le spese di musiche, d'apparati e di pasti. E pregatene il prelato ch'esso vi procuri de' buoni soggetti.

Sovra tutto state attenta a far che le vostre monache abbiano il confessore straordinario, almeno due o tre volte l'anno; al quale poi almeno si presentino le sorelle, se non vogliono confessarsi, come ordinò Benedetto XIV nella sua bolla Pastoralis.19 E non vi lusingate che le monache non abbiano bisogno dello straordinario, per ragion che niuna lo cerca; spesso chi ne ha maggior bisogno, meno lo richiede: colei, per non dar sospetto della sua coscienza imbrogliata, non parla; e frattanto, confessandosi coll'ordinario, seguirà a far confessioni e comunioni sagrileghe. Oh che gran conto avran da dare a Dio molte superiore per questa trascuraggine! Vi prego a non essere in ciò trascurata voi. - E quando poi vengono questi confessori straordinari, oppure ordinari nuovi, procurate sempre dar loro le notizie più importanti per lo bene della comunità, acciocché essi sappiano su quali cose debbono più invigilare.

Di più vi raccomando di attendere che nella vostra chiesa si celebrino le Messe con divozione e senza strapazzo di Gesù Cristo. Io già ho scritto in un'Operetta a parte che quei sacerdoti i quali sbrigano la Messa con molta fretta - giungendo alcuni a dirla in meno d'un quarto d'ora - non possono essere scusati da peccato mortale, così per la grave irriverenza che usano verso un tanto sacrificio, come per lo grave scandalo che recano al popolo.20 Or qual vituperio è vedere poi le monache


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che, per l'ansia di sentire più Messe, acclamano queste Messe strapazzate e questi indegni sacerdoti che meriterebbero d'esser discacciati da ogni chiesa! Forse in niuna chiesa si strapazzano tanto le Messe, quanto nelle chiese di monache; e perché? perché le monache vogliono le Messe brevi. Che disordine! e replico, che vituperio! Voi pertanto che siete superiora, procurate che dalla vostra chiesa sieno licenziati questi sacerdoti indivoti, che precipitano le Messe. Reca più divozione una Messa divota, che cento Messe dette con fretta e con irriverenza.

VIII. Diciamo ora qualche cosa circa la musica e 'l canto delle monache. In sé il canto nella chiesa è cosa buona, perché si fa in lode di Dio; ma nel canto delle monache, io tengo per certo che ci ha più parte la vanità e 'l demonio che Dio.

Ma, dirà taluna, che male v'è in cantare? Che male v'è? Rispondo per prima che vi è perdita di tempo e di gran tempo; perché la musica è un'arte, che, se non si possiede perfettamente, non solo non alletta, ma positivamente dispiace. - In secondo luogo il canto è causa di mille distrazioni, vanità, disturbi ed irriverenze alla chiesa. Quali irriverenze non succedono nella Settimana Santa, nelle lezioni che cantano le monache in certi monasteri? Vengono i cavalieri non per divozione, ma per sentire quella o quell'altra monaca, e per dire, alzando la voce in fine, bravo, appunto come si pratica ne' teatri. A quel bravo allora fanno eco i demoni, secondo quel che narra il P. Leonardo da Porto Maurizio, scrivendo che in un convento, mentre cantava con molta vanità un certo religioso in chiesa, s'intese una voce: Bravo, bravo! canta, canta. Il frate, più invanito, seguiva a cantare, e la voce seguiva a dire: Bravo, canta, canta. Ma infine poi si vide la chiesa piena di fumo, e s'intese una puzza intollerabile, e così scovrissi chi era quegli che applaudiva a un tal canto.21 Credete


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mai voi che una monaca che canta a solo, con canto figurato, dia divozione agli uomini che la sentono? Io per me non lo credo; tentazione si, ma non divozione. - In terzo luogo il canto a taluna può esser occasione di perdere Dio, mentre dovrà prender lezione da uomini, e talvolta da maestri giovani; e non è difficile che colla familiarità il demonio faccia qualche gran guadagno.

Non pensate ch'io dica ciò, perché io sia nemico della musica, perché la musica mi piace, e da secolare vi sono stato molto applicato - meglio mi fossi applicato ad amare Dio; - né disapprovo il canto fermo alle monache, o al più il canto figurato in concerto e a modo di canto fermo. Ma il canto figurato a solo ad una monaca, io dico che affatto non conviene. Pertanto se nel vostro monastero non è introdotto il canto figurato, guardatevi d'introdurlo voi, specialmente, come ho accennato, se le monache dovessero prender lezione dagli uomini. Se poi, per disgrazia del vostro monastero, tal canto è già introdotto, io vi pregherei a far quanto potete per abolirlo. Ma se poi non potete, procurate almeno che non vengano ad insegnarlo maestri giovani.

Per ultimo, voi che siete superiora, avvertite di dare il tempo sufficiente alle sorelle converse di farsi l'orazione, la comunione e qualche altra divozione; altrimenti non vi lamentate poi se quelle sono disubbidienti, superbe e senza divozione. Se voi non date loro il comodo di usare i mezzi per acquistar la divozione, come volete che sieno divote? - Vi prego ancora di raccomandare alle vostre officiali, dopo che avete distribuiti gli offici, che ciascuna legga gli avvertimenti ch'io


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soggiungo qui appresso circa i loro impieghi, acciocché ognuna sappia i suoi obblighi principali, e 'l modo come dee portarvisi.




1 «Nella città di Bergamo agonizzava una badessa: era il letto circondato da molte religiose, che orando assistevano; il confessore raccomandava l' anima; quando la povera moribonda, piena di spavento, disse: «Sorelle, io muoio accorata tra mille crucci e timori, perchè muoio badessa. Io non volevo questa carica, voi lo sapete, e pure l' averla avuta, ahi quanto mi spaventa in questo punto!» S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro, Roma, 1734, parte 2, § 12, pag. 113.



2 «Sorella carissima nel Signore, Gesù Cristo nello stato delle sue dolorose amarezze, sia la consolazione e sollievo de' nostri cuori. L' avviso della sua elezione (a badessa del monastero della Provvidenza a Napoli), non posso dire se mi sia stato più di consolazione o d' afflizione; di consolazione, per vederla degna tutt' insieme di una soma e diluvio di croci nere, che il cielo le fa cadere sopra le spalle; d' afflizione, perchè dubito che sia per mancare sotto del peso. Confesso la verità, che questo pensiero mi dava a credere che V. R. avesse avuto petto risolutamente di rinunziare tal carica: ma perchè non è stata tanto, l' esorto a farsi animo, a concepir confidenza nel Signore, e rassegnarsi nella sua santissima volontà, e pregarlo che si degni assisterle, acciocchè non abbia a morir crepata sotto tante croci, martire senza merito e senza corona.» Lodovico SABBATINI d' Anfora, Vita, lib. 1, cap. 12, pag. 63.- Per la grande stima che fece S. Alfonso del P. Antonio de Torres, e per i savissimi consigli che contiene questa lettera, crediamo far bene di riferirla integralmente nell' Appendice, 16.



3 Nicola Doria (Nicola di Gesù Maria), primo Generale della Riforma Teresiana, dell' illustre famiglia Doria, nato a Genova nel 1577, morì in Alcalà nel 1594. I primi storici dell' Ordine ne parlano con entusiasmo: con più misura, non senza ragione, alcuni fra i più recenti. Getta non lieve ombra sulla sua riputazione l' aver egli per fini creduti da lui onesti perseguitati i migliori ausiliari della santa Madre Teresa, la Ven. Anna di Gesù, lo stesso S. Giovanni della Croce, e principalmente il P. Girolamo Graciàn della Madre di Dio, il quale, per opera di lui, venne cacciato dalla Riforma. Sarebbe però ingiustizia il dimenticare, per questo motivo, la stima che ne fece santa Teresa, ed i meriti e le virtù di quell' uomo, per altro veramente «grande».- Del P. Doria, abbiamo, oltre un Tratado de Cambios (Roma, 1935), un Tratado de la perfecciòn del Carmelita Descalza (Roma, 1935). La parola riferita da S. Alfonso non si trova nè in questi libri, nè nella sua Vita scritta dal P. Filippo della SS. Trinità (Decor Carmeli, pars 3).



4 «Il giorno di Santa Dorotea, le comparve una religiosa nostra col suo abito e velo, e dissele: «Son N.: non temere, che sto nel purgatorio, perchè non osservai nè feci osservare la Regola, le Costituzioni ed i comandamenti de' Prelati, come era obbligata: e per altre cose,» quali si tacciono per alcuni rispetti. «Eta del Convento di N. e la portarono per Prelata di quello. Ciò fu due volte, e la menarono per Priora del Convento di N. Avrà quattro anni che morì.» Ven. Gio. PALAFOX e MENDOZA, Vescovo d' Osma, Lume ai vivi dall' esempio dei morti, ovvero Apparizioni d' anime del purgatorio alla Ven. Suor FRANCESCA DEL SS. SAGRAMENTO, Carm. Scalza, scritte per ubbidienza da lei medesima. Le osservazioni sono di Mgr. Palafox. Versione italiana del P. F. Francesco della Croce. Napoli (manca il foglio del titolo: l' imprimatur è del 7 agosto 1762; il permesso regio del 14 aprile 1673), n. 52, pag. 145. La Ven. Francesca, nata nel 1561, morì nel 1631, professa del monastero della SS. Trinità di Soria.



5 P. F. BARTOLOMEO M. DI S. CARLO. Carm. Sc., Scuola di verità e di prudenza aperta alle Sagre Vergini. Pavia, 1714. Avvertimento 36, § 4, pag. 607 e seg. L' autore vi riferisce molti Decreti Apostolici.- Concilio di Trento, sess. 25, cap. 5: «Dare autem tantum Episcopus vel Superior licentiam debet in casibus necessariis, neque alius ullo modo possit, etiam vigore cuiuscumque facultatis, vel indulti, hactenum concessi, vel in posterum concedendi.»- «La licenza per l' ingresso si deve concedere stampata, e sottoscritta per li ministri e servi necessari, a quelli soli servizi per li quali non hanno forze sufficienti le converse; restringendosi dette licenze al meno che sarà possibile, e rinnovandosi di tre in tre mesi.» 1614, Piacenza, 6 giugno.- «Chi introduce fanciulli di qualsiasi età e sesso, anco infanti, incorre nelle censure di clausura violata.» 1559, Todi, 7 aprile; 1580, Napoli, 22 marzo; 1593, Como, 16 marzo; Napoli, 22 marzo; 1593, Como, 16 marzo; 1650, Torino, 10 giugno.- «Si deve introdurre la clausura in ogni monastero, non ostante qualunque contraria consuetudine.» 1602, Vird., 15 gen.: 1603, Constan., 25 gen.: Trident., sess. 25 (cap. 5).- «La porta della clausura non si deve aprire per qualsiasi visita, ancor delle madri e delle sorelle, ma solo per la necessità d' introdurre le cose e persone.» 1604, Parma, 26 gen.; 1604, Perugia, 4 magg.- (Cf. Codex Iuris Canonici, can. 600 et 2342).



6 Espressione dialettale, invece di vi facciate rispettare.



7 «Vae illi qui alios verbo instruit et exemplo destruit.» TALENTI, Vita, lib. 7, cap. 9, III, n. 46.



8 «Santa Maria Maddalena de' Pazzi dicea che l' amore, la stima e la confidenza sono i tre vincoli che legano il cuore delle suddite a quello della Superiora, e tutti questi tre vincoli vengono sciolti ed impediti dalla superbia.» SAN LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro, Roma, 1734, parte 2, § 12, pag. 115.- Non pare che la Santa abbia di proposito tracciato regole alle Superiore, se non col proprio esempio, fuori di quello che, per ubbidienza e per divina ispirazione, diede in iscritto ad uno dei suoi confessori, il P. Virgilio CAPARI, S. I., quando fu nominato Rettore del Collegio di Firenze, come egli stesso narra nella Vita che scrisse della Serafica Vergine, al capo 57: «Prima, che pigliate il carico di governare con quello amore che il nostro Signore prese la croce. Secondo, che stiate in esso con quell' amore e contentezza che stava il Signore nostro in su la croce. Terzo, che non cerchiate altro in questo, che quello che cercò esso Signore dimorando in su la croce, che patire, amare, dar gloria al Padre suo, pregare per i suoi crocifissori.»- Quanta amorevolezza poi volesse nei Superiori, unita con fermezza e zelo per il profitto spirituale dei sudditi, lo mostrò coll' esempio: PUCCINI, Vita, Venezia 1671, cap. 105-111.- L' umiltà sua poi nel trattare colle discepole, si conosce, tra molte altre prove, da questa sua parola (CEPARI, Vita, cap. 44): «Oh se voi aveste un' altra maestra, quanto maggior acquisto di virtù fareste, che non fate!» - Inoltre, in qual conto avesse la confidenza tra Superiori e sudditi, lo manifesta questo suo detto (PUCCINI, Vita, 1671, Detti e sentenze, § 4, n. 10): «E' una grande astuzia del nemico toglierci la confidenza coi Superiori, e impedire l' andare a trovarli per iscoprire loro le nostre tentazioni.»- Finalmente, esser la superbia quella che rompe l' unione, ben lo disse la Santa in estasi (PUCCINI, Vita, 1611, parte 4, cap. 2): «...Sei (o Verbo) nell' unione, e l' unione in te... Guai, guai, e mille volte guai a quelli che per minima perturbazione guastano l' unione del prossimo e ancora con te; ma ardirò di dire.. che quasi peggio tu stimi guastare l' unione buona dei prossimi, che quella che è fra te e sè, perchè non si può guastare l' unione dei prossimi fra loro, che non si guasti l' unione che essi avean teco. I superbi son quelli che guastano tal unione, perocchè sono come draghi e serpenti nelle congregazioni, che col fiato loro avvelenano ogni cosa. Guai, guai a quell' anima che non ha l' intelletto e le altre sue potenze fondate nell' umiltà! Guai, dico, a quella congregazione dove abita superbia! Guae a quella città dove sono sudditi e principi superbi!»- Aggiungiamo questo avviso della Santa (PUCCINI, Vita, 1611, parte 4, cap. 32, pag. 349), sul modo di trattare col prossimo, specialmente per i Superiori: «Quando si vuol pigliare il pesce, bisogna metter l' amo dirimpetto alla bocca sua, che così si piglia agevolmente; di poi, preso, si deve tirar sù pian piano, senza sguazzarlo in qua e in là, perchè fuggirebbe. Così si deve far della creatura, alla quale si ha da condescender tanto, che si pigli con mansuetudine, dandole lume; e facendo così, non temere della tua mansuetudine senza giustizia, perchè se facessi altrimenti, te la perderesti. Quando poi l' hai tirata all' amo, ne puoi fare quel che vuoi.»



9 «Si peccaverit in te frater tuus, increpa illum (Luc. XVII, 5)... Sic et alibi: Si peccaverit in te frater tuus, vade et corripe eum inter te et ipsum  (Matth. XVIII; 15). Plus enim proficiat amica correptio quam accusatio turbulenta: illa pudorem incutit, haec indignationem movet. Servetur potius quod prodi metuat qui monetur: Bonum quippe est ut amicum magis te qui corriptur credat, quam inimicum: facilius enim consilius acquiescitur quam iniuriae succumbitur.» S. AMBROSIUS, Expositio Evangelii secundum Lucam, lib. 8, n. 21 (in cap. 17). ML 15-1771.



10 «Vis fratrem corrigere? Lacrima, ora Deum, seorsum apprehensum admone, consule, exhortare: sic et Paulus faciebat.... Declara caritatem erga peccatorem, persuade ipsi quod consulens et curans, non traducere volens, peccati ipsum commonefacis; comprehende pedes, osculare, ne erubescas, si modo vere mederi vis.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, Ad populum Antiochenum homilia 3, in profectionem episcopi Flvaiani in profectionem episcopi Flaviani, n. 5. MG 49-54.



11 «Aliter admonendi sunt iuvenes, atque aliter senes, quia illos plerumque severitas admonitionis ad profectum dirigit; istos vero ad meliora opera deprecatio blanda componit.» S. GREGORIUS MAGNUS, Regulae pastoralis liber 3, cap. 1 (al. 24 integri operis), admonitio 2. ML 77-52.



12 «Il faut avoir égard aux vieilles: elles ne peuvent s' accommoder si aisément; elles ne sont pas souples, car les nerfs de leurs esprit, comme ceux de leurs corps, on déjà fait contraction.» S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 175, (janvier) 1603, à Madame de Beauvilliers, Abbesse de Montmartre. Œuvres, XII, Annecy, 1902, pag. 173.



13 «Praeposito tamquam patri obediatur... Corripiat inquietos, consoletur pusillanimes, suscipiat infirmos, patiens sit ad omnes; disciplinam libens habeat, metuens (al. metuendus) imponat. Et quamvis utrumque sit necessarium, tamen plus a vobis amari appetat, quam timeri.» S. AUGUSTINUS, Regula ad servos Dei, n. 11. ML 32-1384.



14 «In hoc enim differunt laudabiles Religiones et iam dilapsae, non quod nullus peccans in laudabilibus reperlatur, sed quod nullus impune peccare sinatur, et peccandi aditus studiose praecludantur, et incorrigibiles et alios inficientes eliminentur, et boni foveantur et diligantur, ut perseverent et in melius semper proificiant. Nam cum in conventu Angelorum ante confirmationem et in ordine Apostolorum  sub magisterio Christi reperta sit pravitas, quis ordo bonorum in terra audeat sibi arrogare hanc praerogativam quod peccatum in eo non sit? quia, etsi plurimi per Dei gratiam immunes ibi fuerint, sed non omnes. Ioannis XIII, 10: Vos mundi estis, sed non omnes.» S. BONAVENTURA, De sox alis Seraphim, cap. 2, n. 13. Opera, VIII, ad Claras Aquas, 1898, p. 135.



15 Locuzione non elegante corrispondente a credono alla prima informazione.



16 S. ANTONINUS, Summa Theologica, pars 3. tit. 16, cap. 1, § De paupertate religiosorum servanda. Parla ivi largamente il Santo della stretta osservanza della povertà. Tra l' altro dice: «Nota quod si praelatus dispensat cum religioso in proprio- ut scilicet aliquid habeat ad placitum, illud distrabat, dissipet et disperdat ut sibi videtur, etiam in damnum monasterii- non videtur posse excusari a peccato gravi et mortali, cum exponat ovem suam morti et damnificet monasterium et usurpet potestatem quam non habet.» Ora, sono cose che vanno insieme, il non procurare ai sudditi il necessario, e l' indurirli a procacciarselo da sè, senza licenza o senza legittima licenza. Oramai viene escluso, dalla legge della Chisa, il pericolo del peculio: non viene escluso però, perchè inerente alla natura umana, il pericolo di provvedere indebitamente ai propri bisogni, qualora da parte dei Superiori, manchi la conveniente sollecitudine.



17 «Dijome (el Señor): «...En especial tuviesen cuenta con las enfermas, que la perlada que no proveyese y regalase a las enfermas era como los amigos de Job, que El daba el azote para bieu de su almas, y ellas poniam en aventura la paciencia.» S. TERESA, Mercedes de Dios, IX (en San Josef de Malàgon, 1570). Obras, II, 45.



18 S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO dà questo avviso all' infermiera: «Non dovete qualificare di troppo apprensiva la vostra inferma: o sia vero, o sia finto il suo male, a voi spetta servirla con amore. Che nelle comunità religiose si trovino queste inferme imaginarie, pur troppo l' esperienza il comprova.... Ad alcune giova l' esser credute inferme, perchè ciò frutta loro un gran guadagno di esenzioni e privilegi. Oimè la mia testa, non posso più; via su andate in istanza, lasciate il coro, dormite, riposate; ho pure il gran catarro sullo stomaco; andate all' infermeria, mangiate le ova, non venite al refettorio comune; son debole che non mi reggo in piedi; via su, non digiunate, lasciate il lavoro, mangiate la carne. Che ha a dire la povera superiora? non può fare altrimenti.... (In certi casi si manifesta finzione), bisogna bene che le infermiere e le superiore siano gran sante, se... non perdono la pazienza.- Ma che si ha a fare? Si deve consultare il medico; se il medico intelligente di persone religiose le conosce bisognose di esenzione, si esentino; ma poi si facciano camminare con passo eguale in tutto, senza preterire gli ordini del lmedico; altrimenti non guariscono mai. Santa Teresa abborriva in sommo i lamenti di queste religiose poco mortificate, che si lagnano d' ogni picciol male... Con tutto ciò se una povera religiosa si duole di qualche male, e non si mostra vogliosa di esenzione, e fa ciò che può, deve essere e compatita ed aiutata; ma per queste tali che vanno a caccia di privilegi, è carità usare qualche durezza, perchè per lo più genera scandalo la troppa compassione.» Manuale sacro, parte 2, § 17. Roma, 1734, pag. 169, 170. Opere, I, Venezia, 1868, pag. 327.



19 Bulla Pastoralis curae, die 26 augusti 1748.- Codex Iuris Canonici, can. 521, § 1: «Unicuique religiosarum communitati detur confessarium extraordinarius qui quater saltem in anno ad domum religiosam accedat et cui omnes religosae se sistere debent, saltem benedictionem recepturae.» Cf. etiam can. 520, § 2; can. 521, § 2 et 3; can. 522 et 523.



20 La Messa e l' Officio strapazzato opuscolo destinato a correggere le irriverenze commesse nella celebrazione dell' augusto Sacrificio e nella recita del Breviario. La prima edizione uscì a Napoli nel 1760.- Fa parte del vol. XIII di questa Edizione.



21 S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro, parte 2, § 19, pag. 181. Roma, 1734.- Exordium magnum Cisterciense, dist. 5, cap. 20 (ML 185-1174): «Occurrit memoriae terribilis casus, quem referente viro venerabili abbate Morimundi, cuidam talium accidisse cognovimus....Dicebat ergo praefatus abbas fuisse manochum quemdam in uno de coenobiis Cisterciensis Ordinis, qui dono nobilissimae vocis exsultans, vigorem eius in communi labore servitii Dei expendere dedignabatur, sed magis gloriam propriam captans, festiva quaeque responsoria, quae pro singulari privilegio vocis suae ipsi assignabantur, laetus, sed non timoratus, hilaris, sed minime devotus, solemnizando cantabat. Factum est autem in quadam festivitate Domini, ut in omnibus, qui communiter a conventu fratrum ad laudem Dei decantabantur, velut muts et elinguis staret, ut versum responsorii sui non plane in gravibus, sed in acutis, vel potius in acutissimis, vocem quatiendo modulosque tinnulos flexibilitate vocis formando, solita lascivia decantaret. Quo finito, ut a quo merces ridiculosi cantus speranda esset, intelligeret, tam ipso quam ceteris... videntibus et audientibus, apparuit daemunculus in modum puerili (lege: pueruli) Aethiopis teter et fuscus, qui manibus impuris plausum faciens, et miro modo cachinnans, exclamavit dicens: «O, o bene, valde bene cantavit, optime cantatum est.»






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