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S. Alfonso Maria de Liguori
Avv. spettanti alla vocazione religiosa

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Testo

 


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§. 1. Quanto importa l'eseguir la vocazione alla vita religiosa.

 

È chiaro che la nostra eterna salute dipende principalmente dall'elezione dello stato. Il padre Granata chiamava l'elezione dello stato la ruota maestra di tutta la vita. Onde, siccome negli orologj, guastata la ruota maestra, è guastato tutto l'orologio; così nell'ordine della nostra salvazione, errato lo stato, andrà errata tutta la vita, come dice s. Gregorio Nazianzeno.

 

Circa poi lo stato da eleggere, se noi vogliamo accertare la salute eterna bisogna che seguiamo la divina vocazione, dove solamente ci apparecchia Iddio gli aiuti efficaci per salvarci. Poiché, come dice s. Cipriano: Ordine suo, non arbitrio nostro, virtus Spiritus sancti ministratur. E perciò scrive s. Paolo 1: Unusquisque proprium donum habet ex Deo. Cioè, come spiega Cornelio a Lapide, Dio a ciascuno la sua vocazione, e gli elegge lo stato in cui lo vuol salvo. Questo è appunto l'ordine della predestinazione descritto dallo stesso apostolo: Quos praedestinavit, hos et vocavit; et quos vocavit, hos et iustificavit... illos et glorificavit 2.

 

Bisogna intendere che il punto della vocazione del mondo non molto si apprende da alcuni, sembra loro che sia lo stesso il vivere nello stato a cui chiama Dio, che 'l vivere nello stato eletto dal proprio genio; e perciò tanti vivono poi malamente e si dannano. Ma è certo che questo è il punto principale per l'acquisto della vita eterna. Alla vocazione succede la giustificazione, ed alla giustificazione succede la glorificazione, cioè la vita eterna. Chi scompone quest'ordine e questa catena di salute non si salverà. Con tutte le fatiche e con tutto l'altro che alcuno farà gli dirà s. Agostino: Corri bene, ma fuor di via: Bene curris, sed extra viam, cioè fuor della via, per cui Dio ti avrà chiamato a camminare per giungere a salvarti. Il Signore non accetta i sacrificj offerti dal proprio genio: Ad Cain et ad munera eius


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non respexit. Anzi egli intima gran castighi a coloro che voltano le spalle alle sue chiamate, per seguire i consigli dell'inclinazione propria: Vae, filii desertores (dice per Isaia), ut faceretis consilium, et non ex me; et ordiremini telam, et non per spiritum meum! 1.

 

Le chiamate divine a vita più perfetta certamente sono grazie speciali e molto grandi che Dio non fa a tutti; onde ha molta ragione di sdegnarsi poi con chi le disprezza. Quanto si stima offeso un principe, se chiama un suo vassallo a servirlo più da vicino e da suo favorito nel suo palagio, e quegli non ubbidisce! e Dio non se ne risentirà? Ah che troppo egli se ne risente e minaccia dicendo: Vae qui contradicit fictori suo! 2. Vae significa nelle scritture la perdizione eterna. Comincierà il castigo del disubbidiente sin dalla sua vita, in cui starà sempre inquieto; poiché dice Giobbe 3: Quis restitit ei et pacem habuit? Indi sarà privato degli aiuti abbondanti ed efficaci per viver bene. Quindi scrisse il teologo Habert 4: Non sine magnis difficultatibus poterit saluti suae consulere. Molto difficilmente si salverà, restando come resta un membro smosso dal suo luogo, sicché con molta difficoltà potrà viver bene: Manebitque, soggiunge il dotto autore, in corpore ecclesiae, velut membrum in corpore humano suis sedibus motum, quod servire potest, sed aegre et cum deformitate. Onde conclude che, Licet, absolute loquendo, salvari possit; difficulter tamen ingredietur viam, et apprehendet media salutis. E lo stesso dicono s. Bernardo e s. Leone. S. Gregorio, scrivendo a Maurizio imperatore, che per suo editto aveva proibito a' soldati il farsi religiosi, disse che questa era una legge ingiusta che a molti chiudeva il paradiso, giacché nella religione molti si sarebbero salvati, che poi si sarebbero salvati, che poi si sarebbero perduti nel secolo. È celebre il caso che narra il p. Lancizio. Nel collegio romano stava un giovine di gran talenti; facendo egli gli esercizj spirituali, dimandò al suo confessore se era peccato non corrispondere alla vocazione di farsi religioso. Rispose il confessore, che per sé non era peccato grave, perché ciò era consiglio, non precetto; ma ch'era mettere a gran pericolo la salute eterna, come era avvenuto a tanti che perciò poi s'erano dannati. Egli già non ubbidì alla chiamata. Se n'andò a studiare in Macerata, dove presto cominciò dipoi a lasciar l'orazione e le comunioni, ed in fine si diede ad una mala vita. Indi a poco, scendendo una notte dalla casa d'una rea femmina, fu ferito a morte da un suo rivale; corsero certi sacerdoti, ma egli spirò prima del loro arrivo, e spirò avanti il collegio. Nel che volle Dio far conoscere il castigo propriamente avvenutogli per aver disprezzata la sua vocazione. È notabile ancora la visione ch'ebbe un novizio, il quale (come porta il p. Pinamonti nel suo trattato della vocazione vittoriosa) meditando di uscire dalla religione, Gesù Cristo se gli fece vedere in trono sdegnato, che ordinava scancellarsi il suo nome dal libro della vita; ond'egli, atterrito, perseverò nella vocazione. E quanti altri esempj simili vi sono ne' libri! E quanti miseri giovani vedremo dannati nel giorno


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del giudizio, per non aver ubbidito alla loro vocazione!

 

A questi tali come ribelli alla divina luce (secondo dice lo Spirito santo: Ipsi fuerunt rebelles lumini; nescierunt vias eius 1), giustamente è dato il castigo di perdere la luce; e perché non han voluto camminare per la via loro additata dal Signore, cammineranno nella via eletta dal loro genio senza luce, e così si perderanno. En proferam spiritum meum. Ecco la vocazione: ma perché a quella mancano, soggiunge Dio: Quia vocavi, et renuistis... despexistis omne consilium meum... Ego quoque in interitu vestro ridebo et subsannabo, cum vobis id quod timebatis advenerit 2. E ciò significa che Dio non esaudirà le voci di chi ha disprezzato la voce sua. Dice s. Agostino: Qui spreverunt voluntatem Dei invitantem, voluntatem Dei sentient vindicantem 3.

 

Per tanto quando chiama Dio a stato più perfetto, chi non vuole mettere in gran rischio la sua salute eterna, dee ubbidire ed ubbidire subito. Altrimenti sentirà rimproverarsi da Gesù Cristo ciò ch'egli rimproverò a quel giovane, il quale, invitato alla di lui sequela, disse: Sequar te, Domine: sed permitte mihi primum renuntiare his quae domi sunt. E Gesù gli rispose, che non era buono per lo paradiso: Nemo mittens manum ad aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei 4.

 

I lumi di Dio son passaggieri, non permanenti; onde dice s. Tommaso d'Aquino che le vocazioni divine a vita più perfetta debbono eseguirsi quanto citius. Egli nella sua Somma 5 propone il dubbio, se sia lodevole l'entrare in religione senza il consiglio di molti e senza lunga deliberazione. E risponde che sì, dicendo che 'l consiglio e la considerazione son necessarj nelle cose dubbie; ma non già in questa, ch'è certamente buona, giacché l'ha consigliata Gesù medesimo nel vangelo; poiché la religione comprende più consigli di Gesù Cristo. Gran cosa! Gli uomini del secolo, quando si tratta che uno voglia entrare in religione a fare vita più perfetta e più sicura da' pericoli del mondo, dicono che per tali risoluzioni vi bisogna molto tempo a deliberarle e metterle in esecuzione, per accertarsi che la vocazione venga veramente da Dio e non dal demonio. Ma non dicono così poi, quando si tratta di accettare una toga, un vescovado, ecc., dove vi sono tanti pericoli di perdersi. Allora non dicono che vi bisognano molte prove per accertarsi se quella è vera vocazione di Dio. Ma non parlano così i santi. S. Tommaso dice che, ancorché la vocazione religiosa venisse dal demonio, anche deve abbracciarsi come consiglio buono, benché venga da un nemico. E s. Gio. Grisostomo 6, addotto dal medesimo s. Tommaso, dice che Dio, quando tali chiamate, vuole che non ci fermiamopure un momento ad eseguirle: Talem obedientiam Christus quaerit a nobis, ut neque instanti temporis moremur. E perché? perché Iddio, quanto si compiace in vedere in alcuno la prontezza in ubbidirlo, tanto apre la mano e lo riempie di benedizioni. Così all'incontro gli dispiace la tardanza in ubbidire, ed allora stringe la mano e s'allontana co' suoi lumi; sì che


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allora quegli difficilmente eseguirà la vocazione e facilmente l'abbandonerà. E perciò dice s. Gio. Grisostomo che quando il demonio non può distogliere alcuno dalla risoluzione di consecrarsi a Dio, almeno cerca di fargliene differire l'esecuzione, e stima allora di far gran guadagno, se ottiene la dilazione di un giorno, di un'ora: Si brevem arripuerit prorogationem. Perché dopo quel giorno o quella ora, succedendo altra occasione, gli sarà men difficile poi di ottenere più tempo: sintanto che 'l chiamato, trovandosi più debole e meno assistito dalla grazia, ceda affatto ed abbandoni la vocazione. Con tali proroghe oh con quanti chiamati è riuscito al nemico di far loro perdere la vocazione! E perciò consiglia s. Girolamo, a chi è chiamato ad uscire dal mondo, così: Festina, quaeso te, et haerenti in solo naviculae funem magis praescinde, quam solve. E vuol dire il santo, che siccome chi si trovasse ligato in una barca la quale sta per sommergersi, cercherebbe di tagliar la fune più che di scioglierla; così chi si trova in mezzo al mondo dee cercare di sciorsene quanto più presto può, per liberarsi tanto più presto dal pericolo di perdersi, che nel mondo è così facile.

 

Odasi quel che scrive s. Francesco di Sales nelle sue opere 1 circa le vocazioni religiose, perché tutto gioverà per confermare ciò che si è detto e ciò che appresso si dirà: «Per avere un segno d'una buona vocazione, non vi bisogna una costanza che sia sensibile, ma che sia nella parte superiore dello spirito; onde non dee giudicarsi non vera la vocazione, se mai il chiamato, prima di eseguirla, non provi più quei sentimenti sensibili che n'ebbe al principio, anzi vi senta ripugnanze e raffreddamenti tali che lo riducano talvolta a vacillare, parendogli che 'l tutto sia perduto; basta che la volontà resti costante in non abbandonare la divina chiamata; e basta ben anche che vi rimanga qualche affezione verso di quella. Per sapere se Dio vuole che uno sia religioso, non bisogna aspettare che Dio stesso gli parli e gli mandi un angelo dal cielo a significargli la sua volontà. Né tampoco vi bisogna un esame di dieci dottori per vedere se la vocazione debba eseguirsi o no; ma bisogna corrispondere e coltivare il primo moto dell'ispirazione, e poi non pigliarsi fastidio se vengono disgusti e raffreddamenti; perché, facendo così, non mancherà Iddio di far riuscir tutto a gloria sua.»

 

dee curarsi da qual parte venga il moto: il Signore ha più mezzi di chiamare i suoi servi; qualche volta si avvale della predica, altre volte della lettura de' buoni libri. Altri sono stati chiamati dall'ascoltare le parole del vangelo, come s. Antonio e s. Francesco. Altri chiamati per mezzo delle afflizioni e travagli loro avvenuti nel mondo, e questi dieder loro motivo di lasciarlo. Costoro, benché vengano a Dio come sdegnati col mondo, nulladimanco non lasciano di darsi a Dio con una franca volontà, e talvolta questi diventano più santi di coloro che sono entrati per vocazione più apparente. Narra il p. Piatti che un gentiluomo, andando un giorno sovra d'un bel cavallo, e procurando così di far pompa di se stesso per piacere alle dame che vagheggiava, fu gettato


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dal cavallo per terra in mezzo al loto, donde uscì tutto sporco ed infangato. Egli restò talmente confuso di tale accidente, che in quel medesimo istante risolse di farsi religioso, dicendo: O mondo traditore, tu ti sei burlato di me, ma io mi burlerò di te; tu me ne hai fatta una, ma io te ne farò un'altra, perché non avrò più pace con te, e da ora mi risolvo di lasciarti e farmi frate. Ed in fatti si fece religioso e nella religione visse santamente.

 




1 1. Cor. 7. 7.



2 Rom. 8. 30.



1 Isa. 30. 1.



2 Is. 45. 9.



3 9. 4.



4 De ord. c. 1. §. 2.



1 Iob. 24. 13.



2 Prov. 1. 24. 25. et. 26.



3 Ad art. sibi fals. imp.



4 Luc. 9. 62.



5 2. 2. qu. 189. a. 10.



6 Hom. 14. in Matth.



1 Tom. 4. trattenim. 17.






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