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S. Alfonso Maria de Liguori
Condotta ammirabile della Divina Provv.

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PARTE SECONDA

 

CAP. I. Della nascita di Gesù Cristo, e sua morte, e della conversione de' gentili.

SOMMARIO

1. In qual anno della creazione del mondo nacque Gesù Cristo. 2. Stato miserabile, in cui stava allora il mondo: anche i sapienti erano imbevuti di mille errori. 3. Il volgo poi era immerso nelle iniquità. 4. Anche gli ebrei giacevano perduti nelle tenebre. 5. Gesù riprova le false dottrine, e predica le vere. 6. Gesù stabilendo la nuova legge istituisce i sagramenti, e prima quello del battesimo. 7. Poi della cresima. 8. Dell'eucaristia. 9. Dell'estrema unzione. 10. Della penitenza. 11. Dell'ordine. 12. Del matrimonio. 13. Predice il gastigo degli ebrei, e dichiara esser egli Figlio di Dio. 14. Perciò è condannato, e crocifisso. 15. Dichiarò, perché era venuto a morire. 16. Risorge, e manda gli apostoli a predicar per la terra. Frutto delle prime prediche di s. Pietro. 17. Comincia a verificarsi sopra la terra la conversione de' gentili. 18. Fu maravigliosa la conversione, prima per la difficoltà di credere misterj superiori alla ragione umana. 19. Secondariamente per la difficoltà di osservare i nuovi precetti del vangelo. 20. Ma ciò non ostante la fede molto si dilata. 21. Di quel che scrissero Origene, Plinio e Tertulliano. 22. Riflessione di s. Leone sull'imperio romano. 23. Di quel che scrissero s. Gregorio Nisseno, s. Grisostomo e Teodoreto. 24. Cresce la maraviglia in veder dilatarsi la fede in mezzo alle persecuzioni. 25. Ma gli ebrei più si ostinano, non ostanti tanti segni del Messia già venuto. 26. Comparsa di più falsi Cristi. 27. Altri segni più certi del luogo della nascita, della stella de' Magi, della visita del tempio predetta da Aggeo. 28. Delle tenebre nella morte di Gesù. 29. Del silenzio degl'idoli. 30. De' miracoli del Salvatore predetti da Isaia. 31. All'ostinazione degli ebrei succede la divina vendetta della loro rovina.

 

1. Negli anni del mondo quattro mila e quattro prima dell'era volgare nacque Gesù Cristo e venne in questa terra. Ma oh Dio in qual miserabile stato era questa terra nel tempo in cui la trovò il nostro Salvatore! Allorché vi giunse, fuori della Giudea regnava l'idolatria; sicché da per tutto erano adorati molti dei (Varone ne numerava ai tempi suoi sino a trenta mila), ma il vero Dio non era conosciuto. E quali poi erano questi dei venerati dagli uomini? Un Giove adultero ed incestuoso, una Venere prostituta, un Vulcano vendicativo. In somma dagli stessi uomini erano questi dei riputatipieni di vizj, che ogni uomo, per vile che fosse, vergognerebbesi di esser riputato lor pari. Erano poi tra gli dei annoverati uominiscellerati che vivendo erano stati stimati l'abbominio del mondo. Quanti imperatori romani, dopo essere stati uccisi per le loro impudicizie e crudeltà, essendo poi morti, furono collocati nel numero degli dei!

 

2. È vero che i filosofi credeano non esservi che un solo Dio reggitore del tutto: Deus, scrisse Cicerone, intelligi non potest nisi ut mens libera omnia movens1, e diceano che tutti gli altri dei erano soggetti a quest'uno, come disse Aristotile: Omnes affirmant Deos esse sub imperio2; e Plauto: Qui est imperator divum atque hominum Iuppiter; poiché quelli che meglio ragionavano, ben intendeano che quel Dio che reggeva l'universo non poteva esser che uno; altrimenti, se vi fossero più reggitori, tutto anderebbe in disordine; ma, come dice l'apostolo, anche questi sapienti che conobbero Dio non seppero venerarlo come doveano e caddero in mille errori: Quia cum cognovissent Deum, non sicut Deum glorificaverunt..., sed evanuerunt in cogitationibus suis, et obscuratum est insipiens cor eorum. Rom. 1. 21. E nel vers. 23. soggiunge: Et mutaverunt gloriam incorruptibilis Dei in similitudinem imaginis corruptibilis hominis et volucrum et quadrupedum et serpentium. Anche Socrate, Platone e Seneca, quantunque stimassero falsi quegli dei che si rappresentavano colle immagini, tuttavia dicono Tertulliano, s. Giustino e s. Cipriano che insegnavano doversi adorare, acciocché i popoli osservassero il loro dovere secondo il culto dei loro dei.

 

3. Il volgo poi, che componea la massima parte dei gentili, adorava più deità e, seguendo gli esempi malvagi degli dei, era immerso nelle iniquità più detestabili, sino a sacrificare le mogli, i servi ed anche i figli a' demonj, acciocché li servissero nell'altro mondo; nel che anche gli ebrei giunsero ad imitare gl'idolatri, come scrisse Davide: Et effunderunt sanguinem innocentem, sanguinem filiorum et filiarum suarum, quas sacrificaverunt sculptilibus Chanaan3.

 

4. Gli ebrei all'incontro benché ritenessero la credenza del vero Dio, nondimeno anche essi erano caduti in molti errori ed imbrattati in mille vizj, come abbiam veduto di sopra nella prima parte. Anche i loro maestri, quali erano i farisei e i saducei, erano viziati nelle massime e ne' costumi. Sicché insomma tutto il mondo giacea sepolto nelle tenebre e nella perdizione; e perciò pregava s. Zaccaria:


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Illuminare his qui in tenebris et umbra mortis sedent1, pregava Iddio di venir presto ad illuminare gli uomini e liberarli dalla morte eterna, nell'ombra della quale miseramente giaceano, secondo avea predetto Isaia2: Populus qui ambulabat in tenebris vidit lucem magnam; habitantibus in regione umbrae mortis, lux orta est eis. In questo stato trovò il mondo Gesù Cristo, allorché nacque e venne a stabilir la sua chiesa. Cercò egli di stabilirla prima cogli esempi delle sue virtù e poi colla predicazione della nuova legge. Quindi si elegge gli apostoli, per mezzo de' quali avea determinato di salvare il mondo promettendo di assister loro sino alla fine de' secoli; indi comincia a dichiarare al popolo i misterj sino a quel tempo nascosti e ad insegnare le vere virtù, confermando coi miracoli le verità insegnate.

 

5. Riprova le false dottrine insieme colle superstizioni e perniciose tradizioni che si erano allignate nei giudei. Predica che i veri fedeli debbono fare molto maggior conto de' beni e mali eterni che dei beni e mali temporali; onde ciascuno dee quanto può staccarsi dalle cose terrene, per attendere a guadagnare il cielo. Riprova il ripudio, riprova la poligamia consiglia lo stato celibe, che prima era tenuto in obbrobrio. Dice che si deve amare il nemico, e render bene a chi ci fa male: dice che se uno ti uno schiaffo, devi presentargli l'altra guancia; e se vuole toglierti la veste, devi lasciargli il mantello: dice che chi è maggiore dee farsi il minore di tutti: dice che chi vuol seguitarlo dee negare se stesso ed abbracciare la sua croce: dice insomma che chi vuol esser suo discepolo dee crocifigger la propria carne colle sue passioni e rinunciare a tutto quel che possiede.

 

6. Essendo poi che l'uomo per lo peccato originale nasce reo, figlio d'ira e condannato all'inferno, Gesù Cristo, stabilendo la nuova legge di grazia, ha istituito il sacramento del santo battesimo, per cui l'uomo riceve la grazia divina e diviene figlio adottivo di Dio ed erede del paradiso.

 

7. Vedendo poi che l'uomo anche dopo il battesimo doveva esser molto combattuto dalle tentazioni degli uomini e dei demonj, poiché anche dopo il battesimo gli rimane la debolezza della natura umana corrotta dal peccato, volle confortarlo col sacramento della cresima con cui si riceve la pienezza della grazia, onde s. Tomaso lo chiama: Sacramentum plenitudinis gratiae3. E con questo sacramento dice s. Agostino che Dio forza a noi di resistere a' nemici: Ideo nos Deus unxit, quia luctatores contra diabolum fecit4.

 

8. Inoltre volle il Signore confortarci con un dono più grande ed insieme con un rimedio più efficace contro le nostre infermità spirituali; e questo è il sacramento dell'eucaristia, chiamato dal concilio di Trento: Antidotum quo liberemur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservemur5.

 

9. E perché in tempo di morte, crescendo la debolezza del corpo, cresce ancora nell'uomo quella dello spirito, ed all'incontro allora l'inferno fa più violenza contro quelle anime che stanno per uscire da questo mondo: Descendit diabolus ad vos, habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet6; perciò Gesù Cristo ha istituito a posta il sacramento dell'estrema unzione per cui si riceve una fortezza maggiore per resistere in morte a tutte le tentazioni dell'inferno.

 

10. Prevedendo inoltre Gesù Cristo che gli uomini, con tutto il soccorso di tanti sacramenti, attesa la loro gran debolezza, molti di essi sarebbero caduti e ricaduti, istituì il sacramento della penitenza, per mezzo del quale chi ben si dispone a riceverlo colla contrizione ricupera la grazia perduta.

 

11. Affinché poi i fedeli trovassero sempre pronti questi aiuti e mezzi della loro salute, Iddio costituì una gerarchia a parte di ecclesiastici, eletti per la santità e per la scienza, i quali non avessero altra cura nel mondo che di continuamente istruire, correggere e sollevare gli altri. Quindi stabilì per tutta la terra i sacerdoti che invigilassero alla salute delle anime. Stabilì di più per tutti i luoghi i vescovi che avessero la potestà di formare tali sacerdoti ed insieme tenessero il governo delle chiese. Di più, stabilì per capo della chiesa universale il sommo pontefice, che avesse la cura suprema circa tutti i beni spirituali spettanti al bene delle anime di tutto il mondo cristiano.

 

12. Finalmente, perché dalla buona o mala educazione de' figli dipende in gran parte la salvazione degli uomini, e principalmente perché nello stato matrimoniale sono grandi i pericoli di dannarsi, pertanto il Signore elevò il matrimonio all'esser di sacramento, acciocché per mezzo di quello i coniugi ricevano una grazia speciale sì per ben educare i figli, come


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per soffrir con pace tutti i pesi del matrimonio.

 

13. Il popolo non però ascoltando queste nuove dottrine non conformi a quelle che aveva udite da' loro sacerdoti e da essi praticate, le disprezzò; ed allora Gesù Cristo divenne l'odio di quella gente. Egli tuttavia non lasciò di seguire ad illuminarla e beneficarla con guarire tutti i loro infermi. Ma vedendo il lor poco profitto e la loro ostinazione, affinché s'intimorissero e si emendassero, predisse loro la distruzione della loro città e la ruina del tempio: castigo loro già predetto dal profeta Daniele, che doveva eseguirsi in pena de' loro peccati. Dichiarò loro ch'egli era figlio di Abramo, ma che esistea prima di Abramo1. Dichiarò che egli era Figliuolo di Dio ed era uguale, anzi la stessa cosa col suo divin Padre; e ch'era venuto al mondo per salvare i peccatori e dar loro la vita eterna per mezzo della sua morte.

 

14. Ed ecco finalmente come fu accusato presso il concilio de' sacerdoti e da coloro fu condannato alla morte per essersi chiamato Figliuolo di Dio. A tal fine lo conducono a Pilato, il quale dopo averlo dichiarato innocente più volte, dicendo che non trovava ragione di condannarlo, finalmente per mero rispetto umano di non perder la grazia di Cesare lo condanna a morir crocifisso, come voleano i giudei. Gesù Cristo abbraccia la morte per compire col sacrificio della sua vita la grand'opera della redenzione umana. Quindi dichiarò sulla croce che il tutto era consumato, poiché colla sua morte aveano fine tutte le figure, tutti i sacrificj e tutte le profezie di lui fatte.

 

15. Dichiarò in somma che per lo peccato tutti gli uomini erano perduti, ma ch'egli loro redentore e Dio ha voluto addossarsi tutte le loro colpe ed è venuto egli stesso a soddisfar la divina giustizia morendo per l'uomo e facendo uscir dalle sue piaghe il fuoco del divino amore per infiammarne tutti i cuori degli uomini; mentr'egli moriva per tutti, acciocché niuno di loro vivesse più a se stesso, sapendo che un Dio è morto per loro amore, secondo scrisse l'apostolo: Et pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt, iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est et resurrexit2.

 

16. Il Salvatore risorse nel terzo ed indi apparve più volte a' suoi discepoli; e per fortificarli nella propagazion della fede che tra breve doveano intraprendere per tutta la terra, mandò loro lo Spirito santo e loro ordinò che andassero insegnando e battezzando tutte le genti: Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus sancti3. Ed ecco allora gli apostoli, ch'erano stati testimonj così della morte di Gesù Cristo come de' suoi miracoli e della sua risurrezione ed ascensione al cielo, cominciarono primieramente a predicar per la Giudea. La prima volta che predicò s. Pietro si convertirono da tremila giudei4, ed appresso in un altro giorno si convertirono cinque mila persone5, tra le quali molti gentili si unirono agli ebrei convertiti, e così cominciò a formarsi un ovile ed un pastore. Considera, dice s. Ambrogio, il consiglio divino di convertire il mondo per mezzo di poveri pescatori di condizione umile ed imperita, acciocché non si pensasse essere stati gli uomini tirati alla fede per prudenza, per ricchezze o per forza di potenza o di nobiltà. «Coeleste adverte consilium: non sapientes aliquos, non divites, non nobiles, sed piscatores et publicanos, quos dirigeret, elegit, ne traduxisse prudentia, ne redemisse divitiis, ne potentiae nobilitatisque auctoritate traxisse videretur6

 

17. Indi verso l'anno 34 di Gesù Cristo fu dagli ebrei lapidato s. Stefano per la fede: poco tempo dopo avvenne la conversione di s. Paolo. Ma ecco era già venuto il tempo prenunziato da Isaia, per cui disse Dio: «Venio ut congregem cum omnibus gentibus et linguis; et venient et videbunt gloriam meam. Et ponam in eis signum, et mittam ex eis qui salvati fuerint ad gentes in mare, in Africam et Lydiam et tendentes sagittam, in Italiam et Graeciam etc. ad eos qui non audierunt de me. Et adducent omnes fratres vestros de cunctis gentibus donum Domino etc. Et assumam ex eis in sacerdotes et levitas, dicit Dominus7.» Verrà tempo ch'io radunerò le genti di qualunque lingua; elle vedranno la mia gloria. A coloro che si saranno salvati col credere alle mie parole io porrò un segno (che sarà la virtù de' miracoli) e li manderò fra le genti del mare ed oltre il mare, cioè nell'Africa, nella Lidia, nell'ltalia, nella Grecia ed in altri paesi che non hanno inteso parlar di me; ed essi acquisteranno molti fratelli che offeriranno a Dio; e tra di loro io mi eleggerò de' sacerdoti e leviti. Ed allora gli apostoli si dispersero per tutta la terra a predicar la fede, la quale presto fu abbracciata da tutte le nazioni; onde


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poté scrivere s. Paolo a' colossesi che il vangelo fruttificava e cresceva per tutto il mondo:... In verbo veritatis evangelii, quod pervenit ad vos, sicut et in universo mundo est, et fructificat et crescit1. Era necessario, come già disse il nostro Salvatore risorto a' suoi discepoli quando li mandò a propagar la fede, che si adempisse tutto ciò ch'era stato predetto da' profeti: Quoniam necesse est impleri omnia quae scripta sunt in lege Moysi et prophetis et psalmis de me2. E fra le cose prenunciate da' profeti precisa fu quella della conversione dei gentili.

 

18. Certamente la conversione de' gentili è una prova troppo chiara della nostra religione; perché altrimenti senza la forza della divina potenza come mai avrebbe potuto pigliar piede la fede, attese le tante e gravi difficoltà che allora vi erano in abbracciarla? Si trattava da una parte di credere misterj così difficili a credersi dalla mente umana, come sono il mistero della Trinità, per cui si debbono credere tre persone divine, che poi non sono che un solo Dio, poiché tutte e tre hanno una sola essenza ed una volontà: il mistero dell'incarnazione del Verbo, per cui si dee credere che il Figliuolo di Dio, avendo assunta la natura umana in unità di persona, nella stessa persona è insieme vero Dio e vero uomo; ed essendo Dio ha patito ed è morto per salvare l'uomo: il mistero dell'eucaristia, per cui si dee credere che per le parole della consecrazione la sostanza del pane e del vino si converte realmente nel corpo e sangue di Gesù C. Pareva impossibile che gente, la quale nulla sapea di scritture, di profeti e di verità sovrannaturali, volesse credere a poveri pescatori che pubblicavano questa nuova legge. Ed in fatti a principio i gentili, sentendo che doveano adorare come Dio un uomo che era stato crocefisso qual malfattore, ciò sembrava loro una pazzia da non potersi mai credere, secondo attesta l'apostolo: Nos autem praedicamus Christum crucifixum, iudaeis quidem scandalum, gentibus autem stultitiam3. E pur piacque al Signore che per mezzo della morte di Gesù Cristo, la quale sembrava una stoltezza, conseguissero molti la salute: Placuit Deo per stultitiam praedicationis salvos facere credentes4.

 

19. Crescea dall'altra parte la difficoltà in abbracciar la fede per cagion delle cose difficili a praticarsi che insegnava la nuova legge: ella insegnava il dover amare i nemici, soffrire i disprezzi, mortificar l'amor proprio. Qual maraviglia fa il vedere che Maometto, che Lutero, Calvino ed altri eretici moderni abbiano avuti molti seguaci nella nuova dottrina da essi predicata? Meraviglia sarebbe stata, se avessero avuto seguito predicando la penitenza, la castità, lo spogliamento dei beni: ma predicando essi la libertà dei sensi e delle proprie passioni, sarebbe stato prodigio non già l'avere molti seguaci ma l'averne pochi. Farebbe meraviglia vedere un ruscello salire sul monte, non già lo scenderne: e così fa meraviglia il vedere chi resiste alla passione, non già chi la seconda. Ma questa fu la gran meraviglia a quel tempo della propagazion della fede, il vedere tante genti tutte carnali che allora uscivano dal fango dell'idolatria, tutte infangate di vizj carnali, abbracciare una legge che impone una continua mortificazione della carne.

 

20. Ma non ostante tante difficoltà, scrivono s. Giustino martire, Tertulliano, Clemente alessandrino e s. Atanasio che a tempo loro la fede erasi già dilatata presso i germani, presso gli egizj, i parti, i libiani, i medi, gli armeni, gli asiatici, africani, romani, galli, britanni, sciti ed altre nazioni. S. Ignazio al principio del secondo secolo e s. Ireneo al mezzo del medesimo attestano che la religione cristiana era già a loro tempo divulgata ed abbracciata da tutte le provincie abitate. Attesta s. Luca che anche in Gerusalemme vi erano molti giudei di diverse nazioni che aveano abbracciata la fede: Erant autem in Ierusalem habitantes iudaei, viri religiosi ex omni natione quae sub coelo sunt5. Tertulliano nella sua apologia al capo 2, parlando de' fedeli, scrisse che quasi la maggior parte di ciascuna città era piena di cristiani: Tanta hominum multitudo, pars pene maior civitatis cuiusque. Contraddice a Tertulliano il Calvinista Giacomo Basnagio nei suoi annali6, asserendo che nel terzo secolo appena forse la decima parte della città del romano impero era cristiana; ma Tertulliano asserisce: Tanta hominum multitudo, pars pene maior civitatis cuiusque. A chi dobbiamo credere? A Basnagio ch'è stato più di dieci secoli dopo Tertulliano, o a Tertulliano che scrivea fatti dello stesso tempo nel quale egli vivea?

 

21. Origene similmente scrisse a' suoi tempi: Christiana doctrina Graeciam omnem maioremque barbarum gentium


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partem subegit1. Ed in altro luogo asserì2: In orbe terrarum atque universis ceteris nationibus innumeri sunt qui, relictis patriis legibus et his quos putabant deos, se disciplinae Christi tradiderunt. Gli stessi autori gentili, come Tacito e Plinio, attestano che il numero de' cristiani era molto grande. E Tacito stesso scrisse: Eorum multitudo ingens convicti sunt. Lib. 15, cap. 44. E Plinio nella sua epistola a Traiano3 riferì: Neque enim civitates tantum, sed vicos etiam atque agros superstitionis istius contagio (cosi da essi era chiamata la religion cristiana) evagata est. E nella stessa lettera soggiunge che, per la moltitudine de' gentili che aveano abbracciata la fede, si vedeano desolati i loro templi, in modo che di rado celebravansi le loro sacre solennità, e di rado trovavasi alcuno che comprasse vittime per sacrificarle ai loro dei. Del resto, scrisse Plinio nella citata epistola che egli non avea trovato altro delitto ne' cristiani che di unirsi la mattina insieme a cantare le divine lodi, praeter coetus antelucanos et carmina Christo tanquam Deo cantari solita. Rispose Traiano che egli non dovesse andarli trovando, ma trovati li punisse: Genus hoc inquirendum non esse, sed inventum puniri oportere. Qui giustamente lo riprende Tertulliano4: Negat inquirendos ut innocentes, et mandat puniendos ut nocentes? Parcit et saevit? In somma Tertulliano non ebbe ripugnanza di attestare in faccia a' gentili, nel capo 37 della sua apologia, che la cristiana religione avea già riempiuti i luoghi tutti, le città, le isole, i concilj, gli eserciti, le decurie, il senato, il foro: «Vestra omnia implevimus, urbes, insulas, conciliabula, castra, decurias, palatium, senatum, forum.»In altro luogo lo stesso Tertulliano scrive: «In quem alium universae gentes crediderunt, nisi in Christum qui iam venit? Ut iam getulorum varietates et maurorum multi fines, Hispaniarum omnes termini, et Galliarum diversae nationes, et britannorum inaccessa romanis loca, Christo vero subdita, et sarmatarum et provinciarum et insularum multarum nobis ignotarum et quae enumerare non possumus, in quibus omnibus locis Christi nomen, qui iam venit, regnat5Attesta Eusebio6 che quei che dalla gentilità vennero alla fede non furono i soli rustici, ma vi furono moltissimi personaggi insigni nella dottrina e pietà: Viros insignes litteris et pietate numerari non posse.

 

22. A tale proposito è bella la riflessione di s. Leone papa, che la divina provvidenza, affinché presto si dilatasse la fede di Gesù Cristo, dispose che l'impero romano acquistasse tanti nuovi regni, acciocché, trovandosi uniti tutti questi regni sotto di un solo impero, i santi apostoli potessero facilmente propagar la nuova legge tra molti popoli insieme, col trovarsi i medesimi uniti sotto d'un solo governo dominante: «Disposito namque divinitus operi maxime congruebat ut multa regna uno confoederarentur imperio, et cito pervios haberet populos praedicatio generalis, quos unius teneret regimen civitatis7. Dirà taluno: ma con tutto ciò il mondo è pieno di peccatori ed anche di cristiani malvagi. Chi lo nega? Anzi bisogna confessare che la maggior parte de' cristiani è malvagia; ma ciò che osta? Questa è la condizione della nostra natura corrotta dal peccato, che induce la maggior parte a viver male con aderire alle passioni del senso. Bisogna non però considerare che prima di nascere Gesù Cristo, non vi erano altri uomini se non empj; ma dopo Gesù Cristo, vi è un numero ben grande di fedeli che vivono da religiosi e santi.

 

23. Udiamo ora quel che scrive s. Gregorio nisseno delle conversioni che fecero gli apostoli per la terra dopo la venuta del Redentore: « Dispersi sunt undique, per mysteriorum doctrinam diabolum exturbantes. Hoc modo Samaria verbum recepit... Hinc aegyptii, parthi et mesopotamitae, itali, illyrici, macedones Christum agnoscunt; et omnes utique gentes sermo percurrens ad fidem adducit8. Udiamo quel che ne scrisse s. Giovanni Grisostomo: «Peragrarunt apostoli orbem terrarum et in ruina positum ad stabilitatem revocarunt, non sagittas mittentes, non pecunias largientes, non eloquentia confidentes. Erant nudi quidem saeculo sed induti Christum, pauperes sed divites. Pastor si viderit lupos, congregat oves; at Christus mittit oves ad lupos, et vulneratae a bestiis non sunt, sed lupi ad ovium mansuetudinem conversi sunt. Mira virtus piscatorum; mortuos suscitare, morbos pellere, philosophorum linguam mutam facere, barbaris, graecis et universo humano generi imperare; nam et hocilli verbo perfecerunt9. Teodoreto, parlando de' persiani, scrive: Qui non timuerunt romanorum potentiam sese (al sentir predicare la nuova


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legge de' pescatori) ultro crucifixi hominis imperio subdiderunt1. Soggiunge poi nello stesso luogo, parlando dei barbari costumi di alcune nazioni, che i massageti stimavano infelici quegli uomini che non morivano di morte violenta, e perciò fecero una legge di uccidere i vecchi e cibarsi delle loro carni; ma udita poi la nuova legge de' pescatori, abolirono i loro empi costumi. E così parimente scrive che, abbracciando la legge di Gesù Cristo, i tibareni non più praticavano, come prima faceano, di precipitare i vecchi da alte rupi, e gl'ircani non più alimentarono i cani per mangiarsi i cadaveri umani, né più gli sciti sotterravano gli uomini vivi insieme coi morti che da essi erano stati amati in vita. Indi conclude: «Tantam morum mutationem piscatorum leges invehere potueruntAggiunge: «Neque solum romanos et qui sub romano vivunt imperio, sed scytas quoque ac sauromatas, indos praeterea, aethiopes, persas, cimmerios, germanos et britannos, utque semel dicatur, omne hominum genus, nationes omnes (questi apostoli) induxerunt crucifixi leges accipere, non armis usi, non vi militum... sed verborum suasu, ostensa legum quas praedicabant utilitate. Quod non sine magno periculo faciebant, sed in singulis civitatibus frequenter passi iniurias, flagraque passim a quovis hominum genere subeuntes.

 

24. Crebbe poi la meraviglia in vedere crescere quei cristiani ed aumentarsi le glorie della fede in mezzo a tanti potenti nemici, magistrati, principi ed imperatori che si armarono con tutte le loro forze contro i discepoli di Gesù Cristo, spogliandoli dei loro beni, esiliandoli dai loro paesi, straziandoli coi tormenti più acerbi ed uccidendoli colle morti più crudeli In quei tempi dominavano da per tutto i romani imperatori. Perloché da per tutto stavano in vigore gli editti che vietavano il seguire la religion cristiana, ma tuttavia quanto più si moltiplicavano i tormenti e cresceva il numero de' martiri, tanto più si aumentava il numero de' fedeli, in modo che il sangue de' cristiani era una semenza per moltiplicare gli altri. «Vincimus cum occidimur, scrisse Tertulliano, cruciate, torquete, damnate, atterite nos: probatio est innocentiae nostrae iniquitas vestra; nec quidquam proficit crudelitas vestra; nam plures efficimur quoties metimur a vobis: semen est sanguis christianorum2.» La persecuzione era giunta a tal segno che i presidi scriveano agl'imperatori che non trovavanopatibolicarnefici bastanti a tanti cristiani che si offerivano a morire per Gesù Cristo.

 

25. Ma nel tempo stesso che cresceano le conversioni de' gentili, gli ebrei più imperversavano nella loro ostinazione, facendosi violenza, per così dire, a tener chiusi gli occhi per non conoscere la verità del Messia già venuto. Allorché nacque Gesù Cristo essi già conosceano che, secondo la profezia di Giacobbe, quello era il tempo designato della venuta del Salvatore poiché lo scettro o sia il dominio del regno era già passato dalla famiglia di Giuda ad Erode Idumeo re straniero. Di più, secondo il computo delle settanta settimane predette da Daniele, la morte del Redentore doveva essere già avvenuta. Inoltre allora durava ben anche l'impero de' romani, ch'era uno de' quattro imperj, in mezzo de' quali dovea venire il Messia; e non essendo egli venuto in tempo dei primi tre imperj, era già comune allora l'opinione che dovea venire durante l'impero romano, come scrive Uezio3. E perciò s. Simeone, allorché ricevé nelle braccia Gesù bambino, scrive s. Luca che già lo stava aspettando: Expectans consolationem Israel, et Spiritus sanctus erat in eo, 2, 25. E lo stesso scrive di Anna profetessa: Et loquebatur de illo omnibus qui expectabant redemptionem Israel, 38. E quando s. Gio. Battista cominciò a predicare, gli dimandavano i giudei se egli era il Messia: Si tu es Christus dic nobis4. Poiché da per tutto si dicea che in quel tempo dovea nascere il Messia.

 

26. Inoltre, perché in quel tempo correa questa voce per la Giudea, che dovea tra quegli anni nascere il Messia, comparvero allora molti falsi Cristi, de' quali (come portano Uezio5 ed altri autori) uno era nomato Teoda, ed un altro Dositeo, un altro Erode; e fra costoro anche Simone mago e Menandro si adoprarono per farsi credere ciascuno messia. Ancora Svetonio e Tacito scrissero nelle loro istorie, girare allora nella Giudea questa voce del Messia già nato, per cagion di un oracolo registrato negli antichi libri degli ebrei. Svetonio scrisse così: «Percrebuerat oriente toto vetus et constans opinio, esse in fatis ut eo tempore Iuadaea profecti rerum potirentur6;» cioè che gli uomini venuti dalla Giudea in quel tempo avrebbero dominato. E Tacito parimente scrisse: «Pluribus persuasio


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inhaerebat antiquis sacerdotum litteris contineri, eo ipso tempore fore ut valesceret oriens, profectique Iudaea rerum potirentur1.». Lo stesso Giuseppe ebreo, come si legge nel suo libro, asseriva che nel suo tempo dovea verificarsi la venuta del Redentore; ond'egli poi per adulazione giunse a dire che Vespasiano era il Messia e poi disse ch'era Tito. Anche tra i samaritani era comune la voce che il Messia a tempo di Gesù Cristo era già venuto, come disse al Signore la donna samaritana: Scio quia Messias venit, qui dicitur Christus2.

 

27. I segni più chiari poi della venuta di Gesù Cristo furono predetti prima nell'antico testamento, ed indi si videro tutti verificati nel nuovo. Fu già predetto che il Messia dovea nascere in Betlemme. Et tu, Bethlehem Ephrata, parvulus es in millibus Iuda: ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israel; et egressus eius ab initio, a diebus aeternitatis3. E ciò videsi già avverato, come scrive s. Matteo, 2. 1: Cum ergo natus esset Iesus in Bethlehem Iuda. Fu anche predetto dal profeta Balaam che nella nascita del Salvatore doveva apparire una stella prodigiosa nell'oriente: Orietur stella ex Iacob, et consurget virga de Israel4. E ciò si vide verificato nella venuta de' magi, i quali giunti in Gerusalemme palesarono a' giudei esser comparsa loro la stella in oriente che annunziava il Messia già nato; onde essi credendo che i giudei fossero ben consapevoli del Salvatore già nato, li interrogarono del luogo ove era nato: Ubi est qui natus est rex iudaeorum? Vidimus enim stellam eius in oriente et venimus adorare eum5. Or questa profezia di Balaam, registrata già nelle scritture, era ben nota a' giudei, e pertanto, attesa la certa notizia della stella veduta da' magi, essi non poteano più dubitare della nascita del Messia. Di più, già il Salvatore predetto dal profeta Aggeo (come si disse nella parte I. al c. 1. n. 34.) e da quel profeta chiamato il desiderato dalle genti, era venuto nel secondo tempio.

 

28. Inoltre nella morte di Gesù Cristo vi furono segni indubitabili ch'egli era il redentore promesso, secondo ne aveano scritto i profeti. S. Matteo scrive, 27. 45.: A sexta autem hora tenebrae factae sunt super universam terram usque ad horam nonam. Or queste tenebre di mezzo giorno furono già predette dal profeta Amos: Et erit in die illa, dicit Dominus Deus: occidet sol in meridie, et tenebrescere faciam terram in die luminis. 8. 9. Onde scrisse poi s. Girolamo6, che il sole retraxit radios suos, pendentem in cruce Dominum spectare non ausus. E Tertulliano scrisse7: A sexta hora contenebratus orbis lugubre Domino fecit officium. Questa oscurità fu tutta miracolosa; poiché, come osservano s. Atanasio e s. Tomaso, quell'eclisse non doveva accadere in quel giorno, ch'era plenilunio, ma nel novilunio. E questo prodigio delle tenebre espose appunto Tertulliano a' gentili nella sua apologia, dicendo loro che questo fatto stava registrato nei loro stessi archivj: Cum mundi casum relatum in archiviis vestris habetis. Ed Eusebio in conferma di ciò nella sua cronaca riferisce le parole di Flegonte liberto di Augusto, autore di quel tempo, che avea scritto così: Quarto anno olympiadis 202 factum est deliquium solis omnibus cognitis maius, et nox facta est hora diei sexta, ita ut stellae in coelo conspicerentur.

 

29. Segno anche molto notabile fu quello che predissero Isaia ed Ezechiele del silenzio che doveano tenere gl'idoli nascendo Gesù Cristo. Isaia, 2. 18. et 19., scrisse: Et idola penitus conterentur; et introibunt in speluncas petrarum et in voragines terrae. Ed Ezechiele, 30. 13., scrisse: Haec dicit Dominus Deus: Et disperdam simulacra et cessare faciam idola de Memphis: È noto anche presso gli storici profani che nella venuta del Messia tacquero gli oracoli; onde a tempo di Tiberio i gentili pieni di timore andavano indagando perché gl'idoli non davano più risposte. In effetto Porfirio si lamentava che dal tempo ch'era venuto Cristo gli dei sdegnati non più rispondeano. Anche Cicerone attesta8, che a' suoi tempi erano mancati gli oracoli. Di più portasi che Augusto consultando l'oracolo di Apollo per sapere chi dovesse dopo di lui regnare, questo rispose: Me puer hebraeus diis beatis imperans, iubet has aedes relinquere, et statim in orcum abire. Si osservi monsignor Uezio9, il quale scrive che Giuliano apostata non ardì negare questa notizia sparsa da per tutto, ma disse, per dare qualche colore al silenzio dei simulacri, che allora anche i profeti cristiani erano mancati. Ma lo smentisce s. Paolo, dicendo: Et ipse dedit quosdam quidem apostolos, quosdam autem prophetas etc. Dunque dopo la venuta di Gesù Cristo anche vi erano i profeti.


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Alcuni negano affatto esservi stati mai questi oracoli de' demonj. Io dico che non tutti quelli che si adducono debbono approvarsi per veri, ma neppure possono ributtarsi tutti; mentre più santi padri rinfacciavano a' gentili questo silenzio degl'idoli in prova della venuta del Messia. Oltreché, avendo scritto Isaia ed Ezechiele che alla venuta del Messia gli idoli avrebbero taciuto, dee tenersi per certo che prima parlavano.

 

30. Il profeta Isaia predisse che questo Messia era lo stesso Dio e che per suo mezzo doveano avvenire molti miracoli colla guarigione di ciechi, sordi, zoppi e muti: Deus ipse veniet et salvabit vos. Tunc aperientur oculi coecorum, et aures surdorum patebunt. Tunc saliet sicut cervus claudus, et aperta erit lingua mutorum, 35. 4. et 5. E tutti questi prodigj si leggono già nei vangeli in modo tale che le turbe, vedendo operarsi tanti miracoli dal Signore, diceano che venendo Cristo certamente non farebbe maggiori prodigj di quelli: Christus cum venerit, nunquid plura signa faciet quam quae hic facit1? E perciò Gesù Cristo tante volte rinfacciò agli ebrei le sue opere stupende come segni certi della sua divina potenza, siccome si legge in s. Giovanni: Ipsa opera quae ego facio testimonium perhibent de me, quia Pater misit me2. Dopo la morte di Gesù Cristo gli stessi romani imperatori, avendo inteso pubblicare tanti prodigj da lui operati, giunsero a portargli venerazione. Scrive Lampridio che Adriano imperatore eresse a Cristo più templi, i quali attesta Lampridio che ancora esisteano a tempo ch'egli scriveva. Ed aggiunge che l'imperatore Alessandro Severo nel suo privato oratorio adorava un'immagine di Cristo e che disegnava d'innalzargli un tempio. Tertulliano nella sua apologia, cap. 15., narra che Tiberio propose Gesù Cristo al senato per farlo mettere nel numero degli dei e fece intendere esser questo suo preciso desiderio: Detulit ad senatum cum praerogativa suffragii sui. Ma il senato ripugnò di ammetterlo, quantunque non avesse prima ripugnato di ammetter nel numero degli dei una certa meretrice nomata Clori per causa che gli avea lasciati i suoi beni lucrati coll'infame mestiere; tuttavia, non ostante il dissenso del senato, Tiberio persistette nella sua richiesta e minacciò di punire coloro che accusassero i cristiani.

 

31. Ma benché vi erano tanti argomenti e segni che rendeano a tutti certa la venuta del Messia e l'opera della redenzione già compiuta colla morte di Gesù Cristo da essi giudei così ingiustamente tramata, seguivano i medesimi a negarlo e riprovarlo. Onde allora giunse il tempo della divina vendetta e dell'ultima loro ruina colla distruzione del tempio, della città e di tutto il regno.

 




1 Tuscul. quaest. l. 1.



2 De rep. l. 4. c. 15.



3 Ps. 105. 38.

1 Luc. 1. 79.



2 C. 9. v. 2.



3 3. p. q. 2. a. 1. ad 2.



4 Serm. 33. in Io.



5 Sess. 13. c. 2.



6 Apoc. 12. 12.

1 Io. 8. 58.



2 2. Cor. 5. 15.



3 Matth. 28. 19.



4 Act. 2. 41.



5 C. 4. v. 4.



6 In Luc. c. 5.



7 66. 18.

1 1. 5. et 6.



2 Luc. 24. 44.



3 1. Cor. 1. 23.



4 1. Cor. 1. 21.



5 Act. 2. 5.



6 Lib. 1. cap. 6.

1 L. 1. contra Celsum.



2 L. 4. c. 5.



3 L. 10. ep. 97.



4 Apol. c. 2.



5 Adv. Iud. c. 7.



6 Hist. eccl.



7 In nat. Petri et Pauli.



8 Serm de s. Steph.



9 Adv. gentil.

1 De curat. graecar. affect. l. 9.



2 Apol. c. 5.



3 Prop. 8. c. 8. n. 74.



4 Io. 10. 24.



5 Prop. 7. n. 33.



6 In vesp. c. 4.

1 Lib. 5.



2 Io. 4. 25.



3 Micheae 5. 2.



4 Num. 24. 17.



5 Matth. 2. 2.



6 In c. 8. Amos.



7 De ieiun. c. 3.



8 De divinat. l. 2.



9 Prop. 9. c. 29. n. 4.

1 Io. 7. 31.



2 Io. 5. 36.




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