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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione e pratica pei confessori

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Capo III - Avvertenze sul trattato degli atti umani e de' peccati.

Punto I. Degli atti umani.

1. e 2. Atti dell'uomo, ed atti umani.

3. Del volontario e sue condizioni.

4. a 6. Di quanti modi sia il volontario.

7. a 11. Del libero e di quanti modi.

12. Ostacoli dell'atto umano.

13. E I Dell'ignoranza.

14. II. Della violenza.

15. III. Della compiacenza.

16. 17. e 18. IV. Del timore, e di quanti modi.

19. Da chi gli atti umani prendano la bontà o la malizia.

20. Se l'atto esterno aggiunga malizia all'interno.

21. Se diansi atti indifferenti.

1. Ne' trattati precedenti abbiam parlato delle due regole degli atti umani


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cioè della coscienza, e della legge; parliamo ora degli stessi atti umani, prima in genere, e poi in specie de' peccati.

2. Insegna s. Tommaso1, che gli atti che si fanno dall'uomo possono riguardarsi in due modi, cioè in genere di natura, ed in genere di costumi. Nel primo modi si chiamano atti dell'uomo, e questi son tutti quegli atti che in qualunque maniera si fanno dagli uomini. Nel secondo modo si chiamano atti umani, e son quelli che procedono dalla libera elezione della volontà dell'uomo. Sicché tutti gli atti che prevengono l'uso della ragione, sono essi atti dell'uomo, ma non umani. Due cose poi richiedonsi a costituir l'atto umano, acciocché sia capace di merito, o di demerito, che sia volontario, e che sia libero.

3. E primieramente parlando del volontario, affinché l'atto sia volontario per 1. dee provenire da principio intrinseco, non già da violenza esterna. Per 2. Dev'essere operato colla cognizione del tutto; onde l'omicidio non sarebbe volontario ad uno che uccidesse il socio, perché lo crede fiera.

4. Il volontario poi può essere in più modi. 1. Formale, virtuale, abituale, ed interpretativo; 2. Elicito ed imperato; 3. Diretto ed indiretto. Per 1. il formale è quel volontario che esercitamente si elegge, o s'impara dalla volontà. Il virtuale è quello che procede e si effettua in virtù della volontà prima avuta. L'abituale s'intende quell'atto di volontà che si è avuto una volta, e non è stato mai ritrattato. L'interpretativo s'intende quell'atto che non si mette, né si avverte, ma si metterebbe dalla volontà, se la persona si trovasse a dover deliberare in certe circostanze.

5. Per 2. Il volontario elicito è ogni atto di volontà prossimamente prodotto dalla volontà come il desiderare, l'eleggere o rifiutare, l'amare o odiare, ecc. L'imperato poi è ogni atto che per imperio della volontà esercitano l'altre potenze interne o esterne, come il meditare, il camminare ecc. In ciò s'avverta quel che dice s. Tommaso2, che tutti gli atti o eliciti, o imperati dalla volontà, prendon la specie dal fine per cui si esercitano; onde quegli atti che hanno lo stesso fine, sebbene materialmente son diversi, tuttavia son della stessa specie; per esempio se uno digiuna, ora, o predica per dar gusto a Dio, tutti questi sono atti di carità. Così all'incontro un solo atto materiale, se dalla volontà è eletto per diversi fini, egli potrà avere diverse specie.

6. Per 3. Il volontario diretto è quello ch'è voluto ed inteso per se stesso: l'indiretto poi è quello ch'è voluto nella causa che volontariamente si pone, prevedendosi già l'effetto, benché questo non s'intenda. Acciocché dunque il volontario indiretto s'imputi a colpa, in primo luogo bisogna che si preveda l'effetto; in secondo si richiede che la persona sia tenuta ad impedire un tale effetto; perché quando non è ella obbligata ad impedirlo, non l'intende, non pecca mettendo la causa per sé onesta, ancorché preveda l'effetto per sé illecito, come in più casi dentro si spiegherà.

7. Di più (come s'è detto) l'atto umano, acciocché sia capace di merito o demerito, bisogna che sia libero. È di fede, esservi nell'uomo, contro Calvino, anche dopo il peccato di Adamo, il libero arbitrio, come si sta definito dal concilio di Trento sess. 6. can. 5. Ma qui bisogna distinguere più sorte di libertà. Per 1. libertà della coazione, e dalla necessità. Per 2. libertà di contraddizione, e libertà di contrarietà.

8. Ed in primo luogo altra è la libertà dalla coazione, detta libertà di spontaneità; altra dalla necessità, detta libertà d'indifferenza. La prima importa che l'atto sia spontaneo cioè immune dalla violenza, benché sia necessario, com'è de' beati che necessariamente amano Dio, ma spontaneamente, senza essere a ciò violentati; poiché insegna s. Tommaso3 con s. Agostino, che noi circa l'ultimo fine ben abbiamo la libertà


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di volontà, che non ripugna colla necessità della naturale inclinazione; ma non abbiamo la libertà dell'arbitrio, o sia di contraddizione, che importa il volere e non volere, come poco appresso si spiegherà. La seconda, cioè la libertà dalla necessità, o sia d'indifferenza importa non solamente l'esenzione dalla violenza, ma anche dalla necessità; sicché l'uomo possa o lasciar di metter l'atto contrario, ch'è la libertà di contrarietà, come qui appresso soggiungeremo.

9. In secondo luogo dunque dee sapersi, altra essere la libertà di contraddizione, chiamata ancora di esercizio, cioè di poter operare e non operare; altra essere la libertà di contrarietà, chiamata ancora di specificazione, cioè di fare due atti opposti, come di odiare, o d'amare.

10. Posto ciò, diciamo che la volontà dell'uomo, acciocché possa operare con merito o con demerito, dee avere la libertà d'indifferenza, che solamente può dirsi vera libertà, cioè quella che non solo è esente dalla violenza, ma anche dalla necessità. Ciò si prova dal Tridentino sess. 6., can. 4., dove si dice, che il libero arbitrio dell'uomo può sempre consentire e dissentire alla grazia. Ed inoltre si prova dalle proposizioni dannate di Baio e di Giansenio; Baio nella propos. 39. dannata da s. Pio V. e da altri pontefici dice: Quod voluntarie fit, etiamsi necessitate fiat, libere tamen fit. Nella propos. 66: Sola violentia repugnat libertati hominis naturali. E nella propos. 67.: Homo peccat etiam damnabiliter in eo quod necessario facit. E dicendo Baio damnabiliter, intendeva già parlare degli atti deliberati, ancorché necessari, mentre il medesimo già ammetteva (come si legge nella propos. 75.), che gli atti indeliberati, cioè senza il consenso della volontà, non si reputano a peccati. Giansenio poi nella propos. 3 dannata da Innocenzo XI. disse: Ad merendum et demerendum in statu naturae lapsae non requiritur in homine libertas a necessitate, sed sufficit immunitas a coactione.

11. Notisi qui, che la radice della libertà d'indifferenza nasce dall'indifferenza di giudizio, la quale non è altro che il peso del bene e del male che nell'azione si considera. Questa indifferenza di giudizio, non già costituisce la libertà, ma solamente (come si è detto) è radice della libertà, affinché la volontà possa poi eleggere liberamente e indifferentemente ciò che le piace.

12. Gli ostacoli poi che impediscono l'atto umano, cioè che l'atto sia volontario, sono l'ignoranza, la concupiscenza, e 'l timore, il quale per altro non toglie, ma diminuisce il volontario. Parliamo di ciascuno ostacolo in particolare.

13. Circa l'ignoranza bisogna fare più distinzioni. Per 1. altra è l'ignoranza negativa; ch'è la mancanza della scienza in un soggetto non atto a sapere: altra la privativa, ch'è la mancanza in un soggetto capace di sapere: altra è la positiva, ch'è l'inganno, o sia errore volontario. Per 2. altra è l'ignoranza iuris cioè del precetto: altra facti, cioè della cosa precettata. Per 3. altra è l'ignoranza antecedente o sia invincibile, ch'è quella che precede ogni avvertenza della mente: altra la conseguente o sia vincibile, ch'è quella la quale è stata già avvertita almeno virtualmente, o pure in confuso: altra la concomitante, che concomita l'atto, ma non è causa di quello, né punto in quello influisce, poiché l'atto già si farebbe nello stesso modo, ancorché non vi fosse l'ignoranza; tal è l'ignoranza di colui che uccide il nemico, stimando esser fiera, ma talmente disposto coll'animo, che se l'avesse conosciuto per lo suo nemico, anche l'avrebbe ucciso. Per 4. l'ignoranza conseguente o sia vincibile si divide in crassa o sia supina, ed in affettata. La crassa è quando l'uomo trascura di sapere ciò che può e dee sapersi: l'affettata è quando alcuno trascura di sapere la verità, affin di peccare più liberamente. Quindi si conclude, che l'ignoranza antecedente


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(ch'è l'invincibile) impedisce e toglie affatto il volontario. La conseguente (ch'è la vincibile) non lo toglie, ma solamente lo diminuisce. La concomitante né lo toglie, né lo diminuisce, poiché (come si è detto di sovra) la concomitante niente influisce nell'atto.

14. II. La violenza anche impedisce affatto l'atto umano; onde le cose fatte per mera violenza non hanno né merito, né demerito. Si noti qui, che 'l violento differisce dal necessario, perché il necessario può esser anche volontario com'è l'amore beatifico; e differisce dall'involontario, che può esser cagionato dall'ignoranza.

15. III. La concupiscenza (per cui s'intende il moto dell'appetito sensitivo) quando è antecedente, impedisce l'atto umano, cioè il volontario in parte, e qualche volta anche in tutto, se avviene, che affatto prevenga la ragione; ond'è che i moti sensuali, senz'alcun consenso della volontà, non sono a noi peccati, né mortaliveniali1. Quando poi la concupiscenza è conseguente, ch'è quella la quale viene eccitata o imperata dalla volontà, allora nient'ella impedisce l'atto umano, anzi accresce il volontario, e la colpa.

16. IV. Parlando poi del timore, bisogna distinguere per 1. il timore leggiero ed il grave, che si chiama ancora cadens in virum constantem. ma per esser grave il timore, si richiede, che il male minacciato 1. sia probabilmente imminente; 2. che non possa evitarsi; 3. che sia di momento, almeno respettivamente ad alcune persone, come alle femmine, figli di famiglia, pupilli, sudditi, ecc. ne' quali si anche il timore riverenziale; ma qui s'avverta, che 'l timore riverenziale allora è grave, quando oltre la verecondia che sente il figlio, o il pupillo in contraddire al padre, o al tutore, teme di più qualche lunga indignazione, o altro malo trattamento2.

17. Bisogna per 2. distinguere il meto ab intrinseco, che nasce dalle stesse circostanze del fatto: com'è per esempio il timore della morte, per cui il mercadante nella tempesta gitta le sue merci in mare; e 'l timore ab extrinseco, che proviene da una causa estrinseca, ma libera, cioè da un altro uomo. E questo timore ab extrinseco può essere ingiusto e giusto: il che dipende dal vedere se colui che incute il timore, ha o non ha diritto d'incuterlo. Inoltre questo timore può essere incusso ad estorquere un qualche certo atto, o pure ad altro fine, fuori dell'atto operato per causa del timore.

18. Ciò posto, dicesi, che 'l timore non impedisce l'atto umano, cioè il volontario assolutamente, ma solamente secundum quid, viene a dire che solo il diminuisce. Quando poi il meto scusi o no dalla legge, già se n'è parlato nel cap. II. al n. 44. E quando il meto invalidi o no l'atto, se ne tratterà parlando de' voti, de' contratti, e del matrimonio.

19. Si domanda per 1. Da chi prendano gli atti umani la loro bontà o malizia. Rispondiamo noi (checché si dicano altri), che in quanto al materiale, la prendono dagli oggetti, e dalle loro circostanze. In quanto poi al formale, o sia morale bontà, o malizia, dalle virtù alle quali o si uniformano, o si oppongono. E ciò basta per quel che spetta alla questione speculativa, poiché di quel che s'appartiene alla pratica, ne parleremo nel punto seguente al §. III. al n. 31., trattando della distinzione specifica de' peccati.

20. Si dimanda per 2. Se l'atto esterno aggiunge distinta bontà o malizia all'interno circa il premio o pena essenziale (perché circa l'accidentale è certo appresso tutti che l'aggiunge). In tal questione i tomisti colla più comune tengono la sentenza negativa; gli scotisti l'affermativa. Ma checché sia della questione speculativa, in pratica ancora i tomisti (come dichiara Estio) dicono, che quando coll'esecuzione dell'opera mala la volontà più s'attacca all'oggetto desiderato, o più si compiace di quello, allora senza dubbio per l'opera


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esterna sempre s'aggiunge qualche malizia alla volontà, ed ordinariamente così avviene: che perciò ben dice Habert, che colui che consuma esternamente il peccato, sempre dee dirsi che faccia più male d'un altro che solamente lo desidera1.

21. Si dimanda per 3. Se si dia l'atto umano indifferente in individuo. Son concordi i tomisti agli scotisti in dire che sia l'atto indifferente secondo la specie, o sia ex obiecto, come il passeggiare, il guardare il campo, ecc. La questione si è, se diasi in fatti, e in individuo. Gli scotisti l'affermano; ma più probabilmente lo negano i tomisti, perché l'uomo essendo ragionevole è obbligato ad ordinare quanto fa a qualche fine onesto, onde non facendolo difetta, e l'atto non è più indifferente: se non fosse che la persona qualche volta operasse per ignoranza senza deliberazione. E ciò basta aver detto di queste tre questioni che più s'appartengono alla scolastica, che alla morale. Passiamo or a parlare de' peccati, che son atti umani in specie.




1 1. 2. q. 1. a. 1.



2 1. 2. q. 1. a. 3.



3 Qu. de verb. a. 1.



1 Lib. 5. De actibus humanis n. 23. ad 25.



2 Lib. 3. n. 717. v. Idem autem.



1 Lib. 5. de act. hum. n. 60.






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