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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 38. Di s. Simeone vescovo di Seleucia.

1. Si sa dalle istorie ecclesiastiche che nella Persia fu predicata la fede di Gesù Cristo dagli stessi apostoli; onde a tempo dell'imperator Sapore, che fu verso la metà del quarto secolo, eravi in quel regno gran numero di cristiani. Di ciò molto afflitti i magi che erano i sacerdoti della religion persiana, aveano più volte tentato di far proibire la cristiana. Ma a tempo di Sapore si unirono a' magi anche i giudei, e indussero l'imperatore a perseguitare i fedeli. Era allora s. Simeone uomo di gran virtù arcivescovo di Seleucia; il quale avendo gran cura del suo gregge, era per ciò riputato come il più forte difensore della fede cristiana: onde per rovinarlo rappresentarono a Sapore ch'egli avea corrispondenza coll'imperator romano, e gli scopriva gli affari più interessanti della Persia. Sapore diede a ciò credenza, e riputando Simeone come suo nemico, risolse di esterminare dal regno lui e tutti


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i cristiani. Quindi cercò di privarli di tutti i loro beni, ma vedendo che quelli soffrivano tutto con pazienza, ordinò che tutti i sacerdoti e gli altri ministri della chiesa, se non abbandonavano Gesù Cristo, fossero decapitati; ed intanto comandò che fossero gettate a terra le chiese de' cristiani.

2. Indi fece carcerare il santo vescovo, e fattolo venire alla sua presenza, s. Simeone, acciocché non paresse ch'ei domandasse grazia per il delitto di aver difesa la religion cristiana, non volle prostrarsi secondo il costume di Persia, e come già avea fatto più volte prima. Sapore offeso di ciò, lo richiese, perché gli negasse l'onore che gli si doveva. Il santo rispose: Quando io le altre volte sono venuto alla vostra presenza, io non vi era condotto per tradire il mio vero Dio, e però allora non ricusava di darvi gli onori soliti; ma ora non posso farlo, perché vengo a difender l'onore di Dio e la mia religione. L'imperatore l'esortò che adorasse il sole, promettendogli grandi doni ed onori se ubbidiva, e minacciandogli, se non ubbidiva, di farlo morire, e di scacciare tutti i cristiani dal suo regno. S. Simeone rispose che non poteva adorare il sole e tradir la sua religione; onde l'imperatore lo fece mettere in prigione, sperando che la carcere gli avrebbe fatto mutar sentimento.

3. Mentre il santo andava alla carcere, un vecchio eunuco nomato Ustazade sopraintendente della casa reale, vedendo passare s. Simeone ch'era condotto alla prigione, si prostrò avanti di lui; ma il santo disprezzando quell'ossequio dell'eunuco e volgendo la faccia altrove, lo rimproverò perché, essendo egli cristiano, avesse adorato il sole. A questo rimprovero l'eunuco si pose a piangere dirottamente, e spogliandosi della veste bianca che portava, ne prese una nera in segno di lutto. Così vestito si mise a sedere dinanzi la reggia, e struggendosi in lagrime diceva: Misero me! e che mi debbo aspettare da quel Dio che ho rinnegato, se Simeone mio amico mi tratta così aspramente a causa del mio fallo, e rivolta da me la sua faccia?

4. Sapore sapendo l'afflizione dell'eunuco, fattolo a sé venire, volle da lui sapere se gli fosse avvenuta alcuna disgrazia. Quegli rispose: Ah volesse Dio che mi fossero venute tutte le disgrazie, e non quella che è la cagione del mio dolore! Io piango, perché non sono morto prima, e vivo ancora, e rimiro quel sole che ho adorato, per non dispiacere a voi. Io merito una doppia morte; una per aver tradito Gesù Cristo e l'altra per aver ingannato voi. E poi giurò che da indi in poi non avrebbe più tradito il suo Dio. A queste parole il re entrato in furia, credendo che i cristiani gli avessero voltato il cervello, giurò di farli tutti morire; ma avendo compassione di quel povero vecchio, fece tutti gli sforzi per guadagnarlo. Ustazade però disse che in avvenire non sarebbe mai stato così stolto di rendere alla creatura quel culto ch'era dovuto solo al Creatore. Vedendo dunque Sapore la sua costanza, ordinò che fosse decapitato. Mentre il vecchio andava alla morte si fece chiamare un altro eunuco suo amico, e lo pregò di dire da sua parte a Sapore che in ricompensa di tutta la servitù che gli avea prestata, in quel tempo del suo supplicio facesse dichiarare da un banditore ch'egli non moriva per qualche


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delitto, ma solo per essere cristiano, e per avere ricusato di rinnegare il suo Dio. E Sapore condiscese a questa sua richiesta, affine di atterrire i cristiani, in vedere che non la perdonava neppure a quel vecchio che l'avea così ben servito.

5. Dopo ciò Sapore rivolse il pensiero a s. Simeone, e di nuovo tentò di guadagnarlo per tutte le vie; ma finalmente vedendo tutto riuscire inutile, ordinò che fosse decapitato. Ma prima di eseguir la sentenza contro il santo, per intimorirlo fece davanti a' suoi occhi tagliar la testa a cento cristiani; e s. Simeone in vece d'intimorirsi, si pose a dar animo a quei fedeli, rappresentando loro quanto fosse grande la loro sorte in dar la vita per Gesù Cristo per acquistare la vita eterna. Decapitati che furono quei cento martiri, fu tagliata la testa al santo nel giorno di venerdì santo, in cui egli unì la sua morte a quella di Gesù Cristo.

6. Insieme col santo furono decapitati ancora due vecchi preti della sua chiesa, Anania e Abdecala. Era presente alla loro morte un certo Pusico, sopraintendente degli artefici del re. Costui vedendo che Anania in accomodarsi a ricevere il colpo tremava, gli disse: Padre, serrate gli occhi per un momento, che presto vedrete il lume di Gesù Cristo. Queste parole fecero credere che Pusico fosse cristiano; onde subito fu preso e condotto alla presenza del re, al quale disse ch'egli anche era cristiano, e si avanzò a rinfacciargli la crudeltà ch'esso imperatore contro i fedeli esercitava. Sapore, offeso da tal rimprovero, lo fece subito morire in un modo nuovo e molto crudele. Poiché gli fece strappar la lingua, non già per la bocca, ma per la collottola forata. Fece anche prendere e giustiziare una sua figliuola vergine che si era consacrata a Dio. Tutti questi santi martiri morirono verso l'anno 344. Il lor martirio vien riferito da Sozomeno autore contemporaneo nel libro 2. della sua storia ecclesiastica, e vien confermato anche dal Ruinart.




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