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Paolo Valera
La donna più tragica della vita mondana

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* * *

 

Coloro che suppongono che per fare lo scroccone di alto bordo basti essere impostori, interroghino la Humbert, la maliarda degli imbroglioni. Per indurre la gente a svaligiarsi e a impoverirsi con le proprie mani bisogna avere qualità speciali, una faccia grassottella e piena di mansuetudine, un'occhio dolce, un sorriso mite, una parola calda di convinzione che sappia andare fino in fondo al cuore di chi ascolta. È tutta una genialità personale. È la bontà che slaccia le borse dei danarosi che lascierebbero morire di fame il genere umano piuttosto che metter fuori un centesimo.

— E anche la criminalità, aggiunse Adolfo Bizet, accendendo una delle mie sigarette. Credete voi che la tribù che ha nutrito i processi del pretendente al nome e alla fortuna di sir Roger Tichborne non fosse composta di persone rapaci che credevano di impiegare i loro capitali al duecento per cento? L'interesse è in fondo a tutte le azioni umane.

Stamane voi verrete con me alla lussuosa abitazione del più grande e del più audace scroccone del periodo dell'agitazione Steinheil e lui stesso vi dimostrerà che il truffato non è migliore del truffatore. Certo voi avete ragione, quando dite che per farla a uno dei filibustieri moderni dei mercati finanziari e industriali ci vuole più ingegno di quello della Humbert. Direi di più. Direi che è indispensabile un'altra intelligenza. Le buone maniere e le amabilità non adescono gli uomini di affari.

Lesseps ci ha fatto da maestro. Per far uscire dai nascondigli le ricchezze private della borghesia francese ha dovuto trascinare nelle sue speculazioni ladre il governo, anzi il Parlamento, corrompendo ministri, deputati e senatori.

Non si può negarlo. È stato il capolavoro di colui che venne venerato come il grande francese. Ritorno al mio chiodo. Chi è stato più delinquente: lui, i corrotti che si sono prestati alle sue operazioni delittuose o i sottoscrittori affamati di grossi e inauditi dividendi? Ai tempi della catastrofe, continuava a dirmi Bizet, mentre eravamo avviati al celebre palazzo di Scribe, il pioniere dell'industrialismo teatrale, ai tempi della catastrofe si è urlato contro il Lesseps per la povera gente rimasta senza i risparmi. Siamo giusti. Il loro caso era più pietoso, ma la loro delinquenza non era minore di quella degli altri. Senza la bandiera della ricchezza a ufo, fatta su senza fatica, non avrebbero concorso a far impazzire artitrizzato il Lesseps.

Ecco, mi disse allo svolto della nostra vettura, col dito puntato verso la torre Eiffel che torreggia su tutti gli edifici cittadini, ecco: è il monumento della imbecillità francese al tempo dei panamisti. Tutta quella insolenza spinta sul cielo è il riassunto bestiale della Franca panamizzata. Quell'altura è il simbolo del nostro fango. Con la sua elevazione è caduta una società intera. Il denaro, la gola per il denaro, la frenesia per le ricchezze, l'isterismo per il lusso e l'ansietà di giungere prima alla gozzoviglia, sono passate sul paese come una pestilenza, come un morbo, come una malattia contagiosa, come un colera.

La torre Eiffel, uscita dal cervello di uno dei più svergognati panamisti, è il monumento dei nomi dei caduti, nell'arena degli arrivisti. I fondi segreti della compagnia hanno gualcito, tutti, inghiottite le più belle riputazioni politiche, giornalistiche, bancarie. Tutti scrocconi. Ferdinando Lesseps, Eiffel, Reinach, Baïhaut, Freycinet, Floquet, e tanti altri immortali sulla lista di Arton, sono precipitati in frantumi.

Torre Eiffel che hai truffato da sola trentatre milioni di franchi, che tu sia maledetta! Tu rappresenti la nostra sventura, la decadenza di un popolo, l'ingordigia monetaria di tutta una nazione uscita dalle viscere della più grande e gloriosa rivoluzione che ha creduto, colla tagliateste, di togliere dalla società, i bricconi. No, c'è la eredità che pensa alla loro riproduzione, C'erano, ci sono, ci resteranno. Questa è la ragione della immortalità delle polizie. Il sangue sociale è impurificabile.

— Voi volete dire fino a quando la terapeutica sociale non avrà trovato il rimedio curativo.

— Senza quest'ultima speranza noi non avremo più che la disperazione per compagna.

Non avevo mai udito Bizet sboccare le sue turbolenze mentali con tanta acredine. Pareva vi avesse perduto il suo capitale. Nei mangeurs della Panama, rappresentati dalla odiosa Eiffel, egli vedeva il crollo morale di tutta la nazione.

— Questa è la ragione, riprese il direttore dell'agenzia dei detectives, perchè io non ho mai rifiutato il mio auto ai giocolieri della finanza. Il barone Reinach, l'uomo cresciuto alla scuola dei grandi banchieri, è divenuto il modello di tutti gli affaristi. Voi avete udito, senza dubbio, parlare di Enrico Lemoine.

— Il fabbricatore di brillanti artificiali?

— Per l'appunto. Voi mi aiuterete a farlo fuggire. Egli è indegno del carcere, e di questa opinione è lo stesso giudice Poittevin che lo ha rimesso al largo con la miserabile cauzione di quindici mila lire, sette delle quali sono state trattenute per le spese d'istruttoria. Che caro giudice! Non si può essere più ingenuo! Egli era ed è forse ancora un suo ammiratore. Durante la sua detenzione non c'è stato giorno ch'egli non lo abbia fatto chiamare nel suo gabinetto per dargli modo di prendere una boccata d'aria e di passare qualche mezz'ora a consolarsi con la moglie. Sono riguardi che non toccano a tutti i signori del mondo criminale.

Stop! gridò al chauffeur, mettendo fuori il bastoncino di bambù, come se fossimo stati in un cab della perfida Albione.

Monsieur Lemoine, disse Bizet, passando dalla portineria.

— Non c'è, non c'è! Signori, signori! disse ella correndoci dietro, il signor Lemoine non riceve più giornalisti. Li supplica di non disturbarlo. Egli non ha più nulla da raccontare.

— Noi non siamo giornalisti. Siamo aspettati, rispose con voce che non ammetteva discussione.

Entrammo. Eravamo nel tempio del comfort. Siamo stati ammessi da un servitore in livrea azzurra dai grandi bottoni d'argento che ci tolse dalle mani le tube e i bastoncini, dicendoci che il signore era nel salotto ad attenderci. Ho sentito subito di essere in casa di un grand'uomo o di un uomo che non assomiglia a tutti gli altri. C'era troppa sapienza nell'addobbo per non considerarlo un superuomo della vita. I colori del mobiglio, dei tappeti, dei vetri, delle pareti di ogni stanza che passavamo per giungere al salotto di ricevimento erano la fusione di un artista.

Si alzò dalla poltrona in cui stava forse leggendo la moltitudine dei giornali sul tappeto aranciato, tese la destra a Bizet e mi salutò con un cenno della testa.

You will pardon me, my lord (mi perdonate, non è vero, mio lord?) disse Lemoine al signore seduto.

Certainly, rispose alzandosi e scomparendo dietro le portine vetrate con un inchino.

Lord Armstrong, I suppose... (Lord Armstrong, suppongo...), disse con bonarietà Bizet,

Lord Armstrong.

Non è che più tardi che ho saputo la ragione della intimità dello scroccone di alto bordo con il più potente fabbricatore di cannoni per le stragi umane. Io, seduto sul puff, ascoltavo il dialogo e studiavo il principe dei puffisti. Alto, alto, direi 1 metro e 84, spalle larghe, dorso leggermente inclinato, ampie orecchie, fronte fuggente, naso arcuato, a base orizzontale, grande sporgenza, capelli castani, barba di un rosso scuro, porro dietro la narice destra, altro piccolo porro più in , rasente il naso, in linea retta verso l'occhio.

— Voi non avete più che due ore per truccarvi, caro Lemoine, se desiderate prendere il volo. Rimanendo, fra due giorni voi dovreste consegnare al giudice Poittevin la prova che voi sapete fabbricare diamanti artificiali identici a quelli che estrae dalle miniere la compagnia di Beers. Se voi guardate il calendario oggi siamo al 15 giugno.

Lemoine, accendendo un avana e offrendone la cassetta a noi per servircene, pareva in cerca di una determinazione. Vado? Non vado? Le abitudini alle dolcezze della vita gli facevano respingere con orrore l'esilio seminato di tribolazioni. E poi? Che risata convulsionaria susciterebbe la sua fuga, dopo aver proclamato in faccia all'Europa che il 17 giugno, alle cinque del pomeriggio, egli si sarebbe presentato nel gabinetto dell'ottimo Poittevin con il diamante di sua fabbricazione, identico al diamante delle viscere della terra della compagnia Beers!

— Farò ridere alle mie spalle, caro Bizet, aggiunse Enrico Lemoine, battendo il pugno della sua larga e lunga mano sulla coscia.

— E alle cinque pomeridiane del 17 giugno non riderà lo stesso l'Europa quando saprà che avete portato al giudice le solite chiacchere? La scusa c'è anche per voi. Se voi avete levato di tasca qualche milione a sir Giulio Wernher, direttore della compagnia di Beers, con la promessa che avreste prodotto il diamante artificiale, un trucco che dura da secoli, potete dichiarare che lui pure, sir Giulio, era preparato a levarne di più dalle tasche dei compratori imbrogliandoli con una falsa dichiarazione, dando loro un minerale falso per vero. Gli scrupoli sono inutili. Voi l'avete fatta a lui e lui l'avrebbe fatta al pubblico. L'uno è di fronte all'altro sullo stesso livello. Wernher è uccello di bosco, imitatelo. La vostra morale non è al disotto della sua. Che ne dite, Baragiola? — mi domandò volgendosi un po' dalla mia parte.

— Che avete ragione. Se è vero, come ha detto il signor Lemoine, che la compagnia diamantistica fra due o tre anni sarà a secco di diamanti e che sir Giulio Wernher, coll'allodola del diamante artificiale ha potuto far salire le azioni e vendere le sue con punti di guadagno, lo speculatore inglese ha fatto una operazione che io chiamerei chirurgica, come la vostra dissi volto a Lemoine. Come tutti i direttori di istituti bancarî e industriali egli ha fatto distribuire dividendi fittizî che fanno andare in giubilo i gogos e poi?

— Ha dichiarato che io l'ho ingannato.

Diciamo la verità tutta intera. Wernher non vi avrebbe denunciato se i gogos e gli azionisti non fossero troppo tempestosi. Guai a dar loro delle disillusioni. Mi ricordo del giorno in cui sono andato alla banca Macè e C. 12, via Cadet. Era un istituto benedetto da sua santità Leone XIII. Si trattava di un krak di venti milioni. Non c'è stata religione che abbia potuto ammansare i gogos.

Era una banca che aveva nel suo paretaio il modo di arricchire rapidamente i depositanti senza rischio alcuno. In mezzo agli usceri io mi sono permesso di dire a tutti gli sbracioni che bisognava essere ingenui a portare il proprio denaro a una banca che offriva il dodici per cento di interesse. Mi volevano mangiare. Se non fossi stato un funzionario pubblico avrei gridato che erano più filibustieri di Macè in fuga. Tutti scappano, mio caro. Se Lesseps se la fosse data a gambe, lui i suoi complici che hanno subìta la vergogna di un processo non sarebbero ora nel disgustoso edificio delle piovre nazionali.

— E allora, disse Lemoine, buttando il mozzicone del sigaro sul piattello d'argento, non ho più che la fuga. Sia! aggiunse alzandosi e sottoponendosi alla truccatura. Si dirà....

Lasciate dire! rispose Bizet, aprendo la valigia che racchiudeva il necessario per la mia e per la sua truccatura. La barba bisogna sacrificarla. Di fuori ci sono già gli agenti che il signor Hamard vi ha messo alle calcagna. Se si dirà che siete un attore, un attore di genio. Non si tiene testa agli uragani della opinione pubblica senza avere una certa genialità a propria disposizione.

Rasata la faccia gli appiccicò due favoriti biondi da farlo scambiare per il giudice istruttore che lo aveva lasciato fuori dalla gabbia credendolo addomesticato. Con la tintura Loubec gli biondeggiò i capelli e i peli al disopra del foro ottico, macchiettandogli di un rosso carne le guance e il mento in un modo che non rimaneva più nulla di Enrico Lemoine.

Indossate questi abiti, disse Bizet. Vi si scambierà per il direttore di un grande albergo.

— Vi avrei trasformato in un pitoccone se non fosse un personaggio troppo pericoloso. Gli agenti non hanno paura di interrogare e di frugare un vagabondo e un povero diavolo che va per la sua strada. Non è adatto alla vostra funzione. Il cappello a cilindro e le scarpe che scricchiolano faranno buona impressione dovunque giungerete. Il passaporto non è più necessario, ma io ve l'ho preparato se mai vi capitasse l'infortunio di imbattervi in un commissario ai confini o alle dogane troppo zelante. Guardatevi nello specchio e poi ditemi se voi siete capace di riconoscervi. So bene, voi avreste preferito che io vi avessi camuffato da prete. Errore. L'abito ecclesiastico è divenuto comune fra i delinquenti e le persone cercate nel mondo finanziario. È frusto. Ha servito per tutti i dorsi. L'ultimo della vostra classe è stato Cuciniello, un banchiere italiano che è andato a nascondersi negli indumenti del curato in casa di una sua amante. Sapete che sono a Parigi gli amministratori della De Beers con Wernher?

Finito Beragiola di truccarsi, Lemoine domandò la utilità della truccatura del signor Baragiola.

— Senza che vi rappresenti, i limiers vi starebbero alle calcagna e al confine vi arresterebbero con il mandato in saccoccia. Io e il vostro secondo o il falso Lemoine se vi piace, staremo sulla porta a tenere a bada gli agenti segreti che crederanno di avervi nelle mani e voi ve ne andrete per i fatti vostri, dando un addio alla Francia fino a tempi migliori.

La fuga di Enrico Lemoine è costata al povero Le Poittevin il posto di giudice istruttore. Non era neanche supponibile che un magistrato, sia pure buono e giovine come il Le Poittevin, potesse credere alle fandonie di uno scroccone che ha dei precedenti di corte d'assise che si prolungano sino ai quattro anni di prigione. Tuttavia, mi diceva Bizet, dopo che il suo cliente era al sicuro, non si può negare che il colpo di Lemoine è di quelli che si chiamano colpi da maestro. Cavare dalla cassaforte di speculatori matricolati come i signori della De Beer 1,580,725 franchi con un semplice specifico chiuso in una busta depositata all'Union Bank di Londra è cosa che passa la fantasia.

È una busta che rammenta la più stupida ghermellina giuocata ai semplicioni della vita, avidi di guadagni non guadagnati. Non si sa se sia più bestia il truffato o il truffatore. La busta chiusa conteneva una ricetta che avrebbe fatto scorpacciare dalle risa tutti i chimici. Udite. Per fabbricare il diamante diceva il nostro scroccone di alto bordo, basta prendere il carbone di zuccaro, metterlo in un grogiuolo, coprirlo e passare il recipiente in un forno elettrico avviato ad una temperatura di 1600 gradi con una corrente da 15 a 1800 amphères, sotto una tensione di 110 volts. Raggiunta tale temperatura bisogna fare pressione, poggiando forte sul coperchio del crogiuolo. Fatto tutto questo i diamanti sono fatti e bisogna toglierli.

— È un piatto servito caldo alla tavola di Wernher!

Costoso, un po' caro, ma che non impedirà a Enrico Lemoine di trovare sul suo cammino altri idioti volonterosi di sottomettersi alla operazione chirurgica subita dal direttore della Beer. È inutile, gli scrocconi di alto bordo hanno fortuna in monarchia e in repubblica. I fripons, i bricconi celebri, sono sovente ammirati o presentati alla ammirazione pubblica. Luigi Filippo non è stato in forse quando si è trattato di stringere la mano al vecchio Vidocq, nel salone della esposizione, in un momento in cui il ladrone di fama universale si era fatto industriale e vendeva ai cittadini le chiavi di sicurezza. Come il presidente della Repubblica è stato lieto di rivedere all'Eliseo quell'altro grande briccone esotico che si chiamava Cornelio Herz. Lemoine non è l'amico intimo di lord Armstrong e lord Armstrong ha forse paura di frequentare la sua casa di via Pigalle, mentre tutta la Francia lo chiamava avventuriero e uno scroccone di alto bordo o della haute pègre?

Vedete, mi diceva Bizet, come va via svelto e come gli agenti segreti hanno gli occhi chiusi su lui? A me, Lemoine, non l'avrebbe fatta. La vostra presenza mi sarebbe bastata per pensare al trucco. Datemi una sigaretta. Egli se ne va per migliorare la sua ricetta diamantifera e giustificare davanti al pubblico la sua frode,

— Quanto ingegno sprecato!

Fate anche voi la donnicciola adesso! Per me lo scroccone è un furbo più che un uomo d'ingegno. Credete forse che sia un ingegno? Neanche per sogno. Egli non ha che un diploma. Ha finto di essere stato al Capo di Buona Speranza nelle giornate della guerra coi boeri, a studiare il diamante. Sapete invece dove egli sia stato? In una soffitta, nella soffitta degli eroi, a leggere, indovinate? la Stella del Sud di July Verne. Ecco la sua miniera. È che ha trovato il materiale che gli ha fruttato una vera fortuna. Ci sono uomini che se si mettono a fare le scarpe la gente nasce senza piedi, come ci sono uomini che se si dicessero capaci di far volare le montagne con uno specifico sarebbero creduti. Lemoine appartiene a quest'ultima categoria. La sua biografia è quella di un refrattario. È nato a Trieste, è venuto in Francia a fare il soldato, riformato per una bronchite si è dato alla ricerca di una carriera e ha finito coll'adattarsi, lui ingegnere! in un posto comune, buono per tutti coloro che non hanno imparato nulla. Si è messo a fare l'agente di pubblicità!

— Non sarebbe un delitto. I più grandi uomini sanno passare per la via crucis di tutti i mestieri disadatti ai loro studi, alle loro tendenze, alle loro aspirazioni. Cito Balzac, cito Rochefort, cito Dumas, padre, cito Vallès.

— Gli ingegni tornano a galla, riescono a farsi largo, finiscono per conquistare con la loro penna quella bestia che si chiama pubblico. I Lemoine vanno in fondo e finiscono criminali. Un romanzo ha potuto avviarlo allo scrocco. Egli non ha fatto che andare sulle pedate del protagonista del libro del celebre scrittore, uno scienziato che ha studiato la fabbricazione dei diamanti nell'America Latina. Sbaglio, egli era già uno scroccone côlto dalla legge. Aveva già sulla coscienza tanti falsi per 25.000 lire e per i quali è stato condannato a 4 anni. È poca cosa, ma abbastanza per rivelare il fondaccio criminoso che è in lui.

Dite quello che volete, Bizet, ma non è uno stupido colui che riesce a far credere agli specialisti del diamante di saperli fabbricare.

Trucco! trucco vecchio e stravecchio! Egli aveva l'abilità del giocoliere. La sua esperienza davanti ai truffati è stata nelle maniche. Egli vi nascondeva il diamante bianco che poi lasciava sdrucciolare nel grogiuolo al momento in cui lo scopriva, raffreddato nel secchio dell'acqua. Ormai è saputo da tutti dov'egli comperava i diamanti crudi che gli sono serviti per le sue truffe. Me lo ha detto lui stesso. È vero però che egli ha continuato a dirmi che il suo segreto era infallibile. Non aveva bisogno che del tempo e delle condizioni speciali.

— Il torto mio, mi disse una mattina, è quello di essermi contentato di fare il tentativo con una piccola produzione di diamanti. I miei studii m'avevano dimostrato che aumentando la durata del calore ed elevando la pressione, il diamante ingrossava e diventava vendibile. M'occorreva un forno speciale e dovevo creare crogiuoli che potessero resistere alla elevazione della temperatura e alla grande pressione che mi era indispensabile senza correre il rischio di una esplosione.

Il mio forno è composto di un cilindro in terra refrattaria compressa. Nel cilindro si introducono due elettroidi in modo da chiuderlo con la terra refrattaria. Aggiungo che i miei elettroidi, per essere assolutamente chiusi devono essere avvolti in una foglia di rame, la cui fusione chiude ermeticamente il cilindro, avvolto anch'esso nel carbone chiuso a sua volta in un'armatura di ferro. Come vedete il mio apparechio può resistere a qualsiasi pressione. Il crogiuolo è pure un cilindro fuso, chiuso nelle foglie di piombo. È in esso che io introduco la limatura di ferro, il carbone di zucchero e il mercurio. Fatto tutto questo, faccio il resto, chiudo in modo da evitare che il diamante s'impiombi. Una volta che il cilindro è nel forno, il piombo si liquefà, la dilatazione del mercurio la pressione, riunendo così, pressione, temperatura e dissolventi, e io ottengo senza fatica, dei cristalli. Sono i residui di questa preparazione che, sotto forma di polvere nera, mi permettono di ottenere del diamante.

Ciarlatano! gridai mentalmente, quando mi raccomandava di non divulgare il suo segreto, se fosse morto. Ciarlatano!

— Eppure quell'uomo ritornerà in Francia.

— Ne sono sicuro. Egli ha posato da eroe e preferirà la galera alla rinomanza di scroccone. E poi, mi disse Bizet, prendendomi sotto braccio e avviandosi alla carrozza che passava, quell'uomo è innamorato di sua moglie ricca che lo ha ripudiato e ne aspetta il divorzio. Egli farà di tutto per riabilitarsi ai suoi occhi. Ma la prigione sarà la sua tomba.

 




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