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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP. V. Le profezie appartenenti agli ebrei della distruzione del tempio, della loro dispersione, del loro acciecamento, della loro conversione, provano con chiarezza la verità delle Scritture e la venuta del Messia.

 

§. 1. Della distruzione del tempio.

 

1. Nella legge antica volle il Signore che non vi fosse stato che un solo tempio, dove se gli offerissero i sacrificj; e per questo tempio Dio stesso designò il luogo, in cui doveva situarsi. Onde prima proibì sotto pena di morte il fare alcun sacrificio fuori del tabernacolo: Homo de domo Israel et de advenis qui peregrinantur apud vos, qui obtulerit holocaustum, sive victimam, et ad ostium tabernaculi testimonii non adduxerit eam, ut offeratur Domino, interibit de populo suo9. Di poi disse che nella terra promessa non avrebbe accettatisacrificjobblazioni fuori del luogo ove ordinò che si collocasse il tabernacolo: Cave ne offeras holocausta tua in omni loco quem videris: sed in eo quem elegerit Dominus10. Inoltre a tempo di Davide dichiarò il Signore che sceglieasi Gerusalemme per sua abitazione perpetua: Elegit Dominus Sion: elegit eam in habitationem sibi. Haec requies mea in saeculum saeculi: hic habitabo, quoniam elegi eam11. Ed indi significò a Davide quale doveva essere il luogo preciso, ove doveva ergersi il tempio, e fu l'aia di Ornamo12,


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come in effetto ivi poi fabbricossi il tempio da Salomone: Et coepit Salomon aedificare domum Domini in Ierusalem, in loco, quem paraverat David in area Ornam Iebusaei1. Sicché Iddio affisse tutto il culto esterno della religione mosaica prima al tabernacolo e poi al tempio costrutto in Gerusalemme; e vietando ogni altro luogo, dichiarò che ivi volea per sempre esser adorato: Elegi enim, et sanctificavi locum istum, ut sit nomen meum ibi in sempiternum2. Con che dimostrò che restando distrutto quel tempio, non voleva quel culto in altro luogo. Onde, giacché il segno della venuta del Messia era la distruzione del tempio, se da 1700. anni questo tempio è distrutto, dunque il Messia è già venuto.

 

2. Né osta il dire che nella cattività di Babilonia gli ebrei anche furono privati del tempio; perché quella schiavitù e privazione del tempio fu breve; oltreché non tutto il popolo andò cattivo in Babilonia, ma parte ne restò in Gerusalemme. Ma dopo la morte del Messia non fu permesso loro neppur di entrare più nella città, se non (come dice s. Girolamo3) una volta l'anno, solo per andare a piangere la propria rovina; onde poi scrisse il santo: Ut qui quondam emerant sanguinem Christi, emant lacrymas suas.

 

3. Ed è molto ammirabile il prodigio che avvenne a tempo di Giuliano imperatore. L'empio, avendo apostatato dalla fede, per render bugiardo Gesù Cristo che avea già predetto: Non relinquetur lapis super lapidem, qui non destruatur4 animò gli ebrei a riedificare il tempio, somministrando grosse somme, e dando Alipio suo ministro insieme col governatore della provincia per sovrastanti alla fabbrica. Gli ebrei per riergere il tempio con nuova struttura, disfecero tutte le fondamenta; e ciò fu disposto dal Signore, acciocché si avverasse intieramente la predizione, che non dovea restarvi pietra sopra pietra. Ma dopo gettate le fondamenta vennero tali tremuoti, che rimbalzarono in aria tutte le pietre, uscendo anche un fuoco dalla terra, che bruciò i materiali, gli stromenti de' muratori, ed ancora alcuni de' lavoratori; onde furono costretti ad abbandonare l'impresa. Tal fatto accadde nell'anno 363. , essendo console la quarta volta Giuliano. Basnage poco credito a questo prodigio; ma fortemente se gli oppone l'inglese Warburton nella sua Dissert. de' tremuoti. Il fatto poi lo riferiscono Socrate5, Teodoreto6, Filostorgio7, Sozomeno8. Ma quel che più fa peso, è che lo scrisse anche Ammiano Marcellino sul principio del libro 23, il quale era contemporaneo e stipendiato da Giuliano; egli specialmente scrisse così: Globi flammarum prope fundamenta crebris adsultibus erumpentes, fecere locum, exustis aliquoties operantibus, inaccessum; hocque modo cessavit incoeptum. Lo stesso scrisse s. Gio. Grisostomo, il quale fu assai vicino a quei tempi in cui il fatto era notorio, poiché viveano ancora più testimonj oculari, ed erano rimaste visibili le cave de' fondamenti fatti; onde il santo n'ebbe a scrivere più volte, ma specialmente nella sua orazione Quod Christus sit Deus, lasciò scritto: Nam aetate nostra imperator facultatem tunc dedit, et cooperatus est; opus incoepere, at ne vel minimum ultra progredi potuere, sed ignis a fundamentis exiliens, omnes fugavit... Indicium est quod hactenus fundamenta nudata appareant, ut videas ipsos quidem fodere coepisse, sed aedificare non potuisse, obsistente Christi sententia. Di ciò fecero anche menzione s. Gregorio Nazianzeno9, s. Ambrogio10, Rufino11, Severo Sulpizio12, Cassiodoro13 ed altri; sicché di tal prodigio non può dubitarsi. Ed in fatti qual altra causa potea far cessare gli ebrei dalla fabbrica così desiderata di quel tempio, con esser di più istigati e soccorsi da un imperatore, se non un


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miracolo che gl'impediva?

 

4. A ciò si unisce la profezia loro fatta da Osea: Dies multos sedebunt filii Israel sine rege et sine principe et sine sacrificio et sine altari et sine Ephod et sine Theraphim. Et post haec revertentur filii Israel, et quaerent Dominum Deum suum et David regem suum: et pavebunt ad Dominum et ad bonum eius in novissimo dierum1. Ecco la rovina prenunziata a' giudei di dover restare senza re, senza sacrifizio, senza altare, senza Ephod, viene a dire senza uso di vittime, poiché l'Ephod era quella veste di lino stretta (tunicam et lineam strictam2), che usavano i sacerdoti nel sacrificare: senza Theraphim, che significa l'arca custodita da' cherubini. Il Messia è qui poi nominato Davide, mentre Osea insieme cogli altri profeti chiamavano il Messia col nome di Davide dopo la morte del vero Davide. Ma perché un tanto castigo in un tempo che gli ebrei non erano più inclinati all'idolatria? Qual delitto potea tirar sopra di loro una tanta ruina, se non il rifiutare il Messia loro dato con tanta chiarezza a conoscere? E ciò appunto significa Osea dicendo: Revertentur filii Israel, et quaerent Dominum Deum suum et David regem suum. Mentre dice, revertentur et quaerent, dimostra che gli ebrei non han voluto riconoscere per loro signore il Davide adombrato, qual è il Messia; e rigettando il Messia, han rigettato anche Dio che l'ha mandato.

 

5. Perciò il Signore, riprovando tutti i sacrificj antichi, dopo la morte del Messia ha sostituito a quelli l'unico e gran sacrificio dell'eucaristia, predetto e chiamato da Malachia Oblazione monda, che doveva essere offerta a Dio in ogni luogo della terra: Non est mihi voluntas in vobis, dicit Dominus exercituum, et munus non suscipiam de manu vestra. Ab ortu enim solis usque ad occasum magnum est nomen meum in gentibus, et in omni loco sacrificatur et offertur nomini meo oblatio munda; quia magnum est nomen meum in gentibus3. Alcuni a torto vogliono spiegare il detto testo del sacrificio interno, cioè della preghiera; ma qui è chiaro che il Signore parla, non di opera interna, ma di oblazione e sacrificio esterno, col quale vuole esser pubblicamente onorato tra le genti, rifiutando le antiche oblazioni degli ebrei, Munus non suscipiam de manu vestra etc., offertur nomini meo oblatio munda.

 

6. Del resto in quanto agli ebrei si domanda loro dove essi più sacrificano. Ma no che, abolito il tempio, non è più loro permesso il fare alcun sacrificio; ed ecco il segno predetto da Davide (deficiet hostia et sacrificium) del Messia già venuto.

 




9 Lev. 17. 8. et 9.

10 Deuter. 12. 13. et 14.

11 Ps. 131. 13. et 14.

12 1. Par. 21. 18.

1 2. Par. 3. 1.

2 2. Par. 7. 16.

3 In Sophon. c. 1.

4 Marc. 13. 2.

5 Hist. eccl. l. 3. c. 20.

6 L. 3. c. 20.

7 L. 7. n. 9.

8 L. 5. c. 22.

9 Orat. 4.

10 - Ep. 29. ad Theod.

11 Hist. l. 1. c. 38. et 39.

12 Hist. l. 2.

13 Hist. l. 6. c. 43.

1 Os. 3. 4. et 5.

2 Exod. 28. 4.

3 Mal. 1. 10. et 11.




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